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Full text of "Archivio glottologico italiano"

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AT  THE 


UNIVERSITY  OF 
TORONTO  PRESS 


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ARCHIVIO 

GLOTTOLOGICO  ITALIANO, 


DIRETTO 


DA 


G.    I.     ASCOLI. 


VOLUME  QUARTO. 


Sl'^^- 


ROMA,  TORINO,  FIRENZE, 
ERMANNO   LOESGHER. 

1878. 


Riservato  ogni  diritto  di  proprietà  e  di  traduzione. 


MILANO,   COI   TIPI   DI   G»  BERNARDONI. 


SOMMARIO. 


Morosi,  I  dialetti  romaici  del  mandamento  di  Bova  in  Ca- 
labria     Pag.       1 

Morosi,  Il  vocalismo  del  dialetto  leccese »   117 

D'Ovidio,    Fonetica  del  dialetto  di  Campobasso »   145 

Joppi,  Testi  inediti  friulani,  dei  secoli  XIV  al  XIX    ...  «   185 

Ascoli,  Annotazioni  ai  'Testi  friulani' »  342 

Ascoli,  Cimelj  tergestini .  »  356 

Flechia,  Del  libro  di  B.  Bianchi  sulla  preposizione  i      .     .  «  368 

Storm,  Etimologie „  387 

Ascoli,  Il  participio  veneto  in  -esto «  393 

Ascoli,  Altri  ablativi  d'imparisillabi  neutri «  398 

D'Ovidio,  Giunte  e  correzioni »  403 

D'Ovidio,  Indici  del  volume »  412 

Fondazione  Diez »  425 


DIALETTI  ROMAICI 
DEL  MANDAMENTO  DI  DOVA  IN  CALABRIA, 

DESCBITTX 
DA 

G.  MOROSI. 

AVVERTENZA   PRELIMINARE. 

In  una  rapida  escursione,  fatta  sullo  scorcio  della  passata  prima- 
vera (1873)  per  il  mezzogiorno  della  provincia  di  Reggio  di  Calabria, 
ho  potuto  toccare  le  colonie  neo-elleniche  ivi  ancora  superstiti.  Si  tro- 
vano esse  lungo  la  fiumana  dell' Amendolea,  fra  la  Torre  del  Salto 
e  il  Capo  Spartivento,  e  son  queste  che  ora  enumero:  1.  Bova  (dai 
naturali  chiamata  Vùa);  2.  Condofuri  con  Amendolea  {Amid- 
clalia)  e  Galileiano,  suoi  casali;  3.  e  4.  Roccaforte  [Vani),  e 
Rochudi  o  Rofudi,  co' due  loro  casali  Chorio  di  Rochudi  e 
Chorio  di  Rocicaforte.  Queste  terre,  insieme  con  Africo,  che 
appare  di  stirpe  come  di  lingua  affatto  italiana,  oggi  compongono  il 
mandamento  di  Bova.  Una  quinta  colonia  era  Cardeto,  nel  territo- 
rio di  Gallina,  in  fondo  alla  valle  solcata  dalla  fiumana  di  S.  Agata; 
ma  l'avito  linguaggio,  ancora  vivo  e  vegeto  a  Bova  e  nelle  terre 
circonvicine  (1-4),  è  pressoché  spento  a  Cardeto,  dove  soli  due  o  tre 
vegliardi,  e  incompiutamente,  lo  serbano, ancora.  Dei  dialetti  del  man- 
damento di  Bova,  e  di  quello  del  capoluogo  in  ispecie,  potei  procac- 
ciarmi tanto  materiale  che  valesse  a  darmene  piena  contezza;  ma  di 
quello  di  Cardeto  non  mi  fu  dato  di  raccogliere  se  non  scarsi,  come- 
chè  preziosi,  frammenti.  Ora  mi  accingo  a  qui  descrivere  i  primi, 
prendendo  per  tipo  il  bovese  vero  e  proprio,  cioè  il  dialetto  del  capo- 
luogo. Del  cardetano,  che  ha,  in  buon  dato,  sue  note  proprie  e  spe- 
cifiche, tratterà  una  particolare  Appendice. 

Nella  esposizione  de' fatti  fonetici,  morfologici  e  lessicali  del  bovese 
e  de' dialetti  contermini,  mi  fermo  naturalmente,  di  preferenza,  su  ciò 
che  appare  lor  proprio,  non  toccando  di  ciò  che  essi  hanno  comune 
col  linguaggio  generalmente  parlato  nella  Grecia  tranne  quel  tanto 
che  sia  opportuno  per  mostrar  la  relazione  in  cui  rispetto  a  questo 
essi  si  trovano,  acciò  se  ne  possa  ricavare  qualche  lume  circa  le  ori- 
gini di  cotesti  coloni. —  La  voce  greca  che  fo  immediatamente  sus- 
seguire alla  bovese,  alla  rochuditana,  ecc.,  o  è  la  romaica  comune, 
che  do  nella  sua  forma  intera  e  genuina  e  contrassegno,  ove  non 
ricorra  tal  quale  pur  nella  lingua  antica,  con  la  sigla  re,  od  è  forma 
romaica  teoricamente  ricostrutta,  e  allora  la  contrassegno  coli'  aste- 
Archivio  glottol.  ital..  IV.  1 


2  Avvertenza  pfelimìnare. 

lisco.  Quando  poi  mi  occorra  citare  la  voce  antica,  la  pongo  tra  pa- 
rentesi.—  Le  varianti  per  le  quali  dal  bovese  divergono  i  dialetti  di 
Rochudi  e  Chorio  di  Roehudi,  Roccaforte  e  Chorio  di  Roccaforte, 
Condofuri  ed  Amendolea  e  Galileiano,  le  noto  appiè  di  pagina  sotto 
i  numeri  corrispondenti  del  testo,  indicandole  rispettivamente  per 
roch.,  chor.  di  roch.,  rfr.,  chor.  di  rfr.,  condf.,  amend.,  gali.; 
e  insieme  colle  varianti  offro  dai  dialetti  medesimi  quant' altro  mi 
paja  giovare  alla  illustrazione  del  bovese.  —  Mi  accade  poi  spesso  di 
ricorrere  alle  opere  che  cito  abbreviatamente  nel  modo  che  segue: 
Muli.  ■=  Grammatik  der  griechiscJien  vulgàrsprache  in  histor.  entiol- 
ckelung  di  F.  W.  A.  Mullach,  Berlino,  185G;-  Comp.  =  Saggi  de' dia- 
letti greci  dell'Italia  Meridionale  pubblicati  dal  professore  D.  Com- 
PARETTi,  Pisa,  1866;-  Oiv.  =  Studj  sui  dialetti  greci  della  Terra 
d'Otranto,  di  G.  Morosi,  Lecce,  1870;-  Def^a.^  Neograeca,  disserta- 
zione intorno  alla  fonetica  del  romaico  volgare,  che  il  dott.  M.  Deffner 
ha  inserito  nel  4°  voi.  degli  'Studien  zur  griechischen  und  lateinischen 
Grammatik'  editi  dal  Curtius  (Lipsia,  1871);-  Cypr.  =  Tx  KuTrptaxst,  di 
Atanasio  Sacellario,  terzo  volume,  del  quale,  seb'bene  stampato  in 
Atene  fin  dal  1868,  solo  quest'anno  ho  potuto  prendere  conoscenza. - 
Le  poche  voci  del  dial.  di  Sira,  che  allego  qua  e  là,  ho  io  raccolto 
dal  labbro  di  un  nativo. 

Quanto  a' saggi  di  letteratura  popolare  che  da  me  o  per  mezzo  di 
amici  ho  potuto  raccogliere,  pubblico  de' canti  di  Bova  que'pocM  sol- 
tanto che  non  si  sono  prima  d'ora  pubblicati;  i  canti  di  Condofuri» 
di  Roccaforte  e  di  Rochudi,  tutti  inediti,  pubblico  tutti;  come  tutti 
i  proverbj  e  i  motti,  la  più  parte  de'  quali  spetta  a  Bova  e  a  Rochudi, 
si  perchè,  tranne  uno  che  è  riportato  ne' Saggi  del  professore  Com- 
paretti  a  pag.  95,  inediti  anch'essi,  sì  perchè  i  più  ne  appajono  di 
stampo  schiettamente  greco. 

Adempio  in  fine  a  un  dolce  dovere  col  ringraziar  pubblicamente, 
quanto  so  e  posso,  la  egregia  famiglia  del  dott.  Giovanni  Viola  e  il 
dotto  sac.  dori  Domenico  Puliatti  di  Bova,  i  signori  fratelli  Tropeano 
di  Condofuri,  il  signor  Antonino  Sgrò  sindaco  e  don  Giuseppe  Cento 
maestro  elementare  di  Roccaforte,  e  il  sac.  cav.  don  Giuseppe  Greco, 
l'ottimo  sindaco  di  Rochudi,  che  tutti  agevolarono  il  mio  compito 
con  ajuti  e  gentilezze  d'ogni  maniera.  Particolare  gratitudine  devo 
anche  al  bravo  studente  bovese  sign.  Giuseppe  Viola,  il  quale  mi  fu 
prezioso  compagno  nella  mia  escursione  e  mi  ajutò  validamente  anche 
in  appresso,  nell'opera  di  rivedere  e  di  rendere  in  ogni  parte  sicuro 
il  materiale  raccolto. 


DIALETTO  ROMAICO  DI  BOVA  DI  CALABRIA. 

I.  Al'PUm  FONOLOGICI. 

Vocali  toniche. 
A.  1.  Sempre  intatto,  salvo  in  vrùpako  ranocchio,  da  vótr-  (cfr.  à 
pórp-  e  pópTcc/to?  Cypr.  255)  =  fAz^cc/o;.  1.  2.  Intatto,  salvo  in  i 
jJétto  ca.do,  anche  re.  -s^toì  (-i'-tw),  ove  ha  probabilmente  in- 
fluito la  vocale  derl  tema  xst-,  che  si  continuava  nell'aor.  (indie. 
éppesa,  cong.  na  péo,  iraperat.  pése,  re.  z-zaa.  ecc.);  e  salvo  in 
ajólupo  avena  selvatica  re.  aìyiXwTua;  (-m'|).  T.  3.  Suona  i  di  6 
regola,  e  pure  in  esempj  dove  le  colonie  otrantine  o  la  Grecia 
danno  u.  Citerò:  7ìiiga  mosca  re.  f/.uya  (;xijTa),  siko  c'jy.ov,  aste- 
riga  penna  re.  Tvrspouyx  allato  a  T:TEp6ytov  (TTrlpuE),  liinno  verso 
[Tijùnno  Otr.  100)  yuvoi,  prozzimi  lievito  7:po'(6f/.iov,  spondili  ver- 
ticillo G7:ovSu)^iov,  /«VMo  foglia  o'jX>.ov,  p/ra  calore  eccessivo  *-uoa 
(-upà),  {p^o  sonno  u-vov.  4.  Raro  w  =  u:  es^^  tu  g'j  (cfr.  es;! 
Otrant.  125,  e  lo  zac.  è/.'.o-j  [*£t6]  Muli.  98),  kurùpi  vaso  rotto, 
coccio  *)'.op67itov  (cfr.  xopu7:a  'uSpLa,  aràf^va',  Cypr.  314),  agrii- 
staddo  gomma  che  geme  dalle  piante  nostrali  re.  xpouGr-  (x.cj- 
crra'XXov),  e  forse  kimi  porco  */c6[a]viov  less.  Ma  in  sarmùra 
salamoja  non  si  continuerà  Tu  del  classico  àXfxupic,  bensi  l'w  del 
lat.  'muria';  cfr.  Diez  less.  s.  moja,  e  aaXajxoupa  allato  ad  àXy.Ooa 
nei  dizion.  romaici. —  In  azzùnna  'svegliati'  la  tonica  può  es- 
sersi determinata  dall' atona  del  pres.  indie,  azzunnào  èCuTrvéw; 
cfr.  num,  21.  E.  5.  Di  regola  è  intatto. —  Per  s  in  a  può  é 
citarsi  àndera  interiora  è'vTepa.  Ma  àngremma  precipizio,  àr- 
gamma  coltura  de' campi,  tràklima  l'atto  del  coricarsi,  apo- 
vrcima  =  * apovràmima  risciacquatura,  kuzzotràpano  schiena 
della  falce,  ripetono  Va  dalle  atone  di  angremmizzo  re.  èy- 
x.peprCoi  (x.p-flpi'(tó),   argùzzo  spyà^oi,   trakléno  e  traklénome 

1.  roch.  sakkokrévatto  'sacco  del  letto,  pagliericcio',  il  cui  (;  =  x  (/.piix- 
Tos)  si  ripeterà  dall' e  Dell' àtona  di  krevdtti  -/.px^iziov, 

2.  chor.  di  roch.  ha  Vi  cosi  turbato  che  si  confonde  quasi  coU'e:  teléffo 
raccolgo  il  filo  in  gomitoli,  re.  TuXr/&j  (-t'o-aw),  ecc. 

4.  roch.  e  rfr.  ciU'i  padre  '^y.yyjp-  --/.iipioi;  cfr.  ciiri  Otr.  100,  zac.  x^ou^t 
Dcrtn.  301,  e  il  num.  22;  condf  aJ)J)craa -hov.  asteriga. 


4  Morosi, 

*rpex>aiv(o  less.,  apovramizzo  *à-opp£yiji"C(o  (da  à-óppeyij.a),  tra- 
pàìii  falce  Sp£7i;àvtov.  6.  Dì  ó-  =  i  ho  ì  seguenti  esempj  :  òtimo 
gravida  stoi'^.o;  'pronta',  òssu  dentro  sgco  ed  ózzu  fuori  e^co,  ór- 
minga  tenia  (*eXatv9a),  Kaliórga  nome  di  fondo  'Bella-coltura' 
(cfr.  kalorghia  Otr.  159,  e  re.  xaloupyéw  allato  a  x.al'Xtspyico  e 
xaW^cipyeia)  ;  per  la  qual  vicenda  si  confrontino  i  dial.  di  Amor- 
go,  Calimno,  Creta,  e  lo  zaconio,  in  Muli.  92;  il  ciprio  ib.,  e 
Cypr.  345:  o^u-vo?,  opyojaa,  ij.ó(j(ptlov  =  [x£(7~-,  ecc.  7.  In  animi  ar- 
colajo  re.  àvsp/fl  avrà  influito  la  tonica  della  corrispondente  voce 

■r^  (d'origine  greca)  de' dial.  ital.  del  luogo:  mmulu.  H.  8.  Di 
regola  ha  il  suono  re,  cioè  i:  imiso  mezzo  riaico;  (-'->;),  iljo 
sole  r{kio;',  sculici  lombrico  cr/ioi"X-ri-/tiov ,  alipia  verità  à.l-hBzi(x., 
nipio  infante  re.  v^-iov  (-o;),  klima  vite  ySk%[j.(x.,  eklirizzo  valgo 
/^pYi^w,  A''jo  Sottra  S.  Salvatore,  n.  di  fondo,  re.  ayio;  Swx'/ipa; 
(iTWTYip),  ecc.  9.  Rarissima  V  é  =  'c\,  che  nelle  colonie  otrantine 
è  così  frequente.  Occorre  in  né'po  filo,  d'accordo  col  re.  yvéOoi 
(va9co),  e  quindi  na  néo  aor.  congiunt.,  nése,  nésete  aor.  im- 
perat.,  nei  aor.  infin.;  inoltre  in  téddeko  tale  e  tanto  *xrìhy,oq 
less.,  e  in  rèma  lido  del  mare  "p-'^yjv.oc  (p-/iy{AÓ;). —  L'<^  di  wa 
mapéo,  mapésete,  mapéi  *và  (xc/.G-^fro)  ecc.,  aor.  cong.  ecc.  di 
mapénno  imparo  [y.a9aivc-j,  e  di  n'  azziporéo,  azziporésete,  az- 
ziporéi  *và  èC-uTTop-nt^co  ecc.,  aor.  congiunt.  ecc.  irreg.  di  zero  io 
so  re.  è;£6pw,  ripeterei  dall' e  atona  degli  aor.  indie,  emàpesa, 
azzipóresa.  E  quanto  ad  anèforo  salita  e  katèforo  discesa,  non 
li  porrei  =  re.  àvYi9-  xa^ricp-,  ma  bensì  =  àvairp-  e  xaratcp-,  che  vuol 
dire,  per  la  solita  vicenda  delle  preposiz.  àvà  y.aTà  Trapà   ecc., 

(^  =  àvà<p-  e  jcaTacpopov  (cfr.  àvai^-,  x.aTa^opà).  O.  10.  Di  regola  è 
intatto.-  L'^^  di  ■^;^^(f^  bue,  rudi  melagrana,  è  anche  dei  re.  po6S- 
po6Stov  =  pó§-  póS-  =  pol'S-  po'tStov;  e  così  quel  di  kukitmmaro,  cor- 
bezzola, ritorna  nel  re.  -/.oujxapov  (/-Ó[j.-).  Ancora  mi  son  notato: 
kiinduro  corto  x-óGoupo;  less.,  'piitte  donde  •nróOsv  (e  Vùa  Bova). 
Per  Vù  di  afùda  'ajuta  tu'  è  da  considerare  Vu  nell' atona 
{afudào  [ioY,9loj);  e  analogamente  per  Va  di  ràkkato,  tosse,  1'^ 
neir atona  (rakkatìzzo  n.  37).     11.  L'  é  =  ó  di  ézzinio,  tardivo. 


9.  rfr.  néma  filo,  anche  re.  viaa  (\iriu.x)  e  pj/'to  pasta  di  latte  rappreso 
(r/i/.T-fl); —  rodi,  plérosi  maturauza  rtlrip-  (ma  cfr.  l'atoiia  del  verbo  ple- 
rónno  e  dell' agg,  dplero  n.  34). 


Dial.  romaico  di  Bova,  Vocali  toniche.  5 

è  comune  al  re,  s'Itjxo?  (ò'(|/-).  fì.  12.  Si  continua  di  solito  per  ò.  w 
Ma  è  u  non  solo  in  gludio  '[uovo]  covato,  imputridito',  re.  y"Xo6- 
Sio;  e  GyXoóSto;  (cfr.  xWCo),  x.7^oiS-,  'glocidare',  quindi  'covare  le 
uova'),  e  nelle  desinenze,  anche  re,  de' verbi  contratti:  -urne 
-wsi  = -wijt,£v  -cocTi  (n.  275;  cfr.  n.  42);  ma  eziandio  in  kliùma  terra 
jfi<j'y.  (plur.  kJiùmafa  spazzature),  kliiinno  sotterro  re.  -/wv&i 
(j(^a)vvup,i),  villa  zolla  *Pa)>^  ([itTAo?);  cfr.  o6  zacon.  =  (ó  Deffn.293  seg. 
Ma  l'n  di  arrùsti,  plur.  di  àrrusto  malato  appoi^To;,  proverrà 
dall' àtona;  cfr.  n.  42.  Dittonghi.  13.  Non  si  diverge  dal  ditt. 
re.  se  non  per  l'^^oi  di  ponocéddaro  dolor  di  stomaco  (cfr.  péo 
nòlo;  e  rékko  polipo;,  Otr.  101,  3),  dove  è  però  da  notare  che 
ceddàri  stomaco,  */coi)^àpwv  less. ,  ha  l' e  nell'  àtona  ;  -  e  ancora 
per  l'd^ou  di  àtu  cosi,  outco;,  che  però  anche  altrove  mostra  l'oi» 
turbato  (cfr.  itu  otr.  153;  cipr.  èVCou,  re.  zxQ.,  *ouTcoGt).  Di  tèsto 
tale,  certuno,  v.  il  n.  257. 

Vocali   àtone. 

A.  14.  Si  riduce  non  di  rado  ad  e.  In  sili,  protonica:  iniz.  solo  % 
in  ettù  costì  (cfr.  eòtou  di  Zante  e  Cefalonia,  Deffn.  320)  aÙTou, 
ed  ettùndo  cotesto  re.  aùToóvo  to;-  mediano,  essendo  la  tonica 
un  a:  lekàti  conocchia  re.  àXs/.-  (-/ilaxàTTi),  krevàtti  letto  x-pa- 
6àTiov,  [jenàri  gennajo  re.  ìavouàpw;],  veléni  ghianda  13a>.àvLov, 
alestdo  abbajo  ùIcct-xìiù,  stennàto  casseruola  (cfr.  GxsyvàTov  in 
una  pergam.  greco-italiana  del  1097,  Trincherà,  Syll.  graecar. 
memhran.,  Napoli  1865)  *(7TapàTov  (da  cTapo;);  e  anche  es- 
sendo àtono  pur  l'a  della  sillaba  susseguente:  Peravivo,  n.  di 
fondo  (allato  a  Vivo),  ^napa^t^ov;-  inoltre:  feni  comparire  9avvi- 
[vai],  kalmneri  stoppia  *x,a>.ay.ap''ov  ;  alijerónno  incomincio  *àp- 
j(^apóv(o  =  re.  àp/api'Cw  (apyoj).  Di  rado  in  sili,  postonica:  tèssera 
quattro,  forma  del  ciprio  moderno,  Tscrcepac,  e  dell'antico  jonio. — 
15.  i-v.  in  spipio  spesso  '^G-vSioq  less.,  sotto  L'influenza  del^^ 
tonico.      16.  0  =  7-  in  Rokliùdi  n.  loc.  "^PapuSiov,  cfr.  re.  pày-^ 

14.  e  ho  r.  di  roch.  ò  ia  hrooàtti  (cfr.  n.  16.);  condf.  sovtn  «a  •=  re.  e 
bov.  sar-,  strenimnda  lampo  *à'7Tpayw..,  Maddeleni  My-'/Sal/ìv/},  scrfó  cugino 
bov.  zarfó  *èS,x(h'k'fói;  àhjera  malamente  *'ói-^xpx,  gcidero  asino  re.  yxdx- 
/3oc;  rfr.  Perakhorio  n.  fond.,  addo  per'etttt[no]  'altro  che  cotesto'  (ma 
riddo  par' emme  altro  che  me),  an'lklema  orlatura  ^xvx-/.'Xxux  (cfr,  anaJddiso 
lo  orlo,  ant.  xvxyIxoì). 

[16.  roch.  spaldssi-hov.  spot-.] 


6  '  Morosi , 

(payia)  'rupe'  (cosi  'Roccaforte'  dicesi  da' naturali  Vmii  re.  [3o'j- 
viov  'monte';  due  voci:  rakJiùdi  e  vuni,  che  nel  linguaggio 
odierno  di  queste  colonie  hanno  perduto  il  loro  significato  co- 
mune); e  prima  o  dopo  lab.:  zofràta  lucertola  *(7aupà§a  (del  dial. 
di  Sira  =  re.  Gocupa),  possali  cavicchio  TuaaaàXiov,  e  spalassi  spino, 
dumo,  se  è  =  *àG7ra>.à0iov  {molóKji  'malva'  ritrova,  allato  a  p.a- 
làyr;,  anche  [lolóy-n  e  nella  moderna  e  nell'antica  Grecia). — 
17.  u  =  v.,  dopo  m,  in  munitàri  fungo,  re.  y.aviTàpiov  (cfr.  àp,7.- 
vìTat);  innanzi  o  dopo  1:  kungulizzo  solletico  (ove  è  u,  per 
assimilazione,  anche  nella  prima  sillaba)  Yapya"XrCco,  kuluvrìzzo 
insulto  (icolaPpi^oi),  I.  18.  Mutato  in  e:  kreàri  ariete  -/.pcàptov, 
deléguo  scelgo  ^^[ajX- =  SiaAlyw;-  pepami  palmo  OT9ajA-/i  (gtciQ-), 
sìialestira  sarchio  (7)ca>.tcT-/ipLov,  skotemmò  vertigine  GTuoTtcp.ó?  ; - 
téddeko  n.  9;  «r^e  adesso  (apx!,),  metapàle  di  nuovo  V£Tà--à- 
>.'-v;  19.  in  w:  j[)erduèia  erba  parietaria  re.  Tusp^ixà/aov  (TCspSt>ciov)  ; 
e  vurvupuma  sterco  di  bue  *(3o>>^iTivia,  ove  il  primo  i  si  è  alte- 
rato sotto  r  influenza  della  labiale  e  riuscì  alla  sua  volta  ad 
alterare  il  secondo.  T.  20.  Di  regola  si  continua,  come  nel 
re,  pel  suono  i:  sikòti  fegato  re.  gu/.cótìov,  fitéguo  pianto  cpu- 
Tzùoì,  krifà  di  nascosto  /cpu<pà  {-Ti),  diverti  alveare  "xujìéOpiov  less., 
éinigào  caccio  fuori  *x.uvYiy£oi,  kUrisàfi  oro  ypuGaipiov  (xP'^'^ó?), 
piriàzzo  mi  secco  al  fuoco  *7:upLà'C(o  less.,  zihlirò  freddo  4'^x?'^?' 
jinnó  nudo  yuavo';,  fìddàói  fogliolina  c^\jXkixy,iow  (cpuXXov),  ecc. — 
21.  Ma  abbiamo  u  dopo  o  innanzi  a  lab.,  in  fuskónno  cresco 
re.  ^uG/covco  gonfio  (cfr.  96(7x.y,),  furina  frittella  *(pupivri  less.,  vw^- 
tónno  sommergo,  con  Vu  pur  nel  re.  (ìoutco  (puOàw),  kiippàri 
vaso  di  legno  per  latte  V-u^àptov  less.,  stuppi  stoppa,  con  Vu 
pur  nel  re.  GTou-ia  (gtutciov),  a^^Mwnao  è^uTwvéw.     22.  Ancora  ii, 

17.  cndf.  ArMUftiit  r=  bov.  ^reu-  n.  14;  e  attdluklio  gri\\o  =  h.  astàlakho,  re. 

18.  eh  or.  di  roch.,  gali,  e  cndf.  di  continuo  e-t:  deanistra  =  hov. 
dian-  ^SiCKvoiy^'ìpx  less.  'regolo  di  legno  con  cui  i  tessitori  tengono  aperta  e 
distesa  la  tela  sul  telajo';  setdri  frumento  =  b.  sit-  aiT-,  feldo  bacio  =  b.  f,l- 
fikéoì.  Ma  roch.  téddiko. 

19.  gali,  'perhicia  persico  =  b.  percikia'^     cndf.  lijuonlzzi  nevica  =  b.  lijon- 

21-2. roch.  cuvèrti^  gali,  e  rfr.  guX)érti-\),  ciò-;  cndf.  gukìiró  =  h.sikh--^- 
roch.  sunnodiàzzo  accompagno  *(Tuvo(3'£a^w,  sunnoriàzzo  confino  e  pascolo  sul 
confine  tra  due  poderi  *auvo/3ta?w  ;    rfr.  Sulimaci  e  Sulipdri  n.  fond.  =  b.  SU-. 


Dial.  romaico  di  Bova.  Vocali  dtone  :  u.  7 

dinanzi  a  l,  in  fiilupédda  fascetto  di  lana  da  filare  (cfr.  re.  t^ou- 
>.o'j'ptov  ciocca  di  capelli,  touIoò-x  fiocco  di  neve  [xold-r,]),  lutu- 
nàri  bitorzolo,  cioè  *tuhmàri  (cfr.  'z'Ao;)  e  limòmulo  molino  a 
vento^  *vMzij.ó[vAr>;  (ove  però  agiva  anche  la  lab.);  e  dopo  s,  in 
suòla  ficaja  a^x/Ày.,  sunnefiàzzi  n.32,  surào  fischio  «j-jp^'Cw,  sulàvri 
fischietto  re.  cjpijltov.  Finalmente  ruhanizzo  stritolo,  con  u  pur 
nel  re.  óo'j/,-  (ó'j-/.-)  ;  e  sufi  truogolo,  curiaci  domenica,  g/.-j^ìov  e 
x.usLy.-/.-;;  (cfr.  n.  46;  Otr.  100,  Deffn.  300  seg.).  23.  a  =  u:  zarizzo 
gratto  C'Jvi^^co  (vjo.),  lastarida  pipistrello  vu/.Tspi^a.  24.  e-^y.  se- 
kamenó  gelso  moro  Tu/.àj^.'.vov,  fermika  formica  re.  iJ.zym^^y.7.  allato 
a  ;j.'jpa-/iy/.',ov  (a'jpjj.r,;),  cfr.  n.  135-6;  àJijero  paglia  (pure  Otr.  100, 
allato  ad  àJ'tjuro  ;  e  ciprio)  ayupov,  pitera  crusca  (id.  Cypr.  367) 
re.  -tToupa  (-iTupov).  Ricordo  i  zaconii  ^:vo'ja£vs  =  Suvàa£vo;,  SàxTs^x 
:=  Sà-/-jXoc,  ywjrzKz=y.6T'f}^:,  ecc.,  Muli.  95,  Deffn. 294  300.  25.  Per 
st  =  'JT,  e  'jO,  V.  il  num.  1 10.  -  Ma  tt  (=  fi)  =  'jt  è  in  e  Uh  ettundo  del 
n.  14.  20.  Nel  riflesso  di  eùvou/tCw  (a  tacer  di  agusto,  re.  auyou- 
<7To;  agosto)  l'u  è  caduto:  anuJiizzo.  Ma  muniikMri,  maiale, 
sarà  [Avouy- = '^vo'jy'- =  [sjjvouy àp'.ov,  con  quella  vicenda  che  appare 
caratteristica  del  dial.  ciprio  (Muli.  90) ,  dove  abbiamo  [j-vo-j/J^w 
pel  solito  eùvo'jy-  (cfr.  Cypr.  343)  e  Ivjj.voj  ■=  zlx'j-m.  E  p.o'jvouyi^o^ 
fxo'jvo'jyàp'.ov,  che  occorrono  anche  ne'dizion.  romaici,  vi  proven- 
gono sicuramente  dal  ciprio.-  Di  ut,  v.  il  n.  113.  27.  L'u  di  ul 
op,  suona  V,  come  nel  re,  ed  è  un  u  che  a  formola  interna  suol 
geminarsi:  vlogào  benedico  sùloyéw,  avvìi  cortile  aò}.iov,  p^eu- 
vrò  fianco  •::'Xs'jpóv,  àvri  domani  aupiov,  névvro  nervo  vsOpov;  fin 
zofróAa,  num.  16.  28.  L'u  di  uy.  uy;/,  u^y,  ora  cade,  come  in  hàma 
caldura  /.zuaz  e  kaméno  'bruciato,  misero'  re.  xau^vivo;,  rema- 
tiàzzo  erutto  z^vr^iJ.-, plemòni  polmone,  pur  del  re.,  =  xvsup.óv.ov, 
zcma  e  zemadàri  bugia  e  bugiardo  re.  òfaa  e  -x^y.^r,;  (-U'ky.a); 


23.  gali,  taromizzaro  -  bov.  tiromizz-  o  trimizzi  ^'ultima  e  poggior  qua- 
lità di  cacio  che  si  fa  nel  kassdri  o  cascina  (*casearium)'  *Tvpouv(^-oOprj-j 
ess.;      rfr.  taroJilidjena  =  h.  tirofaj-  grattacacio  n.  203. 

24.  cbor.  di  rodi.,  gali,  e  cndf.  quasi  di  continuo  e  =  u  (cfr.  n.  18): 
pegatéra  Hgììa  =  h.  dikliat-  {Ovyy.r-),-fesài  soffia  civtz  ecc.,  telégo  avvolgo 
=  b.  tilizzo  Tvliyoì  (-l'aTi-o),  terop'i'jena,  ecc.;  rfr.  e  roch.  siliaminó,  ma  ver- 
mici  re.  u.uptjivìy/.iov. 

27.  cndf.  mnvvro  -hov.  mdvro  nero  re.  «xvoo?,  ^uyra  =  b.  «ura  trovai  re- 
yìvpy.  (eOoov). 


8  Morgsi , 

ed  ora  si  assimila  al  p-,  come  nei  part.  pass,  de' verbi  in  -éguo 
(-eóco),  per  es.  fitcmmóno  piantato  re.  ^uteu^.-,  pistemméno  cre- 
duto re.  TTKJT&ufjLsvoc,  ccc. ;  e  nei  nomi  verb.  esprimenti  l'azione  o 
l'astratto  de' verbi  stessi:  pràndemma  matrimonio  ['j]n:àvSp£up.a, 
pràstemma  scopa  (a  Roch.  'spazzatura')  *T:àGTp£uij.a,  fitemma 
piantagione  (puTEup-a,  vasilemma  tramonto  del  sole  paci>>£i>p,a, 
pistemma  'credenza,  credito'  TrtTTeujj.a,  kùrcmma  tosatura  /.ou- 
psup.a.  Cfr.  il  parallelo  che  si  offre  al  n.  75.  E.  29.  A  formola 
iniziale  suol  perdersi  senz'altro  o  succedergli  un  a  irrazio- 
nale, V.  i  n.  162  e  169*.  Si  odono  ancora,  ma  raramente:  ekató 
cento  é/.aTÓv,  ecino  quello  èx.s'ivo;,  allato  ai  soliti  katò,  cino. 
Solo  è  costante  l'è  di  ennéa  nove  e  di  érkome  vengo  £p/o[/.at: 
erkómesta  ecc.  30.  Mediano;  passa  in  a  dinanzi  a  p:  laràn- 
ghi  arancio  re.  vepàvr^ov,  karparutó  fruttifero  dal  re.  y-apTuspó?, 
lastarida  n.  23  vu/CTspiSa,  parpató  (cfr.  Cypr.  357)  TùspixaTw, 
sakkarizzo  scuoto  il  sacco  Gax,y.£"Xó^(o  ;  e  sporadicamente  anche 
innanzi  ad  altre  consonanti:  lakàni  (cfr.  Cypr.  323)  'pentola  per 
cuocervi  il  latte  da  farne  cacio'  };£xàv!,ov,  rakjiuddào  russo  re. 
'^oyjxkCio)  (piy/o)),  trafilò  'curvo,  piegato,  coricato'  re.  r^zySkó;, 
[matàzzi  seta,  re.  (y.£Tà^tov,  trova  nel  mgr.  e  piTa^a  e  p-aTa^a]; 
trapani  falce  e  trapanizzo  Sp£~àvwv  ecc.;  ammialò  cervello 
re.  p-uaXó;  ((7.u£l-) ,  candónno,  allato  a  cendrònno  innesto  x£v-p-  ; 
àlatro  aratro  (pure  Otr.  162)  re.  àX£Tpov  (cfr.  c/Xzx^z'm  maci- 
no); 31.  passato  in  (  sotto  l'influenza  di  attigui  suoni  palatali 
0  palatili:  arcinikó  maschio  àpc7£Viy.ó?,  zimhìli  doppio  sacco  che 
si  pone  a  cavalcioni  della  bestia  da  soma  *T^£-tXiov  less. ,  azzi- 
listrào  sdrucciolo  re.  ^£yXu'jTpào>,  anizzio  nipote  àv£i|/ió;,  aspri- 
nàzo  imbianco  *àG'7i:p£vià*(o),  anàsila  a  ritroso  àvàG/.£}^a;  cui 
si  aggiungono  céite  voi  bruciate  x,ai£T£  e  kléite  voi  piangete 
■/AaiETE;  32.  passato  in  o  dinanzi  a  labiale,  in  parasogui  ve- 
nerdì TCapacrx.£'jT, ,  zoguari  giogo  ^Euyàpiov,  jomònno  empio  *y£- 
ixóvoi  (y£p.rCw,  cfr.  n.  72),  zomatizzo  riscaldo  le  vivande,  allato 
a  zéma  brodo,  re.  ^sp.aT-  ecc.  ;  apovromizzo  immollo,  allato  ad 
apovramizzo,  *à7rofip£yp(^w  less.,  ostro  xiQmìco  -  * oftrò  (è/Gpó?); 
sinnofo  nuvola  (ma  sunnefiàzzi  il  cielo  s' annuvola)  re.  guvv£9ov 

2&.  tU\  parasegui;    roch.  -a^wi;    cndf. -M5r^«^,  cfr.  n.  14  e  17;-    cndf. 
porpdééo,  rfr.  porpató  (v.  il  testo  al  n.  30),  dove  sussegue  a  labiale. 


Dial.  romaico  di  Bova.  Vocali  àtone:  e,  vj,  o.  9 

(cfr.  auvvécpw  ecc.);-  e  ancora  in  oddio  ghiro  zkzió:-  (cfr.  ò)^eu0£po? 
=  £.111)0-  di  Amorgo  e  Calimno,  Muli.  92;  e  cfr.  zac.  Deffn.  310). — 
H.  33.  Ha  di  regola  il  suono  re,  cioè  i:  pigàdi  sorgente  T^riyàStov,  -n 
stimóìii^ trama,  tessuto'  TT-r.fx-,  nistéguo  digiuno  vr.<7T£6o);  inzzilo 
bellissimo  (stti^'/iIo;  'invidiabile'),  mavrópilo  Herra  nera,  umida  e 
fertile'  *[7-aupo--7i}^d;,  ecc.  34:.  Suona  e  in  es.  che  per  la  più  parte 
son  pure  del  re:  ceri  cera  xvip-  e  xepiov,  jerào  invecchio  yvip-  e 
yepà^tó  (y/ipàtó),  nero  acqua  vvic-  e  vspóv,  zero  duro  ^rip-  e  ^epó?, 
plerónno  io  maturo  TiV/ipóvoi  (-ów),  kamateri  giorno  di  lavoro  xa- 
l^ocT-zipà  ri[x£pa,  kamaterùddia  'nuvolette  che  nelle  giornate  calde 
di  estate  si  alzano  dalla  parte  del  mare  ed  annunziano  pioggia 
vicina'  *y.ocuf7.aTYipo6)^ia,  sidero  ferro  ctSric-  e  cuìspov,  àplero  im- 
maturo *àx'X-/ipo;,  tutti  esemplari  in  cui  F  vi  sta  innanzi  a  p;- 
inoltre:  angremmizzo  precipito  re.  syx.psy.viì^w  (/.pyipi'Cw)  col 
derivato  àngremma;  ed  emàpesa  azzipòresa,  allato  a  emacia 
azzipória,  aor.  di  mdpènno  zèro,  n.  9.  Ma  in  énnesa,  aor.  di 
n(^J5o,  si  continua  rÉ^  =  -/i  tonico,  n.  9.  35.  u  =  'n  innanzi  a  1  (cfr. 
n.  22):  vupulia  vacca  ^(iouOyi'Xsia  less.,  iw^m  'avversione,  odio, 
nausea'  col  verbo  zulónno,  'Cvìlia  (^vi'Xo:)  ecc.,  Mavrópulo  n.  fond., 
allato  a  mavròpilo  n.  33.  36.  (a^  =  '/i  finale:  iaZa  strido  "(àV/i 
less,,  damala  giovenca  Say.àV/i,  villa  *^<jìk'n  n.  12,  kàmpa  bruco 
re.  xàfjL^iYi  e  y-à[A'>7ia,  vràsta  febbre  cipr.  PpaGTvi,  i^sto  caldo  re.  *(£- 
cT'fl  e  "CécTTa,  skhpra  ortica  re.  àT*Cr/:viSa  (x.vuVr,);  ma  Rómi  Roma, 
aspri  bianca  (e  'cenere')  re.  àcr-p'/i,  megàli  grande  ij.zyà.l-n.  — 
0.  37.  Di  rado  riflesso  per  a  (cfr.  n.  160,  169  e  Arch.  I  105):  o 
manakJió  solo  (cfr.  [xavn/ó?  Cypr.  336)  p.ov-,  rakkatizzo  tossisco 
"Ppoy/.aTi'Cco  less.,  karrastò  polverio  x-opvia/.TÓ;  (/.oviootó;)  ;  e  forse 
piazzi  fiocco  *9'Xo):/Jov  less.;  38.  i=o,  per  assimilazione  regres- 
siva :  zihkinia  camicia  da  uomo  {zikkìni  a  Roch.),  se  è  =  *t(^o/i- 
v(a  ecc.  less.;     39.  e  =  o,  ancora  per  assimilaz.  regress.:  ajenneró 

34.  cndf.  khameddó  basso  ^a^«v)>ó?,  Aaww'eweVa  fa  giorno  re  v.avet  ^iiépx^ 
Maddaleni  MayJa^vjvìi  ;  a  «e  vràsta  dalla  febbre  re.  «ttò  r/jy  /3/)à(TTav,  «e  sjJeVa 
stasera  re.  TauTv;[v]  T-^[v][l](77r£/oav,  ove  f?e  è  proclitico;  mi  ivre  che  tu  non 
vegga  re.  'jv.  [>-h  'fi\>p'oz,  mi  trésese  che  tu  non  corra  re.  va  [ih  rpé^:n?',  cfr.  i 
num.  18  e  24  in  n.;     roch.  e  rfr.  kliamiddó. 

36.  rfr.  zénnulo  puzzolento  *ò?«ivvj>oc  less. 

37.  endf.  raghègo  io  pago  re.  jooyeuw;  roch.  Iiharap'ia  allegrezza  *xa- 
/joTTt'a  less. 

39.  rfr.  A'jerròkho,  Ajelléo,  n.  fond.  (S.  Rocco,  S.  Leone). 


10  Morosi, 

acqua  santa  aytov  vsp'óv,  invece  del  mgr.  e  re.  ayiaTj/.a  (otr.  ajóm- 
ma).  40.  u=o:  kuéci  acino  re.  •/.oy.yJ.ov,  afudào  ajuto  pelop.  pouOw 
(PoYiGfw),  hlupànni  'pannilino'  dimin.  del  re. /.[wjXÓTravov,  tulu- 
pédda  n.  22,  luvt  -r'tci  'guscio,  baccello'  re.  XculEiov  (ló^oi),  kulu- 
vrizzo  n.  17,  kuriipi  V.op-j-tov  n.  4,  simghizzo  detergo  re.  Toouyy- 
(Tooyyi^w),  rumbidi  raonticello  di  forma  conica  *^ouJ^o'Aiov  (efr. 
re.  §ójàp3c"Xov,  ant.  §ój/,po;,  rombo),  muskàri  vitello  p-o'^X"»  ^urtali 
re.  p.o'jpTàpcov  (mortarium);  vurvupum'a  n.  19,  viirfuràda  cali- 
gine *(iopPopàf^a  less.,  doppio  esempio;  kàvuro  granchio  re.  x.à[^o'j- 
pa?  (-/càfAopo:),  e  finalmente  vutumo  frutex  palustris  (Po6tou,ov).  — 
w  0.41.  o  =  f,o,  che  è  la  regola;  p.  e.  foni  voce  owvr, ,  pimonia  bica 
di  grano  Or,f7.covia  -ovia,  ^omz  pane  ócoi^.iov.  42.  it  =  co  con  più  fre- 
quenza che  ne'dial.  otrant.  e  nello  zacon.;  così  alupùda  volpe 
re.  òiìXìXi'TZ'yJ  (àlw-r,;),  kufò  sordo  re.  /.woó;  kouoó;  (/.coooc),  mw- 
diàzzo  dentibus  stupeo  aL;j.wS'.à^w  (-lào)),  piilào  vendo  -rrcoXéco, 
pulàìH  puledro  e  puddàci  uccello  re.  t^ouI- =  xMlàoLov  e  7rw).àx.iov, 
skuria  ruggine  e  skuriàzzo  irrugginisco  re.  g/.o-j:-  (cr/.fopta), 
purrò  mattino  re.  Troupv-  (-pwivov),  arrustia  malattia  e  àrrusto 
malato  àp^wTTiy.  ecc.  efr.  n.  12;  ajùlupo  n.  3;  -urne  -usi  = -(»[j.tv 
-w(7i,  1.  e  3.  pi.  pres.  cong.,  p.  e.  na  liume,  na  liusi  re.  va 
luGcoaev,  va  >.'j(jo'jv,  efr.  n.  12; —  finale:  kàtu  giù.  zaTw,  ajp«m« 
su  sTtàvco,  apissu  dietro  ò-itìo,  óssm  stm  ed  ó^;:rit  £';w  n.  7,  ó^te 
ouTw:;  ma  kàotte  di  dietro  v.aTwOòv,  ed  apànotte,  óssotte,  ecc.  — 
43.  ^  =  co  solo  in  àtrepo  {àìitrepo  Otr.  162)  àv^poi-o:.  44.  An- 
che qui  il  solito  espandimento  in  aguó  uovo  e  asti  orecchio, 
ditt.  re.  aòyóv  e  aÙTiov  (=wov  e  où;  ònóq).  Dittonghi.  45.  Iniziali 
dileguano,  n.  162;  mediani,  suonano  di  regola  come  nel  re. — 
46.  Singole  divergenze:  i  =  xi  in  ciniirghio  nuovo  re.  /.aivoupyior, 
efr.  n.  31  ;  -  a  =  si  in  zalistiri  naspo  *è^si'Xr/.T-npiov ,  efr.  il  cipr. 
à.7ztCkv/Tzov  pel  re.  TuT^'.yàSiov  ;  -  u  =  z'.  in  aposurónno  faccio  sco- 
lare i  panni  bagnati  [nv.oioi  exsicco)  e  in  lutrujla  la  Messa  (efr. 
^.ouTop'/viy.  Cypr.  333)  >.£'.Toupyi7.,  allato   a  Litrivio  n.  fond.,  efr. 

40.  roch.  kurraftó  =  bov.  karrastó  n.  37  (efr.  M  =  a,  n.  17);     cndf.  dumd- 
da  -  b.  ddom-  settimana  i^Jo/:/-,  efr.  num.  32  n. 

42.  chor.  di  roch.  arrostia  e  arrosto'^    roch,  óto. 

43.  cndf.  otesi  oùtwo-i'. 

46.  roch.  e  gali,  silistiri'^     chor.  di  roch.  lutri'jia  (efr.  lutrikia  e  lu- 
tria  Otr.  160). 


Dial.  romaico  di  Bova.  Consonanti:  >«.  11 

n.  22  e  35;-  e  infine:  e-oi  al  n.  13;  u  =  qi  innanzi  a  labiale  in 
cumùme  dormo  x.ot[Aào[Aa'.,  cfr.  n.  22. 

Consonanti. 

K,  47.  Intatto,  con  suono  gutturale,  innanzi  ad  a,  o  (w),  ou: 
kàstano  castagna  xàcTavov,  liònida  lendine  re.  x.óvi(^a.  allato  a 
xovió;  (/.óvi;),  kòlo  y-oìko;,  hiinduro  n.  10;  lekóti  n.  14,  plàka 
pietra  grossa  e  piatta  -kIólkcc,  pléko  -urne  -itsi  intreccio  ecc. 
7w>.£/.w  ecc.,  Uko  lupo  lù-Ao;.  48.  Unico  es.  di  kJi=y.:  akharia  son- 
nolenza, se  è  *[à]xapta  less.  49.  Intatto,  innanzi  a  >.  e  a  p  :  klànno 
rompo  (xAàco),  kladi  ramo  xXaSiov,  klicti  chiave  ySkzi^iov,  kléo 
piango  vSkcdoì,  klópo  torco  x'XwSw,  klupànni  n.  40;  trakló  n,  30, 
éklasa  ruppi  hXy.oy.,  éklo  piangevo  {z'/Skvm^)  ,  ecc.  ;  kràzzo  chia- 
mo xpà'Coj,  kripàri  orzo  xptG-,  kremastó  appeso  y.^ty.-,  krommidi 
cipolla  /-po[x[x6Siov  (-/.pó[i,t;i.uov),  krunno  suono  xpouw;  ékrazza  chia- 
mai sxpa^a,  makrio  lungo  [xa/cpó;,  ecc.  50.  Solo  in  gliidio  n.  12, 
onde  gludiàzzo,  e  in  agrùstaddo  n.  4,  è  gl  =  ySk.  Qui  è  dunque 
eccezione  ciò  che  è  regola  nel  re.  51.  Ma  qui  pure  abbiam 
sempre  ng  =  y/,  come  è  nel  re. ,  benché  nella  scrittura  non  vi 
appaja  (cfr.  n.  82  e  102).  Cosi  :  angalia  abbraccio  re.  àyxaliK, 
dangànno  mordo  re.  ^ayxàvw  (Sà/cvoi) ,  àngremma  n.  6,  ecc.  ;  e 
analogamente:  en  gaio  è  buono  re.  slv'xaVJv,  me  tin  gefalih 
gàtu  colla  testa  giù  re.  jxè  ttiv  -/cs^aV/iv  xàrco,  p?en  gàljo  'più 
meglio'  7:'Xi[o]v  yJjXk<m,  's  Un  Olisti  alla  Fontana  (ySkziG'z-'(\,  or- 
mai ridotto  nel  bov.  a  nome  proprio). —  Ancora  e  g-/^  innanzi  a 
(i  vocalizzato:  guàddo  traggo  fuori  hyJ^cùCk(ù,  guénno  esco  èx^ai- 
vw,  gualìzzo  carreggio  re,  -/.[ouJI^aXL^oj.  52.  S'ha  inoltre  vf?=*yS 
=  ■/>§  (Otr.  104):  vdérro  scortico  re.  ySépvco  (s-/,S£po:));  cfr.  n.  74.  — 
53.  di'fo  io  mostro  non  dev'essere  =  *S£i/w  =  Ssixto  (Ssavuiy-t) ,  ma 
bensì  una  riduzione  di  *difno  (che  è  dell'  otrantino)  =  Seó/vw 
(donde  a  Roch.  dihJio  io  appajo),  come  vafo  tingo,  re.  id.,  kléfo 
rubo,  ^r//b  nascondo,  sono  riduzioni  di  va  fio,  hlófto,  krifto, 
^y-izzo),  xXé-TO),  xpuTTTTO).  Del  •/-  di  x,T  e  /.o-,  V.  il  n.  110.  KE 
KI.  54.  Il  X  di  queste  formole,  qual  pur  sia  la  ragione  etimo- 
logica dell'e  0  dell' z,  si  fa  di  regola  e:  citrino  giallo  xixptvoc, 
cicidi  'bacca,  grano,   spicchio'  re.  x-flx.iSiov,  doppio  es.,  civérti 

48.  cndf.  aleJihà[n  =  ho\.  [a]lehntt,  ah]i('f)[jia-h.  aJiàlìpia  re,  ÌììxO-  (x/.uvBtx). 


1 2  Morosi , 

n.  20,  cinigào  ib. ,  cilia  ventre  ico-Aia,  cino  èy-s'ivo;,  cinòmio  tra- 
vaso (x-o',vów),  kucci  '/.oxyJ.o'j,  glicéno  addolcisco  e  glielo  dolce 
yXu/taivw  ecc.,  f)eléci  scure  ttsT^sxiov,  ?/ci  lupi  Xu/.oi,  cefali  --ai  testa, 
ccW  cera  /.-/ipiov,  còndri  innesto  xévTpcov,  ce  '/cai,  cé'o  brucio  y.aiw, 
kalocàri  estate  re.  x-aT^o/.aipwv,  curiaci  e  cumùme  n.  22  e  46.  Cosi 
è  spesso  palatale  il  /.,  nelle  stesse  formole,  fra  i  Zaconj,  i  Locrj, 
gli  Ateniesi,  i  Beoti,  i  Cretesi  e  i  Ciprj  (Deffn.  266).  55.  Fanno 
eccezione:  filikin.  S7,eprikéno  amareggio  *'À:pt/,aivo)  =  TCtx.p-,  allato 
all'agg.  pricio.  E  ne'seg,  esempj,  di  formola  àtona,  il  /,,  susseguito 
da  un  /  sottilissimo,  è  rimasto  come  a  mezza  via  tra  il  suono 
guttur.  e  il  palat.  :  kjeró  tempo  xaipó;  (allato  a  kalocéri  s.  cit.) , 
kjiddio  curvo,  torto  x.'j"XVj;;  [fendìkji  spiraglio  nel  tetto  per  dar 
passaggio  al  fumo  o  all'aria  e  alla  luce  =  *fendiki  =  re.  «psyytTvi;], 
e  nella  flessione:  plékji  e  plèkjete  tcIsz-sis  ecc.,  stékji  e  stèkjete 
re.  cTr/,£t;  ecc.,  n'afikji  e  n'afikjete  re.  v'àcpix,-/]?  ecc.,  emhìkjina 
ed  eguikjina  n.  283. —  Ancora  avvertasi  lo  zz  di  ézzero  =  z\ì- 
jcaipo;  n.  111.  56.  Notevole  prekópi,  albicocco,  cioè  'praecoquus' 
mgr.  TCpar/cóx.xaov  Diez  less.,  ma  non  oserei  affermare,  senza  ulte- 
riori argomenti  di  prova,  che  qui  v'  abbia  un  esempio  per  la  nota 
equazione  p  =  Au.  57.  È  raro  il  caso  di  g  =  -/.'..-:  fagàcta  bratto 
di  terreno  coltivato  a  lenticchie'  quasi  *cpax.-/iàSa,  kugàci  bitor- 
zoletto  *x.ou/,/.'.à>','.ov  (cfr.  kucól  n.  54,  e  Otr.  102).  68.  Ma  dopo 
nasale,  come^  =  ^,  cosi^=c:  ongla  oncia  mgr.  e  re.  oòyyià  (uneia), 
ungàri  uncino  (*òyx.iàp'.ov) ,  me  Un  gefalin  gàtu  n.  51,  ecc.  — 
69.  Da  se  procedesi  poi  a  s:  sépi  copertura  c/.s-jtyi  col  verbo  se- 
pazzo,  as'idi  otre  àc/iSiov  (à(7/-ó;),  vosào  pascolo  "poa/cjàco  (pócy.w) 
e paravosia  i^aisinra.,  parasogui  n.  32;  iso  ombra  re.  'ìg-zm^  [GyJ.v.), 
damàsino  prugna  SafxaTy.Yivóv,  kósino  crivello  /.óocivov  (v.  Otr. 
103,  8). 

X.  60.  È  kli,  vera  aspirata  gutturale,  innanzi  ad  a,o(co),ou*: 
kjiàmme  a  terra  x.a[xa{,  Kliàraka  Burrone  n.  fond.  (/àpoc^), 
kUarti  carta  /apTiov,  kUòra  paese  x.^?°'-»  kliórto  erba  /ópxo;, 

55.  Per  il  bovese  perciMa  persico ,  che  appare  di  base  italiana  :  e  n  d  f.  e 
gali,  percucia.  Ancora  cndf.  embicina,  eguicina;-  roch.  filicia  —  h.  -iki. 

57.  g  =  c  iniz.:  cndf.  guvérti-h.civ-. 

60  *.  Il  gh  de'  Saggi  bovesi  pubblicati  dal  Witte  e  dal  Comparetti  non  è 
altro  che  uno  spediente  usato  da' nativi  per  esprimere  la  forte  aspirazione 
del  X. 


Dial.  romaico  di  Bova.  Consonanti:  7.  13 

khùma  e  kjiùnno  n.  12;  kìialào  'rovino,  guasto'  yoi.\v.bì^  kjio- 
ràfi  podere  Esich.  e  re.  ywpàrpiov,  kliorùo  contengo  ycopsw;  là- 
kliano  cavolo  }^àj(^avov,  tréhlio  corro  Tpé^co,  rùkjio  roba  re.  §02- 
/ov,  ecc.  61.  Un  solo  es.  di  f=/:  foréguo  danzo  -/copsów;  cfr. 
Cypr.  265:  y'Xri^còvt  =  yXT,j(^-  pXin/ojv  class.  62.  Intatto  è  ancora 
dinanzi  a  ).  e  a  p:  kìilio  'caldo,  tiepido'  /lió;  (^■^ly.^óz)  col  verbo 
kliliéno,  eklirìzzo  /.pfi^w,  klirisàfi  /.puc-,  Kliriatò,  kJiróno  anno 
ypóv-,  klirondò  grosso  /ovSpó?.  63-4.  Ma  è  k  dopo  e:  askàdi 
fico  secco  l(7/àS-,  Paskaìda  Pasqua  re.  naajr-,  'paskàli  ascella 
l/.x(jyjù.ri,  muskàri  [J-oa/-;  e  dopo  p:  érkome  zoyoy.xi.  Del  /  di 
y^O,  V.  il  n.  110.  XE  XI.  65  (cfr.  n.  54).  Innanzi  a' suoni  i  ed 
e,  il  /^  si  riduce  a  Jl:  liinno  p^^w,  Kira  vedova  jj\^cf.,  Mio  lab- 
bro jtù.0^,  Jiiro  peggio  /eTpov,  Rézzo  x,s^w,  liéri  mano  /Jpwv  (/sip), 
paKéno  ingrasso  Tra/aivco;-  oppure  a  7i/  (quasi  Jis):  lijóni  neve 
y^tóvwv,  vrahjóni  braccio  [ipay^tóv-,  nei  quali  è  veramente  un  j 
etimologico;  alijéddi  anguilla  re.  àyiX'.ov  [z^yzlu;),  Jijéri^yi^'.ov 
(come  hih^i  testé  addotto)  col  valore  del  re.  yz^oulio^  manico, 
aJijcndra  vipera  maced.  ò/svSpa  =  èy jSviov-  (à'yiSva)  ;  e  sempre  cosi 
in  sili,  atona,  preceda  0  segua  l'accento:  lijimòna  inverno  re. 
yzilLOìvxc,  Tijer  ameno  allegro  ycctp-,  Jij  erette  io  saluto  x,y-i.p-,  alite- 
ranno n.  15,  àlijero  n.  24,  iréJiji  e  tréJijete  Tpé^^ei;  -sts,  éJijia 
versai  tyyoT.,  ecc.;-  cfr.  s  =  y  ne' dial.  otr.  105,  ne' dial.  zacon.  e 
ciprio,  di  Amorgo,  Calimno  ed  Astipalea,  ib.  e  Defi'n.  247.  — 
66.  Un  solo  es.  di  p-y^  in  mupiàzzo  ammuffisco  e  mùpiamma  n. 
verb.,  re.  iJ.ou'yy,iaI,oì  ecc.,  rimpetto  a  mùkJia  muffa  re.  [j.r/jyl'x. — 
6.7.  Si  arriva  poi  normalmente  a  si-ayi  (cfr.  n.  59):  sizzo  spacco 

61.  rfr.  e  cndf.  fardo -hov.  kliordo;  cndf.  na  /lappò  che  io  mi  riscaldi 
=  b.  na  klilajìpó  i-c.  va  ^)itizv9w;  cndf.  e  rfr.  Rofùdi  n.  loc.  (e  Rifùdi 
trovo  in  una  buona  carta  corografica  della  provincia,  di  vent'anni  or  sono) 
=  b.  Roklnidi.-  E  di  certo  anche  Rondo  furi  n.  loc.  altro  non  dev'essere  che 
♦Kgv-o^oj/diov  'quel  [villaggio]  che  è  vicino  a  Bova',  che  ancora  è  detta  Klìóra 
città'.  Formazione  analoga,  e  ancora  con  f-x,^  Kataforio-S.  Agata (S.  Agata 
in  Kataforlo),  fra  Gallina  e  Cardeto,  più  in  giù  di  Cardato,  che  chiamavasi 
kliorlo  (villaggio)  nel  greco  di  quei  luoghi  (laddove  Gallina  era  la  hlìóra). 

65.  gali,  lljéri  pi.  Ujéria  mano  -ì;joniizi,  allato  a  hjóni,  =  hov.  lijoìiiiSi. 
tréi  =  b.  tréhji. 


'  Kovroxwpi  chiamano  oggi  in  fatti  un  villaggio  a  cinque  minuti  da   'Vipv.,  capoì 
(leir isola  di  Thera  (Bursian,  Geographie  von  Griechenland,  II  528). 


14  Morosi, 

«T/^(^w,  sinl  'giunco,  corda  di  giunco'  cyotvi'ov,  sinùri  lentisco  a;^i- 
vàptov,  àsimo  brutto  a'j/np;  (7.G/ri;xwv),  ecc.  68.  Ma  -rh-  =  -^y-: 
arkidi  òp^^iStov  (opx.i;) ,  come  al  n.  64  ;  e  nell'  aìijerónno  testé 
allegato  (n.  65;  àoy-)  deve  il  p  esser  caduto  prima  che  potesse 
influire  sull'aspirata. 

r.  69.  Intatto,  con  suono  gutturale,  innanzi  ad  a,  o  {o>),  ou: 
gàia  latte  yàla ,  gónato  ginocchio  re  yóva.Tov,  gùlo  gengiva 
re.  youXov;  rigào  ho  freddo  ^^y^w,  agcqn  e  agapla  amore  -ri, 
tigcmi  padella  Tviyàv-,  zigó  giogo  (gen.  izp'M)  ì^uyó;,  trigoni  tor- 
tora Tp'jywv-,  (5/7(5  io  èycó;  prtp^o  ghiaccio  r;àyo?,  Ugo  poco  òliyo;, 
riga  re  re.  ^-hya;,  ^r/'f/o  vendemmia  Tpuyo;  (Tp6y/i),  na  /"/r/o  ch'io 
fugga  re.  va  ^jyco,  an'igo  apro  àvoiyco,  maga  grande  yiya:,  ?(5^o 
parola  Vjyo; ,  trògo  e  trógusi  mangio  ecc.  Towyoj  ecc.  ;  éfaga 
mangiai  re.  è'^aya ,  pèlago  allagamento  Tuélocyo; ,  éfìga  fuggii 
re.  è'^uya,  àlogo  cavallo  re.  àXoyov.  70.  /i  =  y  è  in  kumha  tasca 
*you[y.7ra  =  ragr.  e  re.  7:o6yya,  kungulizzo  n.  17,  splkoma  spago, 
legacciolo  {sfigoma  Otr.  167)  G(piy[o]|/.a ,  fiikoma  nero  fumo  (efr. 
re.  cpouyó;  lumiera);  71.  kJi  =  Y  in  kJiorr'rzzo  compro  àyopà'Cw; 
e  in  astralàklio  rotella  del  ginocchio  àcrTpàyaTi-o?;  e  ancora  efr. 
il  n.  84  n.;  72.  f^y  in  zaforéguo  confesso,  da  zakhor- r=  tlcc- 
yopsuw.  73.  Intatto,  innanzi  a  "X  e  a  p:  glòssa  lingua  ylóìGccc, 
glicàno  yXoxatvoj,  aor.  egl'icana  ;  grafo  scrivo  ypà^poi,  impf.  àgra- 
fa;  gróppo  pugno  ypóvOo;;  ecc.  74.  Assimilato  a  S  in  amld- 
dalo  mandorla  àp.uySaXov,  Maddalini  My.ySaVriVYi ;  e  all'incontro: 
vdérro  n.  52,  efr.  n.  75.  75.  Manca  il  y,  fra  vocali:  in  pào 
[OJTràyto  io  vado,  [na]  fào  ch'io  mangi  [va]  «pàyco,  come  in  tut^e 
le  altre  voci  del  rispettivo  loro  tempo;-  dinanzi  a  1:  in  ligu- 
r'iii  *yX'j/.up^fCtov  = -'jp^'.^ov,  dove  però  non  è  improbabile  un'in- 
fluenza dell' ital.  Uigorizia,  regolizia',  e  in  azzilistrào  re.  ^ey- 
■XuGTpàw  sdrucciolo.  Per  la  base  y;/.,  siamo  poi  alla  precisa  ana- 
logia dell' uy.  (vm),  che  fu  considerato  al  n.  28,  dove  è  anche 
da  ricordare  il  n.  52;  quindi:  dràma  covone  (f^pày(j,a),  pràma 


70.  cndf.  koràzzo  -  b.  khor-'-  pendékome  mi  pento  (allato  a  delégome  mi 
raccolgo,  kurégome  mi  toso,  ecc.),  dove  il  g  di  -èguome  si  dissimila  cosi  dalla 
media  della  sili,  precedente;-  krambi  suocera  =  b.  grambi  yy.upp-rì\  ahro- 
nlzzó  riconosco  =:  b.  annor.  *-//3wviToj  =  '/vw^o-. 

71.  gali.  Menato  -  b.  gón-. 


Dial.  romaico  di  Bova.  Consonanti:  y.  15 

cosa  Tpàyij-a,  spàma  uccisione  crcpàyfxa,  apovràma  *apovràgma,  da 
apovraìnizzo  Ti.  32,  rèma  n.  lì;-  strammcCda  lampo  ^àaTfoty^w.-, 
animméno  aperto  ^àvoiyyivo;,  delemméno  raccolto  *^ia>£y[jivo;, 
ecc.,  rimmata  'getti,  polloni'  re.  p-yp--,  rémma  rutto  (è':£'jy;j,a), 
prósfamma  'comando,  commissione'  77pó<7Tay[xy..  —  Cfr.  TTpàp-y-KToc 
di  Sira,  e  lo  zac.  ^óaaàp'//.:z  =  ^suyjx-  Deflfn.  252;  e  fors'anco  an- 
norizzo  yvwpiì^oi.  TE  ri  ecc.  (cfr.  n.  54).  76.  Il  y  ha  in  queste 
formole  lo  stesso  suono  che  ha  in  Grecia,  c'ìo'q  j:  jicli  (cfr.  ijia 
in  questo  stesso  num.)  caprio  [alJyLSiov,  jinéka  donna  yuvaixa, 
jinnó  -f^iJ^yó:;,  Jitonia  vicinato  ysiTovia,  ji  terra  yvi,  jénome  'di- 
vento, nasco'  *yÉvo7.7.i  =  re.  yiv-,  jélo  riso  ysXoi;,  'jèro  vecchio 
yipo;  (yfpoiv),  jéno  io  risano  uytaivw,  ijia  (pron.  ijghjia,  e  simil- 
mente: jghjidi-'jidi  qui  sopra  addotto)  salate  uytsix,  flojizzo 
abbrucio  le  stoppie  ne' campi  dopo  il  raccolto  cp^oyCCco;  plaji 
{plàjghji)  campagna  in  declivio  ->.àyi[ov]  'fianco',  e  similmente 
Riji  Reggio  'PYiyi[ov],  katòji  e  anóji  pianterreno  e  piano  supe- 
riore della  casa  -/.y.Tcóy-  e  àvwy£i[ov],  Ehristójenna  Natività  di 
Cristo  Xpic7T0'jy£vva,  ecc. —  Innanzi  alle  combinazioni  dtone  -ia 
-te  -io  -iu,  come  in.  J alò  lido  [y.ijyuxló; ,  ajo  santo  àyio;  e  ajen- 
neró  n.  39,  2^^('ja  pi.  di  p?«J^  s.  cit.,  l'jo  uy^o;  (Oys-.-n:),  <^JcìJ?ia 
risanai  uy.y.va,  fójm  parole  re.  lóyia,  è  lo  J  alquanto  più  sottile, 
quasi  ;,  ma  non  senza  qualche  lieve  strascico  di  suono  guttu- 
rale.- Il  ci  di  ortici,  quaglia,  risponde  al  /.i  di  òp-ru/cov  che  è 
pur  del  re.  allato  ad  òpT^y-,  77.  Ove  poi  preceda  nasale,  anche 
tra  voce  e  voce,  suona  gutturale  pure  il  y  delle  formole  consi- 
derate nel  precedente  numero;  quindi:  nghizzo  tocco  syy^'Cw, 
singheni  cognato  cr'jyysvr.;,  spingili  stringhi  'roiyysi;;  's  ton 
ghiaia  al  lido;  ecc.  78.  Così  anche  dopo  p,  in  arghia  festa 
àpyia;  ma  cinùrio  nuovo  re.  /.aivojpio;  >ta.ivo'jpyio;.  V.  ancora  il 
num.  76  in  n.  ■ 

T.  79.  Di  regola  intatto,  iniziale  e  anche  mediano  tra  vocali  : 
tafl  tomba  *Ta(pLov,  tamissi  caglio  *Ta[7.i'7'.ov,  tinàsso  scuoto  t:- 
vxGóco,  tèssera  'zìggv.^x,  tosso  tanto  tÓ'to:,  tulupédda  n.  22,  tùto 


76.  cndf.  platéUise  tu  parli  *nly.[/.i]ré-y-ei?  (-euet;)  less.,  tróUise  tu  mangi 
T/joV/etj,  rimpetto  a.  piate go  e  trago,  ecc. \  roch.  meVia  =  b. Jm-;  e  sempre 
./  schietto  negli  altri  es.  del  n.  72:  plc'ija,  ecc.,  come  in  vjénno  re.  /Syatvw 
-^  b.  guénno  (imperf.  cfghcnna;  cfr.  n.  76-7);     cbor.  di  rocb.  vjinnó  yu/xvój. 


10  Morosi, 

questo  toOto;  (~o"ji:o;),  doppio  es.  ;  metapàle  n.  18,  katurizzo 
•/.otTouprCw,  pomata  'opere'  uomini  che  lavorano  a  giornata  nei 
campi  OI(;.aTa,  piati  pi.  piate  spalla  -e  ■:TAàT-/i  -ai,  màti  grem- 
biale (a  Roch.  gonna)  Iu-òìtiov,  hàiu  x-àra),  triti  martedì  re.  t^ityi, 
pàti  dille  re.  [sìJtvs  tyì;,  potè  allora  ttóte;  ecc.  80.  Aspirato, 
come  nel  re,  in  mepàvri  dopodimani  (ty.eTauptov) ;  e  ancora  in 
mepému,  mepésu  ecc.  'con  me,  con  te'  *i7.£toci-[xou  ecc.  291,  e  vur- 
vitpunia  *(^ok'^ixivix  n.  19.  81.  Iniziale  ridotto  a  media,  per  dis- 
similazione: detràdi  mevcoledì  re.  TSTpàSvi  ;  -  fra  vocali:  skadà 
sterco  GxaTa,  zemadàri  bugiardo  re.  ^z[ua]ixxi:ÓL^'n;,  foràda  giu- 
menta re.  oo^T-TOL,  spidi  casa  re.  [óJttcitiov.  82.  Sempre  è  poi, 
come  nel  re,  nd-^-^  (cfr.  n.  51  e  102):  cendào  io  stimolo  xsv- 
Taco,  andi  subbio  àvTtov,  pendmta  cinquanta  TCsw/i[x.o]vTa  (dove 
si  dissimila  col  mantenersi  uno  dei  t),  apandénno  io  incontro 
àTiavTaLvw  (-àoi),  kondó  vicino  /.ovtó^,  panda  sempre  re.  7:àvT0- 
T£?,  A'Jo  Lavréndi  n.  loc.  S.  Lorenzo  "Ayio;  Laupivrio;,  dòridi 
dente  [òjSóvxiov,  -ónc?«  =  re.  -'>vTa[?]  desin.  del  pcp.  pres.  ed  aor. 
(p.  e.  Mónda  >'-'XaL0VTa[?],  zitionda  'CriT-h'70VTa[;]),  -owc^e  = -ovrat 
-ont/o  = -ovTo  alla  3,  pi.  del  pres.  e  dell' imperf.  medio-pass.  ; - 
-?i(Zr- = -vrp- :  andrépome  mi  vergogno  èvTpsTuofAai ,  céndri  inne- 
sto *)'ivTptov,  ecc.  83.  Ma  dopo  p  qui  è  sempre  intatto:  kJiarti 
y^cc^zio^,  marti  re.  ij.ao-io;  (martius),  kJiórto  yó^'^o;,  kliortazzo 
sazio  ppraCco  (otr.  kor dònno  ecc.,  105).  Cfr.  il  n.  100  e  il  110. 
0.  84.  Iniziale,  è  di  regola  p:  pàlassa  mare  9àV,  pio  zio  Qswc, 
jf)^^o  voglio  0£Xco,  j^(?ro  messe  6£po;  col  verbo  perizio,  ecc.  ;  e  così 
mediano  fra  vocali:  kripàri  orzo  x.p'.9àpLov,  spapi  asta  di  ferro 
c-aOiov,  kapiinno  siedo  x-aOr(w,  epélia  volli  -/ìGiV^aa,  mapénno 
re.  (j-aGaivo),  pepéno  muojo  re,  àTuaiOaivco,  paraj)òli  T^apaOupwv,  ?2a 
s^fl^J^ó  che  io  stia  re.  va  GTaOo"),  kaparizzo  purifico  xaGapiì^w;  tìjpt^- 
pana  aor.  di  pepéno,  -{pina  -ipi  ecc.  =  --/lO-ziv  -viO-fì?  ecc.  desin.  aor. 
pass.,  népo  vóGco,  klòpo  vSkà^iù,  ecc.  85.  (f  =  9  in  afudào  ajuto 
[ioT,0£oj  (/Zftó  Otr.  107),  dikJiatéra  figliuola  OuyaTspa  (cfr.  n.  71 
e  121);  dove  sorge  il  quesito  se  si  tratti  di  aspirazione  tras- 
posta 0  non  piuttosto  di  una  dissimilazione  di  figure  anteriori 
con  duplice  aspirata.  E  queste  figure  appunto  si  ritrovano    in 

80.  cndf.  leklidpi  ::ih.  lekàti\     gali,  sipóvlipi  scalzi  é^uizólvroi. 
SI.  cndf.  delónno  avvolgo  (bov.  tilizzo  tu^-),  allato  a  teligo. 
84.  roch.  pigatéra,  intatto;     vfv.  pikhatéra,  gali,  afupdo. 


Dial.  romaico  di  Bova.  Consonanti:  ^.  17 

varietà  circonvicine  (v.  la  nota).  86.  Nessun  es.  di  t-S-  fra 
vocali  (cfr.  n.  92),  tranne  il  riflesso  di  fiuOàco  sommergo,  dove  è 
T  pur  nel  re.  p-ouràco  -io),  allato  a  [Ìu9-  [iouOrCoj.  87.  kJi=Q  iniz. 
(cfr.  n.  92):  kJiarró  impf.  ekliàrro  confido  0ap^:w,  kìiorò  impf. 
ikliorra  veggo  Oojpw  (Oswpéw):  vicenda  quasi  normale  a  Cipro, 
che  ci  dà,  oltre  yap^M  e  /.woóo,  come  a  Bova,  /avaTÓvoi  uccido 
Oav-,  yó.ly.GGx,  /à9Pco  =  9à-Tw,  yzloì^dilcù  ecc.  (Cypr.  418  seg.). — 
88.  /*=9:  /??i^/  femmina  0r,l'jx--/i,  miizzolifia  pietruzze  tonde  e 
piatte  *{y.o'jT'CoXi0ia,  allato  a  muzzolòpia;-  cfr.  jP/t;a  e  fikàri  di 
alcuni  dial.  romaici  =  GviSat  e  9'/iz.àpiov  Deffn.  254;  e  a  Zante  90- 
piSa  =  0up-  (Cypr.  289).  89.  È  sempre  t  lo  3-  che  sussegue  a  /^ 
o  9:  e5^(^  jeri  /9é?,  os^r(5  nemico  £x,^pó;,  stùiìio  faccio  cuocere 
*£99-nvoj  (cfr.  l'ant.  £99ów;  il  re.  i|>-nva),  all'incontro,  si  rappicca 
all'ant.  %o),  artàrmi  n.  Ili,  sif/ra  pidocchio  (99£ip),  ekóstina 
mi  tagliai,  ekristina  mi  nascosi,  è>cÓ99r,v,  £>',pÓ99£v,  ecc.  90.  Così 
è  st  =  G^:  evràstina  mi  bollii  £Ppà'79r,v,  es/s^e  si  spaccò  £<^/J- 
(79-/1,  ecc.;  ^5fe  essere  re.  £lG0a.i,  'este  =  -iGQi  nella  2.  plur.  pres. 
ed  impf.  indie,  med.-pass.  (p.  e.  andrépeste  vi  vergognate  èvrpi- 
TO(J0£);  -ómesta  = -'j[>.z[g]^x  nella  1.  pi.  pres.  od  impf.  ind.  med.- 
pass.  (p.  e.  andrepómesta  ci  vergognamo  £VTp£-óp.£9a).  91.  E 
ugualmente  rt  =  ^B-  (a3-):  vvdàrtina  mi  scorticai  *£><,§àp9r,v  (£;£- 
Sàpr.v),  ^s/r^i  si  tirò  £a6p9r;,  espirti  si  seminò,  si  sparse  ì<jrdo^-i\, 
ejérti  si  levò  'hyi^Brr,  orto  dritto  òp9ó;;  zrta,  nà'rto  venni  ecc. 
re.  Yil9a,  vicenda  non  ignota  al  di  là  dell'  Jonio.  92.  Rimane 
lo  9  di  9p  precedendogli  vocale:  mizhpra  ricotta  re.  ujSCiO^y., 
skiipra  ortica  *àT!lix,vi9pa ;  ma  all'incontro:  dastilistra  ditale 
Sa.x.Ti»AY,9pa,  in  causa  del  s  intruso;  àtrepo  ('antr.)  uomo  àv.S-pw- 
7:0;;  ostro  n.  88.  93.  /j/j  =  v5,  dove  è  da  ricordare  il  normale 
dileguo  del  v  di  v5  fra  il  volgo  di  Grecia  (Deffn.  276):  -àppina 
-àppi  ecc.  = -àv9r,v  -x^H;  ecc.  nell'aor.  pass,  de' liquidi  in  -yivw 

86.  cndf.  Mamme  =  ho\.  pclmìne  'forse'  *Bó.v,y.u.r,)t  less.;  e  anche  tra  vo- 
cali: estàliina  stetti  eVtkQviv  (ma  efilistina  èyt^-^9>7v,  ecc.,  cfr.  n.  89),  apéliena^ 
aor.  di  [a]pepéno  s.  cit.  (cfr.  cipr.  op'Jiyx.  pò.ypc  -  opihy.  ]3a0o;  Muli.  89;  \>iyy 
=  (izeGów  Cypr.  440). 

88.  cndf.  forò,  iforra;  ma  rfr.  e  chor.  di  rocb.  intatto  : /joj'o,  iporra;- 
rfr.  akàffi  r:  b.  ahàppi  n.  92  (cfr.  Tzx'friux  -  ixàtì-  Cypr.  3G). 

92-93.  rfr.  àprepo;-  roch.  appliio  fiorisco,  aov.  oppia,  x-^OiC/ù  ecc. ;- 
chor.  di  roch.  akàtti  (*akiint-). 

Archivio  t'iottol.  ital..  IV.  "Z 


18  Morosi, 

{zikliràpjìina  mi  raffreddai,  epermàppina  mi  riscaldai,  è'|u/pàv- 
©r.v,  èOcp[7.àvOr,v ,  ecc.,  na  zikhrappó,  na  permappò,  va  ^u-j^^ca- 
0ó),  ecc.);  allappi  spino  re.  àyx.àO-  à-/,à9cov  (ày.àv6tov),  mippa  menta 
(aivOx)  e  kalàmippa  '/.y,l7.'j.i^id-/],  popperò  suocero  re.  tcsO-  (-sv- 
Ospó;),  grópjìo  pugno  re.  ypóOo;  (ypóvOo?)  e  groppi  a  quanto  sta 
in  un  pugno  re.  ypo9Là  (efr.  à09ó;  e  àOGi'Cw  =  àvOo;  -i^o),  ttóQOsv 
=  -ó02v,  Cypr.  370). —  In  kùnduro  VjvOoupo;  x.oO-  (n.  10),  all'in- 
contro, dove  il  nesso  non  è  antico,  ma  è  conseguito  per  epen- 
tesi di  n,  siamo  all'analogia  dei  n.  88-90,  combinata  col  n.  81; 
dove  si  può  confrontare  órminga  tenia  *ilaiy/a  =  s'Xpv9a  (n.  86), 
ant.  D.y-ivQ. —  E  rimarrebbe  di  chiarire  il  doppio  t  di  putte  donde 
tA^z-ì,  ettùtte  di  costà  aJTo^iOiv,  ecitte  di  là  è/.ìlGev,  óssotte  sawOòv, 
òzzotte  £;w9£v,  apànotte  è-ivwOsv,  kàotte  x.àTojQcv.  In  apòtte  di 
qua  *à--wS[ó]-9£v,  avrebbe  il  doppio  t  una  ragione  etimologica; 
e  surto  cosi  organicamente  in  alcuni  di  tali  avverbj,  potrebbe 
essersi  poi  esteso,  per  analogia,  ai  residui. 

A.  94.  Di  regola  è  spirante  (cf),  e  iniziale  e  mediano  tra  vo- 
cali, con  un  suono  che  molto  si  avvicina  a  y,  e  con  v  talvolta 
si  scambia  ne' circonvicini  dial.  greci.  Citerò  dànima  prestito 
^àv£L(7|jLa,  dàstilo  dito  Sà/.T'jXo;,  dizza  sete  Si^j^a,  dénno  lego  Sivw 
{(ìioì),  déndro  quercia  ^i-^^^o^  'albero','  dònno  do  *Scóv(o  (SiSwy.t); 
dòdeka  Scó§-;  kladi  ramo  y,\y.^io^,  pedi  fanciullo  7:xiSiov;  damala 
^xijAl-fi,  dermòni  crivello  di  cuojo  Sspu-óvwv;  pòdi  piede  tcóScov, 
vùdi  e  rudi  n.  10;  ecc.  95.  Qui  resiste,  ed  è  pure  allo  stato 
di  d,  il  S  di  5i7.-:  diavàzzo  inghiotto  *S:arix(oi  less.,  diavén- 
no  passo  S'.a[iatvw,  dianistra  *^ixw.jP^y.  less.  (efr.  adidzzo  tardo 
àSstaCw,  mudiàzzo  n.  42,  pòdia,  vùdia  riidia);  unica  eccezione: 
Ja  (jati)  Sta  (SiaTi),  96.  cfr=Sp;  dràma  xì.11,  dràka  pugillum 
(r^pà^  Spa/.ó;),  idroto  sudore  re.  tSpwTa?  (ma  trapani  SpsTràv.ov).  — 
97.  E  z  =  ì  in  ziìina  face  *Saivr,  (Sai;;  efr.  il  cipr.  à^tva  scin- 
tilla, e  il  n.  175),  e  anche  in  daulizi  tizzone  *^ooAiìiov,  re.  Sa-j- 
>.iov.  98.  In  méddipa  vespa  è  m-  =  t7-  =  S,  v.  il  n.  94  in  nota  e 
il  n.  123.  [99.  zofrdta  =  *axuox^x  n.  17].  100.  Ma  è  la  esplo- 
siva sonora  {d),  quando  sussegua  ad  altra  consonante:  avdédda 


94.  cndf.  e  gali,  vispa -\>o^.  dizza,  véddipa   vespa   oéXktOa.   {Sélhc-^  in 
luogo  del  re  o-«p>j/a),  véndro  =  h.  déndro. 

986.  chor.  di  roch.  sprikhdla  freddo  =  bov.  zihlirdda  re.  ^ny^piSx. 


Dial.  romaico  di  Bova.  Consonanti:  jt.  19 

sanguisuga  flSfXXa,  dclomàcti  éSf^oj/.à^iov,  raddì  ^apSiov;  vdérro 
yMzvo)  (r/.5ipw);  prandéguome  mi  marito  u-ocvSpsOoj^.ai,  spondili 
verticillo  aizov^'Aiov,  khrondó  ^ovSpó?,  andrà  marito  re.  àvSpac, 
aUjéndra  n.  65;  kardìa  cuore,  kardl  cardo  spinoso  (carduus), 
porfiaWo  (cfr.  TvopSzXio;,  -fsSw).  101.  Espunto  in  ;:ar/o  *ezzadrfó 
è^àSsl'po:;  cfr.  «rm  elee,  se  è  da  ^àSp'jta  (^oO;),  e  r=-3  in  arasti 
allato  ad  agràsti  fuso  7.-:à/.Tiov, 

n.  102.  Sempre  intatto,  iniziale  e  tra  vocali:  panda  re.  T^àv- 
TOTs:,  23n^<^  fame  ttsTvz,  pètalo  ferro  da  cavallo  -é-a.lov,  póno 
dolore  -óvo:,  j9m  dove  [ò]-o~J;  metapàle  n.  18,  ttpote  niente  re. 
Ti-oTs,  ecc. —  Ma  è  sempre  b  dopo  nasale,  come  nel  romaico 
volgare  (cfr.  n.  51  e  81):  amhéli  vite  7m~ì1io-j  e  Apàmbelo  n. 
fond.  'Sopra-vigna'  *£-àvw-x;x-slov,  amhònno  urto  e  simbònno 
attizzo  *òa-óvoì  e  'T'jy.-óvoi  less. ,  lambì  traluce  Xày.-s'. ,  kàmba 
bruco  y.ày,-ri  e  arìkambo  zecca  che  infesta  i  capretti  *ào';['p',]- 
x,afA-o;,  ambra  avanti  £p.-pó;  (è'aTìpo'^Osv) ;  quindi  anche:  (iem 
&<;a  non  vai  re.  ììh  Tràysic,  kalóm  bòdi  'buon  piede!'  cioè  'il 
ben  venuto!'  re.  /.'/Aòv  -óSiov,  sàm  bu  allorché  re.  tìv  -o-j,  ecc. — 
103.  a7i  =  7.-[o]  si  riscontra  qui  solamente  nella  unione  eoU'ar- 
tie. :  an  dò  dal,  an  di  dalla,  an  de  mmeri'e  dalle  parti,  ecc. 
=  *:'.-'zòv,  *a-'TYiv  ecc.;  e  sempre  quando  si  vuol  indicare  pro- 
venienza da  checchessia.  Lo  oida  'questi'  (Comp.  e.  xxxv:  mbà- 
tula  7nu  kànni  nda  displégi,  invano  mi  fai  questi  dispregi) 
non  è  per  aura,  ma  è  un  accorciamento  di  tùnda  re.  tojvxtx  , 
che  si  fa  nella  pronunzia  per  ridurre  il  verso  a  misura.  E  tra 
an  ed  '/--[o]  dovremo  certamente  porre  *amp,  per  un'inserzione 
analoga  a  quella  che  lo  zaconio  ci  dà  p.  e.  in  sàmda  -  nvAiJ.r.- 
Tpov  Gx.à'irTp-  (j/,YÌ-Tp-,  0  in  (7/,i;7.tco  =  (t-z-itctoì  Defifn.  247;  e  il  cipr. 
in  avSa,  come  già  a' tempi  di  Esichio,  =  *àafiSa  =  xj-a.  Dunque 
ài7-'TÒecc.,  onde  si  viene  lucidamente  ad  am-tó  an-tó  an-dó 
(n.  81).  Altri  documenti  per  l'inserzione  della  nasale  mi  sono: 
amblìci  capanna,  ricovero  in  campagna  =  avh'ci  *yJAv/j.o^  e  zim- 
bili  sacco  VCs-D.'.ov  less.  Inoltre:  ansénno  cresco,  di  Martano 
(Otr.  Ili),  che  mi  pare  àacp^aivw  =  a'xxivo).  104.  Di  --  è  da  ve- 
dere il  n.  110,  ma  qui  da  addurre  il  caso  di  assimilazione  che 
è  in  petto  cado  {-ìt.xoì)  re.  tts^tco;  cfr.  n.  25.      105.  nn-r,^  in 


105.  roch.  e  rfr.  kavnó  ecc.;   cfr.  ivi  pure:   amivdala^  vdomàdi,  ravdi., 
nura.  74  e  120. 


20  Morosi , 

kannò  fumo  -/.aTivó;,  kannia  fuliggine,  kannizzo  io  fumo;  e  in 
azzuìinào  risveglio  è^uTuvéw;  ma  intatto,  dopo  l'accento,  in  iplo 
sonno  ij-vov.  106.  pl  =  -l  in  plàka  tavola  di  pietra  7:là/ia,  dipló 
doppio  SittXó;,  àplito  non  lavato  *c/.-!zluxo;,  laddove  il  re.  dà  bl. — 
107.  Ma  flùppo  pioppo,  per  il  -Iojtìttìo?  delle  pergam.  italo-ellen. 
del  sec.  XI  =  mlat.  plupus  =  pdpulus. 

4\  108.  Iniziale,  e  tra  vocali,  intatto:  fàdi  tessuto  [u]oàSiov, 
filo  amico  <^ilo;,  fénome  appajo  cpaCvo[j.at,  féno  tesso  [ùjpatvw, 
fèrro  porto  con  me  cpépvco  (-pipw);  fitéguo  ^utsOw,  foléa  nido  <pw- 
\iy.,  foràda  cavalla  re.  (popàra,  foriònno  carico  oopTÓvoi  (-ów); 
efànina  apparvi  è'pàvriv,  hufò  sordo  x-cocpó;  col  verbo  kuféno  as- 
sordo; ^/a^a  scpaya  (-ov),  stérifo  sterile  GTÉpicpo;,  sinnofo  n.  32. — 
109.  k}i  =  o,  in  astàlakUo  grillo  /.[o'jJrà'Xa'py.;  di  Suida,  re.  -y/px;  ; 
cfr.  Pps/o;  =  pps(po;  Cypr.  260,  110.  Costante  è  st,  con  5  Inter- 
dentale,  per  ogni  cpr  di  fase  anteriore.-  I.  s^=ant.  9O:  stira, 
stimio,  ekóstina,  Christina,  cpQeip  ecc.  n.  88;-  IL  s^  =  ant.  uO 
oT  (re.  cpx):  stiàzzo  appronto  *e'jO£ià^oj,  re.  9Ttà(^to;  ekàstma  mi 


107.  rfr.  glùppo. 

108.  rfr.  rasji^i  =  bov.  /as.  fagiuolo  l'C.  fx/ioiiltov. 

109.  roch.  e  rfr.  iarokliàjena=:h.  tirof-  num.23n.;  cndf.  klékho  =  h.kléfo 
rubo  *>'j£'j)w  =  y.),£7rTw. 

110.  roch.  e  gali,  sempre  ft-  per  lo  st  bovese  di  questo  numero;  quindi: 
ftira,  ftinno,  ekóftina;  ftidslo,  eknftina,  ecc.;-  dfto^  aftì,  deftéra\-  ftéra, 
fterò,  f tèrra',  eftd,  vaftisio,  leftó;  dfto,  rdfto,  shdfto,  strdfti,  rifto,  kófto, 
impf.  «/"fa,  èra fta,  ecc.;-  efté,  fténi,  aftipdo,  ale f tdo,  ecc  ;  ddftilo,  frdfti, 
agràfti,  nifta,  pléfta,  aléftora.-  Due  sole  eccezioni:  plékhpra  ^nls-^Opx 
=  ho\.  plésta,  attdlakìio  -  h.  astdl-  n.  110;  la  prima  delle  quali  si  risolve 
nella  mancata  alterazione  di  ''<-'^{'/^)  in  cot,  e  la  seconda  in  un  caso  di  assi- 
milazione totale  regressiva.  Cfr.  rfr. 

amend.  ha  fp-:  fpira,  fpinno,  fpidiéo',-  dfpo,  afpi,  defpéra;-  fpéra, 
efpd,  rdfpo,  kófpo,  ecc.;-  efpé,  màfjjra,  aléfpora,  ecc. 

rfr.  ha  fsp-:  fspira\-  afspi\-  fspérra,  fspokhó  povero  tttw^ó?,  efspd, 
éhofspa,  ecc.  Ma:  oklipó,  plétta. 

eh  or.  di  roch.  ha  fst-:  f stira,  fstinno;-  dfsto,  def stara;-  fstéra, 
rdfsto;-  efsié,  mdfstra,  nifsta,  ecc. 

cndf.  h'à  pt-:  ptira, ptinno;-  àjjto,  apti,  deptéra\-  Jìtérra,  ejìtd,  leptó;- 
epté,  pténi;  aleptdo,  sfiptó  stretto  o-ytxrós  (irijity/TÓg);  e  pur  J5^  in  sili,  àtona  : 
Ppidzzo;  pparó,  dpjio,  rdjìpo,  irapf,  dppa,  èrajìpa,  ecc.;  appipdo ,  doppilo, 
agrdppi,  alépjwra.  Del  rimanente,  tt  in  attdlakho,  nattó  acceso  àv«7r-ó?,  letto; 
e  hKt-  in  akhti,  okJitó,  kóhìxio  ed  impf.  ékokhta;-  cfr.  roch,;  e  bov.  n.  104. 


Dial.  romaico  di  Bova:  Consonanti:  (5)t  (/.t  ecc.),  ?.  21 

bruciai,  ekuréstina  mi  tosai  =  *èx.à'pO-/iv  *è-/.oupsip9yiv  =  è/cauO-ziv  èxo-j- 
p£u9riV,  ecc.;  àsto  egli  'àcpxo?  (aù-:ó?),  as//  n.  44,  desterà  ^zuzi- 
pa,  ecc.;-  III.  5^=ant.  t.t  (re.  cpT):  stima  sputo  7T:T6(7(ji,a ,  stiàri 
pala  TCTuàpLov,  s^(^ra  felce  (^Tepi?),  s^eró  ala  TjTepóv  e  astenga 
penna  *7:T£0'JYa,  sterra  calcagno  TTTspva;  es^^  sette  s-Ta,  va- 
sti zzo  battezzo  pa-Ti"C(o,  ^^stó  sottile  Xs-tó;;  «s^o  accendo  à-Tw, 
iràsto  cucisco  ^à-Tto,  skàsto  zappo  ay,óf.7:xo) ,  strcisti  lampeggia 
à(7T^à-T2i,  r/sto  getto  ^(tt-toj,  /ìós^o  taglio  /.ó-tco,  cogli  impf.  asta 
érasta  éskasta  astraste  èrista  ékosta,  ecc.  Ancora  è  ft  nell'an- 
tiquato kléfta  ladro  re.  xAlcpT-/i;;-  IV.  s^=  ant.  e  re.  x-S-  (otr.  9t): 
està  zyBig,  ostro  è^Qpó?,  dianisira  n.  94.-  V.  s^=ant.  xx  (re.  jr, 
otr.  (px):  astàlakJio  n.  109,  s^^m  pettine  x.xivwv  (yiizi;),  astipào 
batto  -/.XUTCÌ03,  alestào  abbajo  6).a/,x£w,  ^^'s^/  boccale  *(j/'j/>xwv  ('|u/,- 
x'/ip),  os^ó  otto  òx.xoj;  mastra  madia  p-àx.xpy.,  dàstilo  Sà/,xuXo;, 
pràstiko  'provato,  eccellente'  77pa.x,xr/.ó?,  fràsti  siepe  mgr.  e  re. 
ooà/{.x-/i;,  agràsti  àxpàxxLov  n.  100,  n/sto  notte  v6/.xa,  plésta  trec- 
cia *7i)^é/.xa  (-T,),  aléstora  gallo  (àXé/cxcop).  -  Cfr.  Otr.  101:  estóio 
arrivo  (pOàvco,  ed  estiàzo  ^eòOeiaCoi.  111.  r^  (r  gutturale)  =  ^x: 
artàrmi  antiq.  occhio  ò(pOà>.[;.'.ov  e  apo-rtammizzo  strego  collo 
sguardo  re.  cpQapjji^w  =  òcpOa)^|xit[oi;  fùria  mano  aperta  e  distesa 
con  tutte  le  dita  in  atto  di  ricevere  =:*fùfta  =  rc.(!^o'r/Ta.  ^ou-z-xa, 
che  Deffn.  289,  mi  par  felicemente,  riconduce  a  *~'jx.xr,  'pugno', 
dall'ant.  tìO;.  112.  9V  resiste  in  dàfìii  lauro  Sa/pvwv  (cfr.  n.  26). — 
113.  z  -zz-  =  ant.  e  re.  ^  (otr.  fs):  zito  legno  ^uT^ov,  ;2;^no  stra- 
niero Qévo:,  jS^Jio  io  cardo  £aLvw,  2;(^ro  so  re.  ^épco;  ^aw«iio  vo 
scardassando  la  lana  *;avr((o,  zarizzo  gratto  ^uo-fCto  (;'j(o),  zenia 
terra  straniera  ^svia,  ;^er(5  duro  ^spó;,  bercio  vomito  è;£pà(o; 
ékrazza  chiamai  £x,p3c;a  'gridai',  ànizza  apersi  *àvrji;a,  izzera 
sapevo  re.  vi^supa,  épezza  giuocai  è'-ai;a,  dèlezza  scelsi  Si£>.£;a, 
étrezza  corsi  re.  £xp£;a,  cogli  aor.  cong.  na  kràzzo  n' ani  zzo  ecc.; 
^^^e  sei  s;,  ó^^it  £;co,  ecc.  ;     114.  Di  ozzia  montagna,  v.  il  less.  — 

112.  chor.  di  roch.  ddmni  =  bov.  dafni. 

113.  In  tutti  gli  altri  luoghi  sempre  s",  che  in  sili,  postonica  è  pronunciato 
assai  forte,  quasi  doppio:  silo,  séno,  séro;  santino,  sarizzo,  serdo,  e  cosi: 
asunndo  ècuttvéw,  asilistrdo  re.  ì^ì^\\>(7t  pót.M ,  seder  fó  [rfr.  sarfó-h.  zar  fa 
£5àc)£>(j)og],  aslnta  sessanta  è?vi[xo]vTa;-  metdssi  seta  re.  f^erà^tov,  ékrassa^ 
dnissa,  Spessa  e  na  krdsso,  n'anisso,  na  pésso;  èsse,  óshc  114.  osia 
=  b.  ozzia. 


'>2  Morosi, 

115.  z  -::;^- =  ant.  e  re,  4*  (otr.  fs):  ziddo  pulce  ^uXko;,  zéma 
ósuaiy.a,  zófa  Crepa  tit  ^j^-jcpzs,  zah'di  forbice  '\iuli^iov,  zikUalizzi 
pioviggina  <\iiyy.\-,  zikliràda  freddo  re.  tj^uypó.Sa,  zilò  alto  ù-J/'/ì- 
ló;,  zomi  pane  (]/co[j-iov;  <2Z^dri  pesce  ò'^àpiov,  anizzio  nipote  àvs- 
ij^ió;;  à;?^^  di  (prepos.)  *a^j;  =  àr.[ò] +  [s];,  dizza  sete  Si'|a;-  azza 
accesi  atl/K,  évlezza  guardai,  custodii  è^Xs^j/a,  e  ugualmente 
àhlazza  piansi  re.  zyXx'Ìjy,  (i'/.>.au(7a) ,  epìstezza  re.  è7T;tc>T£i|;a  (-zj- 
ca)  ;  aor.  cong.  :  tia  àzzo,  na  vlézzo,  na  Mazzo,  na  pistéz- 
zo,  ecc.  Un  esempio  di  zz  =  fc  è  finalmente  ^^2;ero  =  otr.  (^/c^ro 
vuoto  £'j/-y.ipo,-. -  Lo  z^'li,  e,,  è  proprio  anche  del  dial.  otrantino 
di  Sternatia  (Otr.  102108).  116.  sp-=G'^-:  spazzo  uccido  ccpà'Coi, 
spìngo  stringo  a'^l^-^oì,  spistò  ct^ìktó;  (csiy/.T-)  ;  e  anche  spun- 
gJuzzo  invece  del  solito  romaico  e  otrantino  <7pouyyi(^co  [G-Koyy- 
e  cr<poyy-).  117.  Mi  resta  flastimào  bestemmio  pXa(7^r,[jico,  ma 
qui  ci  confondiamo  col  continuatore  neo-latino. 

B.  118.  Come  nel  re,  non  ha  il  suono  esplosivo  se  non  dopo 
nasale:  limMzzome  m'invoglio  re.  Xijj.t:.  (cfr.  \i[jJ^z'n.ù^Xi-j^')z'jbì)^ 
'mhénno  entro  ììjfpc/À^bì,  kómbo  nodo  /.ófj.po;;-  dem  bàddo  Sèv 
^cùCko),  ecc.-  119-20.  Del  resto,  pur  qui  di  regola  v  =  ^:  vàddo 
pàD-w,  velàtri  pungolo  pe'buoi  "(islàrptov  (pélo;),  voréa  tramon- 
tana Popéa?,  villa  n.  12;  akrivégiio  mi  faccio  scrupolo  à/.p^ps'joj, 
paravosia  n.  59,  stravónno  curvo  crpapóvco,  sàvano  vestimento 
mortuario  cà[iavov,  kah'vi  capanna  -/.aluptov,  provato  pecora  "pó- 
paTov;-  pS:  avdédda  pSélXa  (ma  raddi  bastone  pocjiSiov  col  verbo 
raddizzo,  e  ddomadi  £[^^o[j-àS-);-  p^X  [3p:  si«v/i'  spiedo  re.  coupXiov, 


11.5.  rocb,  e  rfr.  sempre  sp  (da  sf)  =  y>:  spiddo,  spéma,  spófa;  spalidi, 
spikJialuii,  spila  anima  =:  bov.  ^{/ij  y-u^'i,  sprikìidda,  spilo,  spomi',  aspàri, 
anispio;  dispa,  ds]oa,  évlespa,  éklaspa,  epistespa. 

cndf.  sf=-^  iniz.  in  sili,  tonica:  sfiddo,  sféma  {spófa,  per  effetto  di  dis- 
similazione, in  vece  di  sfófa).  Ma  quanto  al  riflesso  di  -^  iniz.  in  sili,  atona 
e  di  ■]!  interno  così  in  atona  come  in  tonica,  lo  scambio  del  y  coli' aspirata 
dentale,  sotto  V  influsso  del  <r  precedente,  è  continuo,  epperò  una  medesima 
persona  oscilla  nella  stessa  parola  tra  sf-  e  sp-:  sfalldi,  sfukìlràda,  sfilò, 
sfila,  sforni]  asfàri,  anisfio  ;  vis  fa,  àsfa,  cvlesfa;-  e  spo?ni,  aspdri,  anispio^ 
égraspa  £7|0ai^a,  érispa,  epistespa^  vispa. 

Al  bov.  ézzero  rispondono  normalmente  roch.  e  rfr.  esperò,  cndf.  ésfero 
ed  esperò;  che  vuol  dire:  fc  f(;  sfece. 

116.  cndf.  sempre  sf:  s fingo,  s funghisco,  ecc. 

120.  chor.  di  roch.  domddi;  ma  roch.  vdom-;     chor,  di  rf.  shlzzo. 


Dial.  ioni,  di  Bova.  Consonanti:  v,  23 

vràzzo  pp3c!^oi,  vri'zzo  ingiurio  opprCw,  vréhi  piove  Ppix,£'.,  vron- 
dài  tuona  [3pov-:a;-  cr^:  svizzo  spengo  re.  g^uvcj  (Tpévvjy.'-),  asvésti 
calce  àafiiGTiov  •  -  pP:  kdrvuno  carbone  /.àp^o'jvov;  ecc.  121-2.  Per 
(3  in  9,  quasi  nulla  di  ben  certo:  trifo,  io  pesto,  riverrà  a  tri  fio 
(cfr.  rpi-TYi;  ecc.)  anziché  a  Tpi[3o),  come  /^iJ^^/b  a  kléfto  ecc.  n.  53. 
Ancora  sono  da  considerare:  aftiddo  n.  85,  vurfuràta  less. ;  e 
l'esempio  sicuro,  ma  'sui  generis',  à[fl=[i'k  in  flastimào  n.  117. — 
123.  E  [3  in  m  non  ho  se  non  in  mùnevro  nervo  di  bue,  che  è 
il  mgr.  p.o'jvE'jpov  (Du  Gange)  =  [iouv-.  124-5.  È  ^  vocalizzato  dopo 
gutturale  in  guàddo  è/.pà'Xlco  e  in  guénno  è-/.[3aivw;-  gualìzzo 
re.  y.ou[3a>i^w  (cfr.  Otr.  102)  ci  avvia  poi  al  dileguo  che  è  in  fleàri 
re.  (plspàpr,?  februarius. 

TK  (in  +  k)  ecc.  126.  Nei  nessi  yx-  yy  suol  mantenersi  la  na- 
sale: angalìa  ecc.  n.  50;  spunghizzo  «^^poyy-,  ecc.;  plen  gàdclio 
'più  meglio'  (re.  x/iov  /.àDviov).  127.  Ma  yy.  ^^  ^^-  cihJiìéddi 
n.  65,  raJiJiuddào  russo  *§sy/o'j>.àco  (p^y/^w),  pleliluru  'più  peg- 
gio' ':T>>éov  yelpov;  cfr.  re.  cc/iliov,  ^o/aXi"(oi.  128.  Dileguo  della 
nasale,  oltreché  in  spistó  re.  gw-tó?  (cr(piyx,Tj:),  anche  in  r«A- 
katìzzo  tossisco  *ppoy/,aTrC&j;  ed  è  all'incontro  intrusa  in  angli- 
sta chiesa,  pur  dell' otrant.,  £x/.Xr,aiz,  e  forse  in  smingo  mischio 
re.  cjxiyoi  e  [7-iayw  ('7'jy.[j.iyvvai).  Non  pongo  fra  questi  dangànno 
mordo  (otr.  dakkànno),  perchè,  oltre  al  ritornare  nel  re.  (f^ay- 
xàvoj) ,  è  un  esempio  di  lucida  e  antica  ragion  grammaticale 
(Sxyx.àvM  :  i'^a/iov  :  :  }va[a.pàvco  :  eT^a^ov), 

TS'.  129.  Di  regola  intatto,  e  iniziale  e  tra  vocali.  Ma  le  com- 
binazioni nia  nio  niu,  con  Vi  atono,  danno  qui  pure  na  ecc. 
(cfr.  n.  149);  cosi:  asprinàzzo  imbianco  *y.G-zvnyZoy,  velàna  plur. 
di  velàni  ghianda  p7.Aàv',[ov],  klupàna  plur.  di  khtpànni  panni- 
lino  *y.[o}]'ko7:óf^f.o^, petakiina  pi.  di  petakùni  less.-  Cfr.  n.  134. — 
130.  ^=v:  lastarìda  nottola  vuxTepiSa,  larànghi  arancia  re.  vs- 
pàvTÌ^iov,  limòmulo  22.  131.  kl  =  y.'^:  skWpra  ortica  (/.viSy,)  re. 
àr'Gx.viSa,  cfr.  n.  173;-  pl  =  -v:  plemóni,  pur  del  re,,  polmone 
TTveua-;  iplo  'jtcvov;  cfr.  otr.  plónno  dormo  re.  6-vóvcrj,  e  nel  dial. 


121.  cndf.  foria  =  hov.  voréa-^     gali,  é faspa  =  ho-v.  évazza  'i^u-hv.. 

122.  cndf.  vlastemmào. 

123.  cndf.  kdnnamo  =  hov.  kdnnavo  canape  (xavvxpo;). 
131.  rfr.  ddfli  zzhoY.  dafni;  e  dafrl  n.  foad.  Axyvj'ov. 


:?  l  Morosi , 

zacon.:  •j-3s  =  ù-vov,  oltre  yoiTrs  =  x.vT-£c,  p7'ihgu  =  7:'nyo),  Iv.dj^ix^ 
(^y/pviSa.  132.  rr  =  yj:  harrastò  polverio  re.  x.opv.axTÓ;  (/toviopxó;), 
purrò  mattino  re.  ro'jpvóv;  pérro  porto  via,  fèrro,  serro  tiro, 
vdérro  scortico,  spérro  semino,  =  re.  Tùaipvco,  oìovo),  gìovo),  y^épvw, 
g-ìovcù;  sterra  -Tfpva,  /%rro  forno  mgr.  cpoDovo;  col  verbo  affur- 
rizzo  inforno  e  con  zilófurra  *;u)vóoo'jpva  fascine  da  ardere  nel 
forno.  133.  Il  v  è  in  dileguo  o  assimilato  in  angremmizzo  n.  34; 
cfr.  nel  volg.  romaico  /.psaó;  -i^co  Defin.  275.  -  E  poi  sempre  dile- 
guato il  V  finale,  come  ne' volgari  di  là  dell' Jonio,  nella  declin. 
e  nella  conjug.,  solo  riapparendo  allora  che  la  parola  seguente 
incominci  per  vocale  o  per  una  esplosiva  guttur.  o  lab.,  alla 
qual  parzialmente  si  assimila:  an  éJii  se  hai  àv  z'/j.'-;,  san  irte 
quando  venne  aàv  r.XOe;  en  eh  gaio  non  è  buono  Ssv  siv'xaVJv^ 
samì)óte  quando  mai  aàv  ttótò,  ecc.-  E  vedi  ancora  il  n.  160. 

M.  134.  Di  regola,  intatto.  Da  mj  (-aia-)  s' ebbe  primamente  n 
[nj)  in  *zofihàri  *'|o9:atàp'.ov  carogna,  e  poi  ng\  zofingàri  (cfr. 
it.  vengo  tengo,  "venjo  *tenjo).  135-6.  Passato  in  altre  labiali  : 
p  in  paskdli  ascella  otr.  vashàli  [y.aa/àlr,  ;  cfr.  r/n^xoy.ov  =  fj,2- 
Taupiov  Cypr.  264;  f{v)  in  fermi  ka  (dove  avrà  influito  il  f  di 
'formica'  n.  24  e  rispettiva  nota;  cfr.  cipr.  papvàpLsvo?  =  [Ji.apv- 
Mull,  90,  ^zoaivri  =  y.zzG-  Weigel,  ^oi>ppo6Xaxa;  =  jj.op[jt.ó>-  zaconio 
DefFn.  310).-  Il  v  di  kàvitro  granchio,  è  pur  nel  re.  /.àpoupa^s 
xàaopo;.  137.  nn  =  ixv:  stennàto  n.  15,  shanni  axxijMrjv  scamnum, 
Jiìinó  yupór.  138.  Dileguato  in  pésti  giovedì  rzzu.-Trr,-  cfr.  re. 
TTS'pTYi  =  TTijj.-TX,  vj'p'/i  =  v'j;/.©-^,  à'pà>,'.ov  =  òtx<pà>,-  DefTn.  277;  a' quali 
aggiungo  xà-ia  di  Sira  =  yJy.ij-'.x. 

2.  139.  Iniziale,  sempre  intatto  e  sordo  {g):  saln]  'come, 
quando'  [w]càv,  siko  cu/.ov,  simero  oggi  (jriy.epov,  séhli  segale 
*Gfx[a]>.iov  re.  cs/.àV/i ,  serro  oi^vcù  ('^jpw),  sòma  corpo  crwfxa,  sùrvo 
sorba  re.  GoOp^ov,  surào  fischio  G'yJX,cù\-  skiiUci  verme  g/mIt,- 
/,;ov,  stari  tela  t^Tapiov,  sfenó  stretto  gtóvóc,  sparto  ginestra 
c-àpTo;;  ecc.  140.  Sordo,  o  meglio  geminato,  è  poi  o  mediano 
ne' seguenti  esemplari.  Innanzi  all'accento:  esse,  esséna  te  zgz. 
Dopo  l'accento:  api'ssu  dietro  b-iaco,  tamissi  caglio  *Ta|xiGiov 
(ràjAiGo;),  éssu  ÌGo\  tósso  tógo;,  pósso  ttógo?;  -ipissa  =  --f\Q't\<yc(.^,  des. 
di  3.  pi.  aor.  pass.,  ed  -esso  di  2.  sg.  dell' imperf.  medio-passivo. - 
Cfr.  Otr.  112;  ed  sgctw  =  £g-w,  [à]-o-lc7cco  = -dttigw,  Cjpr.  282. — 
141.  re  =  p'7;  arcinikò  maschio  àpT£V'//.ó;,  perei  l'anno  passato 


Dial.  romaico  di  Bova.  Consonanti:  o-.  25 

-£p['j]ai,  percikia  persico  *persikia.  142.  Quanto  a  g  scempio 
tra  vocali,  che  vuol  dire  a  sonorp  (i),  egli  è  sempre  incolume, 
ove  si  prescinda  dagli  elementi  di  flessione  verbale  che  tantosto 
saranno  enumerati.  Citerò  imprima  questi  esempj:  pastina  {pa- 
saéna)  e  pasamia  ognuno  -a  re.  r.v.ab.^rj.z,  7:y,Qy.<jÀy.,  krasi  vino 
re.  -/.pac'ov,  argasia  lavoro  campestre  joyarriy, ,  klirisàfl  y^iiGy/o'.r,'') , 
artisia  'condimento'  che  già  è  in  Ptochodromo  II  575,  re.  àpT-jasc 
àpTU'jfy.a  (Comp.  93;  cfr.  num.  143),  fìsào  soffio  ^'jcàw,  mesakó 
mediano  re.  y.sTia/.óc,  ecc.;-  cerasi  ciliegia  jcspà^wv,  pràsino  verde 
7rpà<7ivo;;  nésimo  quantità  di  bambagia,  lana,  lino  ecc.  che  si  ha 
il  compito  di  Alare  ^iaiij.ov  less.,  esic,  esi,  tu,  voi,  re.  za'j,  ìgzì;; 
rùso  rosso  ^oOt^o;,  plùso  ricco  7:\o'jg\o;.-  E  passando  poi  al.  C7 
di  flessione  verbale,  lo  trovo  intatto  fra  due  vocali  tra  di  loro 
identiche;  quindi:  àlasa  aor.  ind.  di  alànno  aro  [xkioì),  edàn- 
gasa  di  dangànno  mordo,  ecc.;-  fisisi  zisi  lisi  'pelisi  gapisi, 
aor.  inf.  di  fisào  soffio,  zio  vivo  '(-/loi,  Unno  sciolgo  X'jw,  pélo  vo- 
glio 9éXco,  gapào  àyx-àco,  ecc.;-  na  fisisi  2.  e  3.  sg.  aor.  cong. 
va  ^'jG'/iG-zj;  -■(\,  ecc.;-  àlese  e  alésete,  màpese  e  mapésete,  2.  sing. 
e  plur.  aor.  imperat.  di  alépo  macino  àCkiOcù  e  ìuapénno  impa- 
ro, ecc.;  cfr.  -ese  nella  2.  sg.  pres.  medio-pass.;-  na  móso  sóso 
sikóso  aplóso  klóso  fuskóso,  prime  sing.  aor.  cong.  di  mònna 
giuro  re.  òy.óvoj,  sòmio  posso  re.  acóvw,  sikònno  innalzo  re.  cr,Aó- 
vto,  aplònno  distendo  re.  à->.óvco,  klópo  /AcóOo:),  fuskónno  re.  (pu- 
cy.óvco;-  ??«  kùsiime  e  rza  /^i«5w  1.  e  3.  plur.  aor.  cong.  re,  vV./.o'j- 
G6ij;,£v  ecc.  di  ki'mno  odo  àx.ouoj.  Anche  è  intatto  il  a  di  flessione 
tra  e  ed  a,  che  vuol  dire  nella  1.  sg.  di  aor.  ind.  come  queste 
che  seguono:  alesa  emàpesa  édesa  appesa  ezzéresa  azzipóresa 
efóresa  {alépo  e  majjénno  s.  cit.,  dénno  re.  S£voi,  petto  re.  7:i(pTw, 
zerào  [i;];£pàw,  *ziporào  less.,  forénno  vesto  re.  (popjcivw).  E  final- 
mente si  conserva,  tra  u  ed  2  nell'-ióSi  di  3.  plur.  pres.  ind.  e 
cong.  dell' att.;  come  p.  e.  in  kùnnusi  e  7ia  kususi  da  liimno  s. 
e.,  ménusi  e  na  mimisi  da  w^no  rimango  pivco,  gapùsi  e  né? 
gapiusi  da  gapào  s.  e,  ecc.  Ma,  del  resto,  sempre  dileguato  il  -c- 
dell'aoristo  che  fosse  fra  vocali  tra  di  loro  dissimili;  come  si 
dimostra  pei  seguenti  esemplari:  {kua,  na  kid,  kùeme  odimi 
(allato  a  Mise  odi)  kiiete;-  n'alào,  n'alai,  n'alàome,  n'alàete, 
n' alatisi,  àlae  alàete  {alunno  s.  cit.);  7ia  zerào,  na  zerài  ecc. , 
=  va  zizcxxGO)  -r,r  ecc.;-  ekàpia,  na  hapio,  na  kapiume,  na  ha- 


26  MorOEii , 

piete,  ila  haphisi,  =  ;/.à9;ca,  va  x.aGiaw  ecc.  (kajnnno  siedo  /.a- 
6i?^(o);  alia,  na  lio,  na  liume,  na  liete,  na  liusi,  li  e  liete, 
=  s>.u<7a,  va  l'jGoì  ecc.,  T^órjò  ecc.  [Unno  s.  cit.);  epéUa,  na  pelio  ecc. 
= -hOilnnx  ecc.;  é'im;  na  i/o  ecc.,  zie  ecc.,  =£'(r,Ga  ecc.;  egàpia, 
na  gap  IO,  gàpie  ecc.,  =  riyy.TùX'Ta  ecc.;  arótia,  narotio,  arò- 
tie  ecc.,  c^ripwTTiTa  ecc.;-  n'aléo,  n'aléi,  naléume,  n'aléusi, 
= '^' òCkiacù  ecc.  [alépo  s.  cit.);  ?i(2  p^o,  na  pei  (ma  talvolta  na 
pési),  na  péume,  na  pensi,-  =  va  tzìgcù  ecc.  {petto  s.  cit.);- 
émoa,  na  mòi,  na  móete,  mòe  mòete,  ^  w;i.w(7a,  va  òuMGti;  --n  ecc., 
àfxcùcs  ecc.  (mónno  s.  e);  2'soa,  na  5Ói  (ma:  tò  rfé  ssósi  'il  non- 
-potere'  la  malattia) ,  na  sóete,  =  sTcocry.  ecc.  (sónno  s.  e.)  ;  àploa, 
n'aplói,  àpice  aplóete,  =  ri-).coc:y.  ecc.  {aplónno  s.  e);  ékloa,  na 
klòi,  klóe  klòete,  =  è'x.T^wja  ecc.  [klópo  s.  e),  efùskoa,  na  fuskói, 
fiishoe  fuskòete,  =  èipo'jcx-coca  ecc.  {fushònno  s.  e).  E  cade  egual- 
mente il  (7  dell'-a-jL  che  s'ebbe  nella  3,  pi.  imperf.  e  aor.;  cosi: 
efìsiai  *k'^uGriGiy,G'.  (scp-javiTav) ,  elégai  *tkiyixGt.  (slsyov),  ipai  dissero 
*d-o(.GL  (sl-ov). —  Normale  poi  nella  declinazione  e  nella  conju- 
gazione  il  dileguo  di  -:;  cfr.  n.  133.  143.  sm  =  -G'j.-:  azzasméno 
s^aycac[7Ìvo?  {nazzasméno  o  piò  sia  santificato  Iddio!),  che  certo 
proviene  dal  formulario  ecclesiastico;  addismonào,  e addimonào, 
dimentico  re.  à7.r,c[jLovàco;  sismàcta  'strappo,  fenditura'  re.  <^x.'cr{^-" 
e  insieme  anasisméno  'stracciato'  da  anasizzo  àva-r/J^co ;  sàsma 
paura  G/.iv.G[j.y.  'ombra',  vrisma  ingiuria  u[ipicr|xa,  hataklismata 
scompigli  ■/.axa/Au'jy.- ,  kósmo  mondo  /CÓgjjlo:;  mm  =  G<j.:  klom- 
méno  filato  ySkoìGu.-,  skotemmó  g-aotig^A;  ;  àr gamma  lavorio  à:- 
•^y.G[j.y.,  jiriynma  giramento  yuptcìJia;  m  =  -G<j.-:  vraméno  bollito 
Ppa(7pivoc,  alatiméno  salato  àXariG^x-,  kliméno  chiuso  /cXsicry.-,  ecc.  ; 
stima  sputo  tzz'jgij.cc,  zéma  bugia  ^^zug^xv.,  scépama  copertura 
G-/.ÌT:c(.Gij.y.,  kàpima  l'atto  del  sedere  e  la  sedia  -/.àOicrp-a,  vàstima 
battesimo  pà-T-.a^aa,  flòjima  (pViyicj/a,  pótima  bevanda  TrÓTtGjxa, 
[àrtima  cfr.  n.  142],  dànima  prestito  ^àveiGij.a;  ecc.;  v  =  -c!^-: 
previtero  prete  7:^zg<^'jtzoo;.  144.  Nessuna  traccia  in  questo 
dialetto  dell' att.  --t- = -a-r-,  di  che  nelle  colonie  otrant.  vive 
un  esempio  [acettù  ellera  -/.iggó;)  ;  ma  sempre  ss  :  cissó,  ecc. 

z.  145.  Iniz.  intatto:  zàla  lo  strido,  col  verbo  zalào,  CaV/i  ecc. 
less.;  zio  vivo  (^-^w,  zénno  puzzo  *[ò]'Catvto  less.,  zoguàri  giogo 
'(suyàpwv,  zulia  avversione  ^rAiac.     146.  Mediano  fra  voc.  suona 

145.  146.  rooh.  si:  sHtào  cerco  ?v7T£m,  hhoriszome,  'pisziìo,  eoe. 


Dial.  romaico  di  Uova.  Consonanti:  a,  1.  27 

(U  regola  geminato  come:  vizzt  poppa  re.  fiu^iov  col  verbo  viz- 
zànno,  pezzidi  'grossa  pietra  che  forma  il  limitare  della  porta' 
re. -s'CouXcov  (-£(^a);  skotcìzzi  'si  fa  scuro,  annotta'  c/.oxà'Csi,  sàz- 
zo  raccomodo  tcrà^^c),  kjioràzzo  compro  àyopà^co,  kràzzo  v-pà'Cw 
(imperf.  eskòtazze  {sazza  elìliòrazza  éhrazza)  ;  'pizzilo  ì-'i- 
X,r^^o:;,  kliorizzome  mi  diparto  yor/ìC,-;  svizzo  *g,S'j^,6)  re.  c[36vo:), 
ekKrizzo  '/^(ì-oì  (impf.  ésvizza  ékhrizza)  ;  Jiézzo  yfCoì  (imperf. 
éJiezza),  ecc.  147.  5S  =  'C  appare  in  siàssi  sgocciola  GTà!^ói  e 
in  p/550  coagulo  re.  tt-ó'Coì  e  --óyco;  ma  son  da  confrontare  tvticgco 
allato  a  -rjyvu^xi  e  altri  casi  congeneri  nel  gr.  ant.,  e  in  ispe- 
cie  l'odierno  tAìGgo)  Cypr.  365. 

A.  118.  Intatto  iniz.  :  làkhano  )và)(^-,  linàri  lino  >.tvàp'.ov,  lesto 
sottile  l£-TÓ;,  luiopinàri  lupino  re.  lou-iv-,  ecc.  ;  e  mediano  in- 
nanzi a  vocale  tonica  od  atona  singola,  ne' seguenti  esemplari: 
khalào  yyXkv),  éilia  v.vXiy.,  mandili  pezzuola  re.  ;/.avTD,i[ov],  ecc. 
—  149.  Le  combinazioni  Ha  Ho,  con  Vi  atono,  danno  pur  qui  Ija 
(la)  ecc.,  cfr.  n.  129.  Cosi  angaljàzzo  abbraccio  re.  ày/.aAià'Coi 
e  all'aor.  angàljasa,  teljónno  finisco  t£>x'.óvw  (-o'c.j)  aor.  etéljoa; 
màlja,  plur.  di  mali  pianura  *óij.à'Xiov  (cfr.  ò[xcù.iy.),  stafilja  pi. 
di  stafiddi  uva  cTa'pjltov,  affélja  plur.  di  afféddi  lardo  affet- 
tato re,  9£}j.ov,  maridja  pi.  di  marùddi  lattuga  [Aapo6).iov,  ecc. — 
150.  Del  resto,  per  a  scempio  tra  vocali,  s'iia  costantemente  dd^ 
cioè  quella  risposta  che  sarebbe  più  legittima,  secondo  1'  ana- 
logia de' dialetti  italiani  circonvicini,  pel  doppio  II,  e  quindi  in 
addo  a},Xo;  e  addàsso  y.Hv.GGoì,  fiddo  o'jàXov,  e  siéddo  mando 
oxiWiù,  agritstaddo  -/.pjTTaD.ov  n.  4.  Citerò:  prikaddida  cicoria 
re.  7:ix,pa}.iSa  (allato  a  mali  s.  e.),  skaddéguo  e  pur  skaléguo 
rovisto  ay.yXz'jbì,  addismonào  n.  143,  pizziddào  sguscio  re.  -it- 
XXkib>,  agriddàci  oleastro  *àyp£>.à/.iov  dal  re.  àypóXo;  (xypiaeXoia), 
éeddari  *x>o'.'Xàp'.ov  less.,  oddio  zkzióc,  poddi  molto  ttoIù,  puddàéi 
uccello  *7vco'Xà-/.iov ;  apriddi  re.  à-rpiALo,-  e  kiz^iX).-  (aprilis),  sciddo 
cane  re.  g/cóXo;  e  Gy,(tHo^  (g/Jj17.1)  ,  stafiddi  n.  149);  téddico  *Tr,- 

147.  roch,  spasso  straccio  cTrà^w. 

149.  roch.  e  cndf.  j  :  tejónno  =  bov.  fé//-,  O'o  sole  f^to?  =  b.  iljo,  céja  (sg. 
céddi) -\)0v.  miccéddia  (sg.  micce ddi  piccolo  *p.iT?Ato?  less.);  e  così  kàjo 
=  hov.  kdlljo.-  Ancora  ho:  cndf.  mdjia  capelli  =  b.  watZrZi'a  re. //aÀXt'a  ;  cfr. 
Otr.  110,  Deffn.  258. 

150.  Aggiungi  roch.  kììamiddó^  rfr.  e  cndf.  khameddó^  ;^«p.vi).ó;. 


28  Morosi , 

li-/.o;  less.  ;  e  cosi  di  regola  ne'seguenti  sufif.  dimin.  :  -iddi  = -ikiov 
-•jXcov  (si  eccettua  mandili  n.  149);  -éddi  =  -i'k'.ov,  onde  varéddi 
barile  re.  papfXtov,  piséddl  pisello  re.  tzCC.zK'.ov  \  -ùddi= -oùliov  (ec- 
cetto rumhidi  n,  40),  onde  marùddi  s.  e,  sakkùddi  sacchetto 
re.  Ga.y,y,o'jXiov ;  dove  i  plurali,  all'incontro,  escono  legittima- 
mente per  -ilja  -elja  -ulja  n.  149  (eccetto  kamaterùddia  n.  34). 
Ancora  :  -ndda  =  -oìila  :  manùdda  mammina  re.  p.avo\j>.a,  perdi- 
kùdda  pernicetta  re.  TCòpStx.oìi'Xa  ecc.-  Non  passa  in  dd  il  doppio 
Il  che  surge  per  assimilazione  tra  parola  e  parola:  e  llàrga  è 
lontano  Iv'làpyz,  pie  lligo  più  poco  7vl£[o]v  [òjliyov.  151.  Alte- 
razione affatto  sporadica  di  X  in  r  tra  vocali,  è  in  sahkarizzo 
scuoto  il  sacco  cra/./.£>.L^(,j.  152.  All'incontro  è  normale  il  r  da 
X  innanzi  a  o,  p,  t  (0):  derfàci  porchette  (SeX^àx-iov) ,  zarfó  s^à- 
SsXcpo;,  vurvujmma  n.  19,  evàrtina  mi  misi  èpàXOviv,  /r^a  rAOsc 
(-ov);  vicenda  comune  al  romaico  volgare;-  e  anche  dopo  (p  e  p: 
trifopóndiko  talpa  re.  tu'dIo-óvtìx.o;  e  sulàvri  cupaOXiov  n.  22. 
Nelle  altre  combinazioni,  intatto. 

P.  153.  Di  regola  è  intatto.  Abbiamo,  per  dissimilazione,  1  =  ^ 
{l-r  0  r-l,  =  p-p)  tra  vocali  in  zalisa  radimadia  *cupt'7Tpa  (cfr. 
^'jcTpa)  allato  a  zarizzo  n.  23;  sulàvri  n,  152  (cfr.  re.  p.à- 
XaOpov,  otr.  màlafro  finoechio  ixàpaOpov);  parafili  'sportello, 
abbaino'  -ùrapaQupiov,  plastrili  'tavola  ove  si  lavora  la  pasta', 
TrXacT'/iptov,  murtàli  n.  40;  e  ancora  /?^^  =  9pyp,  come  nel  re., 
in  fleàri  n.  125,  gligora  prestamente  (cfr.  l'agg.  mgr.  èypri- 
yopo?  da  àysipoj  ecc.).  Si  aggiunge  da^/z  lagrima  Sà/cpuov,  col 
verbo  dakUzzo.  Ma  in  podàli  fusto  della  pianta  e  peduncolo 
TuoSàptov  avrà  influito  l'ital.  'pedale',  che  è  nel  dial.  Calabro;  e 
in  astìili  (che  non  è  voce  calabra)  'astore'  il  suffisso  romaico 
-o'jX'.[o]v.  154:.  Esempio  affatto  sporadico  di  n  =  p  è  lagàni  treb- 
bia *Xayàpiov  (cfr.  re.  Xayapi'Coi  netto  il  grano).  155.  Il  nesso  <>Tp- 
è  poi  riflesso  per  un  suono  che  or  più  or  meno  s'avvicina  a  s. 
Bene  spiccato  è  lo  s  ne' riflessi  di  ^èy.xXàcTpLov  empiastro,  *^u- 
picTTpy.  n.  153,  *(pXoO<7Tpov  'buccia,  guscio'  re.  cpXouSiov,  che  suonano 


151.  roch.  siristiri  naspo  =  b.  zalistiri  n. 

152.  rfr.  tripopóndika:  esempio  forse  di  etimologia  popolare,  con  allusione 
al  'far  buche';  cfr.  tripào  io  buco  rpinzóitù, 

153.  rfr.  Gligóri  r^vjyó/stos  n.  proprio;  e  Gligoràci  u.  di  fondo. 


Dial.  romaico  di  Bova.  Accidenti  genei'ali.  29 

ambiasi,  zaltsa,  fliiso;  meno  lo  è  ne' riflessi  di  àc7Tpà-T£i  tuona, 
cTTpayyiì^o)  strizzo,  spremo,  gtosooì  rendo,  re.  cxpcóvo)  (TTpwvvuix'.) 
faccio  il  letto,  T^XacT-ópiov  n.  153,  'Say.TuVriTTpa  =  --'n^^y.,  sicché  li 
scrivo:  stilasti,  stranghizzo,  stréfo,  strónno,  plastrlli,  ctasti~ 
listra.  Ad  ogni  modo,  questa  vicenda  non  avrà  nulla  a  fare 
con  lo  zacon.  5  =  [c7]Tp-  Muli.  96;  poiché  essa  è  propria  de'dial. 
ital.  della  Calabria,  come  della  Sicilia  e  della  Terra  d'Otranto. — 
156.  Il  dileguo  del  p  in  akkl'i  =  aldi  'cassa,  scrigno'  re.  v.^yJJ.o-^ 
(arcula)  e  in  aJijerónno  *7.p/apóvw  n.  14,  può  ancora  attribuirsi 
alla  spinta  dissimilativa.  In  candónno,  allato  a  cendrón7io,  in- 
nesto --^svTpóvoj  (-ów),  s'aveva  un  nesso  di  tre  consonanti  sono- 
re; e  finalmente:  sapéno  *sapreno,  imputridisco,  è  esempio  che 
ritorna  nel  re.  (ant.  g7.t:^CC,(ù  ecc.). 

Accidenti    generali. 

Accento.  157.  Si  arretra  di  una  sillaba  in  queste  voci  parossitone:  Accento. 
kdtara   imprecazione  xaxàpa,   l'drota  pur   del  re.  (65pw;  -loto?),  sékli 
segala  n.  139,  cefdloma  estremità  (/.ócpaXitwax)    téljoina   compimento  , 

TeXei'toixoc  e  mùpiamma  ammuffimento  re.  [jLou/X-'aa-f^a  (circa  i  quali,  vedi 
il  n.  159),  Móstra  filo,  legaccio  (/.Xw(TTr,p  -%^oc,),  apóì'ga  propaggine 
(àTTop^w^  -wyo?)  e  kaldmippa  xa^aaivOv)  ;  -  e  in  queste  ossitene:  khàmme 
-/JX.II.XÌ,  drdka  (Spoc^  -xo;)  less. ,  pira  Tiupi;  oltre  che  nel  tipo  di  cui 
sono  esempj  aréo  raro  àpato?,  oddio  Vkzióc,,  anizzio  àv£i|/to?  (cfr.  il  dia- 
letto di  Patmos  e  l'antico  eolico,  Muli.  93),  laddove  nel  comune  ro- 
maico è  all'incontro  norma  costante  che  -io[s]  -ia  passino  in  -iò[sj  -id. 
È  questa  una  vicenda  che  nel  bovese  non  trova  riscontro  se  non  a  for- 
inola mediana  in  questi  pochi  esemplari:  sdsma  (sciasma)  GY.ixaiLcc, cóme 
xaio[jL«[  e  xaio[ji.£v,  klóme  x^atoasv.  158.  Si  arretra  poi  l'accento  di 
due  sillabe,  in  damdsino  prugna  re.  cxu-xaxyjvov,  prdstiko  TipaxTtxo;.  — 
159.  Progredisce  Tace,  di  una  sili.,  dalla  terzultima  alla  penult. , 
in:  akrivia  scarsità,  scrupolosità  àxpi'póioc,  afiidia  por^Oeta,  apovrdma 
(àTOpp£Y[i.a),  komda  lendine  xovtSa,  asteriga  re.  Trrspouya  (uTEpu^),  vri- 
sma  uPpiffjjia,  gudmma  cacciata  re.  i^^%\]i.%  e  guémma  uscita  *£xp-/][xa, 
noma  ovoaa,  (ma  Filippo  è  di  pronuncia  ital.;  la  greca  è  in   Petre- 

157.  rfr.  ènnea -hov.  ennèa  re.  èvvtà  (jvvéa). 

158.  rfv.  jdstiko  utile,  necessario  {oir.  jàst-  ghjàstiko),  quasi  c?£taTTixó? 
(cfr.  re.  eviJftK),  zénnulo  *ò(;atvrj>ó?  n.  35  n.;  due  voci  mancanti  a  Bova. 

169.  gali,  khumatà  =  \>ov.  hìiiim-. 


30  Morosi , 

fìLippo  nome  di  una.  fontana  pubblica  in  Beva);-  dalla  penultima 
all'ultima,  in  akomi  ancora  re.  xxóixi,  prosté  'avantjeri'  pur.  re.  "Trpo/- 
Oc';  (npo/Oi?); -  dalla  terzult.  all'ultima:  traganó  'duro,  forte',  re.  rp.- 
vxvo;,  znrfó  ì\i.o{k-jjo:„  rnkaniki  re.  ^ouxivtxov  (lat.  lucanica  salsiccia), 
aekamenó  crujtiatvo?,  to  imi&'i  la  metà  r,y,t7u;,  ecc.-  Quanto  ad  akrivi'a 
e  ofudia,  pajono  attratti  dalla  numerosa  schiera  de' nomi  in  -la 
(n.l94);  cefdljoma,  téljoma,  niùpiamma  ricordano  l'accento  delle  nuove 
formazioni  sulla  stampa  di  rmtaldmbamma  less.  da  [x=TaXa[j.p7.voj,  ka- 
nùnimma  guardatura  da  kanundo  less.,  pldtemma  parlatura  da.  piate - 
guo  less.,  spùndemma  levata  del  sole  da  spundér/uo,  ecc.  kaldmippay 
finalmente,  segue  l'analogia  de' composti  (n.  229).    Le  alterazioni  del- 

Assimii. Tace,  nella  flessione,  concordano  colle  comuni  romaiche.  Assi- 

milazione.- 160.  Effetti  di  assimilazione  parziale  o  totale  appajono 
per  la  maggior  parte  le  alterazioni  che  le  vocali  atone  qui  hanno 
patito.  E  specificherò  i  seguenti  casi,  senza  presumere  che  tra  il  certo 
non  mi  scorra  alcun  che  d'incerto.  Assimilazione  ad  altra  vocale: 
immediata  regressiva  parziale  in  -ed  ° -li  18;  transultoria  regress. 
parz.  in  e  ...  a  <=  i ...  %  18,  =  u  ...  oc  24;  totale  in  a  ...  a  =  e  ...  «  30, 
=  0  . . .  a  37  ;  in  z . . .  /  =  a  . . .  i  15,  ■=  0  . . .  i  38  ;  in  e  . . .  e  =  o  . . .  s  39  ;  - 
progress,  totale  in  ft...a  =  à...£  30,  ecc.  Assimilazione  a  cons.  pa- 
lai.: z  e  £  ed  at  ne' num.  31  e  46;  a  cons.  lab.:  o,  it  =  a  a'num.  16 
e  17,  ■=  u  al  n.  21,  ed  o  =  £  al  n.  32,  w  =  v]  al  n.  35,  =  ot  al  n.  46.  — 
Quanto  alle  conson. ,  ha  luogo  assimilaz.  regress.  parz.  di  a  a  8  in 
and- =  cciL-K-x  103;  e  progress,  di  x,  t,  ir  a  nasale  51,  81,  102;-  regress. 
totale  in  c^d-^yS  73,  e  aj38  120,  in  fiìi^T/ivJ  1^7,  ince  =  v-)c  (p.  e.  ple- 
-ccéddi  più  piccolo  TrX£[o]v  -xi'XXtov  n.  168  in  nota),  in  GO«=vO  92,  in 
jnm  =  v-[jt.  (p.  e.  ple-mméga  più  grande  7rX£[o]v  \i.{yx^),  in  ss '=p(r  ndas- 
séguo  *£VTxpacr(j£uto  less.;-  progress,  tot.  in  tt'=  tzt  104,  nn  =  7rv  105, 

Dissimii. rr e pv  132.  Dissimilazione.-  161.  Di  vocali,  oltre  éi  =  ée  =  ons 

160.  roch.  ajalddi  olio  s&nto  —  ó-yiE"^-  =  xytov  È),à(Jtov;-  cndf.  attdlaklio  ecc. 
110;  avvésti  rzhoy.  asv-;-  gali,  e  eh  or.  di  roch.  évva  -  bov.  égua  £Jt/3a 
esci!;-  roch.  scedeffó  —  bov.  zarfó.  Sono  inoltre,  in  queste  varietà,  parec- 
chi esempj  di  assimilazione  di  sillaba  a  sillaba,  ora  per  epentesi  di 
r  0  ^,  ora  per  aspirazione  ripetuta.  Così:  eh  or.  di  roch.  plimhlàci  =  hoy. 
glimbàci  leandro  v-l-ri^ùy.ioij:,  roch.  arnorisèo  e  miriipra  =  bov.  annor-  e  miz-\ 
cndf.  spriklirò  =  "boy.  spriklió;-  gali,  akhdpia  z^loov.  akdppia  n.  92,  spri- 
kìidpa  =  ho\.  sprikìidda  -^vy^p-,  spr ofdpa  -hoy.  zofrdta.,  leKhdpi  bov.  lekdti. 
Cfr.  Epent.  e  Metat. 

161.  cndf.  pendékome  e  pendékonde  mi  pento,  si  pentono  (allato  a  de- 
léguome,  kuréguome,  ecc.);-  spófa-sfófa  n.  115.  Questa  medesima  varietà 
mi  dà  ancora  stampa  (stàmba)  goccia,  che  sarà  difficilmente  uno  stdmma 
{- a-:ir.yii.y.)  dissimilato,  ma  ben  piuttosto  uno  stapma  (uto=:  yw.  n.  75)  con 
metatesi. 


Dial.  romaico  di  Bova.  Accidenti  generali.  31 

al  n.  31,  non  saprei  proporre  se  non  e  ...  a  =  a  ...  a  14.  Di  conson.  : 
pendlnta  82;  e  cfr.  l'SB.  Dilegui.-  162.  Di  vocale  (atona)  ini- Dilegui, 

ziale;  1."  di  a,  ben  raro,  com'è  consentaneo  alla  tendenza  che  si  de- 
scrive al  n.  169:  vlik'zo,  allato  ad  avlizzo,  suono  il  fischietto  (auXi'^w), 
paléno  io  bagno  à-::aXuvto,  strdsti  e  strammdda  àffTpdcTrTct  ecc.;  2.°  di  i: 
inciti  ?aàTtov,  sdzzo  iffài^oj,  stari  (tcjxocp-);  e  il  re.  drónno  sudo  (!8poco);  — 
3."  di  u:  jó  figlio  uio;,  vrizzo  uj3pi^o3  ;  oltre  prandéguo,  fddi  e  ziló^ 
re.  [6]7:avSp£uto,  [ujcpiò-,  [ùj<|/-/)Xo;  ;  4.°  di  s:  vlogdo  zùloyioì,  kató  ixa- 
Tov,  c'no  sxiTvo?,  p-^ zzilo  {euiC/jXo?),  piskopo  e^riarx.-;  sperino  vespro 
Iffzep-;  nghizzo  lyYt^to,  ngonatizzo  m'inginocchio  *ly^ow- ,  mbénno 
£u.8aivw  ;  oltre  stidzzo,  gudddo,  guénno  ejérrome,  re.  [sjùO-,  [èjxp-, 
[slyspv-;-  z  (^  in  Grecia  di  regola)  =£;,  in  zarfó,  zalistiri,  zèro,  ze- 
rda, zaforéguo,  i^àoeX'spo;,  *£^£cXcy.T-/ìptov  less.,  re.  i^supco,  I;sp7.w,  l^x- 
yopsuo);  del  resto  a^c-  (n.  169);  5.°  di  vj:  merdnno  addomestico  rijj-sp-, 
lekdti  riXxxdcTT) ,  entrambe  re;  6.°  di  o:  jjit  dove,  che  {o-ou),  sjpidi 
(mgr.  ba-Kir-),  Ugo  (oXtyo;),  che  son  pure  del  re;  inoltre:  mali  pia- 
nura *óiji.àXtov,  jndn^o  giuro  6[Aovto  (ojxvuixi),  noma  ovoiji.k,  rigdni  òptya- 
vov,  ^riia  agugliata  re.  otpx,  s^eo  osso  oaxeov.  7."  di  w:  il  re.  so/'nj 
(cbffàv),  ecc.;  8.°  di  at  :  jaló  alytaXoq,  Ji'cfi  aly^'S-  e  agrojidi  capriuolo, 
mudidzzo  «t[j.o)ò-,  tutti  pur  del  re;  9.®  di  et:  na  pò  ch'io  dica  re.  vx 
[eì]7rS,  ecc.;  10.°  di  ou:  cf^  no  re.  [oùJSs'v,  ecc.  163-5.  Dileguo  di  atona 
interna.-  Della  prima  nell'iato:  mesakó  re.  [Asaiaxo?,  agro-  e  agra- 
(òcypto-  òcypta-)  ne' composti ,  come  agrómmilo  mela  selvatica  àyptoixv)- 
Xov,  agrappidéa  pero  selvatico  *àypta7riota;  rz<so  (^ouato?)  col  verbo 
ruséno  arrossisco,  plùso  TrXouatoi;  col  verbo  plusénn  arricchisco,  plu- 
sdto  arricchito,  ricco;  ta  katamtna  i  giorni  critici  del  mese  (vale  a 
dire  i  primi,  dai  quali  si  trae  l'auspicio  pel  mese  intiero)  xaT«[ii.r,vtìx ; 
cfr.  ma  una  (p.  e.  ma  jinéka  una  donna)  allato  a  mia  (p.  e.  mian 
éga  una  capra)  re.  [i-ic;-  kUoró  6»wp5.  Della  seconda  nell'iato:  Vu- 
tdno  BoutTocvoi;  243,  prèmo  primaticcio  irptóVao;  ;  zèro  qepw  pur  nel  re. 
{ì^eup-)',  agridddci  oleastro  'àypisXàxtov,  aio  uccello  di  rapina  che 
preda  le  galline  in  campagna  aixo;  aquila,  pasdna  142,  dómmic  do- 

162.  cndf.  disio  sinistro  àSé'^toq,  posepào  scopro  ixTT07y.-,sipóv lito  =  hov^ 
azzip-  èguttóXdtos,  sidi  =  \ìov.  azzidi  re.  ò^ù^;-  viv.  pskotdzzi  annotta  àna- 
0-XOT-;  ma  oligo  =  hov.  Ugo;-  roch.  tidé. 

163-5.  cndf.  trdnda  zzhov.  tridkonda  trenta;  si  '<^v)yì  =  bov.  ioi;  ai  quali 
mal  può  aggiungersi  (malgrado  il  num.  175)  il  continuo  -5'5'[t']  ^hov. -gu[o] 
{féggo  =  h.  féguo  ipeuyw;-  nistéggo  io  digiuno  ecc.  n.  259),  che  è  piuttosto 
gg~gv;-  inoltre:  vdpmo  battesimo  cfr.  re.  (SiinTt7[x.x,  drsto  «òpoxjroi-'hoy. 
drrusto.      roch.  e  rfr.  akrdzzome  ascolto  à/.poxi^-;  r  f r,  smidzso  somiglio 


32  Morósi , 

iému  {'^  dósemu  dosetému)  'dammi  datemi'  come  nel  re.;  -«se  ■= -a£cry.t 
nella  fless.  dei  verbi  contratti;  adóni,  allato  ad  aidóni,  e  sempre  il 
dim.  adonàci,  usignuolo,  ar,oov-;  djo  Lindrdo  n.  fond.  'S.  Leonardo'; 
-dme  = -ioix.y.i ,  -cme  = -to[).o(.i  ecc.  nella  fless.  de' verbi  contratti;  kùme 
àxouoixoct. —  Tra  consonanti:  sklapénno  monto  le  scale  ecc.  *c)taXa- 
-sTTtpoctvw,  sarmùra  re.  aaXa[xoup«;  smingo  (jixi'yoj  ((iu[ji.[xtYv-) ,  trimizzi 
less.;  zarfó  £;dc5eX'^o<;,  spastdte  allato  a  spazzestdte  uccidetevi  *crcp«- 
^y)6aT£,  klùzza  207;  klupdnni  re.  xwXouavov,  apórga  'aTOp^toya.  — 
166-7.  Dileguo  di  consonanti.-  Nessun  es.  di  cons.  iniziale.  Di  me- 
diana: Y  tra  vocali,  v.  il  n.  75,  e  aggiungi  trafvjùdi  'canzone'  col 
verbo  tra[i)]uddo  io  canto,  re.  rpayouBtov  ecc.,  e  tì^i[v]idjdzzo  less.;- 
Y  innanzi  a  X,  al  n.  75;  t:  kdotte  xàrcoOsv  allato  di  kdtu;  6  innanzi 
a  [x:  klamó  xXauOjxo?;  innanzi  a  p:  tiromizzaro  allato  a  mizlpra  n.  92;- 
8  o  T  innanzi  a  p,  al  n.  101;  -p-,  al  n.  125;  nasali,  n.  128  (133, 
138);  (7  tra  voc. ,  al  n.  142,  a  aggrupp.  a  conson. ,  al  n.  143.  — 
X,  in  J!>3  ^nnd,  pur  del  re,  ■=  GeXw  vdc,  p.  e.  pe  nnd  'rto  voglio  venire;  — 
p,  al  n.  156;  e  aggiungi:  mdparo '=*mdrapo  [xàpxOpov  finocchio.  Nor- 
male nella  declinaz.  e  nella  conjugazione  il  dileguo  di  -v  e  di  -?  (cfr. 
n.  133  e  142).  168.  Dileguo  di  sili,  intere  iniz.  e  mediane,  appare  nei 
soliti  sardnta  e  sarakosti  (Tsc-a-apocxovxa  ecc.),  pendinta  (ttsvt//.-),  ma 
non  nel  riflesso  di  TptàxovTix,  che  è  tridhonda;  inoltre,  per  dileguo  di  con- 
son. ,  in  azzasméno  n.  143,  zarfó,  dómmu  ecc.  n.  165,  e  in  fa  fate  ^àye 
'focy£T£,  pdte  re.  'jrotyeTE,  esempj  non  insoliti  neppure  in  Grecia.  Ancora 
ricordo  arìkamho  n.  103,  e  l'aversi  frequente,  innanzi  a  parola  che 
incominci  per  consonante,  -u^-usi  -oucrt  nella  3.  pi.  del  pres.  indie. 
Prost.  attivo.  Aggiungi  menti.  169.  Prostesi  di  a.  Agli  es.  re.  apetdo 

volo  (7:£'T0[xat),  appidénno,  allato  a  pidima  (::v]03ct.j  ecc.),  addismondo 
*'kri(siJ,ovi(j),  avdédda  pòéXXa,  qui  si  aggiungono:  Apanajia  la  Vergine 
navayt'ac  (allato  al  cognome  Panagia),  afféddi  cp£Xiov  less.,  afuddo  afu- 
dia  po-/]6£w  ecc.,  anogdo  intendo  vo£co,  anazzia  'nausea'  col  verbo 
anazzéme  mi  nauseo  vauo-ia  (-tato),  ammialó  (cfr.  re.  ì^xvù.ó';  allato  a 
jAUàXc^;),  astdlakìio  xouTÓ.Xxx)a;,  astipdo  xtuttocw,  annorizzo  yvtop-,  agrù- 
staddo  xpu(7T-,  asteriga  7rT£p-  (ma  stero  7CT£pov),  avlépo  pX£7:co;  cfr. 
cipr.  ày^TUTTw,  à/vtopti^oj,  à/^p-/](^(o;  e  a  Sira:  ci.\i.{k%yc/L^  e  àcririGa  =  [xaXày v]  e 
cTTiOa.-  Ma  prostetico  ci  è  anche  Va  che  subentra  ne' seguenti  esempj 

166-7.  Dileguo  del  J  da  g  iniziale  palatino:  roch.  inéha -hoy.  j in-  yv- 
vaìxa;  cndf.  ida  ^hoy.jicti  re.  yt^tov;  inoltre  cndf.  ligora  =  'bov.  glig-.  Di 
consonanti  mediane:  cndf.  traudì  traudào,  apperùa  =  bov.  asUriga  n.  3.  Ma 
roch.  tragiidi  ecc.  e  tiromiséipro',-  gali,  sedarfó  =  hoY.  zarfó;  [ajn^dm  ni- 
pote (eyyovo?);  roch.  e  rfr.  [a]mpatikéguo  *èu.nxTi/.£Ùo)  less.;  gali.  [a]ì'tici 
quaglia  =  bov.  ortici  re.  ò/stux-  (òpTvy-), 


Dial.  romaico  dì  Bova.  Accidenti  generali.  33 

ad  altra  vocale  che  si  è  dileguata,  come  si  addimostra  dall' aferesi 
che  appare  in  quasi  tutti  o  nel  linguaggio  comune  o  in  dialetti  par- 
ticolari della  Grecia.  Al  posto  dell' s:  apdnu  IttÌvco,  anulìizzo  cpvou-/- 
=  suvou)(^-,  alea  eXaTa  e  alàdi  olio  [IjXxotov,  arifi  capretto  cipr.  fit'^i- 
{t^woc,  Esich.)  e  arikambo  n.  102,  arotdo  [ejpwx-,  aìijéddi  re.  [àJysXiov 
(£Yyr_£Xtov);  azz-  =  ll-:  azzimerónni  re.  [£]^v](X£pov£i,  azzunnào  [iJquTt- 
vew,  ecc.  (cfr.  à^àoEXjpo?  di  Sira);  e  analogamente:  mig-  and-  amb- 
arg-  arm-=ì^Y.-  ivr-  £[ji.Tr-ecc.,  come  in  anglista  iy-'ÀX-ficU,  angremmizko 
n.  5,  andrépome  andropia  £VTp£7roii.ai ,  ambléko  mi  azzuffo  IfXTrX/xa), 
ambró  re.  ipiTtpo;,  argdzzo  re.  Ipyà^w,  armacia  less. ;  al  posto  dell'i: 
asliddi  \<syiù-\  dell' v):  aleJidti,  allato  a  lehdti,  re.  X£xxtv)  (iqXooc-);  al 
posto  dell' o:  alijéndra  vipera  re.  è';,? Evxpx,  apìssu  [ójTridw,  amUji  òvuj^-, 
amalo  5ijl-,  amjntói'io  [ó]p.otà^w,  aniolojia  voto  5[aoX-;  affalo  umbilico 
(zac.  à7:7rocX£)  ó{AcpaXo?,  arkidi  òp"/.io-,  af tarmi  òcp6àX[xiov,  azzidi  re.  [6]|u3-, 
azzeri  re.  [oj'j^àptov;  al  posto  dell' u:  anapukdtu  sottosopra  àvuTro- 
xxTw,  apokliondria  ^rioy-,  apoméno  tollero  67:op.£vw,  apordo  *u:i-5pàoj 
less.  (cfr.  7;opxco  e  TroxXtóOw,  Cypr.  239),  an-i  aratro  [6]vviov,  alestdo 
CXaxTsw.  170.  Rara,  come  nel  re.,  la  prostesi  di  £  e  quella  di  o,  per 
ciascuna  delle  quali  ho  un  solo  esempio  :  eklirtzzo  xpfi^'*  (cfr.  erapat 
=  TOpuai,  di  Sira,  oltre  i  soliti  esemplari  re.),  ed  osui  ombra  (dxia). — 
171.  Prostesi  di  conson.;  oltre  gùlo  gengiva  {oòlo^),  che  è  re.,  soli  due 
es.  greci:  Uri  iride  *tpt'ov  (tpi?)  e  lozzó  vischio  t?oi;;  cui  si  aggiunge 
lùcchin'='^ócchiu'  de'finitimi  dial.  ital.  (v.  Comp.  89).  172-3.  Epen-Epeut. 
tesi.-  Di  vocali,  tra  consonante  (r)  e  vocale,  firidzzo  ^io  scemo  di 
quantità,  di  volume  ecc.'  (yupa-'vw  (-àw),  miriazzo  spartisco  [xotpài^w, 
e  pajon  quasi  esempj  d'f  propagginato;-  tra  consonanti:  munuklìdri 
n.  26.  Di  consonante:  y  tra  vocali,  in  ispecie  dov'è  od  era  u  {v): 
anogdo,  cfr.  voew;  lagoméno  ferito  re.  Xx[^]ciji/.£vo?  (Xio^-),  omga  pur  del 
re.  {\j.utx),  parasogui  ■Jixpxa/.iur, ,  aguó  re.  auyov  (w&v);  -  -dguo '^ -%\h>ì  ^ 
-éguo  =• -z\Jo)  num.  259;-  di  y  tra  vocale  e  p:  agrdsti  •=* arasti  (otr. 
ardfti)  re.  àòpà/T-  (ixpx/.xo;);  tra  vocale  e  X:  azzìpóglito  £;u7roXuTO(;  ; - 

170.  rfr,  etùto  (cfr.  ètolìto?  delle  isole  jonie),  che  s'accompagna  così  con 
eclno  sV.eivoc;-  cndf.  eurciiio  =■  bov.  urciiio  Ppce!C,'ji-^  e  con  i  prostetico:  izénni 

-  bov.  it'nwi  less. 

172.  rfr.  trivolopóndika  re.  tu'^Xott-;  bov.  trifopóndika',-  rodi,  hósmio  . 

173.  cndf.  /w'o=;bov. jó  uió;  (od  è  questo  l'antico  spirito  aspro?);-  sugato 
=  bov.  sdv-  o-àpSarov;-   ^?t'^o  =  bov.  klioo  re.  /.Xet'yw  (/.Xeioj);  e  cfr.  glùppo 

-  bov.  flùppo  pioppo;  ma  s«uii  spiedo  re.  aoyp'kt.o-j  e  (Toy/V.o-J  e  azsipóolito 
=  bov.  aò^xjpd^'Z-;-  rocb.  gridai  =  bov.  rtdc»  paz-;  e  vjinnó  nudo  yu.uvó?. — 
Cfr.  il  n.  IGO  in  nota. 

Archivio  plottol.  ital.,  IV.  ^ 


31  Mor.osi, 

di  ?;  tra  voc.  :  travudcio  167;  di  m  tra  vocale  e  consonante  labiale, 
V.  il  n.  103;  e  aggiungerei:  zambatdri  pastore  'TCaTraxàpT]?  less.;  di  a 
dinanzi  a  0  e  Op,  v.  i  n.  90,  92.  174.  Accanto  alle  vere  epentesi,  toc- 
cherò di  d  s  n  interposti  fra  parola  e  parola  per  togliere  l' iato  ;  di 
che  ho  i  seguenti  esempj  :  se  désto  a  lui  re.  al  aÒTov  (sì;  a-),  ed  è 
intrusione  che  riappare  nel  dialetto  greco  di  Cargese  in  Corsica 
(Cornp.  80),  e  pure  in  qualche  dialetto  al  di  là  del  Jonio  (Passow, 
Tpay.  Rto[ji..  Append.:  ffs  S  auTov,  \j.z  5  aurov);  jet  s  dsto  per  lui  oià  au- 
Tov  (cfr.  otr.  ji'a  s  dfto,  ma  s  dfto;  se  però  questo  s  non  rappresenti 
la  prep.  ';  [dq],  sicché  ja  's  risponda  ad  un  'per  a');  énan  dtrepo 
un  uomo,  '«a  kalón  dtrepo  un  buon  uomo,  mian  dkliaro  dulia  una 
cattiva  azione,  ti  só'kaman  ego  che  cosa  ti  feci  io,  e  simili.  175.  Di 
Oerainaz.  vera  ep itesi  nessun  sicuro  esempio.  Geminazione.-  176,  Co- 
stante delle  tenui  e  di  (x  iniziali  quando  esca  per  vocale  la  parola 
che  precede;  p.  e.  pdo  ce  kkdnno  vado  e  faccio,  téddeko  ce  ttósso  tale 
e  tanto,  légo  ce  ppdo  dico  e  vado,  's  tuti  mmeria  a  questa  parte,  ecc. - 
Per  entro  alla  parola,  rara  di  x:  zukkdla  pentola  re.  T^o'jxàXa,  sd- 
vukko  sabucus;  di  t:  vuttónno  re.  ^outÌoì  (PuOdcoj),  vuttz  botte  ^outiov 
(jìouTt;),  miUi  naso  re.  [xùxr]  ;  costante  di  tt:  appidi  pera  amò-  (xthov), 
appidénno  à-7:y)Scicto  169,  liuppdri2\,  luppindri  lupino  re.  XouTrtv-,  éppesa 
aor.  (ma  épetta  impf.)  di  petto  2;  e  così  di  v  e  }j.:  panni  e  klupdnni 
re.  Tzxvio-</  e  xoAoTtàvtov  (se  pure  qui  non  continui  il  doppio  n  etimolo- 
gico di  'pannum'),  sinnodia  compagnia  (juvooia  col  verbo  sinnodid'zzo 
accompagno;  -dnno  -inno  -énno  -ónno  =  re.  -àvco,  -ivo>  ed  -uveo,  -svw 
ed  -xtvw,  -ovoj,  come  in  hanno  re.  xdtvo)  (xdtjAvw),  kUdnno  re.  '/ji-^^oì  [*-/ói.(à), 
pinno  TOvw,  afinno  re.  àipt'vw,  svinno  re.  cpuvco,  dénno  re.  Sévw,  forénno 
re.  cpopatvio  (ma  intatto  il  v  degli  antichi  liquidi  in  -svw  e  degli  anti- 
chi e  pur  di  parecchi  nuovi  in  -ai'vw,  come  meno  [aevw,  perméno  Osp- 
txQci'voj,  pièno  e  paléno  266,  pepéno  re.  aTiaiOatvw),  fortónno  re.  cpopxovw;- 
énnepa  impf.  ed  énnesa  aor.  di  népo\  ammialó  à-[jLU£Xo;  169,  emme 
ed  emmd  ifxs  ed  viH'-^^??  kìidmme  jv,\u%i,  immo  re.  ripiouv,  fóremma  cpo- 
patfjLQc;  -mma^ -7) jjL£v  nella  1.  plur.  aor.  pass.,  per  es.  efìlhtinima  ci 
baciammo  l^tXrjOvjfjLEv;  -ómmo-=rc.  -ou[j(.ouv  nella  1.  sg.  impf.  indie,  att., 


175.  rfr.  ha  continuo  un  ve  epitetico  (cfr.  il  dial.  di  Citno  ap.  Muli.  92): 
ego  edidvasane  io  passai,  de  sónno  kraiisine  non  posso  tenere,  n'alar ghé- 
guusine  che  s'allontanino,  akomine  ancora;  ma,  di  regola,  sol  quando  la 
parola  susseguente  incominci  per  vocale. 

176.  cndf.  parasogfjui  agguó  ecc. -hov.  parasogni  aguó  ecc.  (cfr.  IG3-5 
iu  nota);-  e}>pclia  v^Qé^yjcra;-  cssdse-\>Q\.  esci  re.  iaciq.-  Ma  rfr.  ìpora-ho\. 
ihhorra. 


Dial.  romaico  di  Bova.  Accidenti  geaerali.  35 

p.  e.  andrépommo  mi  vergognavo  re.  lvTp£7:ou[ji.ouv;  ecc.-  Di  g  gemi- 
nato sono  esempj  al  n.  140;  e  p  gemin.  è  in  l'kìiorra,  impf.  di  klioró 
Oitopw.  Metatesi.-  177,  Frequentissima  di  p.  Il  caso  piti  comune  Metat. 
ò  del  r  che  viene  a  susseguire  la  consonante  iniziale  anziché  quella 
o  quelle  che  seguon  la  vocale  della  prima  o  seconda  sillaba:  prikéno, 
2orikdda,  prici'o,  Trixpxi'vw  ecc.,  prandóguo  [u]7ravop£U(o,  krapisti  re.  xoc- 
TTtffxptov,  kropt  xoTrpiov,  kUrondó  jfovSpo?,  Tripépi  cogn.  '©soTTpsTrv)?, 
grambó  ys^uppo?,  trifopóndiko  TucpXoTr-  (l  in  r),  fledri  pur  del  re.  (r 
in  l\  februar-);-  vrupako  Birpa/o;,  prdstemma  *TiÌGxpzv^y.  less.-  Altri 
tipi:  lutrujia  XstToupvia;  agridda  argilla  ^àpyiXXx,  diverti  *)cup£Optov 
less.,  tavvró  io  tiro  re.  Tpa^w,  mdparo  {mdrtharo)  [xdcpaOpov,  oltre  purró 
re.  TTOupvov  (upcrilv-),  liarvastó  re.  xopviaxxoi;  e  xovtapxTOi;  (xoviopTo?);  ecc. — 
178.  Esempj  di  metatesi  d'altre  conson.:  fendikji  re.  cpeYytTT]?,  kùmha 
re.  iTouyya,  e  dèli  giova  =  YJtZfii  (ocpsXXst).  179.  Metatesi  dell'aspira- 
zione: vrupako  pirpa/o;;  e  vedi  il  n.  85.  Attrazione.-  180,  Ab- Attraz 
biamo  -éri^^^-àrio  (-xpiov),  cioè  l'attrazione  romanza  e  la  desinenza 
grecizzante,  in  dinéri  denaro  re.  Svivdcptov,  sulcri  'suola,  scarpa'  (sola- 
rium; V.  DiEZ  less.  s.  suolo),  purziéri  polso  *pulsarium  e  luméra  lume 
(cfr.  otr,  luméra  fuoco):  voci  tutte  d'origine  lat.  o  mlat.,  ma  che  que- 
sti coloni  hanno  senza  dubbio  portato  di  Grecia,  perchè  sono  estranee 
al  dial.  calabrese.  Voci  somiglianti  s' incontrano  infatti  anche  oltre 
Jonio:  Travó'piov  (Tcavxtptov  Du  Gange)  allato  a  -Tiavàptov;  re.  xouvouTOpa 
-u'poc  zanzariera,  ecc.,  cipr.  xsXsptv  telajo.  Il  re.  TrXaxsptov,  piatto,  qui 
ivoy a. platteddi.-  Notevole  l'è  di  Rodi  nei  greci  ctrepcv  acpoyyepiv  =  airi- 
ptov  G'^oyyàptov  (Muli.  94).  Qui  intatto  sitdri,  come  kripdri  xptO-,  pu- 
Idri  TTcoX-. 


177.  chor.  di  roch.  agroniszo  (cfr.  iy po\)iii'C,M  Cypr.  278)  yvw^-;  roch. 
potrógalo  il  primo  latte  ^r^pMToyxXx  ;  sprikìió  -^-u-^poq ,  sprofdta  -  bov.  ^o- 
frdta  16;  ma  senza  metatesi  il  riflesso  di  /Sàr^a^/o?:  viiprako;  rfr.  luturghia 
senza  metatesi;  cndf.  s/Jt<runfa  =  bov.  zofr-,  setreffó  i^xdelrpo?,  akroniSSo; 
sprigàda  re.  •^vyrpiSx.  Notevoli:  rfr.  asdimmondo  e  gali,  addimosndo 
allato  al  partic.  addimonisméno  e  al  nome  addismónima  —  bov.  addism-  re. 
dl-riry^-.  Notevole  ancora:  roch.  vjcnno  (s/.jSatvw),  imperf.  évjenna,  im- 
perat.  évga  evgdte  (=  bov.  gucnno,  éguenna,  égua  ecc.),  che  vuol  dire  la 
stessa  metatesi  del  re.  /3yatvw,       Cfr.  il  n.  160  in  nota. 

180.  roch,  e  rfr.:  hjimévi  capretto  (v.  less.),  che  ricorda  in  singoiar  modo 
gli  esemplari  di  Rodi  addotti  di  sopra. 


30  Morosi , 

II.  APPUi\TI  MORFOLOGICI. 

IL    NOME. 

Articolo.-  181.  La  differenza  tra  mascolino  e  neutro  più  nou 
è  compiutamente  sentita  ;  e  se  pur  non  avviene  che  io  si  accom- 
pagni agli  antichi  mascolini,  l'o  è  però  frequente  co'  neutri  an- 
tichi. Il  nomin.  fem.  plur.  è  i  [r,]  come  nel  re,  non  e  [a'.]  come 
ne'  dial.  otrantini.-  Il  gen.  fem.  sg.  tyì;  e  il  pi,  com.  to  twv  si 
riducono,  ove  segua  consonante,  a  ti  e  io. —  L'artic.  iudeterm., 
come  nel  re:  éna,  mia. 

Flessione  de' sostanti  vi.-  183.  Due  sole  declinazioni  so- 
pravvivono: la  prima  pe'  femmin.,  la  seconda  pe'  masch.  e  neutri 
(cfr.  Otr.  119),  nelle  quali  si  trasfondono  anche  le  voci  della 
terza  antica,  fatta  qualche  riserva  pe'  neutri  in  -y.  [a;]  gen. 
-aTo;.  Consuonano  esse  con  la  prima  e  la  seconda  del  comune 
romaico,  tranne  che,  essendosi  qui  affatto  perdute  le  desinenze 
consonanti,  il  genitivo  e  l'accusativo  vengono  a  coincidere  col 
nominativo. 

Prima  declinazione.  183.  La  desinenza  del  nomin.  sing. 
è  di  regola  a,  cosi  per  l'a.  come  per  T'/i  antico;  e  dell' -a --vi 
sono  esempj  al  n.  36,  cui  ora  aggiungo  plésta  treccia  *-)ì/.tyi  = 
7:lzy,-:-h,  e  sakkuràfa  grosso  ago  per  cucir  sacchi  re.  (7a/-/.ou3àoYi. 
Tutta  volta,  non  è  raro  Vi^-n  atono,  come  si  vede  dallo  stesso 
n.  30;  e  ancora  è  in  mìtti  re.  (x'jtti.  Anzi  abbiamo  anche  -i--y.\ 

182.  rcli.:  resta  il  -v  dell'accus.,  e  pur  dinanzi  a  consonante:  me  tim  mei- 
nandù  colla  sua  madre,  roch.  rfr.  e  cndf. :  sempre  conservato  il  -?,  ma 
con  l'epitesi  di  un' e:  i  alése,  i  kdmbese,  re.  vj  jXaìatj,  vj  -/.«a-atj;  o  lagose, 
0  milose,  ò  lóyoi,  ò  ^ùloz;  o  lijimónase  re.  ó  ■^^stu.òj-nxi;;  emise  esise,  re.  vusìg 
s'crstc,  emdse  esdse,  re.  vjwàj  i'jy.i;  ecinose  ettilnose,  iy.stvoi  oc-jzovvoz  n.  252,  e 
per  falsa  analogia  anche  egóse  esilse,  iyó)  ì<ju,  ecc.;  e  talvolta,  come  per  assi- 
milazione progressiva,  anche  roch.  ecinoso  lagoso  miloso.  L'analogo  fenomeno 
è  nella  flessione  verbale  al  n.  271;  al  che  aggiungendosi  che  questo  -se  non 
appaja  in  vei"un  altro  caso,  uè  resta  affatto  esclusa  l'ipotesi  che  si  tratti  di 
sillaba  meramente  epitetica. 

183.  rfr.  ^ésta  pasta  di  latte  =  ant.  ttv^zt-^,  perfettamente  analogo  a  plésta 
~  v\vArrì.  rch.:  non  affatto  insolito,  pur  nel  parlare  quotidiano,  il  genitivo 
plur.:  to  dikhateró  twv  Ovyxrpòyj,  to  glossò  twv  yloìduùv,  ecc.;  e  si  notano 
de'genitivi,  come  tom  mano,  to  sedarfudo,  senza  la  normale  mutazione  del- 
l'accento, =  re.  T&y.*  I^avwv,  Twv  i^y.Sùfòyj; —  ma  rfr.:  i  sur  fède,  genit.  to 
sarféde,  immutato. 


Dial.  romaico  di  Bova.  Il  nome.  37 

V.  ib.,  e  pùndi  re.  ■Arouvxa  puncta.  Ben  poche  volte  occorre, 
nel  discorso  ordinario  il  genitivo  o  sing.  o  plur.;  ed  è  ridotto, 
pressoché  unicamente,  ai  proverbj,  a'  motti,  e  a  denominazioni 
antiche,  quasi  un  fossile  grammaticale:  àìiji  tin  gardia  ti 
mmélissa  ha  il  cuore  dell'ape  (dicesi  di  chi  abbia  cuor  dolce), 
i  arghia  ton  aléo  la  festa  delle  olive;  lòja  io  'jinekò  ce  por  di 
to  gadarò  òlo  'nani  trama  parole  di  femmine  e  peti  d'asine 
tutt'una  cosa,  eliji  tim  hina  to  foradó  ha  la  fame  delle  giu- 
mente (dicesi  ad  un  famelico),  piati  ton  akharo  glossò  discorsi 
di  male  lingue  (dicesi  a  chi  sparla  di  qualcuno);  del  resto,  nel 
discorso  ordinario,  si  usa  l'accus.  con  la  prep.  azze  di.  184.  Il 
nomin.  plur.  re.  in  -xììz;  ha  qui  due  soli  esempj:  leddàde  so- 
relle, zarfikte  cugine;  i  cui  nomin.  sing.  son  leddà  less.,  zarfi 
è;aS£Xor,.  Il  plur.  di  ìiidna,  madre,  è  mane  (re.  aavàSs;).  Quello 
di  melissa  è  il  neutro  dimin.  mellssia;  cfr.  re.  [j-eIitgwv  allato 

a    \).Ì\lCG7.. 

Seconda  declinazione.  185.  Ciò  che  si  è  detto  del  genit. 
sing.  e  plur.  femm.,  va  ora  ripetuto  pel  mascol.:  nero  tu  kjeril 
^acqua  del  tempo'  acqua  piovana,  to  pigàdi  tu  iieril  la  polla 
dell'acqua,  o  potamó  tu'jalil  minuto  il  fiume  della  marina  pic- 
cola (ma  Kliristòjenna  Natale  =  XpiaTO'jy-)  ;  azzaforia  tu  liku 
confessione  del  lupo  (dicesi  al  briccone  che  promette  pentirsi  dei 
misfatti  che  confessa) ,  ta  pedia  ammiàzzu  to  gonéo  i  figli  so- 
migliano a'  padri  (con  genit.  in  funzione  di  dativo),  riikjio  ton 
addò  rùkjio  ton  olà  roba  d'altri  roba  di  tutti,  o  iljo  tu  martiu 
tripla  to  ceraio  tu  vudìu  il  sole  di  marzo  buca  il  corno  del 
bue,  ecc.;  ma  nel  discorso  ordinario:  azze  to  kjeró,  azze  to  lìho, 
's  tu  gonéu,  azze  to  marti,  ecc.  Men  raro  però  è  nel  discorso 
comune  il  genit.  de'  diminutivi  neutri  in  -lov  (che  hanno  assunto 
significazione  positiva):  i  tripa  tu  klidiu  il  buco  della  chiave,  to 
ambiìddi  tu  aladiu  l'ampolla  dell'olio,  to  flnso  tu  haridiu  la 
scorza  della  noce,  ia  strazzia  to  pedio  gli  stracci  de' figliuoli,  to 


184.  chor.  di  roch,  sederféde. 

185.  rfi'.Khristù  n.fond.,  come  a  dire  'fondo  di  Cristo'  'della  Chiesa';  roch. 
tupiu  dello  zio;  tu  leddidiu  del  fratello,  tu  klìorafiu  del  podere;  ma  tu  hjiméri 
(non  tu  Tìjimeriu)  del  capretto;-  cndf.  i  tripa  tu  vcrmiciu  la  buca  della 
formica,  to  dèrma  tu  amiti  la  pelle  dell'agnello. 


38  Mol-osi , 

fiJion'o  tu  Vinii'u  il  villaggio  di  Viini  o  Uocraforte.  18(».  Ton- 
sorvasi  l'accus.  plur.  masc.  boii  distinto  dal  noniin.;  ma,  al  solito. 
senza  -,-,  quando  segua  parola  oho  iiu'oiuinci  per  consonanto.  1^ 
occorre,  oltre  elio  noi  reggimento  do'vofln  transit..  corno  in 
aì'ijàiio  tu  ctpu  lavoro  gli  orti,  oapiìo  tu  hall',  amo  i  buoni, 
iuh'iìuo  tìis  ahìidni  odio  i  malvagi,  e  delle  solite  prep.  :  //.'e'  ólu. 
con  tutti,  eoe.,  pure  in  loeu."ioni  tenij^M-ali:  dio  kHróììUS  apissc. 
due  anni  addietro,  lUo  rnmus  arte  due  mesi  or  fanno.  187.  Nei 
proparossitoni  masc.  non  è  costante  quel  regresso  dell'accento 
che  nel  ro.  (>  noru\ale:  atrcpo  avGpwroc,  plur.  atropi;  apòstohh 
plur.  apostoli;  amisto  malato,  pi.  (rrì'usti:  ma  aìKjhclo.  piar. 
unijheli  re.  àyyiXo'.;  ìnàstora  maestro,  pi.  r/ìàstori  ve.  •j.x-Tozy.; 
kdruro,  plr.  hàniri  ve.  xx'io'j:oi,  ecc.  ISS.  Ksempj  di  muta- 
zione tli  genere  e  lU  tlessione  sono,  come  noi  re.  questi  ohe 
seguono:  o  lògo  ó  Xóyo^,  pi.  lòja  e  lójatti',  o  ammiaìò  ó  p-isXoc, 
pi.  (a  ammialii;  o  sparo  6  <rr:6:o:,  pi.  fa  spòra:  ma  stéo  òerrlov, 
pi.  slt'a  (re.  e  otr.  stèata').  ÌS9.  1  nomi  dal  sg.  in  -a  e  in  -i 
(re.  -«?  -yì;)  hanno  tutti  oostanton-.ente  il  plur.  in  -t":  ìiìéfla 
{o.niì(].)  yCkéTzxr.;,  Jalota  abitante  della  marina  ^aiyiaXoTrc  (ctV.  -a 
eoi.  e  zacon.  =  -T;;  Muli.  PO),  zemadiiri,  aggett.  e  sostant..  ro. 
vJisfAaxapYi;,  samhaUri  less.;-  plur.  kìéfìi  Jaìòti  semudtìri  ecc- 
Anche  lahi,  chiacchierone,  fa  al  plur.  lalL —  Ma  il  plur.  di 
singfieni  cognato  <rjf(z\r\;,  è  sinffhemktia,  come  ìeddc^  less..  fra- 
tello, fa  ìeddédia. 

190.  Quanto  ai  sostantivi  della  terza  deolina.ione  a!i:ioa.  i 
femimli  ne  son  compiutamente  passati  alla  prima,  e  i  masoo- 
lini  alla  seconda.  I  mascolini  re.  in  -xc  qui  volgono  volontieri 
in  -o  [-o;],  di  rado  in  -»  [-t»;]:  ffonéo  antenato  re.  yovéa^  (-j-ovsic), 
HÌroto  ì^^oìxcx.q  (ù^pws  -wtq;),  ìimako  terra  molle,  imbevuta  d'ac- 
qua  (l^sijxot;  prato),   kórako   xópatjca^  (jtójjx^,  ajólupo  odyùxù-x; 


186.  roch.  hdmetg  tvs  dddtt  Hno  p-a  pèUU  no,  kdmvsi  lesd  fate  agli  altri 
quello  che  voi  volete  gli  altri  facciano  a  voi  (sensa  prep>osiiio&e)  ;  -  chor« 
vU  roch.:  Kdmete  ton  addò,.,  (col  genitivo  ia  luogo  tl3U''aeeusatÌTo). 

1S9.  roeb.  rfr.  S(^ierf(.kim  cxigini,  anìspy.ldkì  uiptoti,  boT.  sarfi  <mtff5i«;- 
cudf.  f«ftM«%a  =  boT.  -wJfta. 

ISKK  rfr.  iiim» -hnyt,  «tfrofe»;-  roch.  /ì^ò,  eome  yyyò?  nel  iv.  (^wyò?),  fug- 
giasco. 


Dial.  romaico  di  Bova.  Il  nome.  39 

(-or!/),  jilòni  (otrant.  jitóno)  ysiTova;  (-wv);  allato  ad  andrà 
àvSpa;  (àvYip),  Jljùnóna  /£ip.(^va;  (/£i'/.o>v),  e  kópona  cappone.  — 
191.  Ai  re.  yilri;  (yéXoj;  -wto;)  riso,  yspog  (-o)v  -ovto:),  qui  natu- 
ralmente rispondono:  J<^^o  {\}^-j<''ljtt),]àro.  Ed  entra  similmente 
nell'analogia  della  seconda  deci,  il  neutro  in  -or,  come  è  y^Cko-^: 
Jiilo,  pi.  ta  Uili.  192.  Degli  antichi  neutri  della  terza  in  -a; 
ed  -7-,  cioè  kì^éa  x.p£a;  pi.  kréata,  sòma  r:Gì[j.y.,  dèrma,  éma  san- 
gue yX[j.7.,  nimma  bozzima,  trimma  tritume,  krùma  suono  re. 
x.po'jcr|y,a  (/.pouy.a)  e  la  infinita  schiera  di  siffatti  nomi  in  [j.y.  (pres- 
soché estranei  ai  dial.  otr.),  nulla  è  da  dire,  se  non  che  ben 
raramente  se  ne  ode  il  genitivo  (-aTou,  alla  romaica;  anzi  ne 
ho  il  solo  esempio:  i  sikla  tu  galàtu  la  secchia  del  latte),  e  che 
il  riflesso  di  /.èpa;  corno  è,  come  nel  re,  ceraio.  193.  Le  voci 
che  il  bovese  ha  assunto  dal  dialetto  italiano  della  Calabria 
seguono  le  stesse  norme  che  ne' dialetti  otrantini  (Otr.  121j, 
colla  differenza  che  i  mascolini  non  grecizzati  qui  diventano 
neutri,  serbando  però  V -i  plurale:  to  guài,  to  lijùri,  io  giiviio 
il  guajo,  il  fiore,  il  gomito,  plur.  ta  guài,  ta  lijùri,  ia  gùviti. 
Formazione  dei  sostantivi.  I.  Suffissi  ferainili.- 
191".  Agli  antichi  nomi  in  -iv.,  come  jairia  ix-r^iy.,  Amalia,  nome 
d'una  via  di  Bova  ('pianura',  ó|7.a.>.ia),  fclia  amicizia,  foresta 
vestimento,  amolojia  àiJ.ok-,  fìtta  piantagione  ^uTsia,  non  pochi 
nuovi  si  aggiungono,  la  più  parte  de'quali  nel  comune  linguaggio 
della  Grecia  non  si  riscontrano:  zulia  re. '(-/jlta  ('(yìV>:);  hjmonia 
invernata,  fasta  fascia,  kamasiarta  spranga  di  ferro  che  porta 
la  catena  del  focolare,  melissaria  sciame  d'api;  e  akrivia,  afa- 
dia  n.  159,  klialastaria  rovina  (cfr.  /^AaTTp-ia,  Du  Gange),  ostria 
nimicizia  (£/Opa),  andropia  vergogna  èvTpo-r,,  plusia  ricchezza 
dall' aggett.  plùso  Tzlo'jif.o; ,  limMsiia  voglia  (cfr.  limhizzome 
m'invoglio  re.  "k'.iJ.rJL-) ,  flastimi'a  bestemmia,  akìiarìa  ed  -altri 


192.  cndf.  to  skulici  tu  khumdtu  il  verme  della  terra. 

194.  roch.  oltre  sinnofia  nuvolaglia  rrvj-jsfto:  e  limbisia  allato  al  bov.  tim- 
bistia,  anche  agapia  amore  (bov.  ago/pi),  hharapia  (cfr.  yy.fjOTV'j^)  allegrezza, 
serokjeria  tempo  duro,  cioè  secco  e  sereno  (quasi  '^sfjo-y.y.ipicf.'),  vlójia  (b.  vlo'ji- 
mia),  pio  far  la  ordigrlo  fatto  di  plofdria  (cioè  di  crini  di  cavallo,  per  acchiap- 
pare uccelli),  fjacia  carcere  o  volta,  ond'esce,  regolata  a  piacimento,  l'acqua 
derivata  da  un  fiume  o  raccolta  da  una  o  piìi  sorgenti  per  alimentare  mo- 
lini  ecc. ,  qua.si  :  ^\)ly./.fy.. 


i 


40  Morosi , 

nel  less.  195.  Allato  ad  angalia  abbracciamento  re.  àyx.a)^ia, 
racldia  bastonata  re.  pa^f^ia,  e  dacia  morso  ((^à/,o;),  occorrono 
anche  angalimia  raddimia  dangamia  (l'ultimo  pure  otran- 
tino  e  propriam.  'morsicata'  re.  Say/.a[j.aTÌa)  ;  e  sullo  stesso  tipo, 
derivati  da  nomi  verbali:  kanunimia  guardatura,  da  kanùnima 
l'atto  del  guardare;  fìlimia  baciata,  da.  filima',  katarimia  ma- 
ledizione, da  katàrhna;  vlojhnia  benedizione,  da  vlójhna;  sii- 
rimia  fischio,  da  surima  (j'jzv{[j.c/..  196.  Tranne  due,  cioè  si'kosi 
'alzata'  carnevale  cvixwGt;  e  zósi  'vita,  fianco'  ^wci;,  mutano  in 
-la  tutti  gli  antichi  in  -i;:  vrisia  ingiuria  re.  ùf^ptcìa,  katevasia 
tu  potamù  'l'ingrossarsi  e  straripare  del  fiume',  propriamente 
'discesa',  cfr.  re.  /.araPacia  infreddatura;  ecc.  197.  Nei  nomi  di 
piante,  il  solito  -la,  come  in  kastania  castagno,  cerasta  cilie- 
gio, milia  melo  [j.r^iy.,  amiddalia  mandorlo  àjxuySyAia,  suvvia 
sorbo  re.  coupPia  {-éa  in  agrappidéa  pero  selvatico,  e  in  nomi 
di  fondi:  Miléa,  Karidéa  RapuSta,  e  simili;  e  cfr.  Peristeréa, 
quasi  'Colombaja',  nome  di  torrente  e  del  fondo  rispettivo); 
ma  quando  si  vuol  esprimere  il  concetto  collettivo,  adoperasi 
-unia,  che  ha  per  base  l'antico  -wv  (-swv),  re.  -cova;:  kalamu- 
nia  canneto,  allato  a  kala^nòna,  da  kalàmi;  spartunia  'gine- 
streto' re.  GTiapTia,  da  sparto;  spolassunia  roveto,  da  spalassi 
less.;  kardunia  'cardeto',  da  kardi;  ma'parunia  'fìnocchieto', 
da  màparo;  ecc.  198.  A  significare  un'estensione  piuttosto 
ampia  di  terreno,  tutta  occupata  da  una  sola  specie  di  piante, 
si  adopera  il  suff.  -ckta  (il  quale,  del  pari  che  -unia,  non  è, 
eh'  io  sappia,  in  questa  funzione,  del  re.)  e  si  riduce  ad  -à 
ne' nomi  di  fondi:  fagàda  quasi  lenticehiata',  campo  coltivato 
a  lenti;  Kalamippà  da  kalàmippa  menta  silvestre  /.a}.afxiv9a, 

195.  roch.  pidimia  salto,  hov.  pidima  tt-^S-. 

196.  roch.  cmbasi  entrata,  bov.  émbima;  e  plérosi  maturanza,  bov.  ^^e- 
roma;-  cndf.  vlastemmasia  (per  il  bov.  vlastimia),  che  par  contenere  un 
vlastimis  di  fase  anteriore. 

198.  roch.  Sparla  da  spùrio  s.  e.;-  cndf.  Skliprd  Orticheto  da  sklipra, 
Scinidd  da  sim'di  (bov.  sini)  lentischio  (T-^ohog,  e  analogamente  Agrasiddd 
da  agrosiddo  cane  selvatico;-  rfr.  Akappd  'Spineto'  da  a7idj)jn,  Velond 
'Ghiandaja'  da  veldni,  Alifrakd  {-  *dafnikada)  'Laureto',  Lugard  'Saliceto' 
(cfr.  re.  "kvyxpicf.)^  e  analogamente  Ajendràda  'Viperajo'  da  djéndra  (bov.  alìjén- 
dra  65);  e  ancora  per  nomi  di  fondi  il  pi.  fem.  di  forme  che  appajono  agget- 
tivali: Kannaveré  'Canepaja',  Krijìeré  'Orzaja',  Kropané  'Letamajo'. 


Dial.  romaico  di  Dova.  Il  nome.  41 

Karidà  da  karidi  xapuS-  noce,  Vutiimà  da  vùtumo  Po'jto|/.ov  fru- 
tex  palustri»,  Amiddalà  da  amiddalo  s.  e,  Marajìà  da  malga- 
ro s.  e.  ;  e  analogamente  Perdikà  da  2'X^'^dici  pernice.  199.  Con 
analogo  yalore,  in  qualche  nome  di  fondo,  abbiamo  -l'isa,  che 
dev'essere  il  lat.  -ésa,  calabr,  -lisa:  Sterùsa  quasi  'Felceto'  da 
stéra  77T£pic;  Lipaìvisa  quasi  'Petrosa'  da  lipàri;  cfr.  KyMo^JGv., 
che  dev'essere  *'A/.av9oriGa.  'Spineto',  nome  di  fondo  in  una  per- 
gam.  italo-greca  del  1053,  e  My.oy.fìCìax  cioè  'Finocchieto'  in  altra 
del  1058,  ap.  Trincherà.  200.  Di  gran  lunga  più  frequente  che 
ne' dial.  otrantini,  occorre  qui  poi  il  re.  -àSa  ad  esprimere  qua- 
lità di  colore,  sapore,  ecc.:  aspràda  bianchezza,  mavràda  ne- 
rezza, gliéàda  dolcezza  yT^uxàSa,  prikàda  amarezza  7:r/.pàSa, 
zikUràda  freddo,  ecc.,  tutte  voci  re.  Ma  questo  suff.  vai  qui 
pure  ad  esprimere  un'azione  alquanto  continuata,  a  un  dipresso 
come  V -cita  ital.,  che  forse  ha  influito  qui  sul  greco.  Così: 
strammàda  quasi  'lampeggiata'  re.  àGxpayfxa,  vrondimàda  'tuo- 
nata' da  PpóvT-ziy.y.,  patimàda  pestata  da  T^àrxaa,  fisimàda  'soffio, 
folata  di  vento'  da  oÌìotìUm.,  kamàda  scottatura  da  kùma  y.ySJ\Ly.\ 
e  analogamente  pimgimrkta  puntura.  -  Ricordo  ancora  zofràta 
lucertola  n.  16.  201.  -àia.  Oltre  il  re.  zukhàla  pignatta,  an- 
che fisàla  vescica,  re.  cpu(7àviov  ('puc-ali?  ecc.).  202.  Il  fem.  di 
pondikó,  topo,  è  pondikàra  (quindi  trifopondikàra  il  fem.  di 
irifopóndiko  talpa);  di  astàlakìio  grillo  n.  109,  astalakliàra', 
e  son  foggiati  suU'  analogia  di  mulàra  mula  re.  (xou7.àpy.  (al 
masc,  l'it.  mulo;  assegnandosi  qui  il  re.  mulàri  al  solo  signi- 
ficato di  'figlio  spurio)',  gadàra  re.  ya.Sàpa,  fem.  di  gódaro  asino, 
e  ìijimàra,  fem,  di  Uimaro  capretto  (Esich.  /eijxapo;).  203.  -tra 
-tro.  Di  nuova  formazione  sono  zalisa  num.  155,  flùso  buccia 
re.  (plo'jSa.  204-5.  -ina  -ena  (cfr.  re.  zlccoivy.  cerva,  ecc.;  ant. 
cuatva  ecc.):  derfaci'na  porca;  melissofàjena  (quasi  -oàyaiva)  uc- 
cello ghiotto  di  api,  sikofàjena  beccafico,  tirofà'jena  grattacacio 

199.  rodi.  Spartùsa  allato  a  Spartà  s.  e;  Kateferùsa  contrada  in  decli- 
vio (cfr.  katéforo  n.  II);-  rfr.  Donahilsa,  dall'ant.  Svvx^  specie  di  canna. 

200.  roch.  6ulùnàda  snooi'fia  di  ripugnanza  (^v?^-). 

203.  roch.  /lustra  per  il  bov.  flùso;-  gali,  pléklipra  treccia  di  fichi  sec- 
chi, per  il  hor.  plésta  183. 

204.  cndf.  attalohina,  b.  astalakliàra  202;  e  i  n.  di  fond.  Kòndena,  Kus- 
zomlttena. 


42  Morosi , 

('mangia-cacio'),  da'masch.  re.  [y.s'XtcTo- Gu-^o-Tupo^pàyo;.  E  qui  forse 
rivengono  anche  i  nomi  di  fondi  Ariiajena,  Flòjcna.  20G.  -issa: 
jitónissa  vicina  yetTÓv-,  singhénissa  cognata  Guyyfv-,  207.  -nda: 
alupùda  volpe  re.  à"Xou7Troìi.  Qui  spetta  probabilmente  anche  klùz- 
za  ernia  >ìyiV/i;  e  ancora  forse  trùa,  pure  otrantino,  'agucchiata', 
re.  òrpà.  208.  Si  è  fatto  feminile  fràsti  siepe,  mgr.  e  re.  ó  9pà/.- 
Tvi;;  e  rikla  oscilla  tra  'rosa'  e  póSov. 

IL  Suffissi  mascolini  e  neutri.-  209.  Fra  i  sost.  masc. 
citati  al  n.  189  è  osservabile  lalà,  unico  esemplare  che  in  questi 
dialetti  rappresenti  l'-x;  re.  dei  tanti  nomi  di  professione  (^j/oi- 
[;.a;  panattiere,  ecc).  210-12.  Noto  ancora:  pa^opt'ta  nonno  re, 
7:v.7Z7zo\j;  (efr.  l'ant.  aggett.  TiaTirTucpo;);  s^enna^o  pentola,  in  cui 
pajono  confluire  il  gr.  crTàf/,vo?  e  l'it.  stagnata;  vastistiiri  prete 
battezzatore,  col  suff.  ital.  -óre;  laddove  in  fisatiiri  'canna  di 
legno  con  cui  si  soffia  nel  fuoco  per  attizzarlo'  avremo  -oupwv 
per  -Yiptov  (efr.  oir.jalisttiri  'pettine  e  naspo'  =ù(xkiGx-  e  ^ixhjar- 
-■/ipwv),  come  sovente  fra  loro  si  scambiano  nel  re.  -àpiov  ed  -06- 
ptov  (p.  e.  x'/ixàpiov  e  /c-zi-^Toupiov  orticello).  213.  Il  dimin.  lutunàri 
'bitorzolo'  presuppone  forse  un  positivo  lutimi  -  tulàni  (tuIo;)  ; 
efr.  piruni  piuolo,  re.  Treipouv^ov  (Tueipà  punta),  e  inoltre  lo  za- 
con.  kramln'ini  cavolo  allato  a  x.pà[;.[^-/i ,  e  pur  l'ant.  dimin.  ctt,- 
0UVWV  ali.  a  -TviGo;  (Deffn.  316). 

Diminutivi.-  L  Feminili.  214.  -ùdcla  re.  -ou"Xa  è  usatissi- 
mo :  leddùdda  sorellina,  mistriklda  cucchiaino  (efr.  re.  [j.ouGTp-'ov 
cazzuola),  jperdihiklda  pernicetta  TrspSf/.oula,  asterndda  aletta 
TTTspouT^a,  kardùdda  cuoricino  xapSoula,  nihliudda  'unghietta' 
e  'piccolissima  quantità  di  checchessia'  (efr.  re.  vu/wv),  ecc.  — 
215.  Meno  usato,  ma  pur  frequente:  -édda,  che  è  il  lat.  -ella, 
ma  tanto  divulgato,  pure  oltre  Jonio,  del  pari  che  il  suo  ma- 
scolino (n.  220),  da  potersi  dire  comune  romaico.  Es.:  alupu- 
dàdda  volpicella  207,  tulupédda  batuffoletto  di  lana  ecc.  22,  fur- 
tédda  manatella  (re.  (^o^y^iy.),  miccédda  'piccina'  fanciulla  225. — 
Nessuno  schietto   esempio  del  sufF.  re.  -irCv.  (vedi  però  il  less. 

207''.  roch.  sapisSa  per  il  re.  uxnrìlo'.  legno  infracidito. 

210.  roch.  pappo  TzàTZTzoz. —  211.  rfr.  ta  pranddta  le  nozze,  allato  al  «in- 
goi, re.  u7rav5^£U|:/«,  bov.  j^ì'àndemma. —  212.  hapistuli  sedia  xaSi^rvi^jov. 

215.  roch.  e  rfr.  kaspédda,  cndf.  kaspédda  fanciulla  (otr.  kafcédda) 
less.  .s,  '^kazzéddà'. 


Dial.  romaico  di  Bova.  Il  nome.  43 

s.  kazzédda,  e  i  num.  219,  244)  e  nessuno  di  -o^irV/  (ma  cfr.  il 
n,  244).  Al  dimin.  re.  ^sTaTiouSa,  farfalla,  risponde  qui  il  posit. 
péhujda,  cfr.  ant.  tzìxxIo'^  lamina,  re.  Tczzcdiov  orpello.         Neu- 
tri. 216.  -i[o]  -i[o]  (-10V  -lov)  è  frequentissimo,  ma,  come  nel  re, 
con  significazione  positiva:  lièvi  mano  re.  /opiov,  manici  manico 
re.  (xavix'.ov,  vuth  ^outiov,  tiri  Tupiov,  ecc.;  e  ancora  serbato  l'-o 
di  -io,  in  khorio  villaggio  /wptov,  tiKio  muro  tei/-  argalio  te- 
lajo  èpy-;  Kastecjdio,  Ceramidio,  nomi  di  fondi.      217-8.  Raro 
-«Siov:  glikàdi  vinello  dolce,  vrastàdi  caldajo;  cfr.  re.  [v.avàf^tov 
'matereula';     -à-ptov  ne' due  soliti  es.  klioràfi  '/}oz-,  già  di  Esi- 
chio,  e  klirisàfl  oro  re.  x?^^''    -ó'-P^^^  in  pissàri  pece,  fengàri 
luna,  kiivàri  gomitolo,  re.  t:icc-  «psyy-  xouSàpLov;  muniidri  17, 
luiunàri  2Ì3;  zoflngàri  134;  e  specialmente  in  voci  di  prove- 
nienza lat.:  luppinàri  17G,  miistàri  (re.  [j.oxjq'zoz)  mosto,  tinàri 
tino,  jongùri  giunco,  palatàri  palato.     219.  Di  -kZiov  un  solo 
esempio,  nel  nome  di  monte  Lestizzi  'lievemente  sottile,  acuto', 
quasi  As-TiT^tov.     220.  Non  infrequente  -ecìdi  =  re.  -£>iov  (v.  il 
n.214):  var ecidi  barile  ^«.^ilio^,  pesécldi  mCil-;  miccéclcU  'pic- 
cino' fanciullo  235.     221-5.  Veri  suffissi  diminutivi  sono  -àci: 
kugàci  bitorzoletto  58,  marucìclàéi  tu  Ujimóna  lattughella  in- 
vernale, fortàci  fardelletto,  hunc'ici  porcellino,  adonàci  usignuo- 
letto,  kossifàci  passerino  -/.oaa^jv^-,  arhuràci  arboscello,  ecc.;  — 
-ncli  (re.  -ouSiov,  ma  specialmente   ciprio,  Muli.  90):  par  temidi 
re.  TvapOsv-  mercoreWa;  Ji7nbar lidi  gobbette,  dal  ealabr.  jYm&w 
gibbus;     nel  eli  (re.  -ou>.'.ov):  sakkuclcU  ecc.  150.     -uri  (re.  -06- 
o'.ov):  cipnri  orticello  re.  >cr,7to6piov,  allato  a  cipo  orto  y/h~%',  wa- 
snri  spoletto  re.  ixaao'jpiov ;  pissùri  less.     -uci,  il  più  frequente, 
un  vero  e  proprio  suffisso  greco  (cfr.  mgr.  e  re.  7;a>.o'j/.'.ov,  otr. 
e  bov.  pallici;  re.  •/.ouVj'jx.iov,  otr.  kulnci;  Otr.  121),  e  non  già 
V -uccio  ital.,  che  è  -ilzzu  -uzza  nei  dialetti  calabresi;-  esempj: 
leclcliduci  fratellino,  alognci  eavallino,  siMiìci  cagnolino,  hi- 
ÌHci  labbruzzo,  podaliici  piedino,  inzzùci  poppellina,  spitùci  ca- 
setta, krevath'tci  lettino,  mandùci  mantellina,  radduci  baston- 
cino, stennatùci  calderotto,  morcùci  pezzettino  'morsellino'.  — 


21G.  roch.  3Iesa-  Katu-  Anu-kliorio,  n.  di  fondi. 

219''.  -t'xjov:  rfr.  hl'iandici  gola,  allato  al  re.  ^^avaaztov  (cfr,  ant  yó-it^Qi  QCc). 

225.  roch.  paganùci  infanto  non  per  anco  battezzato. 


44  Moroei , 

22G-7.  Di  sufi",  accrescitivi  greci  non  ho  alcun  indizio.  Si  dice 
perifrasticamente:  'na  inégan  àtropo  un  omone  (re.  àvOpw-apo:), 
ma  megàli  mitii  un  nasone  (re.  wjTàpa),  ecc.;  e  qualche  rara 
volta  si  adopera  il  suff.  ital,  -òne,  calabr.  -iini:  fagùni  man- 
gione (re.  9aya;).  Quest' -za22,  col  suo  fem.  -una,  piuttosto  ac- 
cresce e  vezzeggia  a  un  tempo:  petakimi  less.,  uccellino  appena 
nato  (cfr.  nell'ital.:  passerotto  e  simili);  zodduna  less.,  ragaz- 
zotta;  micceddùna  (cfr.  sicil.  piccótta),  da  miccédda  215.  — 
228.  Finalmente  vuoisi  notare  che  i  diminutivi  in  accezione  po- 
sitiva (cfr.  n.  216)  qui  abondano  assai  pii^i  che  ne'dial.  otrantini 
e  forse  piili  che  nella  stessa  Grecia.  Che  se  qui  abbiamo  da  una 
parte:  àia  sale  ala;,  éga  capra  alya  {ali),  cefali  testa  (x-s^alr,), 
mistra  cucchiajo  ([j.ócTpo;),  lania  solco,  kànnavo  canape  (/,àv- 
va^oc),  skórdo  aglio  (Tx-oprìov),  kàpona  cappone,  e  Trigono  (Tor- 
tora', nom.  di  fond.),  laddove  il  re.  preferisce  i  dimin.  àla'ziov, 
YiStov,  y,sipà7.iov,  jAuaTpóov,  "kaM'jio^,  xavvàf^iov,  (jy^opSàp'.ov,  7,3C7:o'jvwv, 
Tpuyóvtov;  dall'altra  parte  qui  incontriamo:  mòli  pianura,  alàdi 
olio,  mandali  chiavistello,  mitàri  liccio,  ambiasi  empiastro, 
tafi  tomba,  sufi  truogolo,  stafidi  uva  passa,  tiììio  muro,  vra- 
Jijóni  braccio,  sinória  Hratti  di  confine,  nei  quali  non  si  se- 
menta', ecc.,  a  cui  rispondono  nei  lessici  neo-greci:  ó;j.aAdv, 
zkaio^,  p,àvSalo;,  £'[7,7:)^ac7Tpov,  Taooi;,  c/Jjoo:,  CTy.<pic)a,  rely^o;,  ppa- 
yóìvy.;,  cóvopoc. 

229.  Sostantivi  composti.  Abondano,  e  forse  più  che  non 
nel  comune  romaico.  Citerò,  senza  ulteriori  distinzioni:  mesà- 

227.  rfr.  siddùni  cagnottello,  col  dimin.  siddunàci. 

228.  roch.  savana  vesti  mortuarie,  re.  (Tx^u-Jty.-^  parànoma  soprannome, 
re.  Tra^avó/i/tov;  -  rfr.  pcrdiJia^  bov.  perdikùdda  214.-  All'incontro:  cndf. 
holi,  bov.  hólo  icwXos;  siddi,  bov.  siddo;  skordi  e  pondici,  bov.  skórdo  e 
pondikó. 

22t>.  roch.  pardnoma  s.  e,  potrógalo  176,  silopótamo  legno  trasportato 
dalla  fiumana  (^wtemó),  Tijeràkona  cote  manuale  (a/v'dni),  kuzzopéleko  schiena 
della  scure  (peléci),  kuzzomàlìjera  schiena  del  coltello  [mahéri),  stimo- 
nikhrondo  tela  grossolana  {Mrondó),  sakkokrévatto  pagliericcio  {krevdtti); 
rizàfto  radice  dell'orecchio  (afti),  djalàdi  olio  santo;  e  i  nomi  di  fondi: 
Mesopótamo,  Vapikambo  'Campo-basso'  {hdmbo);-  roch.  e  rfr.  apanóstrata 
katóstrata,  sopra-  sotto-strada;-  rfr.  andiporta  porta  anteriore  [agrdjidi  ca- 
priuolo),  ecc.;-  cndf,  siddópuddo  catello,  unico  esempio  che  in  questi  dia- 
letti rappresenti  la  numerosa  schiei-a  de'  composti  neo-greci  in  -tto-jXoc  'figlio', 
tra  cui  sono  tanti  cognomi  (KaXoye/sÓTrou^oc,  HpiTTÓTrouloc,  ecc.) 


Dial.  romaico  di  Dova.  Il  uome.  45 

ìiisto  mezzanotte  [nista  notte)  re.  v.ì^jàvj/.Tov,  misimméri  mez- 
zodì (iméra)  if.zGTtu.- ;  ponoóéfalo  dolor  di  capo  (cefali),  pono- 
céddaro  dolor  di  stomaco  {ceddàri  13);  ossukàssar^o  interno 
della  cascina  {kassàri  less.),  tiromizzaro  formaggio  molle  {mi- 
zipra  ricotta);  Jiiljopódaro  mille-piedi  'scolopendra'  {2')odàri), 
arihaìnho  zecca  che  infesta  i  capretti  {kàmba),  zilòfurra  fa- 
scine di  legna  minute  per  iscaldare  il  forno  {farro) ,  mavró- 
2nlo  33,  kuzzotràpanoò,  Jijeromnrf aro  less.,  trifopóndikoll^, 
fiddàmbelo  foglia  di  vite  [ambéli),  kJlamorópi  virgulto  nano 
(-ócó-iov);  agrómìnilo  163,  agrokrómmida  cipolla  selvatica  {krom- 
midi),  agrósiko  fico  selvatico  {siko),  agrósparto  ginestra  delle 
lande  {sparto),  agropiccuno  piccione  selvatico  {piccàni,  re.  ttìt- 
'(o'jviov).  Ma  ajenneró  acqua  santa  39,  si  direbbe  all'accento  piut- 
tosto una  giustapposizione  (y.yio-vepó)  che  non  un  composto. 

Flessione  degli  aggettivi.-  230.  I  feminili  seguono  la 
prima  declinazione,  i  mascolini  e  i  neutri  la  seconda;  sul  tipo 
delle  quali  si  sono  quasi  tutti  rifoggiati  gli  aggettivi  dell'an- 
tica terza  declinazione,  qual  pur  fosse  l'uscita  loro.  Gli  antichi 
in  -j;  -zix  -6  sono  qui  in  -io  -za,  quasi  -s'io;  -sìa  (otr.  -éo  -èa, 
quasi  -alo;  -aia)  :  pallio  grasso  "rva^u;,  vario  pesante  papOr,  gli- 
elo dolce  y'Xu/.'j:,  spnjyio  spesso  G-y.%;  15.  231.  Similmente  pa- 
recchi degli  antichi  in  -6;  (passati  forse  per  -6;;  cfr.  mgr.  aa/.pjr, 
od.  cipr.  <xx>'.p'jó;  =  y,a-/.ooc)  ;  makrio,  pricio  tt-./coó;,  kjiddio  /-ul- 
"Xó;.  Intatti:  orto  b-^^ó;  (otr.  artéo),  apio  semplice,  dipló  doppio, 
argo  ozioso,  non  lavorato  (detto  di  un  campo),  amalo  piano, 
eguale  óaaló;  (all'incontro  mali  piano,  tranquillo,  comodo,  il 
quale  coincide  col  iw'di  del  n.  228,  dà  la  forma  avverb.  mali 
mali  'pian  piano,  adagio',  e  presuppone  forse  un  omàlio  per 
l'antico  óy.yj.-h;,  come  alipio  verace  è  da  à},Yi9Yi;,  e  ijo  sano, 
pur  del  com.  rom.,  da  ù-fz-Zn:).  Sopra  questi  si  foggiano,  oltre 
mono  'solo,  dispari'  re.  p.óvo;  e  ;xovo';,  e  misó  mezzo,  allato  ad 
imiso  (r,a'.Gu;),  come  in  Grecia,  eziandio  pilo  umido  {-r^yXo;)  e 
kjioló  torbido  ^(^oXa'io;  ;  -  ma  intatto  è  palèo  vecchio  -y.lxio;. — 
233.  Per  aypio;  selvatico,  fuor  di  composizione,  abbiamo  qui 
agrikò,  col  quale  confronterei  dikó  dikómmu,  re.  Si/.ó;,  ^'Mj;  [j.ou, 
nel  pronome  riflessivo,  vedendovi  un  ì^-./.ó;  =  l'Sto;  'proprio',  piut- 

230.  roch.  filicia  femina,  bov,  jìliLi  Orj.-j/.yì;-  rfr.  varco -bo\.  vario. 


46  Morosi , 

tosto  che  l'óìSi/có;  'speciale',  preferito  dal  Muli.  189.  231.  Per 
à/ap'-?  abbiamo  àkHaro  masc.  e  fem.  'cattivo  -a',  come  son  masc. 
e  fem.  àrrusto  appoGro;,  "pizzilo  zTz'ìQnko;,  e  ancora,  per  falsa 
analogia,  ùjo  ayto?  (p.  e.  A!jo  Ciriaci  Santa  Domenica),  oltre 
stérifo  sterile  (cfr.  òtimo  gravida  £toi[j-o;).  235.  Sopravvivono 
'poddi  molto  -oT^'j;;  e  méga  ;viya;,  in  luogo  del  re.  p.syàlo;,  fem. 
megàli.  Qui  manca  il  positivo  che  risponda  all'otr.  micóó, 
mincó,  piccolo  (cipr.  [xìt'Cti;  -ta  -iv,  zac.  [j.it'Cs  -ta,  epir.  pT'Ct/.ou- 
po'jf^iv,  Cypr.  443)  ;  ma  esistono  invece  le  forme  dimin.  miécéddi 
-édda  215,220.  Il  riflesso  di  tzx;  tzS-gx  t^xv  è  al  num.  265. — 
236.  Il  re.  /covTÓ;  è  qui  solamente  nell'accezione  di  'vicino';  per 
'corto'  è  in  uso  kimduro  -i,  col  quale  si  confronti  il  cipr.  xouv- 
Toupo;  nel  doppio  senso  di  x-oXo^Só;  e  x-ovtó;,  che  mi  par  felicemente 
riportarsi  dal  Sacellarios  al  class.  /.ó9oupo;  'mozzo',  anziché  deri- 
varlo da  -/.ovTÓ;.  237-41.  Di  aggett.  in  -nló;  nessun  esempio  nel 
bovese;  in  -spó?  -tioó?:  drosera  rorido,  kamaterà  [iméra]  giorno 
di  lavoro;  in  -cotó?  (come  i  re.  (a^apcoTÓ?  zuccherino,  ^syXiKTTpcd- 
tù;  sdrucciolevole,  ecc.),  solo  karparutó  fruttifero,  re.  x-ap-spó;; — 
in  -àpn?,  oltre  il  re.  zemadàri  189,  trovo  zondàri  vivente,  re. 
(wvTavó;,  Q  jer ondar i  vecchio,  decrepito,  re.  yspovTa?;  in  -/.ó? 
[-iTt/tó-]:  mesakó  re.  \).zGixy.rjq ,  potistikó  irriguo;  pràstiko  (che 
dicesi  del  vino  eccellente,  quasi  'efficace')  -pa/,Tr/.ó;;  sóliko  less.- 
242.  Ben  pii^i  abondanti  che  non  nell'otrantino  gli  aggett.  par- 
ticip.  in  -y,zo;.  Oltre  i  soliti  jomàto  pieno  y£[7.àTo;  e  kliortàto 
satollo  re.  yooTàTo;,  trovo  qui;  zidiàto  acido  (cfr.  re.  E'jSócto;, 
che  è  sotto  aceto),  asprinàto  bianchiccio,  mesetto  mezzo  {fsìi- 
gàri  mesetto  ce  'jomàto  mezzaluna  e  luna  piena),  pleràto  ma- 
turo, plusàto  ricco.  Aggettivi  verbali  di  forma  antica:  àplito 
sporco,  non  lavato  y.TvluTo;;  e  il  re.  anàlato  insipido.     Veri  par- 

234.  dkllaro  -a. 

235.  cndf,  cecidi  ccclda. 

237.  rfr,  zénnulo  puzzolento  (o?«m;  cfr.  il  tipo  ò.kxttìIó?  fallace,  ecc.). 

238.  già  11.  palijeró  grasso,  Tra^-J?;  -  .roch. ,  rfr.  e  cndf.  kamateri. 

240.  -dli  =  -exp-/ìg   vedremmo  nei   roch.  protali  primo,  e  padddli  sciocco, 
calabr.  paddéco. 

241.  rfr.  e  cndf.  jdstiko  I58n. ;-  rodi,  nianakhóliko  'solitario  e  strava- 
gante', misto  di  it.o-jy.yJz  e  ixùuyyoliy.óg. 

242.  cndf.  lissàto  arrabbiato  (^lia-o-a  ecc.);-  i>fr.  aposépato  scoperto  (àno- 
o-z£7rw);  djirefto  trascurato,  quasi  à/.ù/jteuTo;» 


Dial.  romaico  di  Bova.  Il  nome.  47 

ticipj,  ma  con  significazione  d'aggettivi,  sono  al  num.  274. — 
243.  Aggett.  gentili;  in  -zcano  =  -['//.i]xvó;  (ma  ossitoni  ancora: 
Gallicano  n.  di  paese,  Licanó  Luciano,  Pelikanó  cognome): 
A'jolavrendicano  abitante  di  S.  Lorenzo  e  Roccaforticàno  (che 
dicesi  insieme  con  Vunitcmo)  abitante  di  Roccaforte  [Vuni)\  — 
in  -itàno:  Rijitàno  Reggiano  'Pr,yiTàvo;,  Amiddulitcmo  abit.  di 
Amendolea  [Amiddalia),  RokJmditàìio ,  allato  a  RokJiudisi, 
abit.  di  Rochudi,  Stelitàno  abit.  di  Stilo  {^':'Aoi),Vut''mo  =  Vuit- 
abit.  di  Bova  [Vùa),  oltre  il  s.  e.  Vunitàno;  in  -òta  [--óiT-n;]: 
K ondo fiir iòta  abit.  di  Condofuri,  Afrikóta  abit.  di  Africo,  Ja- 
lòta  189.  24:4.  Rarissimi  gli  aggett.  diminutivi:  prasinùdi 
verdiccio,  kalùzziko  buonino  di  salute  re.  -/.a.T.o'jT^r/.o; ;  e  non 
meno  rari  gli  accrescitivi:  rakliùni  magro  allampanato,  dal 
re.  priyó;.  Cfr.  i  num.  215  e  226-7.  245.  Aggett.  composti: 
stravopódi  piedi-torto,  kuzzopódi  piedi-mozzo,  kuzzohéri  mani- 
-mozzo,  kuzzomitti  camuso  (nasi-mozzo),  tutti  pur  del  re. — 
246-7.  Comparazione.  L'antico  suff.  comparativo  -tsoo  so- 
pravvive qui  in  un  solo  esemplare:  megalótero,  che  ha  senso 
di  comparativo  assoluto  ^un  po' grande,  piuttosto  grande';  e  l'-tov 
nei  due  esemplari  comuni  all' otrantino:  kàljo  meglio  -AxXkiov, 
Jiiro  peggio  /sipov,  che  del  resto  non  si  usano  se  non  accom- 
pagnati dall' avv.  -"Xsov:  plen  gàljo  'più  meglio',  'pleliliiru  'più 
peggio'.  Nessuna  traccia  di  suff.  superlativo.  Dicono:  paddi 
(-ol6)  méga  grandissimo,  o  poddi  micccddi  il  più  piccolo,  ecc. 
Ma  persistono  i  superlativi  col  prefisso  Trxpà,  che  nell' otrantino 
son  così  scarsi.  Citerò:  paraméga  'permagnus',  molto,  troppo 
grande,  parajìoddì  moltissimo,  troppo,  parali go  pochissimo, 
troppo  poco,  e  così  paraplùso,  parastenó,  paramàgno,  ric- 
chissimo, strettissimo,  bellissimo,  ecc.  Il  'quam'  di  compara- 
zione qui  si  esprime  per  7:xpà  :  ego  ime  pliiso  pie  pparà  ssé  io 
sono  ricco  più  di  te;  em  Neh  gàljo  na  pelvJni  para  na  kàmi 
mlan  àkliaro  dulia  è  meglio  morire  che  commettere  una  cattiva 
azione. 

Numerali.  248.  Conservasi  tal  quale  l' ant.  Tpiàx,ovTcx  (re. 
TpiàvTa):  triàkonda.  Gli  altri  cardinali,  come  nel  re;  salvo  che 

248.  rodi,  e  rlr.  Iriditela^  cudf.  Irànda;-  roch.  aèinda  i^/ì[y.o]vrc/.  ; 
rfr,  esìnda,  eftinda  èivr-,  o fluida  ò/t-,  enncindu  re.  ìwèv/ivtcz.  roch,  2^'''^' 
tùli  n.  2-10. 


48  Morosi, 

le  denominazioni  romaiche  cedono  il  posto,  al  di  là  del  50,  a 
delle  perifrasi  calabresi:  irla  ventine  CO,  irla  ventine  ce  dà- 
lia 70,  ecc.  Da  kató  é^y.-rov  a  liilji  yilioi  (o  Jijiljàda  migliajo), 
si  procede  ancora  coi  calabr.  dio,  tria  centinàra,  ecc.-  Man- 
cano gli  ordinali,  salvo  'protinó  TrpcoTSLvó;,  che  fa  le  veci  di 
-pco-o;. 

Pronomi.-  Personali.  249.  Non  differiscono  dai  re:  ego, 
esù,  plur.  emi,  esi,  ecc.  Notevole  la  forma  organica  nell'  ac- 
cusat.  sing.,  retto  dalle  solite  prepos.  :  's  emme  a  me,  ja  'ssó 
per  te,  ecc.,  allato  alla  re.  emména,  esséna,  che  però  è  prefe- 
rita nella  costruzione  enfatica;  emména  m'agapùsi  òli  me  mi 
amano  tutti.  250.  Baritono  cisto  (otr.  a  fio)  'egli'  ajxó;;  e  si 
ode  spesso  con  accezione  dimostrativa  in  ja  's  àsto  'per  ciò', 
allato  a  ja  tato.  Notevole  ancora  manaklióndu  (otr.  mana- 
kJióttu  ecc.)  'da  sé  solo',  che  qui  non  trova  alcun' altra  forma 
correlativa,  dicendosi  a  cagion  d'esempio:  ego  manakhó  da  me 
solo,  àsti  manalil  da  sé  sola,  ecc.  251.  De' possessivi  non 
rimane  se  non  1'  vj/'j;  fossilizzato  in  jpatrimó  paternostro  t.o.- 
T'ho-E'^-óg;  del  resto  i  soliti  dikómmu  dikóssu  dikóttu,  re.  Siv-ó; 
aou  ecc.  252.  Dimostrativi:  I.  tiito  -i  questo  -a,  re.  toOto;  toutvi, 
genit.  sing.  tutù,  tuti,  genit.  plur.  tuta;  cino  -i  quello  -a  èx.ei- 
vo;  èx.sLvr,,  genit.  sing.  cinù,  cini,  genit.  plur.  éinó  ;  IL  tùndo, 
plur.  iùnda  (e  qualche  rara  volta,  coli' assimilazione  del  v  al  S, 
tuddo,  tùdda;  cfr.  Comp.  xxv),  un  'neutrum  tantum',  =re.  toOvo 
To,  plur.  Touvcc  Ta,  genit.  tuta  tu,  lutò  to;  e  cosi  di  solo  neutro: 
cindo,  plur.  cinda,  re.  èx.eivo  to  ecc.,  genit.  cimi  tu,  cinò  to  (il 
primo  di  questi  pronomi  foggiato  per  avventura  sul  secondo; 
cfr.  l'otr.  tunà,  genit.  di  tùtó);  III.  ettùno  -i  cotesto  -a  re.  a'j- 
Touvo;  ecc.  (cfr.  ettii  costi  aùToO),  ed  ettùndo  re.  a'jTouvo  to  ecc. 
(Muli.  196,  Comp.  80),  genit.  tunù  tu,  ettunù  tu,  ecc.  253.  Re- 
lativi. Il  solito  é  pu  re.  tuou,  cui  però  sottentra  non  di  rado 
l'indeclin.  ti  (^tì);  p.  e.  hazzédda,  esù,  ti  den  éliji  ti  kàmi  'fan- 
ciulla, tu  che  non  hai  che  cosa  fare',  cino  ti  su  légo  ego  quello 
che  ti  dico  io,  cino  ti  su  zitào  quello  che  ti  cerco  (cfr.  Comp.  xvi, 
xvii).  254.  Correlativi.  I  soliti  tosso  tógo;,  posso  ttógo;;  e  inoltre 
téddeko  tale  e  tanto,  che  vuol  dire  l'ant.  Tri>v'>,o;,  con  accento 
arretrato,  anziché  il  re.  tìto-.o;  [tìtyoìo;,  t£tìo;,  titio;].  255.  In- 
terrogativi. Il  solito  vis,  ti,  che  si  confonde  coli' indefinito  (256), 


Dial.  romaico  di  Bova.  Il  verbo.  49 

e  pio  quale  re.  •ttto'io;  tvo'.óc  256.  Indefiniti:  ti[s],  ne' casi  «obliqui 
tino  (re.  Tivà;;  cfr.  n.  190),  p.  es.  ti  imme  larga  azze  tino  pen- 
séguo  'ch'io  son  lontano  da  chi  io  penso',  ^ému  me  tinòm  hai 
c'egò  su  légo  ecino  pu  hànni  'dimmi  con  chi  vai  e  ti  dirò  quello 
che  fai';  tispo  nessuno  (cfr.  Otr.  125),  cioè  tistìots;  e  tipote 
nulla;  tiskandi  qualcuno  e  tikandi  qualchecosa,  quasi  Ti^-jcàcv,- 
-Ti;  ecc.  (cfr.  Otr.  126:  tikanéne  e  pukanéne).  Oltre  kanéna, 
genit.  kanenù,  e  il  fem.  kammia  o  kàmma,  re.  xaviva?  e  x,a[A- 
pà,  qui  occorre,  ma  non  riferito  a  persona:  kàna,  non  estraneo 
pure  alla  Grecia  (cfr.  Comp.  97  e  xxxiv  :  senza  kàna  tortnénto, 
hammiam  'bena\  senz' alcun  tormento,  alcuna  pena).  257.  Al- 
lato a  pasaéna  e  pasàna  ognuno,  iem.  pasamia,  re.  7racra£va; 
TCaaàva;  ecc.,  anche  V màecììn. pdsa:  pàsa  prdma  ogni  cosa,  ^as« 
mena  ogni  parte  (cfr.  pàssio  pdssia  Otr.  126).  Nel  medesimo 
senso  di  pdsa,  ma  solo  riferito  a  tempo,  odesi  kàpa:  kdpa  mèra 
ogni  di,  kdpa  ni'sta  ogni  notte,  kap'óra  ogni  ora,  kapapóssu'^: 
ogni  quanto?,  kapatósso  ogni  tanto  (cfr.  kàti,  kdi ,  Otr.  126), 
che  è  y-àGs,  accorciato  da  /.aOiva;  (Muli.  216).  In  luogo  del 
re.  ó  Ta^e,  -h  TaSs  (e  di  ó  Selva  ecc.  degli  scrittori  antichi  e  degli 
odierni  scrittori  classicizzanti)  usasi  o  tèsto,  i  tèsti,  già  ricor- 
dato al  n.  13,  che  parmi  essere  da  tiésto  =  '^oicf.\iToq,  cfr.  ettu  ecc. 
al  n.  .14. 

IL    VERBO. 

Tema  del  presente.-  258.  Degli  antichi  verbi  puri  non 
contratti  soli  due  sopravvivono:  céo  e  Mèo,  x.aiw  e  x.>.aiw;  meno 
quindi  che  ne' dialetti  otr.  e  nel  re-  259.  Gli  altri  conseguono 
tutti  un  tema  in  consonante,  inserendo  fra  il  tema  verb.  e  la  de- 
sinenza l'uno  0  l'altro  de' seguenti  suoni:  v,  g,  n,  i.     I.  kUvo 


255-6.  rfr.  pio\s]  costantemente  per  il  bov.  tì[s],  cosi  inteyrog.  come  in- 
defin.  :  pio  kanundiì  chi  guarda?  asiporésete  pios  imme  ego  sappiate  chi 
son  io;  ma  tino  ne' casi  obliqui;  roch.  e  cndf.  pj[5j,  p.  e.  pls  iseì  chi 
sei?;  e  ne' casi  obliqui  pino,  p.  e.  me  pino ì  con  chi?  Si  confondono  insieme 
TToto;  e  Tt;,  sotto  l'impulso  dell' it.  chi.  Ancora  cndf.  pinondeì  a  quale? 
cioè  Tace,  itoiov  coli' antico  suff,  ^e;  e  piano,  gemt.piunù,  per  il  hov.  pio 
(cfr.  TTotavoO,  plur.  Trotavwv,  Muli.  209;  questa  paragoge  ha  il  re.  soltanto  al 
genitivo). 

258-9.  rfr.  e  cndf.  akiio  (cfr.  bov.  kùome)\~  cndf.  klir/o  =  ho\.  klioo. 

Archivio  glottol,  ital.,  IV.  4 


50  Morosi, 

re.  '/.Izlyoì  {ySkzii'})  ;  II.  -('fjuo  -  -éugo -  -suw :  Jatréguo  laxps'jw,  kla- 
dàguo  /."XaSs'jw,  nistàr/uo  vtigts'jw  ecc. ,  nella  cui  analogia  entrano 
qui  pure,  come  ne' dialetti  otrantini,  i  verbi  d'origine  latina  od 
italiana,  p.  e.  sarvéguo  saXvo,  peìisé gito  penso,  puntiéguo  faccio 
punti  {ca.\a.hv. pwiti'ju);  sebbene  questo  dell' -é^wo  sia  un  tipo  sui 
generis,  in  cui  la  desinenza  riesce  ancora  preceduta  da  vocale  ;- 
III.  liìino  re.  'Xuóvw  (X'jw),  zinno  re.  ^'jvw  (^uw),  dénno  re.  Sévoi  (pio)) ; 
kùnno  re.  à-/-o6yco  (àx.o'jto),  ma  col  rifless.  ki'iome,  p.  e,  ego  anogào 
ti  kùome  kalà  io  capisco  che  mi  sento  bene;  krùnno  suono  re. 
/.pouyw  (-/.po'jto)  ;  -  IV.  analizzo  dipano  (àvcc'Xuoj) ,  dakrìzzo  e  ha- 
talìzzo,  re.  id.  (Saxp'jo)  e  x.axal'jco),  ecc.  260.  Pur  molti  degli 
antichi  verbi  in  -àw,  alcuni  de' verbi  in  -sto,  e  tutti  quelli  in  -óco, 
subiscono  siffatta  alterazione,  la  quale  pertanto  è  qui  ancora  più 
estesa  che  non  ne' dialetti  otrantini  e  nel  re-  I.  Oltre  kliànno 
(•'yà(o),  viz zanno  (au^àco),  apandénno  (à-avTato),  hliorténno  {/op- 
Taoj),  forénno  (oopiw),  dénno  (Ssco)  =  re.  )(_avco,  pu'Càvw,  à(.T:.o:vT7j.^oì, 
j^opTaivw,  (popaivoi,  Sivto,  ancora:  klànno  rompo  (/cT^àw), _perdnno  tra- 
verso (Tvepàoi),  alànno  aro  (cfr.  l'ant.  àpóco  allato  ai  re.  àporpsuoi 
àTvSTpsuco,  otr.  alatréguó),  appidénno  (-r,Sào:»);  e  analogam.  ^<2- 
foréìinome  mi  confesso,  allato  alla  forma  attiva  zaforéguo  è^a- 
yopsuo).-  II.  Oltre  i  ve.  pagònno  (Trayóoi),  stravónno  {gt^ol^óoì)  , 
aplònno  e  diplònno  (a-VJoj  e  Si-VJw),  Jmndnno  (yupc^w),  sikónno 
(c7i/.óco),  lestònno  (Xeattóoì),  mdnno  (*ò;xóco  r=  otAvu^Ai) ,  5(5?2no  ((7aóa> 
=  (7w^w);  ed  oltre  karfónno  inchiodo,  komhónno  annodo,  fuskón- 
no  cresco,  formatisi  sull'analogia  di  quelli  e  re.  essi  pure;  an- 
cora: 'emhònno  simhónno  less.,  vuttónno  re.  Pootìoj  (pu9àw), 
aposurónno  46,  dònno  re.  Sww  (SiSw[7.i),  tikJiónno  fabbrico  re.  tói- 
^t(^co  (-sw),  aìijerònno  14  re.  àpj^api^oi  e  àp^tvloj,  zinnònno  (gratto) 
allato  a  ;2;m9io259.-  III.  Oltre  i  re.  adiàzzo,  azzidiàzzo,  kmn- 
hiàzzo,  stafidiàzzo,  àr^s'.à'Cw,  ò^uS-,  y.o\jJ^j-,  cTacpuS-,  ancora  :  diafàz- 
zi  less.;  e  analogam.:  vasiljàzzi  tramonta  il  sole,  allato  a  va- 
silégui  ^cunCk-;  kaì^rastiàzzo  impolvero  re.  xopvax.TL^o>  (/.ovcoprow), 
remmatiàzzo  erutto  èps'jyp,-,  asprindzzo  imbianco,  kunduriàzzo 

260.  cndf.  alénno  per  il  bov.  alànno\-  glicónno  addolcisco,  sprihhónno 
l'affreddo;  e  dclónno  per  il  bov.  tiliizo  (rulinuM)-^  roch,  perdsio^  bov.  -anno; 
anaklàszo,  bov.  -ziio;  sinoridsSo  less.,  hharapidsSome  less.;  cndf.  j907'- 
jjrjó^io,  bov.  ^jar^jató;  sagoriiio,  hov.  caforéguo:,  eh  or.  di  rfr.  :  sapi^- 
zete,  bov.  sapéiiete  —  re.  c-aKvjyETé, 


Dial.  romaico  di  Bova.  Il  verbo.  51 

accorcio  (cfr.  n.  236),  skandaljàzzo  scandaglio,  irivuljàzzo  less., 
skutuljàzzo  ve.  c/.otóvco,  ecc.-  IV.  anakllzzo  orlo  (àvajtXàw),  tri- 
pizzo  (allato  a  tripàd)  buco  Tpu7:àoi,  zanizzo  scardasso  (;avàoj)  ; 
vlizzo  ccòlko,  patizzo  (ali.  d^.  paté)  xa-fsoj,  ap'picUzzo  (ali.  ad  ap~ 
pidénno  I),  svizio  re.  c^6vw  (mgr.  g^uoì,  ant.  cp£vvi»f;.i);  e  ana- 
logam.  azzarizzo  applico  l'acciajo,  oltre  il  re.  alati  zzo  salo. — 
261-4.  Facilmente  intatti,  com'è  naturale,  gli  antichi  verbi  in 
-^oì:  Rézzo  yi'Coì;-  miriàzzo  spartisco  |/.o^pà(^co,  sepàzzo  copro 
crxs::-,  sàzzome  mi  adombro,  m'impauro  Gy,iccC-,  skotàzzi  an- 
notta (e  skotizzome  'mi  ottenebro',  ho  le  vertigini),  stenizzo 
pettino,  xTsv-,  tiganìzzo  friggo  Tiriy-,  anemizzo  ventolo,  ecc.;- 
pézzo  giuoco  t:cììC(,oì  (aor.  épezza),  hràzzo  invoco  x.pà'Cco  (aor. 
ékrazza).  Ma  C  è  riflesso  per  ss  in  stéssi  gocciola  a-zyX.zi  e  in 
pisso  re.  TTYiCoi  (cfr.  re.  /Awc-croj  = -/.WCco  e  il  n.l47).  Intatti  addàsso 
e  tinàsso,  aor.  àddazza,  etinazza;  ma  tilizzo  aggomitolo  re. 
TuXiyoi  (T'jliacoj),  aor.  etilizza.  Ka.Gi!^(o  trova  qui  il  neutro  kapin- 
no,  io  siedo.  Intatto  il  riflesso  di  -/.IóìBoì:  klópo.  265.  Dei  verbi 
in  --T0),  mutili  qui  pure:  vàfo,  pur  del  re.  (^à-Tco),  kléfo  re. 
xXé^w  x.T^spyco  (-/cli-Tw),  /^r//b  re.  xpupoi  xpu^yw  (-/.puTTco)  ;  ma  in- 
tatti gli  altri:  ràsfo,  skàsto,  risto,  kósto,  re.  pàiproi  ecc.  (pànr- 
T(o,  ecc.).  Mutilo  eziandio:  difo  (cfr.  otr.  difo  e  difno]  re.  Ssi/tco 
e  ^Ei'/vor,  -  ant.  SòiV.vu;7.t)  ;  e  ancora  si  aggiungerebbe  trifo  dal 
n.  121.  Nessun  verbo  in  -g-zm.  266.  Intatti  gli  antichi  liquidi 
in  -V  :  méìio  p-£vw  (aor.  emina  ecc.),  perméno  Gspjj.ocivoj  (aor.  epér- 
mana),  zikliréno  ^"^y^^-  ecc.;  sull'analogia  de' quali  si  sono  ri- 
foggiati gli  antichi  in  -jvco,  come  ttIóvco  e  izxl'jvco,  qui  pièno  e 
paléno  (aor.  éplina,  epàlina);  e  si  ottengono  inoltre:  aspréno 
imbianco,  mavréno  annerisco,  ruséno  arrosso,  oltre  i  re.  koìi- 
déno  mi  avvicino  x-ovt-,  lesténo  mi  assottiglio  )^e-T-.  Di  stèddo 
(stello),  mando,  può  chiedersi  se  vada  ragguagliato  all'antico 
cTiXkbi,  0  piuttosto  non  sia  il  re.  (jtsXvw  con  11=  In.  È  più  pro- 
babile la  seconda  ipotesi,  e  cosi  aversi  l'esatto  parallelo  del  rr 
=  rc.  pv  che  è  in  serro,  fèrro,  jér rome,  spérro  -^cz^vto,  tuovco  (rópo)), 


261-4.  chor.  di  rodi,  kapénno  per  il  bov.  kajnnno.  Sul  tipo  di  /.VjOw. 
roch.  aplópo,  diplomo  per  api-  diplònno  di  Bova;  cfr.  il  re.  volòOm  allato  a 
votcpyw  e  vostra  (voioj)  e  il  cipr.  '/^j^Om  (yr/vcWy.w). 

266.  Cdf. :  kunduricno  mi  accorcio,  por  il  bov.  kunduridiloinc. 


52  Morosi, 

^fpvco  (9spoi),  èyspvo[7-ai  (àystpco),  GTrépvw  (a-stpw);  e  in  pérro  Tratpvco 
(j-aiooj),  al  quale  si  aggiunge  in  questi  dialetti:  metèì'ro  scopo, 
spazzo  [j-sTaipvw  (jASxa+atpw).-  Nell'aoristo  è  regolarmente:  ésira, 
éfera,  espira,  épira,  emétera,  come  éstila  da  stéddo.  267.  Le 
quali  forme  ci  conducono  a  qui  soggiungere,  in  via  d'appendice, 
che  nulla  di  particolare  ci  offra  il  tema  dell' aoristo.  Solo  i 
seguenti  verbi  presentano  all' aoristo  qualche  alterazione  tema- 
tica, ma  non  punto  oscura:  azzidiàzzo  (160  III),  aor.  azzidia\ 
zmnónno,  aor.  ézzm  (da  zinno,  qOw,  259,  III)  ;  Jerondàzzo,  aor. 
ejeróndina  (quasi  da  un  yspovTy-Lvco)  ;  mavréno  (re.  fxaupiì^co) ,  aor. 
rifless.  emàvrina  ed  emavripina',  kuféno  divento  sordo,  aor. 
ekùfena  ed  ekufàstina  (quasi  da  kufdzzó).  268-9.  Dei  con- 
tratti in  -w  da  -£w,  soli  si  mantengono  parpató  Trspi-aTsto, 
kJiarró  0app£o),  kUorò  6òwp£w,  portò  t^ovéco,  varò  Pocpsw,  cinigó 
•/.wnyioì,  Tirato  /.paTsw;  e  tavvró  tiro,  re.  Toa^lw  Tpa^àoi.  Gli  altri 
antichi  verbi  in  -fw,  salvo  i  pochi  del  n.  260,  mutarono  in  -àco; 
la  qual  mutazione,  di  carattere  dorico,  è  assai  comune  nel  ro- 
maico, ma  non  ritorna  costante  se  non  fra  i  Peloponnesj.  Cosi, 
agli  ant.  verbi  in  -àoK  gapdo  orfo'--,  klialào,  jelào  ysl-,  Jennào 
ysvv-,  Jerào  (yTipàco;  re.  y^px^oj),  meletào  leggo  (lo  stesso  signi- 
ficato pur  nell'otrantino),  cendào  stimolo  (/.svTacj),  fìsào  oug-, 
zikjirào  'j^'J/.p-,  pelekào  do  colla  scure,  lissdo  mi  arrabbio  Idgg-, 
arotào  interrogo  àpcor-,  e  aporào  less.,  ancora  si  aggiungono: 
anogào  (vosco),  atoncio  e  apotonào  à-oTovfw  ecc.,  zitào  '('■otìco,  afu- 
dào  ^oTtQioì,  alestào  u7^a/,TÌw,  fllào  o'.lfw,  metrdo  p-s^p-,  puldo 
•TTwl-,  polemdo  travaglio,  cimento,  zofdo  J>oo-,  parakaldo  prego, 
diaforào  guadagno,  rigdo  intirizzisco,  azzunndo  à;ii-v£c-j;  e  ana- 
log.  :  addismonào,  pizziddào,  óilcio,  re.  lyicrp,ovfco,  tùitO^sw,  /cuXsw 
(/.uXico).  Verbi  in  -àco  novellamente  formati,  oltre  il  re.  apetdo 
(T^éToy.a.i) ,  sono:  katalào  guasto  (x.zTaljco) ,  zitiUdo  cerco  l'elemo- 
sina re.  "Ctito'j'Xs'jco,  rakliuddào  russo  re.  poj^a}^.i^co,  swrao,  fischio 
cupi^co,  ■uoscto  59  (^óc/cco),  pordalào  re.  7:opS£oi  (-fpSco),  kanu- 
ndo  less.  Mancano  qui  affatto  i  verbi  sullo  stampo  dei  re.  yy.l- 
v(3,  yupvco,  TTSpvcÀ),  ^spvco  (ya>.àc.j,  (pupàco,  TTspàco,  £;£pàoj).          270.  E 

269.  cndf.  katurdo,  bov.  -Uso,  re.  /.xtou/sj^w;  jeriào  resuscito,  risorgo,  dal 
tema  dell'  aor.  pass,  di  jérrome  re.  èyépv-  ;  tremoldo  tremo. 

270.  roch.  dploa,  aor.  di  aplópo  re.  arrXóvoj  (v.  num.  261-4  n.);-  gali,  àhun- 
na  re.  óy-ov/z  (/j/.ouov). 


Dial.  romaico  dì  Bova.  Il  verbo.  53 

chiuderò  con  qualche  osservazione  circa  l'aumento.  Il  tempo- 
rale persiste  in  iklia  tlyjx  (-ov),  trta  r^XQx  (-ov),  ipela  r,9óXa  (-ov), 
l'kua  vixoucra;  cui  si  aggiungono:  ivra  re.  r.tlpa  (supov)  e  z zzerà 
re.  r,^£upa.  Il  sillabico  è  nella  veste  del  temporale  in  ikliorra 
(Gìojpso)),  isoa  sOTOToc  ed  izzia  eCriCa.  Il  sillabico  non  è  costante 
se  non  ne' verbi  il  cui  presente,  o  antico,  o  moderno,  è  bisillabo. 
Così:  ékanna  da  hanno  (/.àpco),  évrizza  da  vrlzzo  ù[^pi^(o,  ecc. 
In  caso  diverso,  può  valere  per  l'aumento  la  vocale  iniziale, 
qualunque  essa  sia,  od  originaria,  o  venuta  in  luogo  d'altra 
vocale  caduta,  od  affatto  prostetica  (cfr.  Otr.  132):  óddazza, 
aor.  di  acjdàsso  àl7-,  àvlezza,  aor.  di  avlépo  pi-o),  ecc.  Senza 
aumento:  l'impf.  asta  e  l'aor.  azza,  di  àsto  accendo  k-toj. 

Flessione.  Sono  superstiti,  per  entrambe  le  voci  del  verbo: 
il  presente,  l'imperfetto  e  l'aoristo  dell'indicativo;  l'aoristo  del 
congiuntivo  e  dell'imperativo;  e  s' hanno  inoltre:  l'infinito  del- 
l'aoristo  attivo;  il  presente  e  l'aoristo  del  participio  attivo;  il 
presente  e  il  perfetto  del  participio  passivo  (cfr.  Otr.  127).  Solo 
i  contratti  hanno,  nella  voce  attiva,  anche  il  presente  dell'im- 
perativo. 

Baritoni.-  Voce  attiva.  271.  Paradigma;  pres.  ind.  linn-o 
-i  -i,  -omo  -ete  -usi;  irnperf. :  élinn-a  -e  -e,  elinn-amo  -ete  -ai; 
aor.  ind.  (cfr.  n.  142):  élia  ecc.;  aor.  cong.  na  Ho  lisi  lisi,  liume 
liete  liusi;  imperat.  aor.:  Ite  liete;  infin.  aor.  lisi;-  particip. 
pres.:  linnonda,  partic.  aor.  lionda. —  Notevole  la  3.  pi.  pres., 
che  ritiene  l'antico  -ouot,  non  affatto  estraneo  però  al  volgo  ro- 
maico d'oltre  Jonio,  poiché  s'usa  a  Maina,  nella  Morea  (cfr.  B. 
ScHMiDT,  Bas  volksleben  der  Neiigriechen,  1, 11),  a  Tera,  Nasso, 
Sifno,  Plomario  nell'isola  di  Lesbo  (Muli.  92)  e  a  Sira;  e  ancora 
la  3,  pi.  impf.  e  aor.,  che  esce  in  -a[cr]'.,  come  anche  si  usa  ne' luo- 
ghi suddetti  e  a  Cipro:  desinenza  che  penetra  in  questi  tempi 
dall'antico  perfetto,  come  anche  ci  mostrano  gli  scrittori  bizan- 
tini (Muli.  15  seg.). —  La  desin.  della  1.  pi.  imperf.  {-amo,  come 


271.  rodi.  rfr.  e  cndf. :  linn-ise  2.  sing.  pres.,  élinn~ese  2.  sing.  impf., 
éli-ese  2,  sing.  aor.,  conservatosi  cioè,  in  grazia  dell' -e  epitetica,  l'antico  -g; 
V.  il  num.  182  n.  Veramente  ò  Unn-ese  la  2.  sg.  pres.  cndf.,  per  i  atono  in  e. 
La  2.  pi.  pres.  è  linn-ite  in  tutti  e  tre  i  luoghi;  la  1.  pi,  impf.  elimi-ame. 
La  2.  pi.  impf.  cndf.  è  elinn-ate. 


54  Morosi, 

nell'otrantino;  re.  -ay.sv)  esce  per  o,  e  si  potrà  disputare  se  la 
determinazione  di  quest' atona  si  debba  all'influsso  del  on  che 
le  precede,  o  non  piuttosto  all'it.  -amo  (-amit);  la  desinenza 
della  2.  pi.  imperf.,  che  nell'otr.  è  -ato,  qui  è  incolume  {-eie). — 
Le  uscite  delle  desin.  dell'  aor.  cong.  vengono  a  coincidere  con 
quelle  del  pres.  indie.  La  2.  sing.  dell' aor.  imperat.  ò  sempre 
in  -e,  la  2.  piar,  in  -ete,  come  nel  re.  (v.  all'incontro  Otr.  135); 
quindi:  sépae  eopri  e  se^Jaéme  eoprimi,  pistezze  eredi,  kràzze 
invoca,  fòlle  bacia,  fùskoe  cresci,  mine  rimani,  pepane  muori, 
féi''e,  porta,  vré  vedi;  plur.  sepciete  e  sepaetéme,  ecc.  Il  pep. 
pres.  è  indeclinabile,  come  ne'dial.  otr.  e  tra  il  volgo  di  Grecia; 
stéko  klóncla  sto  piangendo ,  stékome  trógonda  stiamo  man- 
giando. Cosi  dicasi  del  partic.  aor.,  che  non  si  usa  se  non  nel 
perf.  e  piueeheperf.  composti:  ékUo  gapionda  ho  amato,  ikìia- 
mo  spàzzonda  avevamo,    avremmo   ucciso.  Voce   medio- 

-passiva,  0  piuttosto  riflessiva.  272.  Paradigma;  pres.  ind. 
linn-ome  -ese  -ete,  limi-ómesta  linn-este  linn-onde;  imperf.: 
ellnn-ommo  -esso  -eto,  elinn-ómesta  elinn-este  elìnn-ondo;  aor. 
ind.:  elip-ina  -i  -i,  -Imma  -ite  -issa;  aor.  cong.:  na  lip-ó  ecc.; 
imperat.  aor.:  list-a  list-àte.  273.  Il  presente  non  differisce 
dal  re.  Ma  l' imperfetto  è  più  vicino  alla  forma  antica  che  il  re. 
non  sia  (£'Xivv-o6|jlouvs,  -o'jcouvs  -o'jvTave,  -ù'j^j.vm^.z  -ouaxGxz  ed  -oucts, 
-ouvTavs);  e  anche  è  meglio  conservato  che  non  nell'otrantino 
[elinn-amo  -aso  -ato,  -amósto  -asósto  -anta).  Lo  stesso  dicasi 
dell' aoristo  (re,  è};'jO--/i/,a  ecc.;  otr.  elist-imo  -i  -i,  -imósto  -isósto 
-isa).  Notevoli  le  due  voci  dell'imperativo.  La  desin.  re.  della 
2.  sg.,  cioè  -o'j  (ypà'^o'j,  ypà^|;ou  ecc.)  non  ritrovo  qui  se  non  pei 
due  verbi  kapimio  mi  metto  a  sedere  e  jérrome  mi  alzo  da 
sedere,  che  fanno  kàpu  ejìru;  plur.  kajnte  e  jirite  (ma  pure 
jiràte  0  'jiràsté).  Del  resto,  come  vedemmo,  le  desin.  qui  sono 
•a  nel  sing.,  -àte  nel  plur.,  precedute  dal  0  caratteristico  del 
passivo,  che  di  rado  è  intatto,  perchè  sussegua  a  vocale,  ma  il  più 
delle  volte  ha  il  a  innanzi  a  sé,  e  quindi  perde  l'aspirazione. 
Altri  es.:  klàppa  riscaldati,  da  jl'.cf.ivoì;  kùresta  tosati,  da  x.ou- 
peuw;   lirista  nascónditi,  da  xpu^rw;   azzùnnipa  «svegliati,   da 

272.  roch.  -ómmasto  (eh or.  di  roch.  -ómmasta)  1.  pi.  pres.  ed  impf.;- 
cndf.  -ùmmosta  1.  pres.,  -ómmasto  impf. ;-  gali.  ~ilmmasto  impf. 


i 


Dial.  romaico  di  Bova.  II  verbo.  55 

è;u-véw;  andrc'qnpa  vergognati,  da  èvTpsTuojxai ;  fànesta,  mostrati, 
da  oaivo|x7.i;  jénasta  diventa  tu,  da  yiwi/.c(.i;  spàzzesta  ucciditi, 
da  G'pà(^oj,  ecc.;  plur.  kUlappàte,  kurestàte,  ecc.-  Il  carattere 
del  passivo  è  qui  dunque  penetrato  anche  nella  voce  del  sin- 
golare, com'è  del  resto  avvenuto  anche  nell'otrantino  {grdf-t-u 
Otr.  139);  e  così  V -a  atono  di  questa  voce,  come  V -a  tonico 
della  voce  plurale  {-st-àie,  re.  -6--7,t£),  ci  riportano  poi  all' a  or- 
ganico di  àneva  anevàte  ecc.  (n.  283),  ed  all'imperativo  ita- 
liano. 274.  Quanto  al  participio  pres.  e  al  perf. ,  ben  di  rado 
si  usano,  e  piuttosto  in  funzione  di  aggett.  che  non  di  partic. 
veri  e  proprj.  Cosi:  kapómeno  sedente,  seduto,  cómeno  ardente, 
vrazzómeno  bollente,  cumùmeno  o  cùmeno  dormente  dormi- 
glioso, e  lijeràmeno  allegro  (otr.  e  re.  / apo'jasvo;) ,  da  kajnìino, 
céo,  vràzzo,  cumàme,  /atpoy.a'.;-  inoltre;  kaméno,  letteralm. 
'bruciato',  infelice  re.  v.yJj^.-,  maramméno  appassito,  passo,  ma- 
vroméno,  'annerito',  disgraziato,  kakoméno  mal  ridotto,  mal 
capitato,  asméno  acceso  (da  cisto  y-roì).  Ne' tempi  composti, 
anche  trattandosi  di  verbi  non  neutri,  si  ricorre  di  regola  al 
partic.  aor.  att.,  anziché  al  perf.  pass.;  quindi  non  solo:  cino  den 
éne  értonda  quegli  non  è  venuto  (v.  Otr.  143),  ma  anche:  ego 
tklia  gapionda  ecc.  271,  ego  iklla  àzzonda  io  aveva  acceso, 
ego  to  ékjio  kàmonda  io  l' ho  fatto  ;  ecc. 

Contratti.-  Voce  attiva.  275.  I.  classe  (;àoj).  Indie. pres. : 
gap-ào  -ài  -ài,  -urne  -àte  -ilsi;     impf. :  egàp-o  -e  -e,  -ùmma 


275.  roch.  e  rfr.:  tragud-ào  -elise  -ót,  -teme  -dite  -tisi,  ecc.;-  etragùd-o 
-ese  -e,  -ùmma  -ite  -ùssa\-  che  vuol  dire,  la  2.  pi.  pres.  non  contratta,  o 
piuttosto  analogica,  e  quella  dell' impf.  assimilata  alla  seconda  classe;-  e  in- 
oltre, qualcuno  degli  antichi  verbi  in  -àw,  p.  e.  rotdo  è/jwt-,  pur  colla  2. 
sg.  assimilata  alla  seconda  classe:  roti,  bov.  rotai,  cndf.  e  gali.  I.  ci.:  -do 
-dse  -di  (-de),  -drne  -dte  -dusi.  Nel  singolare  dell' imperf.,  roch.  e  rfr. 
danno  alle  volte,  e  cndf.  sempre,  le  desinenze  -inna  -Innese  -inne:  astln- 
ninna,  asùnninnese,  asicnninne,  svegliavo  ecc.  (bov.  azsùnno);  iz zinna 
vivevo,  e  cosi  egdpinna  od  egdpna  amavo,  emelétinna  leggevo,  etrijinna 
vendemmiavo,  etranùdinna  cantavo,  efilinna  baciavo,  ekrdtinna  tenevo,  epd- 
tinna  camminavo,  ecmninna  dormivo,  éklenna  piangevo  (bov.  éklo),  dove  è 
imprima  da  confrontare  V-onn-  che  va  per  tutto  il  tempo  nella  varietà  otran- 
tina  di  Castrignano  (Otr.  144:  agdponna,  agdponne,  agapónnamo  ecc.),  e  poi 
il  -V-  nella  3.  sg.  fra'  Greci  del  Mar  Nero  e  i  Ciprj  (Muli.  278).  Ma  nel  plur.  : 
amnn-iimma  -ite  -ùssa;  ehrat-ùmma  -ite.  -lissa. 


56  Morosi , 

-àte  -t'issa;  iraperat.  pres.:  gàpa  gapàte.  II.  classe  (-ico).  In- 
die, pres.:  krat-ó  -i  -i,  -urne  -ite  -usi;  iraperf. :  ekràt-o  -i  -i, 
-nmma  -ite  -ussa',  imperai,  pres.:  kràti  krafite.  Gli  altri 
tempi  e  modi  come  nel  re.  Solo  è  da  notarsi  che,  nella  parlata 
odierna,  l'imperat.  aor.  {gàpie  gapiete,  kràtie  krati'ete)  quasi 
sempre  ceda  il  posto  all'imperat.  presente.-  Pertanto,  contrae 
nel  pres.,  in  arabo  i  numeri,  la  classe  de' verbi  in  -sw,  giusta 
il  re.  e  la  lingua  classica  (dialetto  attico);  non  contrae  nel  sin- 
gol.  la  classe  de' verbi  in  -àoj,  e  qui  sono  da  confrontare  il  dial. 
tessalo,  l'epirot.  e  i  peloponnesj ,  che  non  contraggono  nella 
2.  e  nella  3.  pers..  Muli.  252.  Parimenti  nell'imperf.,  la  classe 
in  -ioì  contrae,  salvo  la  1.  sg.  (e^mto  =  s/-pàTou[v]  )  che  è  assimi- 
lata alla  1.  sg.  della  classe  in  -àco  (cfr.  Otr.  146:  efilone  allato 
ad  agàpone)  ;  e  all'  incontro  la  classe  in  -ào)  non  contrae  nel 
sg. ,  che  offre  il  semplice  dileguo  dell'oc  dinanzi  all'o  ed  all's 
della  desinenza  {egàpo  =  viyà-[a]ov,  ecc.)  ;  ma  anch'  essa  contrae 
nel  plurale.-  La  3.  plur.  di  entrambe  le  classi  presenta  quel- 
r  inserzione  {-ay.-)  che  s' incontra  nella  bassa  grecità  dai  Set- 
tanta impoi,  ed  è  di  tutto  il  plur.  nei  dial.  otr.  [agap-iisamo 
-usato  -tisane;  efìl-t'isamo  -itsato  -usane,  Otr.  143)  e  di  tutto 
il  tempo  fra  i  volghi  odierni  della  Grecia.-  Contrae  l'impera- 
tivo in  amendue  le  classi.-  Finalmente  va  osservato,  che  gli 
antichi  verbi  in,-iw,  i  quali  qui  mutano  in  -àco  (n.  269),  ripren- 
dono alla  2.  pi.  pres.  e  impf.  la  vocale  della  classe  a  cui  in  ori- 
gine essi  appartengono:  fìlite  pres.,  efìlite  impf.,  da  ftlào-^ai- 
lico,  ecc.;  ma  non  mai  nella  2.  pi.  del  pres.  imperativo  {filàteme 
amatemi;  come  nel  sing.:  filarne  amami).  276.  Il  riflesso  di 
'(àw  segue  nel  pres.  la  flessione  de' baritoni:  zio  zii  zii,  ziume 
ziete  ziusi;  e  solo  nell'impf.  va  coi  verbi  in  -àco,  ma  con  Vi 
nella  2.  pi.:  izz-o  -e  -e,  izumma  -ite  -t'issa.  277.  Il  riflesso 
di  Qzoipiio,  cioè  kjioró,  ha  l'impf.  a  guisa  de' baritoni:  ikliorra. — 
278.  Curioso  ancora  che  pur  l'imperf.  sing.  di  kléo  ySka.io>  entri 
nell'analogia  dei  verbi  in  -àoi:  ékl-o  -e  -e;  ekl-ómma  {= -éom- 
ma),  ekléte  od  ekl-èite,  ekl-òssa  {= -éossa).-  E  singoiar  voce 
è  finalmente  tàvrktdi  tirati  (p.  e.  tnvriddi  apissu  tirati  indie- 
tro), dal  contratto  tavvró  268.  Ma  non  oserei  vedervi  l' antico 
-Bt.  di  GTviQi  ecc.  Voce  medio-passiva.  279.  La  differenza 
delle  due  classi  s*.   riduce  nella  sola  2.  pers.  pi.-  Indie,  pres.: 


Dial.  rom.  di  Bova.  Il  verbo.  57 

gap-éme  -ése  -éte,  -ùmmesta  -aste  -rende;  irapf. :  egap-émmo 
-esso  -éto,  -mnmesta  -aste  -imdo;  imperat.  aor.:  gàp-esta,  gap- 
-estàte.  IL  Indie.  ]}res.  :  2^on-éme  (-ovfotxai)  -ése  -éte,  -ùm- 
mesta -iste  -linde',  imperf.:  epon-émmo  -esso  -éto,  -ùmmesta 
-iste  -lindo;  imperat.  aor.:  pón-esta-,  pon-estàte.  Evidente- 
mente, la  prima  classe  si  è  assimilata  alla  seconda,  si  nel  sg. 
del  pres.  e  si  in  quello  dell' imperf.,  come  avviene  del  sg.  pres. 
anche  nel  romaico  volgare  di  Grecia,  che  ha  p.  e.  Ti[y,-£wjij.at 
-S'icat  ecc.,  per  Ti[/.ào{xat  ecc.,  sul  tipo  di  ■:raT-sioO[xai  -stécai  ecc. 
da  T.xTioiJ.y.i  ecc.;  ma,  al  contrario  di  questo,  il  bovese,  anziché 
contrarre,  espunge,  o  almeno  par  che  abbia  espunto,  in  coteste 
forme  la  vocale  che  sussegue  alla  tonica:  _pon(^me  =  7:ov£[o]aai  ecc. 
Quanto  al  plur.,  ho  da  aggiungere  che  a  Bova  stessa  mi  accadde 
raccogliere  queste  altre  forme:  egap-epnmma  -ejnfe  -ejmssa, 
epoìi-epihnma  -epite  -ejmssa,  nelle  quali  abbiamo  la  caratteri- 
stica del  passivo  e  insieme  le  desinenze  dell'  imperf.  attivo.  — 

280.  Lo  schietto  tipo  di  verbo  in  -àco  rimane  al  riflesso  di  xo-.- 
[Aaoij.ai;  pres.:  cum-àme  -àse  -àie,  -ùmmesta  -aste  -l'inde;  impf.  : 
ecum-àmmo  -asso  -cito,  con  desinenze  attive  al  pi.:  ecum-ùmma 
-àte  {-aste)  -ùssa  (e  pur  con  le  stesse  desinenze  suffisse  al  tema 
dell' aor.  :  ecum-ipiimma  -ipàte  -ipùssa);  imperat.  pres.  cilm-a 
cum-àte,  re.  •/-oijy.oD  y,o'.iJ.7.a~z ,  allato  all' aor.  cnm-ijja  -ipàte.  — 

281.  Del  rimanente,  non  è  raro  il  caso  che  verbi  neutri  o  rifles- 
sivi, come  appunto  è  /,o'.ixào;j.!Jct,  ai  quali  spetti,  per  ragione  iste- 
rica, la  veste  medio-passiva,  scambiino  questa  con  l'attiva,  non 
solo  nel  plur.  dell' impf.  o  nell' imperat.  pres.,  ma  eziandio  nel 
pres.  indie.,  quindi:  cumùsi  allato  a  cumùnde,  poniisi  allato  a 
ponùnde,  andrépusi  'si  vergognano'  allato  ad  andréponde,  jé- 
nusi  'diventano'  allato  a  jénonde. 

279.  cndf.:  gap-dme  ~dse  -àte,  -ómmasto  -éste,  -ónde;  allato  a  pon-ùme 
~ise  -ite,  -ùmmasto  -iste  -ùnde. 

280.  roch.  :  cum-ume  (y.oty.-€)y.xt)  -dse  -di  ...  -ìisi;  ecum-àmmo  .. .  -ùssa;- 
cndf.  e  gali.:  imperf.  ecam-inna  écùm-innese  ecc.;  ma  cndf.  forma  più 
Tolontieri  un  imperf.  perifrastico,  coli' ausiliare  stéko  e  il  pcp.  pres.  alt.  del 
verbo  neutro  e  riflessivo:  ésteka  cumimda,  ponùnda  stavo  dormendo,  dolen- 
domi. 

281.  roch.  cumài  e  cumùsi  280;-  cndf.  non  solo  ponusi  e  andrépusi, 
ma  pure  eponiai  si  dolsero,  andrapiai  si  vergognarono,  bov.  eponijnssa  an- 
drapljnssa. 


58  Morosi*, 

Verbo  sostantivo..  282.  Indie,  pres.:  une  ise  éne,  immesta 
iste  éne\-  irapf. :  ùmno  isso  ito,  immesta  iste  issa;-  infin.: 
iste.  La  3.  sing.  pres.  éne,  re.  tlvt,  ritorna  tal  quale  ne'dial. 
otr.  e  trapez. ,  e  non  è  insolita  pur  fra  gli  scrittori  bizantini 
(Muli.  281  n.).  La  l.  e  la  2.  pi,  dell' imperf.  qui  si  confondono 
affatto  colle  stesse  pers.  del  pres. ,  come  nel  comune  romaico, 
laddove  ne' diversi  dial.  otrantini  suonano  imosto  isosto,  imo- 
sta  isosta,  ìmasto  isasto  (Otr.  145).  La  3.  pi.  dell' impf.,  così 
come  Visaìie  otrantino,  appar  più  genuina  che  non  l'riTavs  del 
re.     L' infin.  (otr.  éste)  è  tal  quale  il  re.  slcrOai. 

Verbi  irregolari.  283.  anevénno  salgo  re.  àvaipaivw  (àva^-), 
imperf.  anc'vcnna,  aor.  ind.  anévia  (cioè  àvéfiiricoc  =  re.  àv£[ÌYi/,a), 
aor.  cong.  n  anevio,  inf.  anevisi  (per  il  ?,  ora  conservato  ed 
ora  caduto,  cfr.  il  n.  142),  imperat.  àneva  anevàte  =  re.  à'^oii^a. 
-òLrt.  Analogamente  si  flette  katevénno  re.  /.aTat^-;  ma  1' aor. 
di  mhénno  ày.paivco  è  all'  ind.  embikjina,  Y  -Tixa  del  re.  com- 
plicandosi con  r  -ina  =  -r,v  che  rivediamo  qui  in  nota  ;  e  negli 
altri  modi:  na  mhikó,  mhikì,  mhika  mbikàte;  come  anche 
guénno  re.  èPyat'vw  (è/i^aivco)  fa  all' aor.  eguìkjina  ecc.,  se  non 
che  nell'imperativo,  accanto  a  gm'ka  guikàte,  ha  pure  égua 
eguàte,  ma  nel  senso  generale  di  Wàttene,  andatevene'  \     fe- 

282.  roch. :  pres,  imme  ise  é[ne\ ,  immasto  ecc.;  cndf.  1,  pi.  pres.  im- 
tnisto,  impf.  immasto,  ma  a  questo  imperfetto  sostituisce  il  più  delle  volte 
quello  di  stéko:  ésteka-^  gali,  immosto  1.  pi.  pres.  ed  impf.;  rfr.  pres,  im- 
mosta,  impf.  immasto. 


'  roch.;  aor.  ind.  anévea,  katévea,  cong.  n'anavéo,  na  katavéo,  inf,  anevéi^ 
hatevéi',-  émbea^  na  mhéo,  vnbéi,  imperat.  émba,  embàte;-  vjénno,  imperf. 
évjenna,  aor.  ind.  evjépina,  cong.. «a  éguo,  inf.  égui,  imperat.  évga  evgdte 
(evgàste)  allato  ad  évva  evvdte;-  e  s'aggiunge  un  7ra^oa  +  ^ta  +  /3atvw,  ma  solo 
neir aoristo :  ^arejdma  svenni  (il  bov.  direbbe:  7nurte  kakó  'mi  venne  male'); 
cfr.  ejdina  sotto  ^pào\  eh  or.  di  roch.:  embipina,  na  mbepó,  7nbepi,  mbépa 
■mbepàte\  eguipina,  na  guepó,  guepi,  guàpa  guapdte;-  e  nell' imperat.  di 
mbénno  e  di  guénno,  con  la  particolar  significazione  di  'entra  in  casa  !  '  ed 
'esci  di  casa',  in  luogo  di  mbépa  e  gudpa:  sé  fa,  quasi  ETw-at'jSa,  e  séfa^ 
quasi  £?w-at|Sa  (plur.  sefdte,  sefdie).  rfr.:  anevénno,  aor,  ind.  anévina  (àvé- 
/5"'?v),  cong,  n'anevó,  inf.  anevi  (allato  ad  anévea,  n'anevéo,  anevci),  impe- 
rai, àneva  e  anèva;  e  così  katevénno;  ma  mbénno:  émbina^  na  émbo,  inf. 
mbéi,  imperat.  mbése  mbésete  (allato  ad  embihjina  ecc.);-  inoltre:  essévina,  na 
'ssevó,  essevi,  esseva,  essevute,  quasi  i(T(,ì-é^-/i'j  ecc,  dove  manca  la  serie  pa- 


Dial.  romaico  di  Beva.  Il  verbo.  59 

péìio  muojo  re.  y-xidy.ivoì,  aor.  apépana  ecc.,  come  nel  re.  Qui 
manea,  del  resto,  il  riflesso  di  à7roGvr,(7x.w,  che  vive  ne' dialetti 
otrant.  (pezimsko).  afìnno  lascio  re.  à(p''voi,  aor.  indie,  éfika, 
cong.  nafiko,  infìn.  afil'ji,  ma  all'iraperat.  à/le  afiete  {àfim- 
me,  afietéme  lasciami,  lasciatemi)  cioè  il  re.  à©r,c£  ecc.  Il  /-  del- 
l'aoristo  qui  si  limita  ai  composti  di  -[iatvco  che  testé  sentimmo, 
ad  aflnno,  e  a  dònno  cui  tosto  si  arriva  (cfr.  Otr.  131:  éfika, 
éstika,  édika,  ivrika,  épiaka).  vàddo  metto  ^jcùCKiù  (ma  in  que- 
sta significazione  il  re.  usa  piuttosto  (^à'Cw),  aor.  att.  evala;  pass. 
evàrtma  (àpà>.Or,v)  re.  £[ìà>.0r,/-a,  imperat.  vària  variate,  partic. 
perf.  varméno,  più  frequente  di  valiméno.  Così  anche  guadilo 
caccio  ìyJ;jóX>xù.  jénome  nasco,  divento,  yivoy-ai  (r£N),  3.  plur. 
ìnd.  ipres.  Jénusi;  B.or.  ìnà.ejenàsiina^  re.  àyivyi/.y.  ecc.,  imperat. 
jénasia  Jenasiàte.  dònno  do,  re.  Sivco  (AO) ,  impf.  édonna;  aor. 
ind.  édika,  cong.  na  doso,  inf.  dòi,  imperat.  dòe  dóete.  andré- 
pome  mi  vergogno  tvrpsTuofj.at ,  aor.  ind.  andràpina  e  andrayi- 
pina,  cong.  n'  andrapipò,  inf.  andrapipi,  imperat.  andrùp-ipa 
-ipàte.  zèro  so  re.  Cspw  (£;-sup-) ,  impf.  {zzerà,  aor.  ind.  azzi- 
pòresa  ed  azzipòria,  cong.  na  ziporéo,  inf.  ziporéi,  imperat. 
vré  vréte  (cfr.  khorò  più  sotto)  \  érkome  vengo  i^-/^-,  impf.  ér- 
kommo  re.  ripyo'jy-ouv,  aor.  ind.  ilrta,  pur  del  re.  volg.,  =  rikB<x,  ecc.  ; 
imperat.  èia  elette  (elàste).  ékJio  ho  è'/^oj,  impf.  ed  aor.  tkJla  ecc. 
—  pélo  voglio  Qilo),  impf.  {pela,  aor.  epélia,  ecc.  kliorò  veggo 
re.  6wpco  (Gswpsw),  impf.  tkJiorra  211  \  aor.  z'?;r«,  na  z'vro  o  na'-yra, 
x'tjn,  -yrt^  vréte,  re.  -/lupa  ecc.,  ed  è  quanto  dire  che  son  forme 
che  si  sottraggono  ad  sOpiocw,  del  qual  verbo,  allo  stato  sem- 
plice, mancano  qui  del  resto  e  il  pres.  e  l'imperf.,  come  affatto 
manca  il  riflesso  di  sISov  ecc.  che  all'incontro  si  continua  nei 
dial.  otr.  e  nel  re.  kaptnno  siedo  (cfr.  i  re.  xà9n{;.ac  /.àOop.at,, 
allato  al  transit.  x.a0t^oj):  imperf.  ekàpinna,  aor.  ind.  ekàpia, 
cong.  na  kapò,  inf.  kapi,  imperat.  kàpu  kapiie  273.  céo  bru- 
cio /.aico,  impf.  ékasta,  aor.  ékazza  ecc.  L'impf,  ékasta,  e  così 
forse  anche  una  parte  dell' aor.  rifl.,  accenna  a  una  base  /caux- 
{kaft-   kast-  n.  110;   cfr.  il  re.  /.auxó;,  che  brucia,  e   trifo  al 


rallela  che  avrebbe  a  suonare  esévina  (j^w-)  ecc.      cndf.:  emblema,  egui- 
Cina,  ma  na  mbéo,  na  guéo,  ecc. 

*  roch. :  séro,  impf.  (sera,  aor.  ind.  apòrea,  cong.  na  .siporéo,  imperat.  .^V- 
pórese  siporésete. 


60  Morosi , 

num.  121).  Le  forme  del  riflessivo  son  queste:  pres.  céoìne  céise 
célie,  ceòmesta  ecc.,  allato  a  cóme  cése  cète,  cómesta  cèste 
cónde;  imperf.  ecéommo  ed  ecómmo  bcc;  aor.  ind.  ekàina  re. 
è/caórv  (:x,àr,v)  ed  ehàsiina  (r/.auOr.v?),  cong.  na  kastó,  infin.  kasti, 
imperat.  kàsta  kastàte;  partic.  pres.  cóme^io,  perf.  kaméno  re. 
y.a-jy.-.  hanno  faccio  re.  jcàvco  (-/.à^avw) ,  aor.  ékama  ecc.  Nel  si- 
gnif.  riflessivo  adoperan  'jénome.  Mèo  piango  vSk-Ao^  (più  soliti 
nel  re. /-Xxiyco  e  /Aa'jyw),  impf.  éklo  ecc.  278,  aor.  éklazza  ecc. — 
légo  dico  >.£yw,  aor.  2'23a,  na  tpo,  {pi,  pé  péte,  re.  sl-x  ecc. — 
mapénno  imparo  re.  i7.aOy.tvw,  aor.  ind.  emàpesa  od  emapia,  cong. 
»ia  mapéo,  inf.  mapéi,  imperat.  màpese  mapésete,  re.  è'ay.97.  ecc. 
(otr.  éìnazà).  meno  rimango  ed  aspetto  pivco,  aor.  emina  ecc.  \  — 
anogào  capisco  (vofw  ;  cfr.  re.  voióvw  ecc.),  impf.  anógo,  aor.  enóisa 
re.  svoioaa.  omdnno  giuro  re.  ò[xóvw,  impf.  émonna,  aor.  ^moa  ecc., 
re.  (óawva,  cóy.wcra.  pérro  porto  via,  guadagno,  prendo  in  mo- 
glie re.  TCaipvw  (è-y.ipw),  aor.  ind.  éjyira  =  re.  s-ripa,  cong.  oia  piro 
e  na  paro  (p.  e.  na  se  pìrune  i  Tùrki  's  fi  Turkia  ti  possang 
pigliare  e  portare  i  Turchi  in  Turchia!;  na  se  pari  o  potamó 
ti  possa  portar  via  la  fiumana  !  ),  pcp.  perf.  permeilo  -  re.  77x0(7.-.  — 
petào  volo  re.  TrsTaw  (-sToaa-.) ,  impf.  epéto,  aor.  epétasa,  re.  ì-tzì- 
'^vJioL,  ecc.  pào  vado  re.  [Oj-àyco,  impf.  ippiga  (il  re.  uTTTYiyaiva  e 
l'otr.  tbhione  rivengono  all'incontro  a  7:r,yaivw),  aor.  ind.  ejàina 
quasi  sScà|ir,v,  in  vece  del  re.  0-r.ya,  aor.  cong.  na  pào,  impe- 
rat. ^^lia  eguàste  (da  guénno)  ^  piVm?20  piglio  re.  Tr^àvco,  aor. 
épiasa  ecc.  pinno  bevo  ttivw,  aor.  ^p?a,  na  pio,  pisi,  pie  pieie, 
e  vorrà  dire  *episa,  di  contro  a  re.  è'-isi  (i'-iov)  ecc.  p^i^o  cado 
re.  TTscpTw  (-t-Tw),  impf.  épetta,  aor.  éppesa,  na  péo,  pési,  pése 
pesete,  pisso  mi  coagulo,  mi  attacco,  re.  r.-h^^oì  e  Tir.ycù  (-ri'7'76j, 
::'/iyvua'.) ,  imperf.  épisa,  aor.  épizza.  spérro  semino  re.  a-épvw 
(c-etpw),  aor.  espira  ecc.;  pcp.. perf.  sperméno  =  re.  è-r-apa-.  — 
s^(^^o  sto  re.  axi-AOì  (cfr.  scTYi/toc  stetti,  allato  a  !.aTTiy.t  colloco), 


*  re  eh.  metalamhdnno  prendo  la  S.  Comunione  (cfr.  aETa),xw/3av&)  ap.  Du 
Gange),  con  Taor.  secondo  la  flessione  regolare  de'baritoni  in  -anno:  meta^ 
lànibasa. 

*  roch.:  pào  pài-se  pài,  e  pàome  pàite  pausi  ^^hov.  póme  pàté  pàsi;- 
2.  sg.  rfr.  paese,  cndf.  pàse;  roch,  e  rfr.:  aor.  ejdv-ina  'ise  -i  -imma  -ite 
-issa;-  cndf.:  ejàna,  ejdese,  ejàe,  ejàmma  ejdte  ejàna;-  roch.  par  ejàina; 
V.  la  prima  nota  al  presente  numero. 


Dial.  romaico  di  Bova.  Particole.  61 

imperf.  ésteka;  aor.  estàpina,  na  stapó,  stapi,  sta  state  ^  — 
spàzio  uccido  G(pa(w,  aor.  éspazza,  na  spazzo,  spai,  spàzze 
spàzzète  ;  -  aor.  medio-pass,  (rifless.)  espàghina  od  espàina  mi 
uccisi,  na  spagò  e  na  spaghistó  o  spastó,  spaghi  e  spaghisti 
0  spasti,  spàzzesta  spazzestàte  o  spastàie.  trékJio  corro  Tpé- 
yw,  aor.  étrezza  ecc.,  senza  alcuna  anomalia,  mancando  qui 
l'aor.  £'Spoc[/.a  (-ov)  che  nell'otrant.  vige  egli  solo  e  nel  resto  dei 
dial.  romaici  si  alterna  con  sTos^a.  trago  mangio  Tpcóyco,  aor. 
éfaga,  na  fào,  fai,  fàe  fàete  o  fa  fate,  féno  tesso  ù'patvoi,  aor. 
éfana  =  rc.  e  att.  u!pavoc.  fénome  compajo  9x17-,  aor.  efànina  ed 
efanilnna,  na  fanó  e  7ia  fanipó,  feni  e  fanipi,  fànista  fani- 
stàte.  fégiio  fuggo  ©ejyw,  aor.  é/ìga,  ecc.  fèrro  porto  meco 
re.  cpépvw  {('^i^oì),  aor.  éfera,  ecc.  stinno  faccio  cuocere  *o6-/ivoi 
n.  110,  impf.  éstinna  re.  è'kva,  aor.  é's^m  re.  ^t.gv.,  ecc.  kjiliéno 
riscaldo  /l'.aivw,  impf.  éhlilenna,  aor.  ékhlana  z/lix^v.,  ecc. ;- 
impf.  rifless.  eTiUlènnommo  ed  eklilappinnommo,  aor.  ekjilàp- 
pina,  na  kìilappò  e  na  kjilappio  (con  un'uscita  attiva,  come  in 
n'anevio  ecc.,  appiccicata  al  carattere  medio-passivo),  kjilappi, 
khlàppa  kìilappàte. 

PARTICOLE. 

Avverbj.-  284.  Di  luogo,  pi*  dove,  m  là,  kondà  vicino,  che 
sono  re.;  putte  donde  (eipr.  tjo'jOsv)  ttóOsv;  ócfe  qua  (wSs),  invece 
del  re.  èSw;  e^</(^  costà  (cfr.  Otr.  151)  aÙToìi;  cui  si  aggiungono 
i  composti  ap%te  od  apótte  di  qua  (n.  93),  aputtù  di  costà, 
apuci  di  là,  onde  poi  apotteméra  dalla  parte  di  qua,  letteral- 
mente *di  qua-parte'  (cfr.  otr.  aputturtéa,  quasi  àTu'aòxou  òpQsa 
da  questa  parte,  letteralm.  'di  qua-direzione',  ecc.),  aputtuméra, 
apuciméra.  kliàmme  in  terra  /aaaL  mésa  in  mezzo,  che  pur 
s'ode  nelle  colonie  otrantine,  e  qua  e  là  eziandio  nella  Grecia 
in  luogo  del  comune  àvàr^.sToc.  larga  lontano,  che  va  con  àlàpya 
e  àXàpyou  (Comp.  89;  onde  il  verbo  alarghèguo  allontano,  da 
cfr.  col  re.  àlapyàpw),  invece  di  fxax.pà,  cipr.  (/.ax.puà,  otr.  magréa. 

284.  roch.  katuvapd  quaggiù,  letteralm.  'giù  a  valle',  quasi  xarw-jSaOa. 


*  cndf. :  sték-o  -ese  -e,  -ómmasto  -stékeste  -wst,  e  analogamente  nel  pi. 
dell'imperf.:  estek-ómmasto,  estékeste,  estékai;-  l'aor.  estdhena  ecc. 


62  Morosi , 

Assii  'dentro,  in  casa'  zao),  ózzit  'fuori,  alla  campagna'  s^w;  6s- 
sotte,  òzzotte,  da  dentro,  da  fuori,  amhró  avanti  re.  £;x7rpó?, 
apissu  dietro  òt^igw,  apànu  sopra  èTuàvoi,  kàtu  sotto  /-àTw;  apu- 
pànu,  apukàitc,  di  sopra,  di  sotto,  anapukàtu  sottosopra  re.  àvu- 
-oy-aTto.  péra  oltre  ^op5'-[v]  (che  manca  all'otrantino);  quindi 
Oitepàra  od  odembéra  oltre  questa  parte,  ecipéra  od  ecimbéra 
oltre  quella  parte,  ecittembéra  da  oltre  quella  parte,  dal  di  là,  ecc. 
—  285.  Di  tempo,  potè  quando,  tòte  allora,  sìmero  oggi,  àvri 
domani  e  mepàvri  posdomani;  che  sono  re.  prita  prima  (efr. 
prida  Otr.  152),  in  cui  pajono  confluire  i  re.  tz^u  eTupwra.  panda 
sempre,  re.  7i:àvT0Ta.  arte  ora  (apri),  allato  al  re.  Twpa,  onde 
puéàì^te  d'or  in  avanti,  quasi  à-o-/.ac-àpTt,  col  y.v.i  pleonastico 
che  riavremo  in  pncati  290  ed  è  in  grand'  uso  ne'  dial.  otrant. 
(Otr.  156).  perei  e  2^^opérci  l'anno  passato,  due  anni  fa,  ttts- 
p'jGt,  Tzoo--.  tu  kjerù  l'anno  venturo,  n.  55.  akomi  ancora  re. 
à/tóat.  metapàle  di  nuovo,  quasi  [j.z'zy.--óCkvi.  sirma  subito,  less. 
Mancano  le  voci  greche  per  'dòpo'  e  'giammai'.  280.  Sono 

re:  pó[s]  e  sà[n]  come,  e  il  suff.  avverb.  -a,  p.  es.  in  fanerà  pa- 
lesemente, krifct  nascostamente,  kalà  bene*,  àkliaro,  aggett. 
indecl.  234,  vale  anche  come  avverbio  'malamente',  òtu  cosi  ou- 
Tco;  n.  13.  's  mia,  letteralm.  'ad  una',  insieme;  cfr.  il  re.  \i.ì  [uxq, 
allato  ai  più  soliti  aui/A  e  {Aa'(t.  pareo  «eparatamente,  un  per 
uno,  singillatim,  re.  Tzy.oiloì  [-x^zv.):  pareo  para  tuto  oltre  a  ciò.  — 
287.  Di  quantità,  i  re.  2^^éo  più,  poddi  molto,  tosso  tanto,  posso 
quanto,  ecc.  Manca  la  voce  greca  per  'meno'.  288.  Affer- 
mazione e  negazione,  de  no  {de,  daghe,  Otr.  155),  in  luogo 
del  re.  6/i  (il  re.  S£v  [ojSsv]  sta  solo  per  la  congiunz.  'non')  ;  — 
mane  si  (quasi:  [/.à-vai;  cfr.  otr.  ?'fmme,  quasi:  oùv-y.à),  re.  vai. — 
fiamme  forse  ecc.,  less.  an  dò,  an  di,  an  emména,  eccolo, 
eccola ,  eccomi ,  ecc. ,  re.  [a.]và  tóv  ecc.  ;  -  ma  :  aìiii  ti  mò'kame 
vedi  che  cosa  m'ha  fatto,  al  qual  mutamento  di  anà  in  ami 
non  è  forse  estraneo  kami,  per  kanùna,  2.  sing.  indie,  pres.  di 
kanwiào,  guardo,  che  pure  in  simili  casi  s'adopera:  kanù  to 
guardalo,  eccolo,  ecc. 

285.  cndf.  simera^  re;  ettepuì'ró,  cttespéra,  stamane,  stasera,  re.  aùrù  tw 
7rou/5vw,  aÙTvj  T/f  éiTzio'x-^  apóspc  di  sera  «Tró-I/c,  aféti  l'anno  venturo  re.  ifér-zì. 

286.*  gonatisti,  in  ginocchio,  Comp.  i,  è  uno  sbaglio  per  gonalistà. 

286.  cndl".  otesi  (oOrwTt).     'JSS.  rodi.  ttdé. 


Dial.  romaico  di  Bova:  Particole.  63 

Congiunzioni.-  289.  ce  e,  a[n]  se,  mi  che  non,  na  e  ti  che, 
me  àio  ti  con  tutto  che,  còla  anche;  che  sono  re.  Ancora  è 
re:  sò.mbu  allorché  càv  7:01»  (otr.  sà'p'pìji)\  e  poi  si  aggiungono: 
'prita  pii  (in  luogo  di  ttoIv  7:ou),  samhóteti  come  se  (quasi:  aàv- 
-TirÓTò-Ti) ,  puccati  dacché  (à-o-/,ai-Ti)  re.  à-rzó-:'..  Noto  ancora 
l'uso  di  pu  nelle  seguenti  dizioni,  per  le  quali  gli  otrantini  ado- 
peran  ce:  pu  óra  óra  d'ora  in  ora,  lou  Ugo  Ugo  a  poco  a  poco, 
pu  éna  éna  ad  uno  ad  uno;  e  ce  usato  talvolta  in  luogo  di 
ti,  p.  e.  ti  só'kaman  ego  c'è  mmu  platégui  '^che  t'ho  fatto  io 
che  non  mi  parli?'  (Comp.  xi) ,  od  in  luogo  di  nà ,  p.  e.  ti  su 
'péli  kaló  se  kànni  ce  Mèi  ^chi  ti  vuol  bene  ti  fa  piangere',  per 
il  regolare  na  klàzzi;  i  quali  usi  di  y,y.i  occorrono  però  anche 
nel  re,  v.  Muli.  395  e  cfr.  Otr.  156. 

Preposizioni.-  290.  Le  solite:  èc,  à-6,  u.ztx,  Sia,  T^apà.  La 
prima  soggiace,  il  più  delle  volte,  all'aferesi  dell' s  ('5);  se  no, 
ha  la  paragoge  come  nel  re.  :  se.  apó  è  intatto  come  prefisso  : 
apoklòpo  ritorco,  apojérrome  mi  rialzo  àTcoyspv-,  apohànno  dis- 
faccio, apoklànno  interrompo,  apokósto  tronco  y.r:oy.6~zo),  apoto- 
nào  riposo  à-oTovéo);  intatto  è  ancora,  0  assai  lievemente  alterato, 
nella  composizione  avverbiale:  apukàtu  ecc.  284;  ma  azze  è  la 
normale  risposta  dell' otr.  ùfse,  n.  115;  e  di  an  do  ecc.  si  vegga 
il  n.  103.  metà  nella  composizione:  metalàmbamma  less.,  ecc., 
metapàle  285;  col  t  aspirato,  nel  re.  ìnepàvri  (asrauptov),  e  in 
mepému  con  me,  mepésu  con  te,  mepétu  con  lui,  mepéma  con 
noi,  e  simili  (ne' quali  è  forse  piuttosto  un  ij.ztxì  che  non  u.t-zv.; 
quanto  al  tipo  di  queste  concrezioni,  cfr.  re.  [v.a^ijxou  u.vX,ìgo'j  ecc. 
Comp.  92);-  del  resto,  com'è  solitamente  nel  re,  accorciato  in 
me:  pào  me  ólu  vado  con  tutti,  me  ton  ghjerómmu  al  tempo 
mio  ('a' miei  tempi'),  me  mian  óra  mattinata  in  un'ora  mat- 
tutina, di  buon  mattino,  trékllo  me  ta  plaja  corro  per  le  campa- 
gne, hliànnome  me  ti  strada  mi  perdo  per  la  strada,  ecc.  dia 
intatto  nella  compos.  :  diavàzzo  dianisira  ecc.  ;  v.  il  n.  95.  j'^^'^^- 
sempre  intatto,  sia  nella  compos,  :  j;ar<2/J^7^  7:apaO'jpiov,  paraspó- 
ro,  parastenò,  ecc.,  0  sia  isolato,  che  del  resto  non  si  vede  se 
non  nelle  proposizioni  comparative,  n.  217.      Le  forme  re.  arcai 


289.  l'ocli.  sàppu. 

290.  rfr.  e  rocli.  as  0  ìl-i;:  s'emmc  a  me. 


64  Morosi, 

àvai  xaTai  [xerai,  per  à-Tùó  avo.  ecc.  nella  composizione,  s' hanno 
pur  qui,  ma  di  rado:  aj^epéno  àvraiG-,  anevénìio  e  katevénno 
àvai^-  /.aTatpaivw;  cfr.  mepému  ecc.,  testé  addotti. 

Sintassi.  291.  Vale  pel  bovese  ciò  che  altra  volta  si  è  detto 
a  proposito  de' dialetti  otrantini:  è  greca  la  materia,  ma  ormai 
lo  spirito  è  italiano. 


III.  APPUNTI  lESSICALI. 

Soao  distribuiti  ia  quattro  parti.  Nella  I.^  registro  le  voci  che  si  riscon- 
trano solo  nel  dizionario  antico  o  che  in  questo  solo  hanno  il  loro  fondamento; 
nella  II.'''',  le  voci  che  non  sono  del  dizion.  antico,  e  neppure  del  moderno, 
ma  che  in  questo  ritrovano  delle  voci  aflSni  o  analogamente  formate;  nella 
Ill.a,  le  voci  di  origine  latina,  che  non  sono  del  comune  romaico,  né  delle 
favelle  italiane  contermini;  e  nella  IV.%  le  voci  di  etimologia  incerta. 


avlizzo  e  vli'z'zo  162. 

alddi  (anche  otrant.)  olio,  re  eh. 
ojjalddioYxo  santo,  roch.  aZacZi/jó 
ampollino  dell'olio.  Cfr.  il  clas- 
sico IXdcòtov  pauxillum  olei.  Il  re. 
ha  solo  tkxKo^  olio. 

aléstora  110,  re.  xsTstvo?. 

amétrito  smisurato  (àasTpyjTo?). 

anakldzzo  e  andklema  rfr.  e 
roch.,  anaklizzo  e  andklima 
bov. ,  io  orlo,  orlatura  (àva- 
xMoj  ecc.). 

apordo,  aor.  aporia,  vengo  a  sa- 
pere, appuro,  intendo  (*67r-5pàu))  ; 
e  azzipóresa  ed  azzipória,  aor. 
di  zèro  283. 

apórga  157. 

aposurónno  46. 

armacia  maceria  (  cfr.  £paocy.£q  cu- 
muli lapidum). 

arte  285. 

vurvupunia  19. 

jerusia,  v.  II. 

dacia  195  (oàxo?). 


derfdci  152,  derfacina  204. 

diafdgui  e  diafdzzi  albeggia  (cfr. 
(poco;  luce,  giorno);  re.  oioitiÉ^^yzi. 

drdka  96. 

drdma  75,  pur  del  cipr. 

emhónno  e  simbónno  102  (cfr.  zoci'w 
percuoto). 

zénni  145  e  rfr.  zénnulo  237  n. 
L'antico  ò'^co  ha  il  doppio  senso 
di  'so  di  buono'  e  'so  di  cat- 
tivo'. 

kalamónno  caccio  delle  canne  (xk- 
XaiAOtó).  Dicesi  del  terreno  palu- 
doso. 

cefali  228,  re.  xscpàXiov. 

kldnno  260  kldsma  rottura.  È  pure 
otrant.,  ma  nel  senso  di  'albeg- 
gia', quasi  'erompe  la  luce'. 

Móstra  157. 

civérti  20  (cfr.  xu,8sOpov  Esich). 

kj iddio  55  e  231. 

keréguo  governo,  curo;  viv.jiré- 
guo^  aggett.  verb.  ojirefto  tra- 
scurato (xupieuoj  ecc.). 


Dial.  romaico  di  Bova, 

cinònno  54. 

kuluvrizzo  17  e  kulùvrisma  insulto. 

kùnduro  236  e  kunduridzzo  200. 

kuppdri  21.  Cfr.  il  class.  xuTrapo; 
'vas  magnuin  concavum',  piut- 
tosto che  il  re,  xouttoc  tazza  (lat. 
cicpa  ecc.,  Diez.  s.  coppa). 

limako  190. 

mérmera  rocb.,  animali  nocivi 
(cfr.  [ji.£pa£po?  molesto). 

opli  pedata,  orma  (SttXvì  ungula). 

orgdda  terreno  fertile  (òpy^?)- 

ónninga  6. 

pizhilo  33. 

piridzzo  260  faccio  seccare  al  for- 
no (Ttupti^co).   Cfr.  re.  TIUpOVOJ. 

rè.yna  9. 

rùso  rosso  163,  ruscno  arrossisco, 
ìntsia  robbia.  Il  re.  ha  solo  §ou- 
ciov,  uva  dagli  acini  rossigni. 

só^20  cndf.,  conservo  (ucó^co);  al- 
lato al  re.  sónno,  il  quale  però 


ecc.  Appunti  lessic,  II.  65 

in  questi  dial.,  come  negli 
otrant.,  significa  'posso'. 

sidri  162. 

stém  110. 

stérifo  108  e  234. 

stigdo  pungo,  stimolo  (cfr.  c-t^co, 
CTtyaij?,  (7TiY[Jt.ac). 

tamissi  79. 

téddeko  9. 

farina  21  (cfr.  cpupàw  misceo,  oju- 
py.ii.«  massa  farinae  subactae). 

kliamorópi  229  (-^ióttiov). 

kìiarapia  allegria  e  Jiliarapidszo- 
me  mi  rallegro  rocb.  (cfr.  yx~ 
pwTio?  laetus). 

ìiimaro,  rocb.  e  rfr. :  lijiméri, 
capretto,  fem.  lijimdra  (Esich.  : 
spicfo;  5  [Jitxpò;  ai;,  5  Iv  tw  expi 
cpxtvo[ji.£vo;,  vJyouv  5  7rpwV[ji,o; .  y^et- 
[jLxpo;  Si  5  £v  tco  y_et[xiJ5vi  ). 

A/ioW  232. 

Òde  284 ^ 


li. 


agraflosidero  roch. ,  verticillo 
del  fuso,  *àTpxy.TO(7t'or]pov. 

agro-,  in  nomi  di  piante,  198 
229. 

-dda  198  e  200. 

ddiamma  tardanza  *àÒ£ix(7[x(x  •,  cfr. 
adidzzo,  re.  àosr/i^co. 

-àzzo  260. 

amblici  103,  amSZtcaiioMe  mi  ri- 
covero. 

ampatikéguo  rocb.  e  rfr.,  cal- 
pesto; bov.  e  re:  tzxtCò. 


angóni  gali.,  nipote.  Il  re.  eyyo- 

vtov  è  'zio';  solo  il  plur.  eyyovtx 

è  'zìi  e  nipoti'. 
dngr emina  5. 
-anno  200. 
dplero  34. 

opd-  pref.  verbale  290. 
apovrdma,  apovram-  apovromiz- 

ho  5  32. 
apoforémata,  allato  al  re.  apofória, 

abiti   smessi;   cfr.   re.  (pops[j(.axa 

abiti. 


'  Le  voci  seguenti:  dia  sale  (a),a?),  andi  82,  arj/ì  169,  artdrmi  111,  hurùpi 
4,  e  lakàni  30,  sebbene  registrate  nei  dizion,  neo-ellen.,  non  sono  re,  ma 
pi'oprie  solo  di  qualche  dial ,  p.  e.  del  ciprio.  Il  re.  ha  per  queste  voci:  a^artov 


Archivio  glottol.  ital.,  IV. 


66 

dspri  36. 

-àio  241. 

'do  [-ico]  269. 

veldtri  119. 

vrdsta  36. 

vrastddi  bov. ,  -a/'i  rfr.,  caldajo 
(cfr.  Pp3c^(o,  PpxffToi;,  ecc.). 

vizzdszo  roch. ,  io  poppo  (otr. 
vizzid'zó),  allato  a  vi'z'zdnno  do 
la  poppa  al  bambino.  Il  re.  8u- 
X,i\'hì  ha  entrambi  i  significati. 

Vimoma  n.  di  fondo  (cfr.  mgr. 
PouvofjLa  tumulus,  Du  Gange)*. 

galdria  animali  che  somministrano 
latte. 

jeronddzzo  260  e  Jeronddri  240, 
re.  Y*p^Cw  e  Y^'p°'''  JQ^'u^^o-  vec- 
chiaja  (cfr.  yspouTtx  senato),  re. 
Y£pa{jt.a. 

guémma  159. 

r/Zz'/i^'c^i  217. 

diavdz'zo  inghiotto  ('metto  attra- 
verso'). Il  re.  Stapài^w  non  si- 
gnifica, stando  ai  dizion.,  se  non 
'leggo',  'studio'. 

dianistra  ecc.  18  n. 

didstiko  240  ;  cfr.  otr.  just-  ghjd-    -izzo  260. 


Morosi,* 

zamlcddri  pastore  240.  Sarà  l"ad- 
domesticatoro'  (cfr.  re.  ì^'JcTrtov, 
C^^uTiov  addomesticamento),  piut- 
tosto che  un  *C<3::avtTÌp7];  da  Vo- 
ltavo; pastore,  che  è  voce  romaica 
di  origine  slava. 

sèma  brodo.  Questo  signif.  ù  del 
re.  J^ou[xiov;  laddove  C£[xa  (pur 
class.)  vi  dice  'decotto,  acqua 
calda*. 

zoguia  jugero  di  terreno,  "CeuY^** 

zonddri  240,  re.  Covravo?. 

péma  lavoratore  dei  campi,  e  per 
antonomasia:  uomo.  Deve  prima 
aver  detto  'soldato'  e  poi  'colo- 
•  no';  e  siamo  ai  OsaaTa  degli  au- 
tori bisantini,  'le  provincie,  e  i 
soldati  che  vi  stanziano.'  Per 
traslati  analoghi,  abbiamo  in 
questi  stessi  dial.  :  pezzo  (tts^o; 
pedone)  'lavoratore  dei  campi  a 
giornata',  e  negli  otrant.  :  po- 
lemó  (TToXsas'o)  guerreggio)  'la- 
voro la  terra',  armata  (armi) 
'attrezzi  pei  lavori  campestri'. 

-ia  -imia  194  195. 


stìco. 
émbima  entrata  *l[jLpv)ixa,  re.  sa- 

-éno  -énno  266. 

cparajdjna  roch.  283  n.,  s.  pdo. 

essóvina    ed    ezzévina   eh  or.    di 

roch.  e  rf  r.,283n.,s.aweuéw«o. 


-inno  264.  Cfr.  stinno  183. 
kalameri  14,  re.  xaXaaoTiTapov. 
kamateruddia  34. 
kanundo  guardo,  'squadro';   cfr. 

re.  xavsuo)  prendo  di  mira. 
karkardo  glocido;  cfr.  re.  xapxdc- 

Xtov,  otrant.  krakdli,  ranocchio. 


'  Non  s'usa  più,  qual  nome  comune;  e  così  è  di  vuni  e  rocliùdi  IG,  ka~ 
liórga  6,  kalojcro  monaco,  klisti  51,  mesuri  mediano,  sifóni  canale,  stenó- 
mata  strette,  trigono  tortora,  cristallizzati  anch'essi  in  nomi  di  paesi,  di 
fonti  e  di  contrade;  e  ancoi"a  dei  nomi  delle  porte  di  Bova:  dròmo  (strada 
maestra),  pzr^o^i  (torretta),  rao  (re.  /3«yó? scoscendimento?),  surlzH{*<!i>vop!.- 
Oioj  hmite?). 


Dial.  romaico  di  Dova, 

karparutó  239. 

ccfdloma  157;  cfr.  re.  xs^pxXxtovto 
ecc. 

cedddri  13;  cfr.  y.ollov  cavum  e 
l'ital.  'casso'  per  'torace';  po- 
nocéddaro  ib. 

klùzza  207. 

Jiùzzo  la  parte  di  uno  strumento 
tagliente  che  è  opposta  al  filo, 
come  la  schiena  del  coltello, 
della  falce,  ecc.  Cfr.  xoux^x  la- 
tus,  Du  Gange;  e  kiizzó,  re. 
xouT^o;,  mutilo,  mozzo. 

lagdni  scopa  di  triboli  colla  quale 
si  pulisce  l'aja,  *XaYÌp'.ov.  Cfr. 
re.  XxYapi'^w  purgo,  netto. 

lald  189. 

livadidzzo  riduco  un  campo  col- 
tivato a  livddi  Xsi^-,  cioè  a  pa- 
scolo naturale;  quindi  'deva- 
sto'. 

limbisia  roch.,  -istia  bov.,  191; 
re.  Xi';ji7:t(7[jLx. 

lutundri  213. 

manaklióliko  roch.  241  n. 

merómmata  animali  domestici.  Il 
re.  [■fi]w.£pcoi7.x  significa  solo  'ad- 
domesticamento'. 

metaldmòamma  bov.  159,  da  me- 
talambdnno  roch.  283. 

metapdle  285. 

metérro,  aor.  emétera^  scopo,  spaz- 
zo via:  *[ji.£Taipvo),  che  sta  a  *\i.i- 
Toci'pto,  come  itaipvw  a  ÈTry.i'poj.  — 
rmtremma  (  e  n  d  f.  :  mèterma  ) 
'spazzatura';  roch.  e  rfr.: 
'scopa'. 

miccéddi  235.- 

rtiuzzolipia  -ifìa  88. 

nésimo  142;  cfr.  xXwTtaov  da  xXwOw, 
ecc. 


ecc.  Appunti  lessic,  li.  67 

zalistiri  naspo  46. 

zalisa  155. 

zenoriszo  roch.,  esco  dai  limiti 
dell'abitato,  vado  in  luoghi 
inaccesi,  *£;-lvoptCw. 

serokjeria  roch.  194. 

silopótamo  roch.  229. 

-ónno,  260. 

ozzia  montagna:  ó^eta  'l'aguzza', 
'il  picco*  (A-SCOLi).  Un  *6'|/t7.  da 
u'|oi;,  imaginato  dal  Pott,  e  am- 
messo dal  Comparetti  (Saggi,  93) 
non  è  possibile,  perchè,  lasciando 
stare  anche  l'irregolarità  di  o^u 
atono,  V ozzia  bov.  suona  osici 
nei  luoghi  circonvicini,  ove  allo 
4^  non  risponde  mai  s  (cfr.  n. 
113-15). 

paravosia  194,  pocxvi. 

paraspóro  seminagione  che  si  fa, 
in  uno  stesso  campo,  dì  vege- 
tali diversi. 

pcfta  rfr.  183  n. 

Iteratónno  trafiggo  (cfr.  TTcpiCTo;, 
Trspdtco);  allato  all' intrans,  pc- 
rdnno,  roch.  perdszo,  'passo 
oltre'.  Il  re.  TrspvS  riunisce  en- 
trambi i  significati. 

pétudda  215. 

pissùri  sorta  di  pianta  silvestre 
che  s'attacca  alle  vesti  dei  pas- 
santi, da  2'>^sso  mi  coagulo  e  mi 
attacco  147. 

pldstro  roch.,  massa  di  latte  bol- 
lito, già  assodato  o  ridotto  in 
pasta  da  formaggio;  cfr.  il  re. 
TrXasxptflc  ecc.  Ma  in  dklastro, 
roch.  esso  pure,  'massa  di  lat- 
te ecc.  non  ancora  ridotto  in 
pasta  da  formaggio',  si  mesco- 
leranno "'/irXaTTpov  ed  *7./.XaaTpov, 


68 


quasi     'massa    non    per 

rotta'. 
pliiséno  mi  arricchisco  e  plusdto 

ricco,  re.  TrXouTat'vw  ecc. 
podarici  calcola;  cfr.  otr.  podd- 

rica. 
pordaldo  spetezzo,  re.  Tropoco  e  Tiop- 

St'Cw;  pardo,  re.  TropS-Ji. 
potistikó  240-1. 
pùnga  roch.  (rfr.  pùmba,  bov. 

liùmba)    tasca.    Pur   nell'otr.  : 

pùnga.  Il  re.  ha  solo  il  dimin. 

TTouyyt'ov. 
prastikéguo  roch.,  io  scopo,  re. 

7:affTp£U(o  (cfr.  qui  sopra:  ampa- 

tikéguó);  prdstemma  28. 
rdkkaio    tosse    e   rahkatizzo   37 

(cfr.   PpoYX.ta,   ppoyxo?). 
rdsti  cucitura  (cfr.  otr.  rdfti),  ^a'|tq. 
riskdfto  roch.  229. 
sakJiukrévatto  roch.  1  n. 
sapissa  roch.  208,  re.  (jxTiv^Xa. 
sklapénno  163. 
skutuljdzzo    uccido    d' un    colpo. 

Cfr.  re.  gxotovw. 


Morosi , 
anco     sinoridzzo    son    confinante    (  cfr. 


n.  228). 

zdndala  stracci,  re.  ri^y-vx^aXa. 

zimh'di  sacco  largo  e  profondo. 
Cfr.  re.  t^eV/i  tasca. 

zùkha  pignatta,  onde  zukkdla 
zukkdli  =  re.  T^ouxa  zucca,  x^ou- 
xàXoc  T^o'jxxXiov  pignatta. 

tiskandl,  Uhandi,  tispo  256. 

trakléno,  traklénoìne,  mi  corico, 
da  trakló  re.  toexXo;,  curvo, 
piegato,  come  il  corrisp.  re. 
zX^yti^wè  da  TiX-xyto;  obliquo.  — 
trdkliina  l' atto  del  coricarsi  e 
il  tramonto  del  sole. 

tranó  roch.,  adulto;  cfr.  re.  xpa- 
veuùi  cresco. 

trivuljdzzome  mi  rodo  per  sover- 
chio dolore,  mi  consumo  in 
continui  e  soffocati  lamenti 
*Tpoj[y]tXid(.(^-,  re.   Tptoyi^o[jLat. 

tiromiszipro  roch.  (bov.  tiromiz- 
zaro  e  trimizzi,  gali,  taromiz-) 
23  n. 

fisdla  201,  re,  cpouaxa. 


spipio  15  230;    spìpia    avverbio:     khalastaria  rovina;  cfr.  /aXa^rpia 


'spesse  volte'. 
stenndto  n.  210-12. 
stimonikUrondo  roch.  229. 
strofanghia  mutamento  di   tempo 

(cfr.  re.  cjTpo'^iyyx?  cardine,  ant. 

(TTpocpiy?  versura). 
sikofdjena  e  tirofdjena  205. 
sinérkete   viene   in   mente.    Il    re.     zofingdri  134. 

<ruv£p)(_o[iy.i  dice  'convengo'  e  'ri-     zofrdta  16. 

senso'.  -M^iia  197. 


Du  Cange. 
hjerdkona  roch.  229. 
hjeromùrtaro  pestello  del  mortajo, 

re.  y[ou]So/^£'p[ov. 
hiljopódaro  229. 
ìliro  vedovo.  Il  re.  ha  solo  il  fem. 


III. 


akkU  cassa,  armadio  *àpxXiov  (ar-    dskla  scheggia  (astula,   Diez  s. 
cula).  ascia),  asklizzo  io  scheggio. 


Dial.  romaico  di  Bova, 

jongdri  giunco. 

kardi  cardo,  onde  kardunia  197. 

kassdri  23  n. 

kh^go  lontano;  larga,  avverbio, 
284;  e  alarghéguo  allontano. 

lumbriki  roch.,  lombrico. 

luppindri  176. 

magno  bello. 

mdtrakìio  materasso.  Voce  ara- 
bica; ma  qui  notevolmente  vi- 
cina alla  forma  in  cui  si  con- 
tinua nel  provenzale  {ahnatrac) 
e  nello  spagnuolo  {almadra- 
gue);  v.  Diez  less.  s.  'mate- 
rasso'. 

misitémmata  mescolanza  di   fru- 


ecc.  Appunti  lessic,  IV.  69 

mento,  orzo,  fave,  ecc.,  onde  si 

fa  il  kurddi  less.  iv. 
palatavi  218. 

pinnuldria  (pur  otrant.)  palpebre. 
piato  discorso,  platéguo  discorro, 

lat.  pla[c]ito-,  Arcb.  I  81. 
pùdda   gallina  ^^  re.    opvtGx.   11  re. 

TTouXoi  è  'cornaccbia'. 
piirziéri  180. 
skuddi  collo;  parrebbe  uno  *<7-xoX- 

Xoov  da  'collum'. 
Sideri  180. 

spezi  cndf.,  pepe  ('spezie'). 
sfritta  camicia  da  donna  ('stricta')- 
tindri  218.    - 
trimodia  tramoggia,  sicil.  triraoja^ . 


IV. 


amlìia  riccio  della  castagna,  *òvu- 
yt'a?;  l'aut.  orj\  ha,  tra  gli  altri, 
il  signif.  di  'operculum  conchy- 
liae'. 

aria  elee  num.  101. 

afféddi  lardo.  L'etimologia  piti 
probabile  parmi  quella  proposta 
dal  Comparetti  (Saggi,  92)^  che 
lo  fa  =  rc.  cpAiov  'fetta',  il  lardo 
usandosi  affettato;  cfr.  il  tose. 
affettato  (Comp.  ib.),  e  la  fed- 
d'.lta  (da  fédda,  che  forse  è  *fet- 
tula',  come  spddda,  cioè  'spalla', 
è  'spatula'),  di  tutti  i  dial.  me- 


rid.,  per  'salame'.  La  voce  re. 
per  'lardo',  cioè  XapBtov,  s'ode 
qui  solamente  a  Condofuri: 
lardi. 

akliaria  sonnolenza,  ^àxacptoc?  Cfr. 
il  class,  xapog  sopor,  e  i  re.  à:ro- 
xocpovco,  aTroxàpojuLX ,  mi  assopi- 
sco, ecc. 

vupulia  vacca,  ^fjo'j^r^v.x  'bue- 
-femina'? 

vurfurdda  nebbione  denso  e  basso; 
da  popSopo?  lordura,  quasi  'aria 
lorda,  torbida'? 

jendònno  io  acquisto,  mi  procac- 


'  Le  voci  di  origine  latina,  o  di  comune  patrimonio  romanzo,  che  queste 
colonie  hanno  comuni  con  la  Grecia  odierna,  sono:  azzàri  àr^àXtov,  krapisti 
•/.aniarpiov,  lardi  (cndf.),  manici  fj-X'jMryj,  mandùci  [xxvr lo-j,  murtdli  y.oupri- 
jOiov,  mustdì-i  p.o{ia-To;,  oncfia  58,  palùci,  panni  (cfr.  klupdnni  40), pezzi  ttet^i'ov, 
pilndi  'puncta'  ttov-jSx^  saitta  (spola),  fasta,  flasi  fldT-zUov,  furro  yoùovo?  (già 
mgr.),  onde  il  verbo  affurrizzo  inforno;  siJda  (sit[u]la;  cfr.  óskla  qui  sopra). 
Voce  latina  mi  pare  anche  lania  solco,  re.  Ixvipto-^  [lania:  Wnea.:  :  faxia 
^«(rztà:  fascia). 


ciò.  Il  Compareiti  (89)  pensa  a 
xepoatvttì.  Ma  piìi  probabile  mi 
sembra  un  *[o]ia-£YW'^<^'v'<^>  mal- 
grado i  num.  95  e  128. 

zdla  lo  strillo,  zaldo  io  strillo. 
Il  class,  ha  C^^Xv]  procella,  ^x- 
Xt'Cto procellis  agitor;  il  re.:  ^àXv] 
procella  e  vertigine,  ^aXt'i^w  muo- 
vo, assordo,  introno;  e  riuscia- 
mo poco  discosti  dalle  signifi- 
cazioni bovesi. 

zundri  ciglio  della  montagna,  di- 
rupo: Cwvàptov  (cintura)? 

Jìdmme  'forse,  probabilmente'.  Nel 
re.    s' ha ,    con    questo    valore  : 


Txxa. 
izza  goccia;  forse  un' t'^ta-^ class. 
i|;tà(;,  come  il  re.  Iixiov  è'^cy.ix 


Morosi,* 

kunédda,T^orco,  ecc.  ; liunagrihó, 
cignale.  È  forse  /««ni  t=  xu[a]viov, 
da  xuxvo?  caeruleus,  ater,  cioè 
*il  nero',  com'ò  per  antonomasia 
chiamato  quest'animale  ne'  dìal. 
ital.  mcrid.  Cfr.  il  n.  4,  e  l'an- 
tico lacon.  xouavac^  [jleXccvx  Eìich., 
oltre  lo  zacon.  xou(Ì-y.vs  nero, 
DefFn.  294.-  Fuor  di  Dova,  è 
il  solito  lijiridi  xotp-. 
kurddi  pane  nero  e  grossolano, 
fatto  di  misUémmata  (less.  in). 
Forse  *<7>ctoptxotov,  quasi  'pane 
fatto  di  scorie,  di  avanzi,  ecc.' 
Q  a  auto  al  dileguo  di  a-,  cfr.  lo 
zacon.  xoupiòt ,  sterco,  che  il 
Deffn.  308  felicemente  deriva 
appunto  da  orxojpt'oc  (qui  skiiria). 


kanmlia  (otr.  kamùla)  nebbia.  La  kddé  fratello,  leddd  sorella.  Sa- 
ranno semplici  vezzeggiativi,  da 
mandarsi  con  XaXa;  XxXi,  onde 
si  chiamano  in  Grecia  l'avo  e 
l'ava.  A  Cardeto,  Ielle  è  lo  zio, 
e  per  'fratello'  e  'sorella'  vi  si 
hanno  le  solite  voci  greche,  che 
il  bovese  pili  non  serba  se  non 
mutile  nei  composti  zarfó  zar- 
fi,   £;Qc3£Xcpo;  e^xos'X©-/]. 


base  sarà  ancora  xxujxx;  v.  ka- 

matcrùddia  al  n.  34. 
hazzédda  {oiv.  ha  fé  è  dda)  fanciulla; 

forse  :  kapsella,  da  xo}-  =  xottitì^- 

(cfr.   re.   xoTTsXXcc  e  xo:rtTCx);  o 

kor[i]zclla  ■=■  xoptxt^ouXy.  (v.  Comp. 

90). 
zódda  fanciulla.  Non  è  voce   ca- 

labra.  Forse  è  [mi]zólla,  che  ò 


quanto   dire   [xtr^ouXx,   piccina,  luddùfero  bruscolo,  peluzzo,  bioc- 

con  suffisso  calabrizzante.    Cfr.  coletto  di  cotone,  di  lana,  ecc., 

céddi  cédda  235  n.  che  vola  in  balia  del  vento. 

Tiondoférro    ritorno.     Dev'  essere  mdj)a  corba. 

*xovTo-'.p£pvto    'mi   porto    vicino,  miócuna  briciola,  onde  miccund'z- 

mi  riconduco'.  In  questi  dialet-  zo  sbriciolo.  Cfr.  miccéddi  ecc., 

ti,  tps'pvto  si  fa  sinonimo  di  iratp-  n.  235. 

v(o:  ferro  ja  ta  fdttiamu,  vado  mài  rfr.  nonna,  roch.  madre.  Il 

pe'  fatti  miei.  Quanto  alla  com-  re.  ha  [xaTa  nonna. 

pos.  con  xovTo;,  cfr.  i  re.  xov-  murtizzo    sonnecchio;    cfr.    cipr. 

■  ToxpxTw  trattengo,  xovtoitcóvoj  sto  [xwpxt'vto  -£uw  -t(7[A£vo(;  ecc.  (vapxto) 

per  arrivare;  ecc.  e  [ji.wpt(7(7oupa(v(xpxyi).  Si  aggiunge 

hùni,  fem.  hùna,  dimin.  kundéi  e  il  frequentativo  murtidddo. 


Dial.  romaico  di  Bova, 

petakiini  uccello  di  nido.  La  base 
sarà  quella  del  re.  icsTaxTìg?  ecc. 

piazzi  batuiFolo  di  lana,  seta,  ecc., 
fiocco  di  neve:  cpXoxxiov? 

plètora  palo  maestro  della  siepe; 
e  dicesi  anche  di  chi  sta  dritto, 
'impalato'. 

pio  fari  roch.,  crine  di  cavallo: 
*7:ojXo'^o[PJaptov?  Cfr.  -wXoc  pul- 
lus  in  primis  equinus,  onde  il 
re.  TTwXxfcov  TTouXàptov  pulcdro, 
e  cp&p-/]  juba,  coma.  Per  la  qua- 
lità del  composto,  cfr.  il  re.  ^ou- 
pQuvóxpiyoi  setola  di  porco.  pZo- 
faria  194  n. 

rùmbo  vino  cotto. 

sirma  subito.  Sarebbe  mai:  crupaa, 
quasi  'tratto',  per  imitazione  dei 
modi  ital.  'di  tratto,  d'un  trat- 
to', ecc.? 

sóliko  ragazzo.  Lo  ayo  del  class. 
G'/ohx.ói;  puerilis,  ineptus,  ecc., 
dovrebbe  darci  sko,  n.  G3-4. 


ecc.  Appunti  Itìssic,  IV.  71 

S2'>aldssi  roch.,  bov.  spoZ-  IC;  cfr. 
il  class.  à<nràX3c6o;  gcnus  vcpris. 

stoli  fiato  (propriara.  quel  movi- 
mento di  contrazione  e  dilata- 
zione che  fa  il  petto  respirando; 
cfr.  i  termini  jatrici  àvaaroXi], 
xaxKiTToX-j^ ,  8ta<7ToXv]);  stoljdzzo 
io  fiato. 

zargdra  veleno.  Nulla  avrei  di 
men  rimoto  del  cipr.  '\^/y\,  cret. 
ij/ocxà,  TTDcpov  oapiji.3C5ct  Cypr.  423. 

zikkini  roch.,  bov.  zikkima,  ca- 
micia da  uomo;  cfr.  re.  xi^o- 
y/yioi;  T^o)(_tvo;,  di  stofi'a  di  lana, 
e  T^o'/^a  ap.  Du  Gange:  'indu- 
mentura  ad  thalos  usquc  dcrais- 
sum  apud  Illyrios'. 

zimamicU  (otr.  fsalammidi,  fsam- 
midi),  ramarro. 

vidta  sempre,  continuamente.  Non 
ò  voce  calabra.  Ma  pare  dal- 
l'ital.  via,  preso  in  senso  av- 
verbiale '. 


IV.  APPUNTI  STORICI. 


I  precedenti  paragrafi  ci  hanno  mostrato  che  il  dialetto  di  Beva  e 
le  varietà  contermini   coincidono  in  sostanza  col  linguaggio  comune 


*  I  dial.  di  Rochudi,  Roccaforte  e  Condofuri  hanno  ancora  lo  seguenti  voci 
non  comuni  con  Beva,  che  non  é  forse  affatto  inutile  qui  registrare;-  roch.: 
al)pisSo  fiorisco  àvO-,  anasihónno  allevo  àvao-vuc-,  anevàsH  lievita  re.  àvat^-, 
anóstrata  e  katóstrata  (comuni  con  r  e  f.)  n.  229,  at^rustdo  mi  ammalo  ào'ow- 
cTÉo),  astenàsio  gemo  ctev-,  vclàs.zo  belo  /3e^-,  ji  terra  y.ò',  émbasi  (bov.  óm- 
bima),  iarónno  'rendo  compatto,  indurisco'  re.  ^a/s-,  imero  domestico  >7a-, 
pardnoma  229,  pótama  il  volo  (re),  savana  vesti  mortuarie  o  savanónno  io 
vesto  ecc.,  sindoni  lenzuolo,  sinno fia  194,  figo  190  n,  flohia  povertà  tttw^-^ 
kliamiddó  (comune  con  cndf.  e  rfr.)  ^a^avjXós,  Mandici 219 n.;  rfr.:  djlrefto 
241  n.,  aféti  (comune  eoa  cndf.)  285  n.,  curi  4,  néma  9,  p[o\skotàz3Ì  an- 
notta dnocr-/.-  (bov.  shot.),  pranduta  211,  rùmma  filo  re,  spòra  sera  ian-  (bov. 
vradla),  stenónno  restringo  ttev-;  c  a  d  f.  :  amjrimmóna  di  nascosto  (bov.  krifn), 


72  Morosi , 

della  Grecia  odierna,  come  già  sin  dalla  metà  del  secolo  scoriso  aveva 
aflermato  il  Mazzocchi,  toccando  per  incidenza  di  f|ucste  colonie  nel 
suo  commentario  alle  tavole  di  Eraclea^,  e  come,  al  principio  di  que- 
sto, senza  conoscere  il  lavoro  del  dotto  archeologo  napoletano,  aveva 
confermato  il  "Witte^.  Ma  quando  si  considerino  piì;  dappresso  queste 
parlate,  si  trova  pure  che  dal  comune  romaico  esse  differiscono  in 
parecchi  punti  e  in  punti  di  non  lieve  momento.  Or  queste  differenze, 
che  in  ispecie  sì  avvertono  nella  flessione  del  verbo,  qui  più  fedele 
al  tipo  classico,  o  dipendono  dal  numero  cospicuo  di  voci  antiche 
qui  ancor  vive,  che  sono  spente  nella  Grecia,  conferiscono  a  questi 
dialetti  un  cotal  grado  di  anzianità;  e  il  fenomeno  non  è  punto  sin- 
golare, poiché  si  tratta  di  una  propaggine,  che  ha  ben  dovuto  intri- 
stire, ma  che  d'altra  parte  non  ha  partecipato  a  quei  graduali  de- 
perimenti che  il  tronco  pativa  dopo  il  suo  distacco.  Questo  color 
d'antichità  è  però  alquanto  meno  spiccato  nel  bovese  di  quello  che 
sia  nell'otrantino.  Così,  i  nomi  con  suffisso  diminutivo,  ma  con  si- 
gnificazione positiva,  sono  di  gran  lunga  piti  abondanti  nel  greco  di 
Calabria  che  non  in  quello  di  Terra  d'Otranto;  e  la  formazione  dei 
nomi  semplici  e  dei  composti,  e  anche  la  loro  flessione,  ci  offrono, 
pel  greco  Calabro,  degli  elementi  e  degli  usi,  che  rimangono  estranei 
all'otrantino  e  sono  all'incontro  in  pieno  rigoglio  nel  comune  romaico. 
Ma  non  porremmo  fra  i  criterj  di  preminenza  cronologica  l'aversi 
ora  il  5  con  suono  esplosivo  nel  greco  d'  Otranto,  mentre  è  fricativo 
in  quel  di  Calabria  e  di  Grecia. 

Ciò  posto,  in  che  tempo  saranno  esse  venute  nelle  presenti  loro 
sedi  le  colonie  Calabre,  della  cui  origine,  come  di  quella  delle  colonie 
otrantine,  tace  affatto  la  storia?  Qui  imprima  risponderei,  mirando 
al  punto  oltre  il  quale  non  si  abbia  a  risalire,  aver  io  per  fermo  che 
vi  debbano  esser  giunte  dopo  il  secolo  X.  La  quale  asserzione,  a 
dir  vero,  non  ha  per  sé  delle  prove  certe  e  apodittiche,  ma  pur  si 
fonda  sopra  un  argomento  che  io  debbo  stimar  sicuro  e  che  vedrei 
rinfiancato  da  ulteriori  indizj.  Il  mio  argomento  ò  questo.  La  fonda- 


dinató  forte  Svv-,  disio  sinistro  ài-TsHtóc,  Mufio  stolto  y.ov'fog,  lipiméno  dis- 
graziato ).u7r-,  mantéggo  indovino  ptavT£'J&3,  ragìiéggo  pago  /o'oysuw,  simcra 
285  n.,  skdsJiO  crepo  re.  (7xà?&),  sUlmba  (bov.  izza)  162  n.,  liérome  mi  ral- 
legro ya.!,p~. 

'  V.  il  mio  articolo:  Ricerche  intorno  alla  origine  delle  col.  gr.  della  Terra 
d'Otranto,  uell'Arch.  per  TAntropol.  e  la  Etnol.,  voi.  I,  pag.  326. 

^  Si  vegga  il  bel  lavoro  intorno  al  dial.  greco  di  Bova,  che  il  pr.  Astorre 
Pellegrini  viene  stampando  nella  Rivista  di  filol.  e  d' istrus.  class,  di  Torino. 


Dial.  romaico  di  Bova,  ecc.  Appunti  storici.  73 

zione  delle  colonie  otrantine  va  appunto  riportata  intorno  al  secolo  X 
(Otr.,  186  seg.);  se  quindi,  confrontata  colla  lingua  delle  colonie  otran- 
tine, la  lingua  delle  Calabre,  secondo  che  testé  accennammo,  porta 
l'impronta  di  una  minore  antichità,  non  sarà  illegittimo  l'inferirne 
che  queste  siano  venute  fra  noi  alquanto  piti  tardi  di  quelle.  Ecco 
poi  gli  altri  amminnicoli  di  prova.  Le  voci  ìndtraklio,  materasso, 
e  lardnglìi,  arancio,  si  devono  agli  Arabi.  I  Greci  calabri  non  le 
lianno  nella  forma  che  i  dialetti  italiani  loro  potevano  offrire;  par 
quindi  che  le  abbiano  portate  seco  dalla  madre  patria,  e  ciò  impor- 
terebbe che  l'influsso  arabico  si  fosse  in  questa  sentito  prima  della 
loro  partenza  ^.  Ma  di  cotesto  immissioni  arabiche  nella  Grecia,  nes- 
sun vorrebbe  ammetterne  prima  del  secolo  X.  D'altra  parte,  come 
'la  prugna'  si  chiama  da  questi  coloni  damdsino,  che  è  pur  la  voce 
del  comune  romaico  (oaaacrxvjvov)  e  probabilmente  ricorda  il  tempo 
della  potenza  degli  Arabi  nella  Siria,  a  Damasco;  così  il  frutto  del 
fico  d'India  è  detto  dai  coloni  medesimi:  tùrko.  Pur  questa  voce 
dev'essere  portata  dalla  madre  patria;  nella  quale  perciò,  all'età 
del  distacco  dei  nostri  coloni,  dovevano  essere  ben  conosciuti  i  'Turchi', 
se  dal  nome  di  questi  si  chiamava  il  frutto  di  una  pianta,  che  dalle 
contrade  a  loro  soggette  (nell'Asia  Minore)  trapiantavasi  in  Grecia. 
Or  tal  fama  e  potenza  non  può  attribuirsi  ai  Turchi  (selgiucidi)  se 
non  dalla  fine  del  sec.  XI  2. 

Ma,  se  dobbiamo  ritenere  che  la  venuta  di  questi  coloni  sia  se- 
guita dopo  il  sec.  X,  volgendoci  ora  all'esame  del  tempo  oltre  il 
quale  non  si  possa  discendere,  diremo  intanto,  che  dev'essere  seguita 
ben  prima  del  XVI.  Poiché  è  menzione  di  queste  colonie  nel  libro 
de  antiquitate  et  situ  Calabriae,  dell'archeologo  calabrese  Gabriele 
Barrìo,  pubblicato  a  Roma  nel  1571  ;  e  il  Barrio  non  dice  che  fos- 
sero recenti,  ma  lascia  anzi  supporre  che  gli  paressero  una  conti- 
nuazione delle  antiche  colonie  della  Magna  Grecia;  talché  il  Fiore, 
nella  sua  Calabria  illustrata  (Napoli,  1773),  in  cui  attinge  a  larga 
mano  dal  libro  del  Barrio,  chiaramente  dice  (I,  162):  'La  Calabria, 
altre  volte  tutta  greca,  oggidì  tutta  latina,  se  non  sol  nella  sua  parte 
più  australe,  da  Reggio  a  Gerace,  conserva  alcune  terre  grecite, 
cred'io,  per  argomento  di  quello  che  in  altro  tempo  ella  fu'.  E  ci- 


'  Miglior  forza  avrebbe  per  vero  questa  considerazione,  se  mdtrakho  esi- 
stesse anche  in  Grecia,  dove  non  s'ha  se  non  p-cxrxpx;,  «borra  0  cimatura 
grossa',  termine  mercantile  di  assai  dubbia  età. 

^  Pur  questa  considerazione  avrebbe  maggior  forza,  se  tiMio  si  dicesse  per 
'fico  d'India'  anche  nella  Grecia;  ma  non  si  dice,  per  quanto  io  sappia. 


74  Morosi , 

tate  ancora  lo  parole  del  Barrio,  ricorda  l'idioma  greco  di  liova 
'per  tanti  secoli  ostinatamente  rattenuto'.  Non  ò  dunque  ammissi- 
bile che  i  nostri  coloni  siano  venuti  sol  qualche  mezzo  secolo  prima 
che  il  Barrio  ne  avesse  e  ne  desse  contezza.  D'altronde,  e  le  tradi- 
zioni orali  di  questi  Greci  sono  mute  affatto,  così  intorno  al  tempo 
della  loro  venuta  in  queste  contrade,  come  intorno  ai  luoghi  della 
Grecia  ch'essi  hanno  lasciato;  e  i  nomi  che  essi  danno,  così  alle 
regioni  incolte,  ai  monti,  alle  valli  e  alle  acque,  come  agli  appez- 
zamenti del  terreno  coltivato  e  ai  paesi  stessi  ove  hanno  stanza, 
eccettuato  forse  Bova  {Vùa),  son  tutti  greci:  due  cose  che  difficil- 
mente si  spiegherebbero,  se  la  loro  venuta  fra  noi  fosse  antica  di 
appena  quattro  o  cinque  secoli.  Si  aggiunga  che  di  parole  turche 
non  appare  la  menoma  traccia  in  questi  dialetti^.  I  quali  invece 
portano  evidenti  segni  dell'influenza  profonda  che  le  contermini  par- 
late italiane  hanno  sopra  di  loro  esercitato,  come  sarebbero  in  ispecie 
le  vicende,  certo  d'indole  piU  romanza  ed  anzi  calabrese  che  non 
romaica,  a  cui  andavano  soggette  le  vocali  fuori  d'accento,  e  inoltre 
il  mutarsi  del  XX  in  dd  :  prove  non  dubbie  che  questi  coloni  hanno 
dovuto  per  non  breve  tempo  convivere  cogli  abitanti  di  schiatta  ita- 
liana'. Neppure  si  può  ammettere  che  il  tempo  della  loro  venuta 
abbia  a  farsi  discendere  al  secolo  XIV  ;  poiché  non  troviamo  nello 
loro  parlato  queir  abondanza  di  tracce  venete  che  vi  si  dovrebbe 
rinvenire,  so  tardassimo  il  loro  distacco  in  sino  a  questa  età;  anzi 
di  tracce  venete  non  ne  abbiamo  affatto,  all' infuori  dell'  -èri  di  dinéri, 
sulóri,  purzidri,  num.  180,   circa    il   quale  ò  da   vedersi  l'Archivio 


*  Un  canto  (Comp.  xxxvi)  che  esprime  l'odio  profondo  dei  Greci  contro  i 
Turchi  e  vive  tutt'ora  nella  Grecia,  non  fa  prova  che  questi  Greci  abbiano 
soggiaciuto  alla  signoria  turchesca.  D.  Domenico  Pulialti,  dotto  sacerd.  bovese, 
così  me  ne  scrive:  ^Quei  che  mi  han  i^ecitato  questo  idillio,  o  romanza  che 
voglia  dirsi,  mi  assicurano  di  averlo  appreso  da  un  certo  prete  di  Bova,  il 
quale,  nella  occupazione  militare  (francese)  del  Regno,  emigrò,  stette  molto 
tempo  in  Sicilia  ed  asseriva  di  essere  stato  anche  in  Grecia.  Ritornato  qui, 
vestiva  da  prete  greco.'  Infatti,  alcune  delle  voci  romaiche  che  in  questo 
canto  ricorrono,  cioè  reomopillla,  aborchindi,  cclopidi,  pardsciaguo,  amorfo 
e  pelicadùci,  sono  ignote  ai  bovesi,  come  sono  a  loro  ignote,  o  del  tutto  o 
nella  forma  in  cui  vengono  date,  non  poche  delle  voci  romaiche  e  quelle  di 
origine  turca  (fiséchi  coltello  [?],  zibùcM  pipa,  duféchi  archibugio),  che  Tomaso 
Morelli  cita  ne'  suoi  brevissimi  Cenni  storici  intorno  alle  col.  greco-cai.,  e 
che  molto  probabilmente  egli  ha  avuto  da  qualche  bovese  ch'era  stato  in 
Grecia,  il  quale,  per  certa  boria  di'campanile,  alle  voci  romaiche  cadute  in 
disuso  0  non  mai  usate  a  Bova,  sostituiva  le  voci  di  comune  romaico. 


Dial.  romaico  di  Bova,  ecc.  Appunti  storici.  75 

yloltol.,  I  393  ed  altrove.  All'incontro  vi  abbiamo  voci  o  formo  di 
tipo  romanzo,  sconosciute  al  di  là  dell' Jonio,  che  i  nostri  Greci  non 
possono  quindi  aver  portato  dalla  madrepatria,  ma  devono  aver  preso 
a  prestito,  ne'  primi  tempi  del  loro  soggiorno  tra  noi,  alle  finitime 
parlate  italiane:  voci  e  forme,  che  ben  prima  del  secolo  XIV,  e  già 
almeno  nel  XII,  hanno  dovuto  cedere  il  posto  alle  voci  e  alle  forme 
che  risuonano  nel  calabrese  odierno.  Così  piato  discorso  e  plateguo 
discorro,  less.  iii;  clunùca  {cumicchia  calabr.)  'conocchia  o  frasca  tra 
i  cui  ramìcelli  il  baco  da  seta  intesse  il  suo  bozzolo'  *coluc[u]la; 
jìlùppo  (rfr.),  fluppo  (bov.),  r/lùppo  (cndf.)  pioppo  (cfr.  pluppi  del  994 
=  póp[u]li  MuRAT.  Antich.  ItaL,  II  2035);  fiocca  chioccia  (calabr.  vacca, 
abruzz.  fiocca);  àscia  less.  iii.  Si  aggiunga,  e  sarà  per  avventura 
l'argomento  più  importante  e  conclusivo,  che  alcuna  delle  voci  ora 
citate,  e  qualche  altra  analoga,  e  parecchie  altre  voci,  sì  di  origine 
latina  e  sì  di  origine  greca,  qui  esistenti,  ma  non  appartenenti  al 
comune  romaico,  si  ritrovano,  quasi  coll'istessa  veste  o  col  signifi- 
cato che  qui  hanno,  in  pergamene  greco-calabre  anteriori  al  sec.  XIII 
o  di  pochi  anni  posteriori.  Sono:  plùppi  (tiàoutioi ,  dell'anno  1124), 
akJili  cassa  (ipxXa,  àpxXov,  1124),  lenzùli  (Xevxì^ouXtov  1158),  stritla  ca- 
micia da  donna  ((TxpiTTx  'strophium'  1212);  vnjna  valle  ([iaOsix  1053), 
stenndto  pentola  (aTEyvà-ov  1007),  ócfdloma  estremità  (x£cpaXtóur.ocTcc  ver- 
tici 1141),  artista  condimento  (àpT-/](7ia,  da  correggersi  in  àprutita,  1187). 
Così  dicasi  di  parecchi  nomi  di  fondi  (cfr.  p.  e.  Ceramidi,  Vundci, 
Kropané  con  K£pa[j.tot  1053,  Bouvàxt  1127,  KpoTrav'^  1217);  o  dei  suf- 
fissi formativi  di  nomi  di  fondi:  -i  (cfr.  p.  e.  Silipd,  Krommidd  con 
^ìitXtTià  1176  e  Kpoauoà  1125);  e  -oZax  (cfr.  il  num.  199);  e  di  parecchi 
cognomi  (cfr.  Spanò,  Romèo,  Pdikanó,  Melalirino,  Melissdri  con  ISttx- 
vo;,  'PojixaTo;,  IleÀtxavo;,  MsXa/pivo;,  MìXtddàpT);  1053,  1145,  1164,  ecc.). 
N(j  consegue  che  questi  dialetti  hanno  strettissima  attinenza  col  co- 
mune romaico  del  sec.  XI  e  XII,  qual  doveva  essere  in  uso  in  colonie 
bisantine  della  Bassa  Italia,  a  queste  nostre  anteriori  o  coeve,  e  ormai, 
da  molto  o  poco  tempo,  quasi  tutte  scomparse.  Inoltre,  nelle  stesse 
pergamene,  dalla  metà  dell' XI  alla  fine  del  XII  secolo,  il  nome  di 
'Reggio'  è  sempre  grecamente  'Prjytov  genit.  rou  'Pvjyt'ou,  e  PrjytTàvot 
il  nome  degli  abitanti,  come  appunto  ancora  si  dice  da  questi  coloni: 
Riji  e  Rijitdni.  Ma,  dal  1194  in  poi,  accanto  a  toìì  'P/iyto'J,  trovo 
anche  xotj  'Prlycou,  che,  se  non  ò  un  errore  di  scrittura,  accenna  al 
Riìjiju  del  calabrese  odierno.  Tutto  questo  c'induco  dunque  a  credere, 
che  lo  stabilimento  delle  colonie  greco-calabre  risalga  al  sec.  XI  o 
al  XII.  Ma  più  probabilmente  avremo  a  porlo  in  quello  clic  non  in 
questo.  Poichò  imprima  siamo  in  diritto  di  ritenero,  che  nel  sec.  XI, 


76  Morósi , 

cioè  appena  un  secolo  innanzi  che  apparissero  i  primi  monumenti  let- 
lerarj  della  lingua  neoellenica,  quali  son  le  poesie  di  Teodoro  Ptocho- 
prodromo  (Muli.  Gr.  73),  il  linguaggio  comune  della  Grecia  si  trovasse 
giù.  nelle  condizioni  in  cui  ne  si  presenta  in  cotesti  dialetti.  D'altra 
parte,  scarsissime  e  quasi  impercettibili  essendo  nella  poesia  popolare 
di  queste  colonie,  come  in  quella  delle  colonie  otrantine,  le  vestigia  del 
verso  politico,  ci  sarà  lecito  inferirne,  che,  allorquando  queste  colonie 
si  partirono  dalla  Grecia,  tal  verso  non  fosse  ancora  divenuto  di 
uso  generale,  non  ancora  veramente  politico  o  nazionale,  com'era  al 
tempo  di  Ptochoprodromo.  Poi,  in  un  diploma  del  re  Ruggero  II,  man- 
cante bensì  di  data,  ma  ad  ogni  modo  non  posteriore  al  1154,  anno 
in  cui  il  detto  re  Ruggiero  è  morto,  fra  i  villani  da  lui  regalati  a 
un  monastero  della  Calabria,  trovo  FpviYopto;  pouxàvo;  e  NtxyÌTy);  ^ouTdcvo;. 
Or  qui  pouTàvo;  non  può  essere  altro  se  non  l'aggettivo  gentilizio,  an- 
che oggidi  usato  a  Bova,  per  'Bovese',  come  pyiytTàvo?,  c-TsXtràvoi;,  y^pa- 
xtTocvo?,  (7c|37]p[Tàvo;,  dello  stesso  diploma  e  di  altri  dello  stesso  re, 
significano  'abitanti  di  Reggio,  di  Stilo,  di  Gerace,  di  S.''  Severina'; 
e  ci  assicura,  credo,  che  Bova  già  era  allora  abitata  e  da  gente 
greca.  E  d'altronde  il  fatto  che  son  tutti  greci,  come  già  dicemmo, 
i  nomi  dei  paesi  e  de'  fondi,  oltreché  una  prova  della  vetustà  di 
queste  colonie,  è  argomento  a  farci  credere,  che  questa  contrada 
fosse  vuota,  o  quasi  vuota,  di  abitatori,  quando  i  nostri  Greci  vi 
approdarono.  Or  qual  è  il  tempo  in  cui  è  più  probabile  che  tal  con- 
dizione di  cose  vi  si  avverasse,  e  quale  è  la  particolar  giacitura 
delle  sedi  di  questi  coloni?  A  cominciar  da  questa,  se  si  pon  mente 
al  fatto,  che  i  paesi,  da  loro  abitati,  non  istanno  già  sulla  spiaggia, 
comoda  e]  ferace,  del  mare,  a  cui  pure  son  tanto  vicini,  ma  sì  in 
vetta  a.  colli  elevati  e  di  malagevole  accesso  o  in  fondo  a  valloncelli 
remoti  e  quasi  tagliati  fuori  da  ogni  commercio  umano,  si  vien  di 
leggieri  nell'opinione,  che,  preoccupati  dal  pensiero  della  loro  sicu- 
rezza, i  nostri  coloni  abbiano  avuto  cura  di  stabilirsi  in  tai  luoghi 
onde  potessero  scorgere  o  dove  non  potessero  venire  scórti  dalla 
parte  del  mare.  Un  fondo  di  Roccaforte  è  detto  ancora  al  dì  d'oggi 
Saracèna;  di  una  battaglia  tra  Saraceni  e  Bovesi  narrano  le  tradi- 
zioni del  popolo  essere  stata  teatro  'al  tempo  de' tempi',  una  contrada 
ancor  chiamata  Pólemo  (Guerra);  e  ai  Saraceni  le  stesse  tradizioni 
attribuiscono  la  rovina  di  un  castello  che  sorgeva  a  ridosso  di  Bova 
e  di  cui  poche  reliquie  nereggiano  ancora  sulla  estrema  cresta  del 
monte.  Or  che  questa  regione  sia  stata  per  molto  tempo  bersaglio 
alle  feroci  scorrerie  di  que'  valorosi  ladroni,  nessuno  ne  dubita.  Dalla 
metà  del  IX  alla  metà  del  sec.  XI,  vanno   piene  le   cronache   della 


Dial.  romaico  di  Bova,  ecc.  Appunti  storici.  77 

Bassa  Italia  delle  loro  gesta  esiziali.  Possiamo  quindi  ben  credere, 
che  in  tempi  siffatti  questa  regione  rimanesse  deserta  dagli  antichi 
abitatori  italiani.  Ma  non  è  ammissibile  che  proprio  allora  qui  tras- 
migrassero, o  fossero  qui  trasportate,  delle  colonie  greche.  Bensì,  un 
po'  più  tardi,  quando  non  solo  tutta  la  Calabria,  ma  e  tutta  la  Si- 
cilia era  venuta  in  dominio  de'  Normanni,  alla  fine  del  secolo  XI; 
quando  le  incursioni  de'  Saraceni  erano  finite,  ma  non  cancellato 
ancora  ne'  sciagurati  popoli,  che  n'erano  stati  vittime,  il  ricordo  di 
quelle  e  non  morta  la  paura;  ricordo  e  paura,  che  da'  pochi  super- 
stiti della  vecchia  popolazione,  indigena,  si  trasfondevano  nella  nuova, 
straniera. 

Or  quali  motivi  hanno  potuto  sospingere  questi  coloni  dalla  Grecia 
in  Italia?  La  Bassa  Italia,  al  finire  del  sec.  XI,  era  per  l'impero 
d'oriente  affatto  perduta.  Questi  Greci  non  possono  quindi  essere  stati 
spediti  dagli  Autocrati  di  Bisanzio,  come  furono  probabilmente  gli 
otrantini  sull'  altra  punta  della  penisola,  per  ripopolare  il  loro  Tema 
di  Longobardia  e  per  farne  puntello  alla  lor  vacillante  dominazione* 
Che  spontaneamente  sieno  qui  emigrati,  neppur  si  può  ammettere, 
dacché,  rassodatasi  la  monarchia  normanna,  ogni  legame  coU'Oriente 
veniva  rotto  dalla  sospettosa  politica  degli  Altavilla.  Non  possono 
dunque  esser  altri  questi  Greci  che  i  discendenti  di  alcuna  di  quelle 
torme  di  infelici,  che,  duranti  le  feroci  guerre  di  Roberto  Guiscardo 
e  del  figlio  di  lui  Boemondo  contro  Alessio  Comneno  nella  penisola 
greca,  dal  1077  al  1085,  furono  da  quelli  strappati  a'  focolari  do- 
mestici e  trascinati  in  Italia.  Non  è  improbabile  però,  che  le  primitive 
colonie  siano  state  in  seguito  accresciute  da  profughi  delle  colonie 
romaiche  della  vicina  Sicilia,  oppresse  e  disperse  da'  Normanni,  dopo 
il  vano  tentativo  da  esse  fatto  di  ricongiungersi  colla  madrepatria  *. 
Ma  più  probabile  ancora  si  è,  che  sieno  venute  ingrossandosi  negli 
ultimi  anni  del  regno  di  Ruggiero  II,  dopo  la  sua  corsa  vittoriosa 
attraverso  l'Epiro,  l'Acarnania,  l'Etolia,  la  Beozia  e  la  Morea,  nel 
1147,  onde  si  sa  che  a  migliaja  ei  trasse  schiavi  in  Italia  gli  abi- 
tanti. Da  cronisti  bisantini  si  apprende,  che  Ruggero  in  ispecie  tras- 
portasse in  Italia  dei  tessitori  di  seta,  da  Tebe  e  da  Corinto,  fra  i 
quali  molti  erano  ebrei.  Ora,  e  l'arte  della  seta,  ancora  non  ispen- 
tavi  affatto,  era  a  Bova  un  dì  fiorentissima;  e  un  intiero  quartiere 
di  Bova,  chiamato  Pirgoli,  era  abitato  da  Ebrei,  che  certo  non  vi 
dovevano   essere  venuti  di   loro  talento,  non  offrendo  Bova  per  la 


'  Cfr.  Otr.  210;  Zambelli  op.  ivi  cit.  153  e  183;  De  Blasiis,  La  insurre- 
zione pugliese  e  la  conquista  normanna  nel  sec.  XI,  Napoli  1873,  III  355. 


78  Morosi, 

sua  postura  niuna  comoclitcì  di  traffici;  ma  trasportativi  a  forza. 
Qualche  non  lieve  clifForenza  che  ancora  sopravvive  tra  le  parlate 
di  queste  colonie,  sia  ne'  suoni,  sia  nelle  forme  o  piti  ancora  nel 
lessico,  non  ostante  la  convivenza  di  forse  otto  secoli,  ci  fa  anch'essa 
sospettare  che  non  provengano  intieramente  da  una  stessa  regione 
della  madrepatria.  Confermano  il  sospetto  i  nomi  di  parecchi  loro 
fondi  0  di  parecchi  fondi  de'  vicini  paesi,  non  ha  guari  greci  ancor 
essi,  di  S.  Lorenzo,  Bagaladi  e  Melito,  che  accennano,  come  sembra, 
a  luoghi  diversi  della  Grecia;  quali  Déri  (Belo?),  Arkadia,  Mantinéo, 
e  perfino  Kandia  e  Cipri;  e  fors' anche  alcuni  de'  cognomi,  poiché, 
allato  a  Kotronói,  Bruzzaniti,  Miserafiti^  Pelikanó,  Tropedno,  Ste- 
ntano, che  richiamano  altri  luoghi  della  Bassa  Italia,  sedi  ancor  essi, 
non  c'ò  dubbio,  di  colonie  bisantine  (Cotrone,  Bruzzano,  Misórrafa, 
Pollica,  Tropea,  Stilo),  troviamo:  Fiati  (forse  *<!>-/] pocx-/]?  Tebano,  efr. 
<I>-/,pa  =  0?,pat,  n.  87),  Autelitdno  (forse  *AÌTwXcTavo<;  oriundo  dell'E- 
tolia),  Khrisóo  (XpuaaTo?,  di  Crise?)  Messimo  MsaavjvxToi;  Messenio), 
Minniti  {*MalviT-/]?  Mainotto?),  SkiipelUi  (*>-xo7r£XiT7]?  di  Scopelo).  Sif- 
fatti indizj ,  e  le  particolari  attinenze  che  questi  dialetti  presentano 
in  primo  luogo  colle  parlate  odierne  del  mezzogiorno  della  penisola 
greca  e  ]5oi  con  quelle  della  Grecia  insulare^,  ci  porterebbero  a  con- 
chiudere, che  la  popolazione  di  queste  colonie  si  componga  di  un 
triplico  strato:  il  primo  e  fondamentale,  raccolto  in  sullo  scorcio  del 
secolo  XI  dalla  Morea;  il  secondo,  verso  la  metà  del  secolo  XII,  dalle 
contrade  poste  intorno  all'istmo  di  Corinto  e  dalla  Beozia;  il  terzo, 
non  sappiamo  come,  né  quando,  ma  certamente  prima  che  il  secolo  XII 
finisse^  dalle  isole,  e  segnatamente  da  Cipro. 


V.  SAGGI  LETTERARJ. 

Sì  per  la  forma  e  si  pel  concetto,  i  canti  di  Bova  e  delle  colonie 
contermini  sono  ben  lungi  dall'avere  la  importanza  di  quelli  che  si 
odono  tuttodì  nelle  colonie  otrantine.  Per  lo  più  altro  non  sono  che 
versioni  o  parafrasi  di  canti  calabresi,  de'  quali  riproducono  il  metro. 
Del  verso  nazionale  de' Greci  odierni,  cioè  del  verso  politico,  appena 


'  Cfr.  per  queste  attinenze  i  uum.  4,  G,  9,  12,  14,  24,  32,  40;  54,  G5,  75, 
88,  103,  131,  1G9;  213,  235,  271,  e  275;  e  per  le  attinenze  col  ciprio  in  par- 
ticolare i  num.  1,  4,  9;  24,  26,  30,  37,  46;  61,  65,  87,  93,  100,  136,  140,  147, 
169;  224,  235,  271,  e  il  Icss. 


Dial.  romaici  di  Bova  ecc.  Saggi  letterarj.  79 

ò  qualche  indizio  in  cantilene  fanciullesche  e  in  motti  proverbiali 
(cfr.  B.,  1,  2,  4,  5).  Non  inutili  a  chi  nella  spontanea  letteratura  po- 
polare studia  il  pensiero  e  il  sentimento  morale  del  popolo  illetterato 
riesciranno  i  proverbj,  nella  più  parte  de' quali  spicca  una  vera  im- 
pronta di  originalità. 

A.  Canti. 


1,  Beva. 


Magni  kazzédda,  me  kànni  pepàni, 
na  peparli  me  kànni  esù,  Imzzédda. 
sa  Tume  tunda  lucchìdcia  kanunài, 
mu  serri  tiri  rjardla  me  Uh  gordedda. 
Sa  mmu,  platégui,  pèzzi  ce  jeldi, 
to  j(5co  mu  kdnni  ti  alupudédda. 
ma  Cini  iméra  kali  èlijì  na  érti, 
na  su  Siro  to  éma  sa  mmia  avdédda 


I. 


Bella  fanciulla,  mi  fai  morire, 
morire  mi  fai  tu,  o  fanciulla,  [guardi, 
quando  con  codesti  occhietti  tu  (mi) 
mi  tiri  (dal  petto)  il  cuore  colla  cordi- 
quando  mi  parli,  scherzi  e  ridi,  [cella, 
il  guoco  mi  fai  della  volpicella. 
ma  quella  giornata  buona  ha  da  venire, 
ch'io  ti  succhi  il  sangue  come  una  mi- 
gnatta. 


II. 

Ep{issezse  o  kjeró  pu  ego  s'egupo,         Passò  il  tempo  ch'io  ti  amavo, 
c'esù,  kazzédda,  esvàrie^MC  m'emména;  e  che  tu,  fanciulla,  ti  sollazzavi  con  me. 


èpiase  ce  mu  épire  to  piato; 
platégui  ton  addò  ce  den  emména. 
ego  ólo  ton  gósmo  eparpdto, 
to  eparpdto  ja  na  ivro  esséna. 
arte  mupai  ti  esu  mutezze  stàio: 
c'egó  cóla  emvitezza  tin  géra. 


prendesti  a  levarmi  la  conversazione; 
parli  agli  altri  e  non  a  me. 
io  tutto  il  mondo  avrei  camminato, 
l'avrei  camminato  per  vedere  te.  [zione: 
ora  m'han  detto  che  hai  mutato  condi- 
ed  anch'io  ho  mutato  il  sembiante. 


III. 


Invano  colle  buone  mi  vuoi  pigliare: 
questo  cuore  non  ti  perdona, 
non  sono  canna  che  io  vada  dove  tu  vai, 
non  sono  foglia  che  tu  mi  muova. 
[ja]  tàndo  peccato  esii  's  to  nfórno  ^^rh',    per  codesto  peccato  tu  all'  inferno  vai, 
ce  0  cunfessùri  manco  se  ssnrvégui.        o  nemmeno  il  confessore  ti  assolve. 


Mbdtula  me  to  kaló  péli  me  piai  : 
futi  kardia  de  ssu  to  perdunt'^wt. 
'n  imme  kaldmi  c'egó  pdo  pu  pài, 
en  imme  fiddo  c'esù  me  laojégui. 


esii  perdiino  emména  en  ezitdi, 
ce  manco  o  paradiso  se  delégui. 


Esu,  kazzédda,  l'isc  sa  signùra, 
ja  nndropi  dcm  bérri  pinnacchic'ra  ; 


tu  perdóno  a  me  non  cerchi, 

e  nemmeno  il  paradiso  ti  accoglie. 


IV. 


Tu,  fanciulla,  che  sei  come  una  signora^ 
per  vergogna  non  porti  cappellino, 


80 


Morosi , 


c't'/yì'(ombiisto[sejnza/iamm«afintiira;    ed  hai  il  corpettino  senz' alcuna  fiata; 


's  to  p(5tto5M  hrati  ti  ttabaccbióra. 
tosso  niegàlì  éliji  ti  vrangatùra, 
pu  senza  miccio  àsti  ti  luméra; 
den  éhììo  ivronda  mai  tùndi  sciagura 
ja  posso  ego  ehanùnia  's  kàpa  mèra. 


nel  tuo  petto  porti  la  tabacchiera: 
tanto  grande  hai  la  statura, 
che  senza  miccia  accendi  la  lampada; 
non  ho  visto  mai  codesta  bruttezza, 
per  quanto  io  abbia  guardato  in  ogni 
parte. 


V. 


Ti  éne  brutto  tilndosu  casali  ! 
mancu  giannddde  cantc'^'Mit  ti  spéra: 
i  pudda  stéhji  óssu  's  to  gaddindri, 
ce  0  aUstora  c^niégui  a  mala  péna: 
irta  's  ti  sempurtiira  ce  sondàri  : 
diafdzH  ce  skotuSSi  m&ija  'mména. 
pu  na  érti  i  mòrti  na  se  pari, 

ce  òli  na  squeté^^M  azz'esséna. 


Com'  è  brutto  codesto  tuo  casale  ! 
nemmeno  le  rane  vi  cantano  la  sera; 
la  gallina  se  ne  sta  dentro  al  poUajo, 
e  il  gallo  canta  a  mala  pena: 
venni  in  sepoltura  ancora  vivo: 
non  fa  mai  giorno  né  notte  per  me. 
possa  venir  la  morte  a  portarti  via  (o 

brutto  casale), 
sì  che  tutti  si  liberino  di  te. 


VI. 


Vréte  ti  éne  brutto  tundo  pafsi! 
màncu  zomi  den  ékhuja  na  fasi! 
en  òli  tosso  tosso  famigliùsi! 

màncu  khórta  kliorùsija  na  vrdsi. 
pósi  's  to  piskopo  na  to  dói  ['nan]  tur- 

nlsi 
c'è  tto  to  dònni  ja  mi  kdmi  nterési. 

jati  ótu  epeliane  i  plusi 

ja  i  malapàsca  na  tu  kaparisi! 


Vedete  com'è  brutto  codesto  paese! 

non  hanno  nemmen  pane  da  mangiare  ! 

sono  tutti  tanto  tanto  carichi  di  fami- 
glia! 

nemmeno  erbe  trovano  da  far  bollire. 

vanno  dal  vescovo  acciocché  dia  loro 
un  quattrino, 

ed  ei  non  glielo  dà  per  non  far  danno 
(alla  sua  borsa). 

poiché  così  hanno  voluto  i  ricchi, 

che  la  malapasqua  li  scortichi  ! 


2.   Condofuri. 
VII. 

Ego  érkome  apissu  's  tin  oplissu.  Io  vengo  dietro  alla  tua  orma, 

haspédda,  ti  pai  panda  panda  arràssu;   fanciulla,  che  te  ne  vai  sempre  (da  me) 
hàm,e  cùnto  ti  imme  to  siddissu:  fa  conto  che  io  sia  il  tuo  cane:  [lontano; 

's  tim  bórtasM  de  ssónno  érti  na  klàspo,  alla  tua  porta  non  posso  venire  a  pian- 
gere, 
m{anicanamukdme[se]  to  slcuddissu,  sicché  tu  mi  faccia  una  culla  del  tuo 

collo, 
na  me  n&chéspi  Ugo  na  mi  Icrdspo.        e  mi  culli  un  poco  acciocché  io  non 

guaisca. 


Dial.  romaici  di  Bova,  ecc.  Canti  di  Condofuri.  81 

iósso  ékho  na  kàmo  na  su  érto  aplssu,  tanto  ho  da  venire  dietro  a  te, 
manalii  na  mu  ipise:  émba  óssul  che  da  te  sola  tu  m'abbia  a  dire:  en- 

tra dentro! 


Vili. 


Sfiddo  pu  na  só'mbi  óssu  's  t'apti, 

na  kdmi  zàle  na  se  kt'iso  ego, 

ce  na  su  pài  òli  i  akol; 

ce  pu  na  só'mbi  óssio  's  t'ammialó  1 

'gó  su'pa  mi  jirisi  kataci: 

c'esù  mupe  ti  en  immo  o  protip,ó, 

schiatti  na  mi  mu  kdmese  paddi: 
na  mi  kliarri  ti  panda  se  gapó. 


Ti  possa  entrare  un  pulce  dentro  all'o- 
recchio, 
sì  che  tu  faccia  strida  che  le  oda  io, 
e  si  che  te  ne  vada  tutto  l'udito; 
e  ti  possa  entrare  dentro  al  cervello! 
io  ti  dissi  che  non  ti  aggirassi  laggiù  : 
tu  mi  dicesti  che  non  ero  io  il  primo 

(tuo  amante), 
dispetti  non  me  ne  far  molti: 
non  ti  credere  che  sempre  io  ti  ami. 


IX. 


Khórista  e' èia,  ti  ékho  ego  tiapdo: 
a  Jjpéli  nà'rti,  na  mi  adiai  pléo. 
e  m,megdli  i  strdta  ti  éklio  na  pdo, 
ce  an  esu  den  érkese,  ego  kléo. 
pidnno  to  màuto,  io  vdddo,  ce  pdo, 

na  se  'pantio  se  kammd  Jitonia  : 

's  ole  te  ribatédde  kanundo 

cessina  e  sse  kìioró  's  kaìnmd  merla. 


Partiti  e  vieni,  che  io  ho  da  andarmene  : 
se  vuoi  venire,  non  indugiare  più. 
lunga  è  la  strada  che  ho  da  camminare, 
e  se  tu  non  vieni,  io  piangerò, 
piglio  il  mantello,  me  lo  metto,  e  m'in- 
cammino, 
per  iscoutrarti  in  qualche  vicinato: 
a  tutti  i  veroni  guardo 
e  te  non  ti  vedo  in  ninna  parte. 


X. 


Pos  sónno  ego  pidki  faji  na  fdo  ? 
kdtu  e  mmu  péli  pd'i  i  dacia, 
pidnno  to  manto  ce  guénno  na  pdo, 
pdo  na  tin  ivro  se  m,ia  meria. 
te  kaspédde  ole  ego  te  kanundo  : 
m,e  ole  ecine  de  hlioró  kammia. 

metapdle  tin  ivra,  e' ego  pdo 
arte  na  cumipume  Ugo  's  mia. 


Come  posso  io  pigliar  cibo  da  mangiare  ? 

giù  non  mi  vuol  andare  il  boccone. 

piglio  il  mantello  ed  esco  per  andarmene, 

vado  per  vederla  in  qualche  parte. 

le  fanciulle  tutte  le  guardo: 

fra  tutte  quelle  non  vedo  niuna  (che  sia 
la  mia  bella). 

di  nuovo  l'ho  trovata,  ed  io  me  ne  vado 

ora  che  abbiamo  a  dormire  un  poco  in- 
sieme. 


XI. 


Kaspédda,  ti  cumdse  manalii, 
ego  cóla  cumdme  m,anahlió. 
sfiddo  na  su  émbi  óssu  's  t'apti, 
na  hdmi  èdle  na  se  ktiso  ego! 
ùspe  sprikhdda  na  su  guci  i  sfUii  ! 


Fanciulla,  che  dormi  sola, 
io  anche  dormo  solo.  [recchio, 

ti  possa  entrare  un  pulce  dentro  all'o- 
si che  tu  faccia  strida  che  le  oda  io! 
dal  freddo  ti  possa  uscir  l'anima! 


Archivio  glottol.  ital..  IV. 


82 

jati  en  irtese  pu  immo  ego. 
an  érkeso,  esónname  smipti 
ce  kdììii  prdma  ti  sèri  o  piò. 


Morosi , 


poiché  non  venisti  dov'ero  lo. 

se  venivi,  potevamo  metterci  insieme 

e  fare  una  cosa  che  la  sa  Iddio. 


xir. 


Me  partia  de  Bova  'na  mattina 
ja  mian  arràta  t' ikha  jenaména. 

—  damme  'na  vota  d'acqua,  gioja  mia, 
na  palino  ta  ììiljamu  kaìnéna  — 
«che  t'aju  a  dari  ca  aju  la  spia, 

ti  pdsi  ce  to  légusi  ti  mmdna  ?  » 

—  pe'  li  spijvìni  Idssa  fóri  a  mmia  : 
piUte  T^asséguoegó,  mdlja  ta  kdnno. — 


Mi  partivo  di  Bova  una  mattina 

per  un  fallo  che  (vi)  avevo  commesso. 

—  dammi  un  sorso  d'acqua,  gioja  mia, 
ch'io  bagni  le  mie  labbra  riarse  — 

«  che  t'ho  da  dare,  che  ho  la  spia, 
che  vanno  e  lo  dicono  alla  mamma?» 

—  per  gli  spioni  lascia  fare  a  me  : 
per  dove  passo  io,  (tutto)  appiano.  — 


XIII. 


Aspe  póssu  lipiniénu  éìlji  's  to  hósmo 
ego  a  pléo  me ga  pélo  na  krastó. 
ripdo  t'dlljero  's  to  rèma  ce  mu  pdi  kdtu, 
ce  tonaddó  to  chiummow  ansiimmégui; 
addi  frabbich^^MM  spitia  's  ta  zundria, 
e'  ego  's  to  mali  de  ssónno  tikliói; 
STpveméggu  dddi  lipdri,  eguénni  sùco, 
c'emména  eslcches[)e  cóla  i  funtàna; 
kanundo  ja  dnu,  to  ùrio  tramute^^Mj, 
hanundo  k}iam.mé,  de  hììoró  ti  stràta; 
' gó  hrd'zzo  to  foria  ce  de  ffesdi; 
krdsso  to  Ilici  ce  i  bbàmpa  sbiziete; 
pdo  's  to  nférno  ce  o  Jùda  me  gudddi; 
kràzzo  tim  mòrti  ce  drrusto  jénete. 
jati  i  sórtamw  de  mm,'  afuddi, 
éKho  na  kdmo  vita  disperemmcni  *. 


Di  quanti  disgraziati  ci  ha  al  mondo 
io  il  più  grande  voglio  essere  tenuto, 
getto  la  paglia  nel  mare  e  mi  va  in  fondo 
e  agli  altri  il  piombo  viene  a  galla; 
altri  fabbricano  case  sui  dirupi, 
ed  io  nel  piano  non  posso  murare; 
altri  spremono  pietra  e  n'esce  sugo, 
e  a  me  mi  è  seccata  anche  la  fontana; 
guardo  in  su  e  il  tempo  si  stravolge, 
guardo  a  terra  e  non  vedo  la  strada; 
invoco  borea  e  non  soffia; 
invoco  il  fuoco  e  la  fiamma  si  spegne  ; 
vado  all'inferno  e  Giuda  mi  caccia  fuori; 
invoco  la  morte  e  malata  diviene, 
poiché  la  mia  sorte  non  mi  ajuta, 
ho  da  fare  una  vita  disperata. 


3.  Roccaforte. 
XIV. 

Pùcc[a]ti  's  tim  bórtasM  érisa  to  lue-  Dacché  alla  tua  porta  gittai  l'occhio, 

ólata'passemménatasdimmónia.  |chio,  tutte  le  cose  passate  le  dimenticai. 

i  ùmbra  i  dikisu  m'épiae  ndo  lùcchio,  l'ombra  tua  mi  ha  preso  dall'occhio, 

c'égó  esuperespa  ola  ta  demónia.  ed  io  superai  tutti  i  demonj  (rivali). 

ma  sirma  pu  su  mó'piae  to  lùcchio,  ma  subito  che  tu  mi  hai  preso  l'occhio, 

eh  gdnnija  m,md  piène  i  cirimònia:  non  fanno  più  per  noi  le  cerimonie. 

m'èdesejapdndaesùmetiindo\ùcch.iOt  mi  legasti  per  sempre  tu  con  codesto 

occhio,  [demonj. 

ja  na  schiatte'sjjwn'  ola  ta  demónia.  acciocché  crepino  di  dispetto  tutti  i 


'  Tutta  questa  curiosa  filastrorca  non  è  altro  che  la  traduzione  libera  di  un  canto 
calabrese. 


Dial.  romaici  di  Bova  ,  ecc.  Canti  di  Roccaforte. 


83 


XV. 


Na  mi  kdmise  dubbj  apdnu  's  emména, 
ti  0  lagose  o  dikómmu  de  mmanchégui; 
piste guo  t'imme  férmose  ólo  esséna; 
hanése  ta  pensérimw  pische^iw'. 
ta  sitdriamu  éne  ola  delemména, 
ma  énammu  oftró  [me]  perseguite^^Mi; 
sitàrim,mu  ise  esu,pu  kdnnija  'mména; 
oftrómmu  e  àcino  pu  se  pretend^^wf. 


Non  far  dubbj  sopra  di  me, 
chò  la  mia  parola  non  fallisce; 
credo  di  essere  fermo  tutto  in  te; 
nessuno  i  pensieri  miei  li  pesca. 
il  mio  grano  è  tutto  ricolto, 
ma  un  mio  nemico  mi  perseguita: 
il  mio  grano  sei  tu,  che  fai  per  me; 
il  mio  nemico  è  colui  che  ti  pretende. 


xvr. 


Esù  ja  agapi  i  dikimmu  ise  òssu, 

e  ego  an  dom  bàtri  en  éklio  libertàti. 
sa  0  prama  depende^wi  dse  tóssu, 
e  ssónnise  kratine  iniquitatì. 
a  ssóise  trattenessi  akomin'  óssu, 
fórci  alarghéguusine  i  sceleràti; 
ce  sirm.a  sirma  me  porise  ambróssu, 
ce  tòte  mu  ngrunlzzi  im  buluntati. 


Tu  per  amor  mio  sei  dentro  (chiusa  a 

forza  in  casa), 
ed  io  da  mio  padre  non  ho  libertà, 
quando  la  cosa  dipende  da  tanti, 
non  la  puoi  ritenere  una  iniquità. 
se  puoi  trattenerti  ancora  dentro, 
forse  si  allontaneranno  gli  scellerati; 
e  subito  subito  mi  vedrai  innanzi  a  te, 
e  allora  mi  conoscerai  la  volontà. 


XVII. 


Tòte  s'afinno  sane  pu  apepéno, 
ce  pio  se  kanundi  toii  ghjeró  Tchdnni: 
a  su  platégui  kané  dópu  ti  apepéno, 
ingiuriane  emména  mit  den  gdnni. 
'gó  spere  guo  dipòi  ti  imme  kliuméno, 
nemménu  na  mu  kdmisen'  angànni; 
ce  pos  ego  esséna  imm,e  deméno, 
emména  éliji  nà  pdri  ola  ta  aflfànni. 


Allora  ti  abbandonerò  quando  sarò  mor- 
e  chi  ti  guarda  il  suo  tempo  perde  :  [to, 
se  ti  parla  qualcuno  dopo  che  io  son 
ingiuria  a  me  non  me  ne  fai.  [morto, 
io  spero  che  nemmeno  dopo  che  io  sarò 
tu  non  mi  farai  inganni;  [sepolto, 
e  come  io  a  te  sono  legato, 
a  me  mi  hai  da  levare  tutti  gli  affanni. 


XVIII. 


/  cefali  mu  petti  dse  prikdda, 
pu  i  kard'iamu  éfere  ja  'sséna. 
òli  é\ì'i\u  na  rukaniusi  lijjdr[i]a, 
ma  hanése  lipdria  san  emména. 
pòssa  prdmata  epàtespa  ego  i  mdvra 
ola  ta  fèrro  apdnumu  gramména. 
o  esu  kondoférri  's  ti  Limmiira, 
o  ego  pdo  ce  klidnnome  ja  'sséna. 


La  testa  mi  casca  dalla  amarezza, 
che  il  mio  cuore  ha  sofferto  per  te. 
tutti  hanno  da  masticar  pietre, 
ma  nessuno  pietre  come  me. 
quante  cose  patii  io  la  sventurata 
tutte  le  porto  su  di  me  scritte. 
0  tu  ritorni  alla  Limmara,  [tua. 

o  io  me  ne  vado  e  mi  perdo  per  cagion 


XIX. 


/  mdnasu  na  mbéi  na  se  kldspi, 
ti  éhji  tin  gefaline  tripiméni. 


La  tua  madre  entri  a  piangerti, 
chò  hai  la  testa  bucata. 


84 

ce  pio  sónni  ta  ólasu  mai  gràspiì 
ce  òse  póssus  ise  fagoméni! 
àvri  0  pappussu  ta  certa  na  su  aspi, 
ja  na  kliapi  to  émasu,  o  kakoméni  ! 

[spi, 
mepàvri  mbàra  i  mànasu  [na]  se  kld- 
an  aìcomi  den  ise  apepamméni! 


Morosi , 

e  chi  può  mai  tutte  le  cose  tue  scrivere  ? 
e  da  quanti  sei  divorata?  [candele, 
domani  possa  il  tuo  nonno  accenderti  le 
perchè  si  perda  il  tuo  sangue,  o  mal- 
vagia! 
posdomani  nella  bara  la  tua  madre  ti 
se  ancora  non  sei  morta!         [pianga. 


XX. 


Prikdda  pio  ka[la]léghi  na  dmvài, 
ja  posso  edic'wasa  ego  o  mavroméno  ! 
pu  's  ti  spiMssu  enan  garfi  na  'mbéi, 
jati  parakali  nd'mme  khuméno! 
pakaméno  's  tin  anca  na  se  dei, 
jati  ékamese  emme  'ssonariaminéno! 
ma  strammdda  apdnotte  na  katevéi, 
[na]  ton  dikóssu  kdmi  ólo  sapiméno! 


Chi  bene  dice  (di  te)  amarezza  inghiotta, 
quanta  ne  ho  inghiottito  io  lo  sventurato  ! 
possa  nell'anima  tua  un  chiodo  entrare, 
poiché  preghi  (Dio)  ch'io  sia  sepolto! 
possa  il  diavolo  alla  (sua)  gamba  legarti, 
poiché  hai  reso  me  pazzo! 
un  lampo  da  sopra  scenda, 
che  ogni  cosa  tua  faccia  in  polvere! 


XXI. 


[E]  mraanché guo  na  su  doso  ti  risposta, 
ti  mókamese  mia  poddin  grudfli. 
mu  irtane  graféssu  me  tim  Bósta, 
's  ti  mèra  pu  ise  esu  miVse  fidili; 

ma  's  tim  bórtasw  ekatévinane  appósta, 
ce  de  mmu  éstilese  manco  'na  sedili. 
plem  brita  su  ma  ékame[se]  ti  sòsta, 
ce  drte  me  kratisi  ja  'na  spondili. 


Non  manco  di  darti  la  risposta, 
che  me  ne  facesti  una  molto  crudele, 
mi  vennero  tue  lettere  per  la  Posta, 
(in  cui  mi  dicevi)  che,  nel  luogo  dove 

sei,  mi  sei  fedele; 
ma  io  alla  tua  porta  scesi  apposta, 
e  tu  non  mi  mandasti  nemmanco  una 
prima  tu  mi  facevi  la  corte,       [sedia, 
ed  ora  mi  tieni  per  un  fusajuolo. 


XXII. 


[7]  kaspédde  pu  gapilsi  ta  pedia 
pd[si\  's  ti  funtàna  na  kanunipusi: 
jomónnusi  to  petto  dse  stuppia, 
na  ta  pedia  dèe  afte  limbistusi: 
to  vdddusi  poddé  's  ti  fantasia  : 
sirma  sirma  pe'  nna  prandeftiisi  : 
a  sorta  te  afuddi  ce  i  filia, 
to  pidnnusi  to  aspdri  ce  jelùsi. 


Le  fanciulle  che  amano  i  garzoni 
vanno  alla  fontana  per  ispecchiarvisi: 
si  empiono  il  petto  di  stoppa, 
acciocché  i  garzoni  di  loro  s'invaghi- 
se  lo  ficcano  molte  in  fantasia:  [scano: 
subito  subito  vogliono  andare  a  nozze: 
se  la  fortuna  le  ajuta  e  l'amicizia, 
lo  pigliano  il  pesce  e  se  la  ridono. 


4.  Rochudi. 
XXIII. 


Piscilo  m,dna  ce  piszilo  cari, 
pu  ehdmai  ti  ppiszilo  kaspédda  ! 
ii'rai  ce  limbistissa  an  do  asturi. 


Bella  mamma  e  bel  babbo, 

che  hanno  fatto  la  bella  figliuola! 

videro  e  s'invaghirono  dell'astore. 


Dial.  romaici  di  Bova,  ecc.  Canti  di  Rochudi. 


85 


ti  su  ekàmai  ta  arhtdrmia  ótu  céddia. 
imme  gargùni  ed  's  to  Kondofùri; 
s'  eszitia,  ce  en  ikìia  ecinda  c&viéddia: 

ce  j'àfto  to  ipa  ego  tato  tragùdi, 
na  gapiune  òli  téddeka  miccédda. 


poiché  t'hanno  fatto  gli  occhi  cosi  pic- 
io  sono  garzone  là  di  Condofuri,  [cini. 
t'ho  cercato  (in  moglie)  e  non  ho  avuto 

codesti  panieri  (regali  di  nozze): 
e  per  ciò  l'ho  detta  io  questa  canzone, 
acciocché  amino  tutti  una  tal  fanciulla. 


XXIV. 


Esil,  kaspédda,  pu  ise  's  to  pardnu, 
plen  aspri  ise  esù  para  to  hjóni: 
ce  pos  embénni  's  to  ar gatto  ce  féni  ! 
ce  pòsse  manij^^Mi  to  veléni !... 
's  to  kósmio  ise  panda  gapiméni, 
s'avlépu  san  i  gatta  to  plemóni. 


0  tu,  fanciulla,  che  sei  in  alto, 
più  bianca  sei  tu  che  la  neve: 
e  come  entri  nel  telajo  e  tessi! 
e  come  maneggi  V  ago  ! . . . 
al  mondo  sarai  sempre  amata: 
ti  guardano  come  la  gatta  (guarda)  il 
polmone. 


XXV. 


Kremdnnete  o  Hjo  jà  to  paradiso, 
ce  pòi  slcotàsii  san  érkete  vrddi: 
'gó  séro  ti  su  Idmbi  ettiindo  viso, 
ce  to  péttosw  Idmbi  sa  fengdri: 
's  ti  pórtasM  na  érto  na  kapiso, 
ini  mo^éspo  dse  tundo  limitari; 
ce  a  mmu  kdmi  pina  ce  a  ssu  szitiso, 
dómmu,  ja  to  peó,  éna  kurddi. 


Il  sole  è  appeso  per  il  paradiso, 
e  poi  si  abbuja  quando  vien  sera; 
io  so  che  ti  brilla  codesto  viso, 
e  che  il  tuo  petto  brilla  come  luna: 
alla  tua  porta  possa  io  venire  a  sedermi, 
e  non  ismuovermi  da  codesto  limitare; 
e  se  ho  fame  e  se  (qualcosa)  ti  cerco, 
dammi,  per  amor  di  Dio,  un  panetto. 


XXVI. 


0  spiddo  pu  s'  edàngae  's  t'  afti 

su  ipe  légo  pu  to  sèri  esù: 

ipe  mi  afikese  paralisi: 

dddo  su  deli  gJiiréguo  per'ettù: 

0  lógomu  énas  éne  ce  i  spilli; 

ce  i  kardiamu  me  serri  vidta  ettu. 

ce  an  de  fférro  'sséna  òde  's  tim  moni, 

na  mu  minu  ta  stia  's  tu  potamii. 


Il  pulce  che  t'ha  morso  all'orecchio 
t'ha  detto  una  parola  che  la  sai  tu: 
t'ha  detto  che  non  ti  lasci  venir  meno: 
altro  io  non  ti  cerco  fuor  di  questo  : 
la  mia  parola  è  uno  e  (uno)  il  mio  animo; 
e  il  mio  cuore  mi  tira  continuamente 

costì, 
e  se  io  non  ti  porto  in  moglie  qui  nella 

(mia)  capanna, 
mi  possano  restare  le  ossa  nelle  fiumane  ! 


XXVII. 


Ego  s''egdpo  pùcca  t'  isso  cédda, 
ce  drte  e  mmu  guénni  pléo  an  di  har 

dia  : 
deméno  va'  éliji  me  halih  gordédda, 
de  ppiànno  abbénto  dse  kammia  me-     non  piglio  riposo  in  nessuna  parte 
esù  (se  ma  pisiilo  miccédda        [ria.    tu  sei  una  bellissima  fanciulla, 


Io  t'amavo  da  quando  tu  eri  piccina, 
e  ora  non  mi  esci  piti  dal  cuore: 

legato  mi  hai  con  buona  cordicella, 


86  Morosi,. 

ja  ^sséna  prépi  ettùndi  jitonia.  a  te  conviene  codesto  vicinato. 

na  pràma  pélo:  na  isso  alùpudédda,     una  cosa  voglio:  che  tu  sia  volpicella, 

«a  mtl'pis'  éna  lago  dèe  filia.  [e]  mi  dica  una  parola  di  amicizia. 


xxviri. 


An  ■fiere  ti  hanno  sa  éne  arghia, 
ja  na  kdmo  esse  na  piàise  péna.' 
kllorisSome  ce  pào  's  tin  anglisia 
ce  vdddo  ta  pie  rrùkìia  anasiména: 
san  érkome,  deléguo  ola  ta  kliortia, 
purverédda  ta  hanno  ola  ja  'sséna: 
ótu  éhlio  na  su  hdmo  tim  mdjia, 
na  mi  gapisi  ddclu  par'  emména. 


Se  tu  sapessi  che  cosa  faccio  quando  è 
per  farti  pigliar  pena!  [festa, 

mi  parto  e  vado  alla  chiesa 
e  mi  metto  i  panni  più  logori: 
quando  vengo,  raccolgo  tutte  le  erbe, 
polvere  le  faccio  tutte  per  te: 
cosi  ho  da  farti  la  magia, 
che  tu  non  abbia  ad  amare  altri  che  me* 


XXIX. 


Èia,  kaspédda,  ce  pdme  ""s  to  plima.     Vieni,  fanciulla,  e  andiamo  al  lavatojo. 


ti  to  vrastdri  su  to  pérro  ego, 

ti  s'afuddo  ce  kànni  to  apovrdma: 

ce  ja  ti  ppina  dfi  na  kdmo  ego. 

ti  strittasu  dspri  dspri  vdddo   's  to 

kUma, 
su  ti  hanno  dspri  pos  en'  éna  aguó  : 
an  den  érti,  stilemuti  mia  furina, 
ti  trÓQO  ce  san  érke\se\  se  khoró. 


che  la  caldaja  te  la  porto  io, 
che  t'ajuto  a  fare  la  risciacquatura: 
e  per  la  fame  lascia  che  faccia  io. 
la  camicia  tua  bianca  bianca  metterò 

(ad  asciugare)  alla  frasca, 
te  la  farò  bianca  com'è  un  uovo: 
se  non  vieni,  mandami  una  frittella, 
che  io  mangio  e  quando  vieni  ti  veggo. 


XXX. 


Ego  to  ipa  ti  éne  hjeì  ó  khaméno, 
ti  su  hombónni  pi  su  traguddi  ! 
en  ola  san  'na  cipo  jenaméno, 
pu  érhete  o  potamó  ce  to  kììaldi. 
ótu  imme  ego  sventuremMi^wo  ; 
ego  kìéo  e'  esii  panda  jeldi: 
dfimme  addónca  ja  disperemm^no, 
ti  ego  petto  pdnda  mésa  's  ta  guài. 


Io  lo  dissi  che  è  tempo  perduto, 
che  tu  lo  canzoni  quello  che  ti  canta  ! 
gli  è  tutto  come  un  orto  beli' e  fatto, 
che  viene  la  fiumana  e  lo  rovina, 
così  son  io  lo  sventurato  : 
io  piango  e  tu  sempre  ridi  : 
lasciami  dunque  per  disperato, 
che  io  casco  sempre  in  mezzo  a'  guaj. 


XXXI 


Spérto  m,e  to  kósmio  esiX  na  pdi, 
me  to  voréa  na  kdmi  sinnodia! 
appodenóssu  den  eguénìio  mài, 
fina  pu  eplaté gnome  is  mìa. 
de  dfike,  de  afinni  na  mu  vrdi 
to  éma  pu  edeléfti  's  tin  gardia: 
tòte  s'afinno  esséna  ja  na  pdi, 

sa  tt' dndera  mu  guénnu  an  di  cilia. 


Errante  per  il  mondo  possa  tu  andare 
colla  tramontana  a  fare  compagnia! 
di  qua  dentro  non  uscirò  mai, 
finché  non  discorreremo  insieme, 
non  ha  lasciato  e  non  lascia  di  bollirmi 
il  sangue  che  (mi)  si  è  raccolto  nel  cuore: 
allora  io  t' abbandonerò,  te,  per  andar- 
mene, 
quando  le  intestina  mi  usciranno  dal 
ventre. 


** 


Dial.  romaici  di  Bova,  ecc.  Cauti  di  Rochudi. 


87 


XXXII. 


To  séro,  to  séro  ti  e  mme  gapdi, 
pistéspi  e  ssónno  pléo  's  tih  ghitonia: 
su  me  tus  àddu  pészi  ce  jelài, 
e'  emme  e  mmu  diliis'  òli  tih  gardia. 
{pela  v'idta  na  érto  eòi  pu  pài, 

na  su  riso  pràma  's  ti  podia  : 
^na  pràma  manakhó  me  trivuljdi, 
ti  de  khoró  àse  'ssé  oli  tin  gardia. 


Lo  so.  Io  so  che  non  mi  ami, 
credere  uon  posso  più  al  vicinato: 
tu  cogli  altri  scherzi  e  ridi, 
e  a  me  non  mi  mostri  tutto  il  cuore, 
vorrei  continuamente  venire  là  dove  tu 

vai, 
per  gittarti  qualcosa  al  lembo  (della  ve- 
una  cosa  sola  mi  strugge,  [ste): 

che  non  vedo  di  te  tutto  il  cuore. 


XXXIII. 


Khoristina  an  do  spiti  mian  iméra 
ja  ma  kaspédda  pu  iklia  gapiméni  : 
jdvina  Mónda  vidta  òli  ti  spéra 
ja  mian  errata  pu  iklia  Jenam,éni. 
«dómmu  napio -  tis  ipa appodembéra - 
tin  glòssa  na  palino  pu  e  kaméni! 
hanuna  tuta  ddklia,  tiitì  céra, 

ti  kardia  mi  mu  afiki  pepamméni  !  » 


Mi  partii  dalla  casa  un  giorno 
per  una  fanciulla  che  avevo  amata: 
andai  piangendo  continuamente  tutta  la 
per  un  fallo  che  avevo  commesso,  [sera 
«  Dammi  da  bere  -  le  dissi  di  qua  - 
ch'io  bagni  la  lìngua  che  è  riarsa! 
guarda  queste    lagrime,  questo  sem- 
biante, 
il  cuore  non  lasciarmelo  morto  !  » 


XXXIV. 

Kali  spéra  su  légo  e'  ego  pdo;  Buona  sera  ti  dico  e  io  me  ne  vado; 

ma  siilo  péna  's  tin  gardiamu  pérro,  una  sola  pena  nel  mio  cuore  io  porto, 

ti  pdo  Idrga  dse  tino  gapdo,  che  vado  lontano  da  chi  io  amo, 

pdo  larga  dse  'ssé  pdnda  pense^rMo;  vado  lontano  da  te  (a  cui)  sempre  io 

penso: 

ettùndi  ikóni  de  tto  sdimmondo,  codesta  imagine  io  non  la  dimentico, 

stampemmenz  's  to  péttomw  ti  fférro:  stampata  nel  mio  petto  la  porto: 

's  ton  iplomu  to  nómasu  strigdo,  nel  sonno  il  nome  tuo  io  grido, 

nifta  e'  iméra  pdnda  suspire^MO.        '  notte  e  giorno  sempre  sospiro. 


Esù,  kaspédda,  pu  éklie  fa  fila, 
kanùna  ce  vré  pis  ambróssu  pài: 

risetu  'na  lógo  an  di  kardia, 
ti  e  ppepamméno  6'  esù  to  jertdi: 
kdmeto,  an  do  gapdi;  ma  amartia! 
sipórese  ti  plen  e  ttu  dia  fai. 
vré  ti  to  pérriisi  's  tin  anglisia, 
's  ecindi  tripa  pu  tóssu  khordi: 
eci  to  klivu  me  poddd  klidla, 


XXXV. 


Tu,  fanciulla,  che  chiudesti  le  orecchie, 
guarda  e  vedi  chi  innanzi  ti  va  (portato 

a  seppellire): 
gfttagli  una  parola  dal  cuore, 
che  è  morto  e  tu  lo  risusciti: 
fallo,  se  lo  ami;  ma  peccato! 
sappi  che  più  non  gli  fa  giorno, 
ve'  che  lo  portano  alla  chiesa, 
a  quella  buca  che  tanti  accoglie: 
là  lo  chiudono  con  molte  chiavi, 


Morosi; 


eclttenóssu  ilen  eguénni  mài' 
esii  pu  pài  ce  érkese  spipia, 
ìisetii  ajenneró,  an  do  gapAi. 


di  là  dentro  non  esce  mai: 
tu,  che  vai  e  vieni  spesso, 
glttagli  dell'acqua  santa,  se  lo  ami. 


XXXVI. 


An  ise  filo,  dómmu  ti  lledddssu, 

ti  òli  mu  légu  t' imme  singhenissu: 
t' iméra  su  ti  ppérro  ce  a  spdssu, 

ti  vradia  hondo fèrro  's  tin  avlissu. 
ego  de  ssónno  pléo  \na\  stapó  arràssw: 
Icdmeto  ja  to  piò  ce  ja  ti  spiMssu. 
ce  an  de  to  Icànni,  t' dndera  su  spésso, 
su  to  légo  ego  ti  kìidnni  ti  soissu. 


Se  (mi)  sei  amico,  dammi  (in  isposa)  la 

tua  sorella, 
che  tutti  mi  dicono  ch'io  son  tuo  co- 
gnato : 
il  giorno  te  la  conduco  a  passeggio, 
la  sera  ritorno  al  tuo  cortile, 
io  non  posso  più  starmene  lontano: 
fallo  per  l'amor  di  Dio  e  per  l'anima  tua. 
e  se  non  lo  fai,  le  budella  ti  straccio, 
te  lo  dico  io  che  perdi  la  tua  vita. 


XXXVII. 


\E\ttilno,  Icaspédda,  de  ssu  prépi  ja 

andrà  ; 
Icàljo  navri  tin  glòssasu  kaméni. 
esù  ise  sa  ma  pérna  's  ti  curlànda, 
cino  éne  sa  mmia  scarpa  saroméni. 
to  sù'pa  ego  ce  su  io  légo  panda: 
kondàtu  dilìji  hira  nincoméni. 
to  hàljo  éne  n'  addàsise  poràndà, 
ti  ettùndo  Jìéma  de  ssu  prépi  esséna. 


Costui,  fanciulla,  non  ti  conviene  per 

marito; 
meglio  è  che  ti  trovi  la  lingua  bruciata, 
tu  sei  come  la  perla  nella  corona, 
colui  è  come  una  scarpa  tacconata, 
te  l'ho  detto  io  e  te  lo  dirò  sempre: 
vicino  a  lui  pari  una  vedova  affogata. 
il  meglio  si  è  che  tu  muti  porta, 
poiché  codesto  contadino  non  ti  con- 
viene a  te. 


XXXVIII. 


Ipiria  éne  o  pie  ccéddi  an  da  puddia 
ce  kanni  ti  ffoléa  me  kliurkliuràta : 
to  kalocéri  pài  'ci'  's  tin  osta, 
to  hjimóna  katevénni  òde  kutu: 
paréguusi  ti  ppldka  ta  pedia: 
limhiszete  e'  embénni  eòi  'pukàtu. 
ótu  kdnni,  ce  ja  imiso  dacia 
afinni  to  skudddcitu  anukàtu. 


Il  rigogolo  è  il  più  piccolo  degli  uccelli 
e  fa  il  nido  con  pagliuche  : 
l'estate  va  là  alla  montagna, 
l'inverno  scende  quaggiù: 
apparecchiano  la  trappola  i  ragazzi: 
e'  s' invoglia  ed  entra  là  sotto, 
così  fa,  e  per  mezzo  boccone 
lascia  il  suo  colluccio  sottosopra. 


XXXIX. 


Kald  kììorddti  pu  éne  òli  i  massari/ 
'mbénnu  kliarapiméni  's  ti  dulia; 
pàsi  ce  kdnnu  mdgno  to  kuràdi, 
i  jinéka  na  fai  ce  ta  pedia  : 
deléguondo  éna  viàggo  to  vdomddi: 


Che  gente  ben  pasciuta  che  sono  i  mas- 
entrano  allegri  al  lavoro  ;  [saj  ! 

se  ne  vanno  e  fanno  bello  il  pane, 
onde  mangi  la  moglie  e  i  figli: 
si  raccolgono  a  casa  (dalla  campagna) 
una  volta  la  settimana: 


Dial.  romaici  di  Bova  ecc.  Proverbj  di  Bova.  89 

vidta  Ichorddtin  éhhic  tin  gilia:  sempre  satolla  hanno  la  pancia: 

ce  a  0  piò  to  donni  ce  sitàri,  e  se  Dio  dà  loro  anche  del  grano, 

cumùnde  squetemmént  ti  vradia.  dormono  senza  pensieri  la  sera. 

• 

B.  Proverbj. 

1.  Bova. 

1.  To  kaló  's  to  kalò  tréllji. 

II  bene  al  bene  corre. 

2.  Azzasméno  na  éne  o  pio  -  sa  ssu  stéddi  to  kaló. 

Lodato  sia  Iddio  -  quando  ti  manda  il  bene. 

3.  0  la  ta  kakà  's  tin  glijerusia  -  's  tin  ghjerusia  ola  ta  kakà  trékìxusi. 

Tutti  i  mali  nella  vecchiaja  -  alla  Tecchiaja  tutti  i  mali  corrono. 

4.  Pdsa  prdma  's  ton  ghjeróndu  prépi. 

Ogni  cosa  a  suo  tempo  sta  bene. 

5.  Kalómiro  ti  gapdi  tom  bappùa  's  to  spltindu. 

Beato  chi  ama  l'avo  suo  nella  sua  casa. 

6.  Delészete  ta  hivia  's  tih  ghitoniasa. 

Cogliete  le  bucce  (cioè:  prendete  moglie)  nel  vostro  vicinato. 

7.  Ti  prandcguete  me  ti  lìira  -  o  en  ilìe  mài  jinéka  o  en  éUji  mira. 

Chi  si  sposa  colla  vedova  -  o  non  ebbe  mai  donna  o  non  ha  sorte. 

8.  Ta  pedia  ammiàzzu  to  gonéo. 

I  figli  somigliano  ai  padri. 

9.  Gramhi  ce  pepjìerd  -  kataklismata  poddd. 

Nuora  e  suocera  -  scompigli  molti. 
10.  Ti  cumdte  ine  pedia  jérrete  haturiméno. 

Chi  dorme  con  fanciulli  si  leva  da  letto  scompisciato. 
IL  'S  to  spidi  pu  traguddi  i  pAdda  deh  gó.nni  mài  iméra. 

Nella  casa  ove  canta  la  gallina  non  fa  mai  giorno. 

12.  Tis  énan  addo  miisson  efilài  -  messèri  ce  tim  mdna  addimmondi. 

Chi  un  altro  viso  bacia  -  babbo  e  mamma  dimentica. 

13.  Ti  pdi  amalo  -  pài  kaló. 

Chi  va  piano  -  va  bene. 

14.  Arotónda  arotónda  pdo  ja  ola  toh  gósmo. 

Interrogando  interrogando  vado  per  tutto  il  mondo. 

15.  /  éga  'jenndi  -  ce  o  jidi  mungrìe. 

La  capra  partorisce  -  e  il  capro  ha  le  doglie. 

16.  Rukìio  ton  addò  -  rtiklio  ton  oló. 

Roba  d'altri  -  roba  di  tutti. 

17.  léro  éne  cino  pu  apcpéni  o  tino  pu  de  ssónni  pléo. 

Vecchio  è  quegli  che  muore  o  quegli  che  non  ne  può  più. 

18.  Pèzzi  paddi,  lójata  poddd,  dulia  Ugo. 

Giuochi  molti,  parole  molte,  lavoro  poco. 

19.  Me  pòrta  ce  porànda  mi  vali  hanéna  ta  ddstila. 

Tra  imposta  e  stipite  non  metta  nessuno  le  dita. 


90  Morosi , 

20.  Ta  gudi  ti  ziikha  ta  zeri  i  mistra. 

I  guai  della  pignatta  li  sa  il  mestolo. 

21.  Ciula  f  dndera  's  Un  gilia  -  ékhusi  ti  {pi. 

Anche  le  budella  nel  ventre  hanno  che  dire. 

22.  San  éliji  to  iigò  's  to  shuddl  -  o  serri  o  so  fi.  • 

Quando  hai  il  giogo  sul  collo  -  o  tiri  o  crepi. 

23.  Ta  zita  ta  strava  ta  suzzi  to  lucisi. 

Le  legna  storte  le  raddrizza  il  fuoco. 

24.  Kàpa  kómbo  érkete  's  to  sténi. 

Ogni  nodo  viene  al  pettine. 

25.  0  piò  na  sas  avlézzi  an  de  fràste  ce  an  du  kléftu. 

Dio  vi  guardi  dalle  siepi  e  da'  ladri. 

26.  Na  sas  avlézzi  o  piò  -  an  don  dkharo  hjeró  -  an  di  lissa   to   siddó  - 

ce  an  di  glòssa  to  jinekò. 
Vi  guardi  Iddio  -  dal  cattivo  tempo  -  dalla  rabbia   de'  cani  -  e  dalla 
lingua  delle  donne. 

27.  San  o  piskopo  pindi  -  manaklióndu  's  to  villo  pài. 

Quando  il  vescovo  ha  fame  -  da  sé  al  molino  va. 

28.  0  [nò  édike  tin  arrustia  -  ce  tih  ghjatria. 

Dio  ha  dato  la  malatia  -  e  la  medicina. 

29.  I  jinéka  éne  sa  tto  kaldmi:  tini  hérri  pu  péli. 

La  donna  è  come  la  canna:  la  porti  dove  vuoi. 

30.  0  sìddo  pu  den  alestdì  dahgdnni  hrifd. 

II  cane  che  non  abbaja  morde  di  nascosto. 

31.  Forese  s'cùndo  ton  ghjeró. 

Vesti  secondo  la  stagione. 

32.  Ti  féni  me  tin  nista  de  kkdnni  zikkinia. 

Chi  tesse  di  notte  non  fa  camicia, 

33.  Kdnni  pléo  mia  jinéka  's  t' arg alio  par d  katò  '5  ton  agrdsli. 

Fa  più  una  donna  al  telajo  che  cento  al  fuso. 

34.  'jS  ti  mastra  ce  's  to  plima  annorizzete  tin  gìiinika. 

Alla  madia  e  al  lavatojo  conoscete  la  donna*. 

35.  Ti  purrizzi  ti  ppurri  diafordi  tin  intéra. 

Chi  si  alza  presto  la  mattina  guadagna  la  giornata. 

36.  A  ppéli  na  kdmi  dulia  poddi  -  jérta  sirma  ti  ppurri. 

Se  vuoi  fare  lavoro  molto  -  alzati  presto  la  mattina. 

37.  Ti  se  gudddi  an  do  mdli,  spdzzeto. 

Chi  ti  trae  dalla  campagna  (dalla  condizione  di  campagnuolo ) ,  ucci- 
dilo. 

38.  To  zilo  to  kliloró  -  su  vlizzi  ce  hànni  hanno. 

Il  legno  verde  -  ti  cigola  e  fa  fumo. 


*  Gli  Otrantini  dicono  invece:  A  ttéli  ti  ghinéca  na  annorisi  -  désti  to 
Unno  ce  cuccia  na  ftisi:  Se  vuoi  conoscere  la  donna  -  dàlie  il  lume  e  le  fave 
da  arrostire  (prov.  inedito). 


Dial.  romaici  di  Bova,  ecc.  Proverbj  di  Bova.  91 

39.  Tis  éhji  kassdri  en  apepénni  an  di  ppina. 

Chi  ha  cascina  non  muore  dalla  fame. 

40.  An  do  ossukàssaro  en  éne  kliméno,  i  lùcchi  ton  drógusi. 

Se  l'interno  della  cascina  (ove  si  conserva  il  cacio)  non  ò   chiuso,  gli 
occhi  lo  mangiano. 

41.  Ti  den  éliji  fùrro  dikóndu,  de  to  khorténi  to  2 orni. 

Chi  non  ha  forno  proprio,  non  lo  sazia  il  pane. 

42.  Kàljo  krommidia  's  to  spldimmu  ka  gliela  's  to  spidi  ton  addò. 

Meglio  cipolle  in  casa  propria  che  dolci  in  casa  d'altri. 

43.  Zomi  azze  faci  se  kdnni  kumbiài  ce  apokumbiài. 

Pane  di  lenti  ti  fa  e  ti  rifa  indigestione. 

44.  Na  mi  fai  tra  ti  de  ppéli  skóto. 

Non  mangi  loglio  chi  non  vuole  capogiro. 

45.  An  den  éliji  kassarina.  -  e' esù  péli  na  guàddi  tim  bina  -  vale  fagàde 

's  tin  gaslna. 
Se  non  hai  cascinetta  -  e  tu  vuoi  saziare  la  fame  -  metti  campi  di  fave 
alla  Casina  (metti,  cioè,  a  cultura  utile  tutto  il  tuo  terreno). 

46.  Mi  véli  vupulie  -  's  tes  argasie. 

Non  mettere  vacche  -  nei  colti. 

47.  '5  t'argdmmata  mi  vali  vupulie  -  an  de  ppéli  na  klidi  te  dulie. 

Nei  colti  non  mettere  vacche  -  se  non  vuoi  perdere  le  fatiche. 

48.  Ti  kdnni  kamateró  ce  de  ssikónni  to  zimma  -  pio  afinni  ìjo,  pio  kdnni 

trimma. 
Chi  fa  lavoro  di  campi  (cioè:  chi  ai"a)  e  non  alza  il  giogo  -  quale  (zolla) 
lascia  intera,  quale  stritola. 

49.  Ti  me  vupulie  aldnni  -  poddi  karpó  d'en  gdnni. 

Chi  con  vacche  ara  -  molto  grano  non  fa. 

50.  Ti  den  eskdsti  ce  den  gendrónni,  tróglii  agrappidd  ce  zomi  ti  gin. 

Chi  non  zappa  e  non  innesta,  mangia  pere  selvatiche  e  pane  di  terra. 

51.  Tis  espérri  's  to  jendri  -  de  kliori  poddi  sitdri. 

Chi  semina  nel  gennajo  -  non  vede  molto  grano. 

52.  An  den  eskdsti  ce   den  gladégui  ton  ambéli  -  tróji  fidddmbelo  ce  de 

sta  fili. 
Se  non  zappi  e  non  poti  la  vigna  -  mangi  foglie  di  vite  e  non  uva. 

53.  Tis  espérri  's  to  argo  -  tróji  kliórto,  den  garpò. 

Chi  semina  nel  campo  non  lavorato  -  mangia  erba,  non  grano. 

54.  Tis  espérri  's  to  pilo  -  klidnni  ti  dulia  ce  ton  garpó. 

Chi  semina  nel  terreno  pantanoso  -  perde  la  fatica  e  il  frutto. 

55.  Ti  próma  spérri  -  próma  serri-;  ce  an  espiri  kripdri,  gudddi  tim  bro- 

tini  pina. 
Chi  prima  semina  -  prima  raccoglie  ;  e  se  semini  grano,  sazj  la  prima 
fame. 

56.  San  éhji  avldci,  su  légo:  spire,  spire!  -  ce  sam  bai  pilo:  sire,  sire!  - 

Quando  hai  solco,  ti  dico:  sémina,  sémina!  -  quando   (il  terreno)   va 
molle:  raccogli,  raccogli! 


92  Morosi , 

57.  Sparo  ce  skalestira  san  evréhji. 

Seminagione  e  sarchiatura  quando  piove. 

58.  Khornfi  an  d'iljo  e  ppànda  karpayutó. 

Podere  al  sole  è  sempre  fruttifero. 

59.  Khoràfi  an  d' iljo  ce  potistikó  -  su  'jomónni  to  spidi  azze  kaló. 

Podere  al  sole  e  irriguo  -  ti  empie  la  casa  di  ben  di  Dio. 

60.  Kassàri  kassàri  -  kassdri   ce   lindri  -  ma   an   den   éhji  nero  -  hànni 

dìijero,  den  garpó. 
Cascina  cascina  -  cascina  e  lino  -  ma  se  non  hai  acqua  -  fai  paglia, 
non  grano. 

61.  Klioràfia  me  khalipd  -  klioràfia  traganà,  khordfìa  kald. 

Terreni  con  rovi  -  terreni  forti,  terreni  buoni. 

62.  Orgdde  ce  marmasele  Icldnnu  to  iigó  -  o  en  ékhu  avldci  o  pdi  pilo. 

Terreni  argillosi  e  terreni  sassosi  rompono  il  giogo  -  o  non  hanno  solco 
0  [la  terra]  va  molle. 

63.  Kropia  paddi  ce  Ugo  nero  -  kdnni  dìijero  méga,  lighin  garpó. 

Letame  molto  e  poc'acqua  -  fa  paglia  molta  e  poco  grano. 

64.  Fitezze  sucie,  a  pjjéli-na  fdi  hjimóna  ce  kalocéri;  -  ce  a  mia  ford  péli  - 

fitezze  ambéli. 
Pianta  ficaje,  se  vuoi  -  mangiare  inverno  e  state;  e  se  un  sorso  (di  vino) 
vuoi  -  pianta  vigna. 

65.  Céndroe  ton  agriddàci  ce  tróji  aladikó. 

Innesta  l'oleastro  e  mangi  (cibo)  condito  d'olio. 

66.  Trigo  stafidiaméno  -  krasi  glielo;  -  dplero  stafiddi  -  kdnni  azzidi. 

Vendemmia  stramatura  -  vino  dolce;  vendemmia  immatura  -  fa  aceto. 

67.  KUórto  dzze  potamó  -  Ugo  tiri  ce  paddi  orò. 

Erba  di  fiume  -  poco  cacio  e  molto  siero. 

68.  Drdma  pu  dem  bari  de  sse  khorténi. 

Covone  che  non  pesa  non  ti  sazia. 

69.  Kredri  kaló  kdnni  kalón  arni. 

Ai'iete  buono  fa  buon  agnello. 

70.  Kiina  palila  -  den  gdnni  parkia. 

Troja  grassa  -  non  fa  porcellini. 

71.  Ti  péli  muskdri  kaló,  na  mi  arme  zzi  tim  bupuUa. 

Chi  vuole  vitello  buono,  non  munga  la  vacca. 

72.  Próm,on  arni,  prómo  cerato. 

Primo  agnello,  primo  corno. 

73.  Gdla  paddi  -  Ugo  tiri. 

Latte  molto  -  poco  cacio. 

74.  /  éghe  pdsi  pdnda  's  ta  zundria. 

Le  capre  vanno  sempre  ne'  precipizj. 

75.  Lirri  ti  ppurri  -  cénda  's  ti  mmoni;  -  lirri  ti  vvradia  -  cénda  's  tin  dulia. 

Iride  la  mattina  -  affrettati  al  casolare;  -  iride  la  sera  -  affrettati  al  la- 
voro. 


Dial.  romaici  di  Bova,  ecc.  Proverbj  di  Bova.  93 

76.  Sperino  rodino  -  o  varca  o  nero. 

Vespro  rosso  -  o  tramontana  o  acqua. 

77.  Kamulia  ti  ppurri  -  sti  "mbénni  óssu  's  asti. 

Nebbia  la  mattina  -  ti  entra  dentro  all'orecchio. 

78.  0  iljo  tu  martiu  -  tripdi  to  cerato  tu  vudiu. 

II  sole  di  marzo  -  buca  il  corno  del  bue. 

79.  KcUjo  i  mànassu  na  se  kldzzi  -  para  's  to  mmdrti  na  pài  na  skàzzi. 

Meglio  la  madre  tua  ti  pianga  -  di  quello  che  tu  vada  in  marzo  a  zappare^ 

80.  Kdljo  i  mdnassu  na  se  kldzzi  -  para  o  iljo  tu  ìnartiu  na  se  Icdzzi  (na 

se  vdzsi). 
Meglio  che  la  tua  madre  ti  pianga  -  di  quello  che  il  sole  di  marzo  ti  bruci 
(ti  tinga). 

81.  Fengàri  tu  martiu  fengariaméno  -  en  ezz irete  ti  kdnni. 

Luna  di  marzo  lunata  -  non  sapete  che  cosa  farà. 

82.  Fengdri  prasinudi  -  vréhji  sirma. 

Luna  verdognola  -  piove  subito. 

83.  Fengàri  dipló  -  kùcuddo  o  nero. 

Luna  doppia  -  gragnuola  o  acqua. 

84.  Vréìiji  san  o  pio  péli;  ce  sa  ppéli  o  [jìó,  òli  i  d'ji  afudùsi. 

Piove  quando  Dio  vuole;  e  quando  vuole  Dio,  tutti  i  santi  ajutano. 

85.  Kamaterùddia  's  ti  ppdlassa  -  nero  's  tin  ozzia. 

Nuvolette  al  mare  -  acqua  alla  montagna. 

86.  San  da  kamaterùddia  anevénnu  an  di  Jìpdlassa  ce  kànnonde   vronddde 

an  des  ozzie  -  m,i  guikite  an  des  ainblicie. 
Quando  le  nuvolette  ascendono  dal  mare  e  si  odono  tuonate  dalle  mon- 
tagne -  non  uscite  dalle  capanne. 

87.  San  da  sinnofa  pàsi  ja  dnu  -  to  nero  érkete  ja  kdtu. 

Quando  le  nuvole  vanno  per  su  -  l'acqua  viene  per  giù. 

88.  San  ghiomónni  an  do  mmisimméri  ce  strdsti  an  dò  llibbici  -  tni  guikite 

an  don  amblici. 
Quando  si  annuvola  da  mezzogiorno  e  lampeggia  da  libeccio  -  non  uscite 
dalla  capanna. 

89.  San  da  provata  pézzu  ce  kdnnu  signàlja  -  Jénonde  pélaga  ola  ta  mdlja. 

Quando  le  pecore  scherzano  e  fanno  starnuti  -  diventano  laghi  tutti    i 
piani. 
'JO.  San  da  provata  trógu  paddi  -  mi  guikite  an  di  m,moni. 

Quando  le  pecore  mangiano  molto  -  non  uscite  dal  casolare. 

91.  Nero  tu  pratiljuni  -  Incisila  ólo  ton  gósmo. 

Acqua  di  giugno  -  fuoco  per  tutto  il  mondo. 

92.  San  gdnni  vronddde  poddé,  mi  sastite  :  kdnni  pléo  vronddde  's  to  ha- 

laceri  ca  's  to  hjimóna. 
Quando  fa  tuoni  molti,  non   ispaventatevi ;  fa   più   tuoni   d'estate  che 
d' inverno. 
03.  a' stri  tu  hjimóna,  sinnofa  tu  halocéri,  lója  to  jinekó  ce  pardi  to  gadaró 
-ólo  'nam  brama. 


94  Morosi, 

Stelle  d'inverno,  nuvole  d'estate,  parole  di  donne  e  peti  di  giumente  -  tut- 
t'una  cosa. 
di.  San  evréhji  me  ton  iljo,  prandéguoìide  i  alupùde. 

Quando  piove  col  sole,  si  sposano  le  volpi. 
?5.  0  voréa  survfii  to  éma. 

La  tramontana  succhia  il  sangue. 

96.  San  evréliji  ce  kdnni  voréa  -  cóla  's  to  spidi  su  vlissu  ta  stéa. 

Quando  piove  e  fa  tramontana  -  anche  in  casa  ti  fischiano  l'ossa. 

97.  San  embénnu  i  hamuUe,  o  kjeró  guénni. 

Quando  entrano  le  nebbie,  il  (bel)  tempo  esce. 

98.  Protiljuni,  storojùni  -  éne  krevàtti  pàsa  kafùni. 

Giugno,  luglio  -  è  letto  ogni  fosso. 

99.  Sa  lìjonizzi  's  tin  ozzia  -  i  liei  ìcatevénnu  's  tin  gambla. 

Quando  nevica  alla  montagna  -  i  lupi  scendono  alla  campagna. 

100.  0  lago  ti  vvradia  -  guénni  's  tin  g ambia. 

La  lepre  la  sera  -  esce  alla  campagna. 

101.  Jaló  -  jeldi  alo. 

La  marina  -  sorride  a  tutti. 

2.  Roccaforte. 

102.  Pio    kdnni  kaló  -  éliji  kakó. 

Chi  fa  bene  -  ha  male. 

103.  Piò  péli  haló  -  na  kdmi  kakó. 

Chi  vuol  bene  -  faccia  male. 

104.  Pio  se  péli  kaló  se  kdnni  ce  kléi  -  pio  kakó  se  péli  se  kdnni  ce  'jeldi. 

Chi  ti  vuol  bene  ti  fa  piangere  -  chi  mal  ti  vuole  ti  fa  ridere. 

105.  /  glòssa  stéa  den  éliji  -  ce  stéa  kldnni. 

La  lingua  ossa  non  ha  -  e  ossa  rompe. 

106.  To  pòdi  pu  poddi  porpati  petti  ce  klànnete. 

Il  piede  che  molto  cammina  cade  e  si  rompe. 

3.  Rochudi. 

107.  Émoe  to  celo  me  tin  ghi  -  mi  jenasti  prdma  na  sas  porepi. 

Giurò  il  cielo  colla  terra  -  che  non  vi  avvenga  cosa  che  vi  possa  già- 
vare. 

108.  Ègua  's  to  dónnonda  -  m.i  pdi  's  to  szitonda. 

Va  da  chi  dà  -  non  andare  da  chi  cerca. 

109.  Pos  éne  to  klima-péli  to  pallici. 

Com'è  la  vite  -  ci  vuole  il  palo. 

110.  Pos  éne  i  èga  -  érkete  i  lijiméra. 

Com'è  la  capra  -  viene  la  capretta- 
Ili.  0  protdli  -  éne  valènti  o  padddZt. 

Il  primogenito  -  è  un  valentuomo  od  uno  sciocco. 


Dial.  romaico  di  Bova  ecc.  Proverbj  di  Rochudi.  95 

112.  0  pàtri  tróji  tin  agrésta  ce  to  pedi  mudiàszi. 

Il  padre  mangia  l'agresto  e  al  figlio  gli  allegano  i  denti. 

113.  I  pùdda  kànni  ton  aguó  -  ce  o  aléftora  karkarài. 

La  gallina  fa  l'uovo  -  e  il  gallo  chioccia. 

114.  Karkarimata  poddd  -  Uffa  aguà. 

Chiocciate  molte  -  poche  uova. 

115.  Poddd  scrusci  -  llga  karidia  péttusi. 

Molte  crollate  -  poche  noci  cascano. 

116.  To  vùdi  kratéte  an  do  cerato  ce  o  dprepo  an  do  llógo. 

Il  bue  si  tiene  per  il  corno  e  l'uomo  per  la  parola. 

117.  To  vudi  de  pplatégui  jati  éliji  glòssa  klirondi. 

Il  bue  non  parla  perchè  ha  lingua  grossa. 

118.  0  gddaro  fèrri  to  klìórto  ce  tino  to  tróji. 

L'asino  porta  l'erba  ed  esso  se  la  mangia. 

119.  Spófse,  gddaro,  simero  -  tti  dvri  su  fèrro  khórfo. 

Crepa,  asino,  oggi  -  che  domani  ti  porto  erba. 

120.  Pése  me  to  gddaro,  ti  se  tavvri  me  tin  giida. 

Scherza  coU'asino,  che  ti  batte  colla  coda. 

121.  To  pedi  pu  péli  na  kldspi  -  me  tim  mdnandu  na  pdi  na  pési. 

Il   fanciullo   che   vuol  piangere  -  colla  mamma  sua   vada   a  scher- 
zare. 

122.  Pi  cumdte  m,e  pedia  -  me  spiddu  jérrefe. 

Chi  dorme  con  fanciulli  -  con  pulci  si  alza. 

123.  San  o  ftoklió  to  pluso  afuddi  -  o  pakaméno  jelài. 

Quando  il  povero  il  ricco  ajuta  -  il  diavolo  se  la  ride. 

124.  'S  tu  ftoklkl  vr éliji  's  ton  alóni. 

A'  poveri  piove  nell'aja  (nel  granajo). 

125.  Pis  embénni  's  to  potamó  -  o  to  perdnni  o  to  stavró. 

Chi  entra  nel  fiume  -  o  Io  passa  o  la  croce  (cioè:  se  vi  cade,  più  non 
si  alza). 

126.  Sa  dispdise,  égua  's  to  potamó,  de  's  to  gridci. 

Quando  hai  sete,  va  al  fiume,  non  al  ruscello. 

127.  San  o  dprepo  pindi  -  troji  ólo  ti  kanundi. 

Quando  l'uomo  ha  fame  -  mangia  tutto  quello  che  guarda. 

128.  To  kaló  spomi  guénni  an  di  mmdflra. 

Il  buon  pane  esce  dalla  madia  (cioè:  è  il  casalingo). 

129.  Kuni  tu  milindri  -  siddi  tu  sambatdri. 

Porco  del  mugnajo  -  cane  del  pastore  (stanno  bene). 

130.  Ti  ppurri  purró  -  ti  vvradia  aporó. 

La  mattina  (alzati)  presto  -  la  sera  (va  a  letto)  presto. 

131.  Parasogui-  pò  dia f di,  ti  khori. 

Venerdì  -  come  fa  giorno  lo  vedi  (pronostichi,  cioè,  come  sarà  tutta 
la  giornata). 

132.  San  e  spriklU  i  ji  -  de  kdnnise  jorti. 

Quando  è  fredda  la  terra  -  non  fai  festa  (d'inverno,  cioè,  si  stenta). 


96    •  Morosi , 


C.  Scherzi  e  motti. 

1.  Bova. 

1.  Fengdrimmu,  fengdrimmu  -  hjerétamu  tus  A'jummu, 
ìijerétamu  to  Kliristó  -  ce  ólo  to  Kìiristianó. 

Luna  mia,  luna  mia  -  salutami  i  Santi, 
salutami  Cristo  -  e  tutti  i  Cristiani. 

2.  Ce  pdlassa  pu  pàlassa: 

an  en  glielo,  diavdseto  -  an  cm  hricio,  zerdseto. 
E  mare  e  mare: 

se  è  dolce,  inghiottilo  -  se  è  amaro,  récilo.  [Dicesi  lavando  ad  alcuno 
gli  occhi  malati  coll'acqua  di  mare.] 

3.  Prita  pu  s'  iklia  -  ti  kalón  iklìa  ì 
drte  pu  e  ss'  ékìio  -  ti  kahón  éklio? 

Prima  che  ti  possedevo  -  che  bene  n'avevo? 

ora  che  non  ti  possiedo  -  che  male  n'ho?  [Dice  chi  dee  lasciar  cosa 
che  poco  gli  premeva.] 

4.  periete  ce  aloniete  -  ti  o  lijimónas  érhete. 

Mietete  e  trebbiate  -  che  l'inverno  viene  [cantano  le  cicale]. 

5.  A  ssu  poni  i  cilia  -  tdvriddi  ina  radala. 

Se  ti  duole  la  pancia  -  bàttiti  con  bastoni. 

6.  Mi  me  'righisi  -  ti  s' enghlzio; 
a  me  nghi  -  se  tiganìszo. 

Non  mi  toccare  -  che  ti  tocco  ; 

se  mi  tocchi  -  ti  friggo  [dice  la  padella]. 

7.  Pos  {ora  kdnnonda  ékama. 

Come  vidi  fare  feci  [dice  chi  è  rimproverato  di  qualche  cosa  malfatta]. 

8.  San  evala  clumìca  's  to  skulicimu,  evróndiae. 

Quand'ebbi  messo  la  frasca  al  mio  baco  da  seta,  ha  tuonato  [quand'ero 
già  presso  a  cogliere  il  frutto  delle  mie  fatiche,  avvenne  cosa  che 
mi  mandò  tutto  a  male]. 

9.  Kììori  ecino  pu  pai  jiréguonda. 

Vede  colui  che  va  cercando.  [Dicesi  a  chi  desidera  conoscere  od  avere 
qualcosa  e  non  si  adopera  a  tal  fine.] 

10.  Mi  piri,  mi  feri. 

Non  levare,  non  aggiungere  (per  dir  di  due  cose  che  si  somiglino  come 
due  gocce  d'acqua). 

11.  Jirie,  klóe. 

Gira,  torci.  [Val  quanto:  'e  dalli',  alludendosi  alla  donna  che  fila  col 
fuso]. 

12.  'S  to  civéì'timu  kdnno  ti  pélo. 

Nel  mio  alveare  faccio  quello  che  voglio  (cioè:  in  casa  mia). 


Dial.  romaici  di  Dova,  ecc.  Scherzi  e  motti.  97 

13.  Esmistisa  stérifa  ce  galària. 

Andarono  confusi  animali  sterili  e  animali  fecondi  di  latte.    [  Dicesi  di 
una  miscellanea  di  cose  buone  e  cattive.] 

14.  A  mme  gapài,  den  gìidnni  tìpote. 

Se  mi  ami,  non  perdi  nulla  (dicesi  a  chi  nella  nostra  amicizia  trovi  il 
suo  tornaconto). 

15.  Tu  'mbike  io  ziddo  's  t'asti. 

Gli  entrò  il  pulce  nell'orecchio   (gli  sopravvenne  difficoltà   impreve- 
duta). 

16.  Ego  deìì  gumbidéio  na  su  to  ìneletio. 

Io  non  mi  faccio  nodo  alla  gola  a  leggertela  (non  ho  difficoltà  a  spiat- 
tellarti le  cose  come  le  sento). 

17.  Meletdi  panda  's  éna  aliarti. 

Legge  sempre  in  una  sola  carta  (di  chi  pensa  e  dice  sempre  le  stesse 
cose,  o  non  ascolta  paréri  diversi  da'  suoi). 

18.  E'ìiji  maddi  ja  zzdni. 

Ha  lana  da  scardassare  (di  chi  è  in  mezzo  a  guai  da  cui  egli  solo  dee 
procurar  di  cavarsi). 

19.  E piae  to  partenùdi. 

Ha  pigliato  la  mercorella  (di  un  itterico,  perchè  la  mercorella  ha  i  fior^ 
gialli). 

20.  Éhji  tin  gardia  ti  mméddipa,  ti  mmélissa. 

Ha  il  cuore  della  vespa,  dell'ape  (di  chi  è  duro  o  è  dolce  di  cuore). 

21.  Ton  efàgai  me  tu  lùcchiw. 

L'hanno  mangiata  cogli  occhi  (di  una  cosa  bella  ed  appetitosa). 

22.  Ton  aportammiai. 

■     Gli  hanno  fatto  il  malocchio  (la  jettatura,  direbbesi  a  Napoli  ). 

23.  Kannietéto  me  ton  àjonaléa. 

Fatelo  coir  ulivo  benedetto  (cioè  toglietegli  di  dosso  l'influsso  del  mal- 
occhio, col  bruciare  dell'ulivo  benedetto). 
21.  Ta  pidnni  t'aszdria. 

Li  piglia  i  pesci  (d'un  furbacchione  che  corbella  1  sempliciotti). 
25.  Ben  éne  suléri  ja  to  pódimu.  -  Etróvezze  to  suléri  ja  to  pódindu. 

Non  è  scarpa  pel  mio  piede  (non  è  ciò  che  mi  conviene).  -  Ha  trovato 
la  scarpa  pel  suo  piede. 
2G.  Kiinni  oló  to  liko  te  ffoné. 

Ascolta  di  tutti  i  lupi  gli  urli  (di  chi  crede  e  dà   importanza    a   tutto 
che  gli  vien  riferito). 

27.  sdzzete  an  din  osiandu. 

Si  adombra  della  sua  ombra. 

28.  Gudle  ettùndo  gìia.vnéddi,  ti  e  ssu  prépi. 

Cavati  codesto  farsetto,  che  non  ti  va  bene  (a  chi  finge  di  essere  quel 
che  non  é). 

29.  Ekdvloe  dzze  zihhrdda. 

S'è  fatto  d'un  pezzo  dal  freddo.  * 

Archivio  t'iottol.  ital..  IV.  7 


98  Morosi, 

30.  Su  (Irónnu  ta  dóndia. 

Ti  sudano  i  denti  (a  chi  con  gran  fatica  ha  fatto  piccola  cosa). 

31.  ]\hi  apetdi  i  hardìa. 

Mi  vola  il  cuore  (per  l'allegrezza). 

32.  Ton  edelézzai  me  ton  ajólupo,  ine  tim  mìppa. 

L'hanno  raccolto  coli' avena  selvatica,  colla  menta  (di  uno  che  a  stento 
s'ò  potuto  tirare  a  qualche  convegno,  alludendosi  alle  api  che  hanno 
sciamato  e  si  richiamano  coU'agitare  de'  fasci  di  avena  selvatica  o 
di  menta  limoncina). 

33.  Ehji  te  ppine  to  foradó. 

Ha  le  fami  delle  giumente. 
31.  Azzaforia  tu  Uku! 

Confessione  del  lupo  (per  dire:  'non  credo  al  pentimento  che  professi'). 

2.  Rochudi. 

35.  To  spoldssi  appiè:  o  liko  sónni  fai  tim  indnandu. 

Lo  spino  ha  fiorito:  il  lupo  può  mangiare  sua  madre  (dicesi  quando 
avvenga  cosa  di  grandemente  sti'aordinavio ;  quasi  a  dire:  se  è  av- 
venuto questo,  non  c'ò  più  da  meravigliarsi  di  nulla). 

3G.  E  ssinnofia.  È  nuvolo  (rannuvolato,  di  mal  umore). 


D.   SlMILITUDINL 
Bova. 

1.  Makrio  sa  mmla  sarakosti. 

Lungo  come  una  quaresima. 

2.  Stéko  sani  bóte  ti  me  Sematiai. 

Sto  come  se  m'avessero  scaldato  al  fuoco  (sudo  molto). 
3    Ton  ekdmai  san  do  lindri. 

L'hanno  fatto  come  il  lino  (l'hanno  macerato  colle  busse). 

4.  Tóssi  tóssi  sa  mmeUssia. 

Tanti  tanti  come  api. 

5.  Irte  sa  mmia  strammàda. 

Venne  come  un  lampo. 

6.  Vari  san  ala. 

Pesa  come  sale. 

7.  Zulemméno  sa  mmia  hórizza. 

Schifoso  come  una  cimice. 

8.  Appidénni  san  dlogo,  san  astdlaklio. 

Salta  come  un  cavallo,  come  un  grillo. 
U.  Mu  stékji  san  o  arikamòo  's  t'asti. 

Mi  sta  come  la  zecca  nell'orecchio  (diccsi  di  un  importuno) 
10.  Mu  aurvdì  lo  éma  sa  mmian  avdédd.a. 


Dial.  romaici  di  Bova  ecc.  Similitudini.  99 

"-       Mi  succhia  il  sangue  come  una  mignatta. 

1 1 .  Pinni  sa  vrupako. 

Beve  come  un  ranocchio. 

12.  Pidnni  sa  zinna. 

Piglia  fuoco  come  una  face  (di  chi  va  subito  in  collera). 

13.  Zénni  sa  skórdo. 

Puzza  come  aglio. 

14.  E'jenàsti  sa  ito  zalìstiri. 

S'è  fatto  come  il  naspo  (di  uno  che  è  divenuto  magro  stecchito). 

15.  Pidnni  ti  paravosìa  san  da  provata. 

Piglia  il  pasto  come  le  pecore  (di  un  ingordo). 

16.  Pài  san  do  animi  ti  mmagàra. 

Va  come  l'arcolajo  della  strega  (di  un  irrequieto). 

17.  Stékji  sa  mmia  vrondl,  sa  mmla  forcala,  sa  'na  ortici. 

Sta  come  un  tuono,  come  una  giumenta,  come  una  quaglia  (di  uno  ben 
pasciuto). 
iS.  Stékji  san  do  azzeri  's  to  nero. 

Sta  come  il  pesce  nell'acqua  (cioè,  a  tutto  suo  agio). 


APPENDICE. 

DIALETTO  ROMAICO  DI  CARDETO  CALABRO. 

ì. 

1  punti,  nei  quali  il  cardetano  discorda  insieme  dal  re.  e  dal  bo- 
vese,  in  tutto  o  in  parte,  son  questi  che  ora  si  espóngono: 

A.  Fonologia. 

Vocali  toniche.—  10. 12.  Tutta  propria  di  Cardeto  è  la  costanza 
<lella  vicenda  ù^ó  ed  l'c^óì,  che  a  Bova  e  nella  vallata  della  Amen- 
dolea  vedemmo  solo  sporadica:  10.  lilu'^  ò'Xo;,  tissu  ed  ufsu  (cfr. 
hov.  6:  óssu  ed  ózzu);  ptitte,  viidi,  rudi,  kukùmmaru;  inoltre:  piedi 
piede  TOÒt-  e  tripudi  treppiede,  prilpissi  *-:rpo7r£p[u](7i,  prùvatu  Trp&paxov, 
f/ùnatu  Y^'^'^cTov,  akiini  cote  à/covi-,  lisùni  neve  /tovt-,  vilùni  psXovi-, 
sindiini  <7cvòovt-,  lismtinisa  i'X-/\<j[i.6'j-r\ay.,  -ìinnu '=' -ó^m  (-ow),  p.  e.  in  si- 
kùnnu  (77)y.óvo),  tiljùnnu  teXsiovoì,  dn'cnnu  sudo  top-,  ecc.;  stùma  ctoux, 


'  Si  avverta,  che  alla  voce  cardetana  faccio  succedere  la  romaica  comune 
immediatamente,  cioè  senza  coutrassoguarla  colla  sigla  re. 


100  Morosi, 

cùminii  xxtoasvoi;,  Jiadliàminu  xot.(}óij.zwq,  spamlmmisla  o"j)a!^o|X£Oa,  afsi- 
lìùlitH  scalzo  £;u7roXuTo;;  ihùfsami  ijcù'j/aasv  ecc.,  dùndi  [ójoovxt-,  spùn- 
duhi  tJcpovouXoi;,  liihnhu  xo[/.po?;  jii  u'eoì;,  pMwdi/cM  ttovtexoi;,  aguil  aùyov, 
i^òt^jf  CuY°^'  hioidi'i  xo^ióc,,  uriti  òpOo?,  /iz</2i  stoutpoq,  aderfù  àòsXcpo?,  stravic 
(TTpaBo;,  sikaminil  cruxiav^vo;,  j)zttom2t  ttotsculo;,  /iaZiì  xaXo;,  diplù  otTxXo?, 
/.;;7r2'6  xx^po?,  piddììirù  TcsvOspo;,  wrii  opo?,  gramhù  yaappo?,  ecc.  —  Si 
oscilla  tra  d  ed  zi;  quando  trattisi  di  o  innanzi  a  p  scempio  e  compli- 
cato: kóraku  xopaKxc,  kórika  cimice  (bov.  kùrizzo,)  /-opt?,  gììórtu 
■/opro;,  spórw  e  spùru  cTropo?,  skórdu  e  ski'trdu  cxopSov. —  Sempre  in- 
tatto To'  in  /t5_(/w  Xoyo?,  gììrónu  ypovo;,  fóssw  e  pòssa  tqqoc,  e  ttoo-o?,  e 
in  /ja^d  ÉxaTov,  maljó  [j.uy.Xo;,  e  n?rd  vspov  {ajonniró  acquasanta,  J/a- 
vruniró  'Acqua-nera',  nome  di  un  torrentello,  nelle  cui  vicinanze  la 
tradizione  narra  che  sia  avvenuta  un  tempo  una  grande  e  sanguinosa 
battaglia).  12.  ùde  qua  (wgì)  e  cqn'tde  di  qua,  trùgu  Tptóyoi,  sikùtl 
cuxojTi-,  alimi  àXtóvt-,  S'unnu  cwvoj,  gìlunnu  e  gìiùma  (pur  bov.  klitlnnu 
e  klìuma),  gapilmmisfa  ày'XTZM[j.c(ìx ,  ecc.;  wa  sikiisu  vx  c-/i)cioc7w,  ecc.; 
gapit  oì'(ci.t:m ,  patii  TrarS,  ecc.;  2^i(  ^Y^,  Zfl^<«  Xayw?.  Intatto  l'w  in 
óra  ójpot,  gjióra  y/ipoc,  glòssa^  e  in  rdpa  virgulto  (pw'l^),  dódika  otóo£y.3c, 
lìsimóna  ystjjiCvai;,  /Kó  oxto'j. 

Vocali  atone. —  All'è  re,  o  bov.  risponde  costantemente  i,  all'o 
risponde  u. —  29-31.  i^^e:  iéi  iv-zi ,  igii  12,  mme.£[Ji.£,  issé  èas,  z^i 
£C3~;,  ilho  iXcto?,  ecc.;  sikdli  asxàXc-,  midlidvri  [xsOxupt-,  cifah'  (xs- 
tpaXv)),  flivàri  cpXsjìipy)?  (februarius  mensis),  s^m?«  gtsvo?,  piléci  nelix.'.-^ 
villini  10,  mirla  parte,  luogo,  [jLeptà,  dlìirizu  Ospi'i^o),  piddliirii  10; 
eji'rivva  giravo  eyupsux,  e7«r/a  sXsya,  éklifsa  à'xXs'j/a,  évrifsi  i[^^t\t,  dni- 
mu  avEixoi;,  mé^n'wima  (cfr.  métremma  bov.  less.),  priipissi  10;  pendi 
TrsvTs,  tt'puti  TiTTOTE,  pézumi  TiaiCou-óv,  ikùfsami  exo'l/aasv;  jazW  tikiSi-, 
awwé>tMw  e  kativénnii  àvxcp-  xaxaipxt'vco,  épifsa  ÌT,y.\.\x^  i  Jinékisi  •(]  yu- 
vaixEi;,  akràzumi  àxpoxi^oaat,  curniimi  xoiijLw[ji.oct.  Parimenti:  mi  [X£[Tà], 
<2S,  <£  (bov.  igs,  ifc)  Tsa?[Tx.(;],  c7  xat,  voci  proclitiche;  p.  e.  9ni  m^m  ìms 
adlìrùpu  con  tutti  gli  uomini,  's  ^i  dUigliat crisi  alle  figlie  '?  txì?  6u- 
yKTe'pat;,  fìtéwu  tis  amiddali'si  pianto  i  mandorli  'fuxsuw  xaT;  àauyox- 
Xtat;,  emw  ci   tutu   quello   e   questo.  Quindi   anche  i  in  iftiindo, 

likdti  ecc.,  in  kridri,  pidììann,  sikaminà,  éfsiy  in  óiril  e  nirò^e  bov. 
di  eftundo  ecc.  (cfr.  bov.  14),  di  kredri  e  pedliami  (cfr.  bov.  18),  di 
sekamenó  (cfr.  bov.  24),  6  =  e  bov.  e  re.  in  vermici  (cfr.  bov.  24), 
c'er^'  e  nero  (cfr.  bov.  34.).  Intatto  il  suono  romaico  innanzi  a  p 
in  sillaba  postonica:  pitera  (bov.  23  e  re.  [Tiirupov] ),  àpleru  (bov.  34), 
dfseru  vuoto  suxatpo?.  40-1.  il^o:  icmuluji'a  voto  5t/.oXoytx,  ufsia  (bov. 
less.  o*c/a),  tir^Jó  10;  kuzzi' ,  kanwiii,  ytiuskari,  kdvuru  (bov.  kucci, 
kanundo  ecc.),  drukkdli  oopx-/c'.-,  fliijt'zu  tpXoyii^w,   sAw^tui  axordci^st, 


Dial.  romaico  di  Cardeto,  Vocali  Ioniche.  101 

putaniH  10,  ajunniró  aytov-vepov,  lismtmù  Xvi(7[xovw,  kundu  10,  saragu- 
sti  quaresima  [T£i7](7apaK0(7T7ì,  furdda  cpopó,TX,  furti  cpopxt-;  imputi  s.  e, 
h'gu  [òJXt'yo?,  sdvatu  (jàB^aTov,  ecc.  Intatto  solamente  l'o  finale  pre- 
ceduto da  vocale  o  dittong'o  tonico:  stéo  [óJctteov,  pléo  TtXsov,  pìciléo 
■aaXcao?,  pricto  (cfr.  bov.  230-1),  i7Zt'o  29-31,  ecc.;  42.  tte  w:  wm?* 
tò[xo?;  alupùda,  skulici,  pula,  drrustu  e gligura,  pur  bov.;  rutiì  iptorrò, 
rupdci  piccolo  virgulto  (cfr.  rópa  12),  funi  cpwv/i,  lìsinmm'a  /stacov-, 
dliimunia  Ov) [xwvi'oc,  aZtmt'i'M  àXcovi^w,  fsumi  ']^M[n-,  kuli  •/.mH-,  gliurdfi 
ywp-,  dUurévvu  *Otop£Uto « Owpw,  doppio  es.;  wa  Zt'sw  V7.  Xuaoi,  ecc.;  oltre 
pdnu,  apissii,  lissii,  nfsu,  pur  bov.  Ma:  pdo  [u]-KÌyoì,  kUo  xÀauo.  — 
20-22.  Altro  de'  tratti  distintivi  del  vocalismo  cardetano  può  conside- 
rarsi l'wt^u  atono  fuori  della  influenza  di  consonante  labiale  che  pre- 
ceda o  sussegua  all'i»  medesimo  e  di  s  che  gli  preceda  o  di  X  che  gli 
sussegua:  zugù  (bov.  zigó)  e  glucio  (cfr.  bov.  230-1:  glicio)'^.  Così 
dicasi  della  frequenza  di  ju,  <=  u,  che  appare  non  solo  in  curaci  (bov. 
curiact),  ma  eziandio  in  juri'zo  cerco  *Yioup- 1=  y^P''''^  (hov.  j  ir-);  jum- 
mii  yuavo?  (bov.  ji'mnó),  allato  SLJiìumiinnu  yu[j.vovco;  e  dìisuru  oi.yypov 
(bov.  dHjero).  Nell'analogia  di  curaci',  anche  curdzi  xspiai-  (bov.  ce- 
rasi) e  curam'idi  xspxu.-  (bov.  cer-),  e  gurri  ciocca  di  capelli,  se  que- 
sta voce  è,  come  pare,  da  'cyrrus'.  A  cotesto  jz<  suol  precedere,  come 
si  vede,  consonante  palatina,  e  susseguirgli  r. 

Consonanti.—  L'aspirata  gutturale  e  l'aspirata  dentale  si  pro- 
nunziano distintamente  sonore:  g]ì  e  d]l  (quasi  d'z).  GO-2.  gìidnnu 
)(àvco,  gliòrtu,  gììùnnu,  glìùma,  glìrónu,  glìrundric,  mugìilddi  muffa 
*[i.ou'/\xùi-;  égllu  £/_w,  mdtriglìu  ecc.; —  dlìdlassa,  hridlìdri,  vadìiia, 
jìedliénu,  mddììaru  [xacpaOpov,  édììela  rfizXa.  ecc.  64  e  88.  Lo  scambio 
di  /  e  di  0  con  9,  ha  talvolta  luogo,  ma  soltanto,  come  sembra  2, 
innanzi  a  un  i  atono  seguito  in  origine  da  altra  vocale  pur  atona, 
quando  trattisi  per  conseguenza  di  y+j  e  di  0 +_;';  quindi:  asfdfì 
spica  i(Jxiyiov;  e  akdfft  spino  àxcicOO-  ày.àvOcov,  sfldzu  apparecchio  *£u- 
Ouài^oj.  Ma  rimane  il  suono  gutturale  in  gìiurcvvu  ^(^wpeuw  (cfr.  bov.  61) 
e  il  dentale  in  dllarril  e  dlìurévvu  (bov.  87:  kliarró  e  liììoró).  Nes- 
sun es.  di  J)  =  x.  Il  riflesso  del  bov.  mujndzzo  [j.ou)(_[X]ià(^co  {QQ))  è  qui 
mugììldzu  }j.ouyl[i]iì^o).        65.  Del  resto,  hs'=  y   innanzi   a   vocal  pa- 


'  lu  dàftulo  dito  fJaxTuXog  e  spundulu  10,  I'm^u  sarà  dovuto,  come  in  attà- 
lugllu  (bov.  110:  astdlalcUo),  alla  influenza  dell'it  finale:  vicenda  calabro- 
-sicula. 

^  Non  posso  dare  questa  regola  come  assoluta,  perchè  insieme  con  glirun- 
dru  per  yovSpòc  mi  venne  udito  anche  fundrù,  Cfr.  pure,  a  pag.  114  n.",  il 
nome  di  paese  Mosórrofa. 


102  Morosi, 

latina:  lisfra,  lisiru,  liséri,  ìlsuni,  lìsimóna,  ìisin'di  /otptòt-,  pahsio 
Y  Tiayu?,  tiììsio  izijiov\  elisi  ^x^tq,  tréììsi  Tpa/st?:  76.  Il  y  è  Spirante 
3  negli  stessi  casi  in  cui  e  tale  a  Bova.  94^.  Così  dicasi  del  o,  eh' è 
anzi  scambiato  colla  spirante  labiale  in  véllidlia  vespa  {oéXkic).  —  Ma 
Z=S  in  due  es.  sporadici:  Idfri  òàcpvi-  e  drukkdli  óopxàSi-  (se  in  que- 
fi  st' ultimo  non  sia  da  vedersi  uno  scambio  di  suffisso).  119-122.  Sem- 
pre spirante  e  sempre  sonoro  il  p  iniz.  e  tra  vocali;  quindi  anche 
avudliihu  *po[y]]OLCw  (bov.  afudììdo).  Ma  di  una  vicenda  che  nel  bo- 
vese  non  appare,  cioè  di  i  =  pj,  ci  sarà  esempio  ìir'izK.  nascondo,  cioè 
*xpupjwarc.  xpópyoi,  xpupw  (xpuTiTw)*.  131.  Oltre  iplu,  anche  Idfri 
Lv  s.  e.  133.  Costante  mm  =  p,  di  che  Bova  ci  offre  un  solo  esempio. 
Così:  angrimmizu  (bov.  id.),jummù  yupo?,  skammi  ffxaixvt-  (scam- 
num),  kammù  fumo  *xa[xv- =  xaTivo;  e  kammia  fuliggine,  kmmnizii, 
u,  fumigo;  afsimmu  *£^u[av- ■=  I^utcvw.  134-36.  Intatto  \x.  anche  in  ma- 
(.  skdli  e  mimi' ci  (bov.:  paskdli\  fermika,  vermici).  139-142.  Inal- 
terato il  <7  dinanzi  a  conson.  :  skutdzi^  stùma.,  spi'cndidu,  maskdli  s.  e.  ; 
askìx,  àffxo;,  astdfì  64,  's  tih  ghi  alla  terra  \  t>,v  ^r^v,  ecc.  Ma  è  ge- 
neralmente riflesso  per  s  il  C7  sordo  cui  sussegua  un  i  (piti  di  rado 
il  a  cui  sussegua  un  é):  s  isd  a  voi  \  s^a;,  sitavi  ctr-  (e  Scitaril, 
cognome),  st'deru  cri'S-,  singhem'  Gvyyt^r,<;,  simbénnu  (cfr.  bov.  sim- 
hónnu  less.),  stmma  (cfr.  bov.  si'rma  less.),  sikaminu  10,  sikùnnn, 
c-vjxdvw,  sivncru  a"-iij.-,  isu.  eguale  iato;  e  isdzii-  uguaglio,  i  lési  le  olive 
vj  IXaTat?,  w  ^7jMs'^  il  sole  5  riXto;  (dov'  è  -;  +  i  epitetico  ;  cfr.  pag.  86  n.)  ;  - 
fsillu  'i^uìloq^  fséma  •]/£[u(7]aoc,  fsilisl  <}ux.'^,  fsiglìrdda  4"^XP~»  ^<^  skdf'si 
VX  (jx'Jc'Iri?  --{1,  w«  vléfsi  VX  pXs'ivi?  -t),  na  Ai^/isn  vy.  xo'|y]?  -■(),  cvafsi  à'fix- 
tj/E?  -£ ,  eplstefsi  £7i''crT£ua-ói;  -s ,  ecc.  —  Cosi  :  fsilu  ?uXov ,  fsénu  ^cvo; , 
afsi'di  6;uot-,  afsipùlitu  10,  e  afsimmu  133,  metdfsi  [j.£Tà;t-,  na  vrófsi 
VX  Pp^v),  wa  tréfsi  vx  TpE^y);  -y)  ;  ésfafsi  £(7cpx;£;  -s,  épifsi  £-xt^£i;  -£,  ecc.^;- 
arsiniku  e  pèrsi,  cfr.  bov.  141.  E  analogamente  è  riflesso  per  ;?  il  e- 
sonoro  dinanzi  ad  i:  mizaku  [X£C7iaxo;,  mizimméri  uls-j/jiì-,  krazi  xpxo-i-, 
iiz  £<7£T(;,  cwra^i'a  e  curdzi  x£p-,  piasi  7ciy.<js,  na  mi  kldzi  non  romperò 
VX  [i.>i  xXàtjvi?,  de  ssunnu  gapizi  non  posso  amare  Slv  <jojv(o  àyxizr,<jzv/, 
elisi  na  pézi  hai  da  cadere  l/st;  vx  -ìtrvi;,  wa  vni  /£W;ji  non  udire  vx 
ixY)  àxoucrii;,  ri«^M  {^oiiQioc,),  plùzu  TiXouato;,  ecc.  Ma  all'incontro,  ove 
si  tratti  di  vocal  diversa:  san  [u)]ì;àv,  soma,  suvli  (7ou[ìXz'-;  fsalidi  J^xX-, 
fsumt  'l^o-xj.-,  dvafsa  spx'^a,  wa  skdfsu  vx  cxx'^oj  -ouv;  fsanizu  (cfr.  bov. 
113:  ^an-),  na  fsunmsumi  vx  £;u7rvr|(7a)[X£v,  afsaderfi't  I^-ìòeXco;,  ésfafsa. 


'  Cfr.  Aso.  Fono?.,  140-1. 

-  Circa  le  reliquie  delle  antiche  forme  di  infinito  nella  conjug.  dei  diaL 
romaici  dell'Italia  merid.,  cfr.  Otr.  176. 


Dial.  romaico  di  Cardeto.  Consonanti.  103 

è'<jipa^a,  ecc.,  clie  sono  esempj  di  e  sordo;  e pasdna,  glirisàfi,  estl]  épiasa 

pigliai,  chiùsa  ruppi,  dppisa  caddi,  ckusa  udii,  ecc. —  E  anche  risulta 

da  questa  esposizione,  come  a  Cardeto  non  dilegui  mai  il  g  nei  casi  in 

cui  dilegua  a  Bova.         146.  Come  il  a  sonoro,  cosi  passa  in  z  anche  lo    C 

^  cui  sussegua  i{e):  zio,  zévvu  e  zivvdri  160,  e  vizi;  mirzirta  [xu^y;Opa, 

puì'Zi'mi  7rpo(^u[jLt-;  krdzi  xpy-Cót?  -ti,  glirtzi  )(pf|(^ìt?  -et,  pizilu  [Im^-riloQ), 

lisézi  y/^'"^>  ^cc.  All'incontro:  rizdci  radichetta   ^tC-,  krdzu   xpà^oi 

-ouv,  gìirihu.  /p'^^co  -ouv,  ecc.         148-152.  wr=X  in   andfri,   che   s'ode     À 

insieme  con  Idfri  94,  e  in  allidìiinù  rosso  (p.  e.  tu  allidliinu  tu  agguù 

il  rosso  dell'uovo),  cioè  *elipeló  =  lpu^pói;  (cfr.  kinipó  carestioso  àxptpo? 

Otr.  IIP  ^);         23r,  /r  (hov.  pZ,  /Z)  =  7tv,  tpv:  prigaljdzu  affogo  Trvtyou-     ttX,  <pX  (rrv, 

pt7.(^w,  primuni  polmone  7rv£uiji.ovt-,  e  Idfri  andfri  s.  e.  (ma  iplu  131).  —     ^v) 

148-50.  Appalatinato  il  X  scempio  in  maljó  [xuaXo?  (se  pur  non  si  tratti 

dello  y  di  *mjaló  trasposto  dopo  il  X)  e  il  doppio  in  aljuné  aljimia    -^-^ 

un  altro  un'altra  *àXXov£va?  àXXviixtoc.         Del  resto,  è  intatto  il  doppio 

X,  e  antico  e  seriore:  alldvvu  àXXàffo-w,  Ulto,  pulii,  gfiamillic,  vdllu 

e  gudllu,  fillu,  véllidlia;  -illi  ed  -élli  -élla,  ed  -l'clli  -itila,  suffissi, 

p.  e.  in  miccélli  piccino,  jinikélla  donnetta,  sakkiilli  sacchetto,  per- 

diMlla  pernicetta,  ecc.  (cfr.  bov.  adddssu,  oddio,  puclcli,  hlìamiddó',     e 

vdddo  e  gudddo,  ficldo,  méddipa,  -iddi  ecc.).  ■      153.  Un  X  (geminato 

per  una  vicenda  in  questo  dialetto  e  a   Bova   divulgatissima  e   non 

affatto  ignota  neppure  al  comune  romaico)  =  p  abbiamo  in  allidhin', 

e  in  prigaljdzu  s.  e.  —  È  riflesso  per  f  il  p  innanzia  e,  in   afsinikil 

àpcEvtx&i;,  più  comune  di  arsiniku  139  (cfr.  afsinikó,  ed  insieme  af- 

cinó  afgmó  àp/tvw  Otr.  167  e  lll'^);  e  per  questa  via   è   assimilato 

alla  sibilo-palatale  seguente,  in  pissikia  persico,   missinia  mortella 

*tji£p(7[vioc  e  prapissi  10  (come  allato  di  ifsé  II  §  110  e  di  uf^ia  [bov. 

less.  ozzia]  si  ha  pure  issé  e  ussia);  assimilato,  per  la  via  appunto 

di  f,  alla  seguente  labiale  in  si'mma  (bov.  less.  sirma). 

Accidenti  generali. —  160.  Costante  l'assimilazione  di  g  o.  v 
(=u  e  p)  susseguente,  della  quale  nelle  altre  colonie  (a  Roch.)  tro- 
vammo solo  qualche  lieve  indizio.  Così:  parasuvvi  ^*-ugvi  (bov.  -ogui)  j^ggin,;!. 
Trapacxcuri ;  zévvu  e  zivvdri  (bov.  zéguo,  zogudri)  ^c.u^((a  -ipi-,  févvu 
(bov.  féguo)  ozu^m,  dulévvu  (bov.  deléguo)  or/kijuì,  armévvu  (bov, 
-égud)  àp;;.£Yto  (àij.£AYt»j),  éwa  evvdte  {égua  egudte  bov.  283  s.  guénno). 
Unica  eccezione  agguù  {aguó  bov.)  auyov.  177.  Normale  può  qui  j^igt^ij.si 
dirsi  la  metatesi  nel  tipo  pel  quale  il  bovese  non  ci  dava  che  il  solo 


»  Veramente,. sono  esempj  di  dissimilazione,  che  ricordano  molte  analogie 
romanzo;  p.  e.  i  mil.  navéll  'vasca  di  pietra'  labello-  (avello),  sinivélla  cer- 
vello, tinivéUa  trivella;  cfr.  Arch.  I  513  532,  Diez  P  204  223. 


104  Morosi*, 

civérti;  così:  arguvélanu  ghianda  Silvestro  ^àyptopàXavov,  argàtti  {agra- 
sii  bov.  100),  mir^irtal46;-  e  nel  tipo  che  aveva  pel  bov.  l'es.  tavvró; 
così:  liurvdtti  (bov.  krev-  e  kruv-)  xpajBxxi-,  ngurmidi  xpo[jL[i.uot-,  pur- 
zimi  146. 

B.  Morfologia. 

Nome. —  182.  Conservato  non  solo  il  -g  originario,  come  vedemmo 
accadere  alle  colonie  della  Amendolea,  ma  eziandio  il  -v,  quando  se- 
gua parola  che  incominci  per  vocale,  o  in  pausa,  come  sarebbe  alla 
chiusa  di  un  verso  o  di  una  frase  (efr.  n.  271).  Laonde,  non  solo:  i 
jinékisi  dgììari  le  donne  brutte  -^  yuvoixe?  *v.-/a.poi.iq,  ic  urtisi  aspro  il 
siero  bianco  5  opo?  àsTipoi;,  u  iljusi  irte  5  r^lio^  r|XOc,  u  hjirnsi  éguike 
il  tempo  è  uscito  'si  è  rasserenato'  6  xaipo;  £>cpr,x£,  a  minasi  arti  un 
mese  or  fa  sva?  [xv^vxq  apxt,  a  lìsìmónas  apfssu  un'invernata  addietro, 
dulévvu  ti  lési  colgo  le  ulive  oiodiyto  toT?  eXaTat?,  ejendsti  uà  ji'isi  ò 
nato  un  figlio;  na  ddftulu  lift  usi  un  dito  sottile,  igù  {mmii  muna- 
gliusi  io  son  solo;  {mrnusta  imisi  siam  noi  /ifxsT?,  isti  izlsi  siete  voi 
i<7£t?  (e,  per  falsa  analogia,  altresì:  ì'mmu  igiisi  son  io,  Izi  isiisi  sei 
tu),  éni  u  jussasi  è  il  figlio  vostro  5  vlóqav.^,  én  énasi  è  uno  s'va?,  den 
en  ici  kancsi  non  c'è  là  alcuno  xavì'[va]?,  éni  aftilnusi  è  costui  au- 
Touvo?,  ecc.;-  ma  eziandio:  na  sikun  dspru  un  fico  bianco,  ^na  pidin 
dgliaru  un  fanciullo  brutto:  den  e  krazi  ma  neróni  non  è  vino  ma 
acqua,  na  pulii  munagliuni  un  uccello  solo,  tu  fudi  e  stentini  il  piede 
ò  stretto,  i  piUla  kdnni  tun  aguuni  la  gallina  fa  1'  uovo,  f stazi  tu 
kuguni  acconcia  il  giogo;  den  e  niró  ma  kraztni  non  è  acqua  ma 
vino,  na  mi  pài  na  pézi  tu  pidini  non  vada  a  cadere  il  fanciullo,  na 
mursuci  asse  fsumtni  un  pezzettino  di  pane,  tu  dlatrii  den  elisi  nini 
l'aratro  non  ha  vomero  [u]vt[o]v,  velanimmeru  ghianda  domestica  ^oc- 
Xavtv7i[ji.. —  Qui  adunque  non  solo  è  conservato  il  -v  del  suffisso  di- 
minut.  neutro  -tov,  che  a  Bova  e  nella  Amendolea  è  caduto,  ma  eziandio 
il  V  del  positivo  neutro  (-ov)  e  dell'accusativo  masch. ,  caduto  nel 
quotidiano  linguaggio  in  tutti  gli  altri  dialetti  greci.  E  qui  pertanto 
si  sente  ancora  la  differenza  formale  dell' accus.  dal  nominativo,  la 
quale  in  tutto  il  resto  del  dominio  romaico  1'  uomo  del  volgo  piti  non 
sente  ^.        230-1.  Notevole  che  la  forma  originaria  riappaja  in  glikd, 


*  Questa  consei'vazione  del  -v  finale  è  così  straordinaria,  che  può  dar  luogo 
al  dubbio  che  sia  illusoria,  che  qui,  cioè,  in  verità  si  tratti  del  -ve  epitetico 
famigliare  a  parecchi  dial.  romaici  (efr.  Muli.  92,  Otr.  117»  e  anche  il  dial. 
di  Roccaforte,  bov.  174  n.).  Ma  cóntro  la  supposizione  che  si  tratti  di  un'epi- 
tesi,  sta  il  fatto  che  il  -ni  cardetano  non  ricorre  se  non  quando  la  forma  esca 


Dial.  romaico  di  Cardeto.  Flessione.  105 

prikd,  neutri  phu\  di  glucfo  e  priéio  *-{k\iy,{>oc,  *7rpiKi)o:;  (yAuxu;,  Ttt- 
xpo?).  25G;  Peculiare  a  Cardato:  aljunc  aljimta  150.  La  stossa  apo- 
cope di  aljune  è  anche  nel  riflesso  di  xxvsvx;  :  kayró. 

Verbo.  261-5.  Ricompare  il  tema  verbale  in  alldvvu  cangio  e  ti- 
ndvvu  muovo,  cioè  *alldguo  *tindguo,  n.  160,  in  luogo  degli  antichi 
e  re.  àXX-  TiviuaM  (àXXay-  Tivxy-),  come  in  flldvvu  proteggo  e  tilhvu 
avvolgo '=*fìldguo  *til(guo,  a' quali  rispondono  infatti  i  re.  cpuXxyw  e 
TuXtyw  (cpuXàaffw,  TyXtffcw).-  Per  xXwOw,  i  Cardetani  dicono  Jdiinnu  */cX(ó- 
\oì;  per  xoTtTco:  kunnu,  cioè  *xo^vco  =  xottvoj  (cfr.  dinno,  di  Sternatia,  fra 
le  colonie  otrant.  =  oaccpvw  [di'fno  degli  altri  dial.  otrant.]  =  osixvw  [-vu[jm]; 
Otr.  171). —  Per  xpÓTiTto,  già  vedemmo  kHzu  119-122.  Del  resto, 
pressoché  intatti  :  vdftii  e  kléfta  pdcTUTOj,  xXeTiToj.  —  Notevole  inoltre  : 
kdftu,  brucio,  *xauToi  =  xai'co,  il  quale  spiega  l'impf.  bov.  ékasta^*ékafta 
(cfr.  bov.  283  ^céó').  270.  Perduto  affatto  è  l'aumento  temporale: 
dkunna,  dkusa  (bov.  zk-);  ed  esunna,  csusa  (bov.  fs-),  impf.  ed  aor. 
di  sùnnu  crwvoj.  271.  Come  a  Rodi.,  Rf.  e  Cndf.,  è  qui  pure  pre- 
servato il  -?  della  2.  sing.  pres.,  irapf.  ed  aor.  indie,  att.,  col  soccorso 
di  una  vocale  epitetica  {-i):  pfnnisi  tzìviiq,  élijisi  IXsyó?,  nistifsisi  ivu- 
c-T£u<T£;,  ecc.,  cfr.  182;  e  ancora  il  -v  finale  della  desinenza  re.  della 
3.  plur.  pres.,  impf.  ed  aor.  att.:  cgìiimi  'i/ovv,  igliani  sr/av,  ilisani 
IXuffav;  e  della  1.  e  2.  sing.  impf.  del  verbo  sostantivo:  immunì,  tssuni: 
sempre  ne' casi  indicati  dal  n.  182.  -  Nessuna  traccia  delle  desinenza 
delle  3.  plur.  pres.  (-usi)  ed  impf.  e  aor.  {-asi)  che  trovammo  a  Beva 
e  nella  vallata  dell'Amendolea.  275.  Quanto  ai  verbi  in  -sw,  con- 
traggono sempre  in  tutte  le  persone  del  pres.,  come  a  Beva  e  nel- 
l'Amendolea;  ma  i  verbi  in  -octo,  che  là  omettono  la  contrazione  in 
tutte  tre  le  pers.  del  sing.,  a  Cardeto  nella  1.  si  contraggono  :  gajìu 
(bov.  gapdo)  àyaTrdcw.  Qui  si  termina  in  -unni  (cfr.  -one  Otr.  14G-7) 
la  1.  sing.  impf.  att.  di  entrambe  le  classi  ;  quindi  gdpunni  Tiyà7r[a]ov, 
ipdtunni  I7:ó.t[£]ov;  e  anche  éklunni,  cfr.  l)0v.  278.  282.  La  1.  sing. 
e  la  1.  plur.  del  pres.  del  verbo  sostantivo  si  confondono  con  quelle 
dell'  impf.  :  immuni  sono  ed  ero,  immustu  siamo  ed  eravamo.  283.  No- 
tevoli, tra  gli  irregolari,  i  composti  di  pai'voi:  mhcnnu  entro,  guénnu 
esco,  anivénnu  salgo,  kativénnu  scendo,  i  cui  aor.  sono  émbika  °  i\i.~ 
firixa,  éguika  °  l\jyriy.ot.,  anévika  e  katévika  àvs'p-  xaTs'Cirixoc,  in  luogo  dei 
bov.  embikjina  ecc.;  e  inoltre:  kadìlénnumi  siedo  xàOo(j.at  (bov.  ka- 
Jn'ssu),  aor.  kadìiinisa. 


anche  in  origine  per  -v.  Per  iOep^à^Aj-n,  a  cagion  d'esempio,  non  si  direbbe 
mai  idliermàddìuni,  ma  sempre  idhermàddhi. 


106  Morosi, 

Avverbio.  2S4-5.  Peculiari  a  Cardeto:  ivimésa  in  terra  *iy.ci^ia(/. 
(efr.  Otr.  151'-)  e  purrd  di  mattino  *7roupvà. 

C.  Lessico. 

Non  ricorrono,  o  non  ricorrono  talquali,  nel  bovese  e  nel  comune 
romaico,  le  voci  che  ora  seguono: 
abhdla  zitella,  che  altro  non  pare  se  non  *à(^u[Y]ocTa  ~  rjX,u^^oc,  innupta, 

col  suffisso  -ilo?  -ii%  comunissimo  in  romaico  (cfr.  bov.  211). 
arttka  pernice  =  re.  optu-j-  opru^ctov,  bov.  artici. 
vrundia  tuono;  *PpovTcx,  re.  e  bov.  Ppoviv]. 
fjYiitdri  vertice,  cresta,  quasi  yaixàptov,  da  yaiT/]  chioma?  Ricorre  /at- 

TocptoY,  col  preciso  significato  che  mostra  a  Cardeto,   in   una 

pergamena  greco-ital.    del  1099,   dettata   nel  circondario   di 

Palmi,  in  provincia  di  Reggio;  v.  Trincherà  op.  cit. 
jónda  fuoco;  *[ai]Y>,r)£VTa  'lo  splendente'?  Cfr.  il  re.  cptoTtdc,  e  il  cipr. 

Xa[ji.7rp&v. 
kiiz.zu  piccolo.-  Si  scosta  per  lo  k,  oltre  che  per  l'accento,  dal  re. 

xouT^o;,  bov.  liuzzó,  mozzo.  Un  aggett.  sostantivato  è  kilzba 

fanciulla,  come  il  bov.  e  anche  cardet.  miccélla. 
laguri zwni  ho  i  sintomi  del  vomito;  è  da  raccostarsi  al  re.  Xv^{yt.iiì^o) 

(Xuyyaivw)  singhiozzo?  Cfr,,  per  il  p  del  suffisso,  il  re.  Trvtyou- 

pix^w,  cardet.  prigaljdhu  affogo,  da  Trvi'yw. 
lutizu  libero:  *l)cXuTtCw?  Cfr.  y^y^ovw  ^  ixXur-. 
tnita  volta,  fiata,  p.  e.  mian  allim  mlta  un'altra  volta. 
mugììlddi  muffa;  re.  e  bov.  \i.o\jy\%. 
nddma  insieme:.  *£v  tw  'é.]x%.  Cfr.  antdma  Otr.  153^. 
rópa  virgulto  (pw^).   H  bov.   ha  la  forma   diminut.   nel   composto 

kliamorópi. 
(tarimi  ocpOa^ixc?.  Il  bov.  ha  il  diminut.  artdrmi'^. 


'  Non  sarà  affatto  inutile  il  conoscere  le  voci  cardetane  che  occorrono  nel 
comune  romaico,  ma  non  nel  bovese:  djéra  cielo  dyipx^  =  àépy.;;  aderfii  -i 
fratello,  sorella;  anagiilia  nausea  e  anagidévvumi  mi  nauseo  dvxyovlix  -d'Co- 
IJLCct-  nrtima,  allato  ad  artisia,  condimento  a^0Tu[(7]|7.a;  askiniàa  cistica  dri^r/.vtSx 
(y-vt^v?);  dilani  morte  Oav/j-  driikhàli  capriuolo  3opy.ioi~i  krapi  verro  vM-jtpi--^ 
krupia  concime  y-oirpia  (bov.  kópro)',  ngrastuméni  gravida  èy/cccjzpMiiéy/ì 
(bov.  6:  ótimo);  pagusia  TrayMcrta  (bov.  pàgo)\  pntu  impalcato,  soffitto  Tràro?; 
prigaljdzu  s.  e.  less.  ;  sulavrii  fischio  (cfr.  re.  (jikiy.vpt.'C^w^  bov.  aviti iu  less.)  : 
traji  caprio  rpayl-'^  travvi  toro  zy.uri-  da  rxvpog. 


Dial.  rom.  di  Cardeto.  Concordanze  col  bovese.  107 

IL 

Del  resto,  in  tutti  gli  altri  punti,  in  cui  il  cardetano  discordi  dal 
re,  concorda  egli  col  bovese  o  coi  dialetti  a  questo  contermini;  come 
ci  mostrerà  la  rapida  rassegna  che  ora  segue. 

Fonologia. —  In.  arguvélanu  117.        4-  isn,  agri' stalla;  e  inol-    (^^  {, 
tre  JH  <=  u,  non  solo  in  curi,  pur  cndf.,  ma  eziandio  in  llsùnnu  io  verso 
'/yvoì.        5.   dndera;   e  dfseru  auxatpo?   (bov.  115  ézzero).         6.  -il    i 
(  =  bov.  -d)  =  -£:  {i5$x>^,  ecc.        9-  nédliu  ecc.         11-   éfsimu  ecc.   —     r^,  6 
14.  i  (>=bov.  6)-=  a:  iftùnchc,  likdti,  jindri,  vikmi,  lift  a;  e  matrigliu     ^ 
(bov.  less.  Ili  mdtraklio).         lG-17.  fsufrdta,  munitdri;  e  vrumémc 
bollito  ppa[(7][jL£vo?  (bov.  vram-).        21-2.  sufi;  e  sulavrù.        32.  pa-    u 
rasuvvf,  jumdtu,  ufpru;  e  fungdri  luna  '-peyT'  {^oY.^feng-) ,  mugdli,     ^ 
femin.  di  méga,  [jtsydcXv]  (bov.  meg-),  dulévvii  (bov.  18:  delcguo).  — 
33-5.  pugddi  e  zulia-,  ma,  per  l'influenza  dell'i:  vudìiiUa  ='hov.  vu-    v) 
pulia.        5-1-5.  e,  salvo,  come  a  Bova,  in  kjiru  xxtp&s.         57.  fagdda\     y. 
e  gurri  I  20-2;  cfr.  gaéra  a  pag.  113.        59-67.  ix^^^^j  parasuvvt,  ecc.;     (j,,^ 
e  dsimu  brutto   a<7/7][jLo<;.         63-4.   shddi,  ecc.;   ed   érkumi^  ecc.  —     ^.y    py 
71-85.  Aspirato  il  y  di  àyopài^w  e  GuyaTapa:  gliurdiii,   dliigliatéra.  —     -, 
75.  pdo,  fdo.        80.  medlidvri  e  medliému  ecc.         93.  middììa ,  ^ùZ-     x 
dìiiru,  ecc.       94  n.  v  n^  o  in  vélUdlia.      103.  a^'t^-  ^  «tt't-.       109.  aftó-     vO,  3 
lugliu.         110,  IV,  V.  j'fie  (iyS'ic;),  ufpril,  ddftulu,  mdftra  ecc.,  cfr.     ^    ^t;  (-.1-) 
roch.,  e  qui  il  n.  113.         111.  apw'tammi'zu\  e  arti  orecchio   *àa)Tt     ^ 
^^auTt-,  cui  ancora  si  aggiunge,  in  diversa  formola:  armimi  ancudine 
*à'-py.-à/a-  =  àxijLovc-.        113  (cfr.  110).  Qui  il  cardetano  combinasi  col- 
l'otrantino.  Abbiamo:  fsilu,  fscnu  (otr.  fsilu,  fsénu),  e  altri  es.   al    Accento 
n.  142  del  §  I.         157.  Intatto  l'accento  in  gUurio,  ^o^ptov,  pedfa  Tiat- 
ot'x,  ecc.         160.  Assimilaz.  di  vocali  e  di  conson.  come  nel  bov.  e  in   Assimilasi 
particolare  rr<=pv:   férru  cpspvco;  ftérra   Trxspva,  ecc.  —  160  n.  ììiir- 
zirta  |/.uCr,Opa,  e  glirundrù  /ovopo?. —  162.  Dileguo  di  voc.  iniz.  come   Dilegui 
nel  bov.,  ma  con  qualche  maggiore  frequenza:  strdfti  (bov.  strdsti), 
e  pdnu  £7r(xv'.o,  Iddi  olio  e  ladikù  orciuolo  dell'olio  èXxo-,  rifl  ept'tpt-, 
ftd  ir.x'j.,   e  vdomddi  settimana   epòoj/.-,   skddi   i-^y-j  ftó  oxTtó  e  fto- 
méri  ottava,  spazio  di  otto  giorni,  ftarmii  ocpOxXij.o?  (bov.  alddi  ecc., 
arifì,  eftdj  oftó,  ar tarmi).         1G3-5:  agrihnmulu',  e  curaci  xupiaxr, , 
trdnda  Tptx[xo]vTa,,  maljó  (cfr.  jjiaXi  zaconio^)  jxuocXog,  onuglildzu  [j-ou- 
yXiài^w,  vragìlóna  braccio  pp7.-/ic.jvx;;-  atù,  aduni;-  Pervóli,  nome  di 


'  Vedi  M.  ScHMiDT,  Tzalionisches,  negli  Studien  zur  lat.  und  gricch,  gramm., 
ed,  dal  Curtius,  voi,  III,  pag.  350. 


108  Morosi*, 

fondo,  ITsptfiù'Xt-;  trimizù         168.  saragiist']  ed  il,  allato  a  tide  (wùc), 
p.  e.  èia  ù  vieni  qua;  haytù  guarda  tu  [r=kanuna)',  aljuné  o  kané  I  250; 

Prostesi  stri  (bov.  less.  hi:  stritta),  vrundd  tuonata  ['=  vrunddda).  1G9.  Al- 
quanto più  rara  clie  nel  bov.  :  avudllizu  { bov.  afuddo ,  attdlugìlu 
(bov.  astdlaJilio),  agrustallu,  avlépu,  e  aménu  [/.svoj;  ma:»j3i7M,  pidu, 
lìsmumi,  niigt'i,  malj 6, '='boy.  apetdo,  appidénno,  addismondo,  anogdo, 

RpRntcsì  ammialó.  172-3.  Di  vocale,  in  munuglidri ,  e  in  askinida  ortica 
àT^[t]xvtooJ  (xvtSy));  e  di  y  in  ojéra  I  less.  n.,  oltre  che  in  nugu  vos'w^ 
Jdigii  xAst'to,  akùgu  àxouw;  e  in  agguù,  parasuvvi ,  zévvu  ecc.  §  I  IGO, 
Oemin.  ove  pur  SÌ  propaggina,  come  nel  bovese,  Tu.  176.  Di  ti:  éppisa  sTie- 
(ja,  ecc.;-  di  v:  glidnnu  /àvw,  pinnu  ttivw,  dénnu  osvoj,  farliinnu  cpop- 
Tovw  ecc.;-  di  (x:  immd  £[j.£,  glidmme  yaaai,  i.mrntfni  7][ì.o'jv,  ecc.;-  di 
(t:  m^,  t<ssM,  tóssu  (bov.  ess^,  dssw,  <(5ssm),  ecc.;-  di  X:  illio,  gliamilltc, 
stafilli  (bov.  oddio,  hUamiddó,  staf/'ddi),  ecc.,  e  allupùda  àXouTiou;  — 

Metatesi  ^  ^^  P"  édliurra  (bov.  ikliorra).  177.  A  pricio  e  grombù  si  aggiun- 
gono: krapi,  travvi  e  ngrastuméni  I  less.  (ma  viceversa:  p^7ra=bov. 
285  prita-,  e  putrinii  TuptoTstvo;);  e  a  litrujia  (bov.  Zwir-)  si  aggiunge 
drukkdli  oopxdcot-  (ma  viceversa,  I  177). —  Notevoli  inoltre:  garùdi 
yaòoupt-  (ma  Gddaro,  cognome)  e  grunizu  yvwpii^co;  dgulu  cavallo  aXo- 
yov;  e  adakapénnu  inghiotto  xaTa^aivco,  in  senso  transitivo,  come  pur 

Attraz.  s' usa  svidu  nei  dial.  ital.  merid.  180.  dincn  e  sulén. 
Nome  Morfologia. —  183.  i'aZa,  rmsto,  ecc.  188.  Zd^w,  plur.  Zor/a  (bov. 
lója  ,  re.  Xoyia);  adérfù,  plur.  aderfìa;  e  ftarmù  6(p9aX[AOi;,  plur.  /ìar- 
9Mia.  ISd.  kléfta.  190.  jitónu  yilxo^xq,  ecc.;  e  kóracu  IO.  194.200. 
220.  223.  Frequenti  qui  pure  i  suffissi  feminili  -t'a  :  vmndia  I  less.  ecc.; 
e  -à<fa:  fagdda  II  57,  vrundd\dd\  II 168;  e  così  ì  dimin.  -olii  -élla 
(cfr.  1 150),  -ùci:  sulikùci  ragazzino,  ecc. —  Raro,  come  a  Beva,  -uri  : 
Verbo  nianùri  manico  (se  non  è  da  manubrium)  e  garùdi  II 177.  230-1.  ^Ztt- 
cio, pricio,  ecc.  258.  Unico  verbo  puro:  kléo  xXai'w,  259.  I.  kligu, 
pur  cndf.,  e  akùgu  àxouto;  IL  -évvu  (bov.  -éguo)^-tuM,  p.  e.  pi- 
stóvvii  7ct<7T£uco,  nistévvu  vvjTTsuw,  ecc. ;  sull'analogia  dei  quali  si  for- 
mano i  verbi  nuovi  :  dììurévvu  vedo  *Otop£uw  ■=  Owpw,  murrévvu  II  less. , 
e  anagulévvumi  àvaycjXtà^oixat;  e  sì  flettono,  come  a  Bova,  ì  verbi 
d'origine  straniera,  p.  e.  platcwu  discorro,  pensévvu  penso,  ecc.  — 
Verbi  nuovi  in  -ai'vw  -à(^io  -iJ^w  sono:  simbcnnu  e  aplénnu  (bov.  sim- 
hónno  e  ajdónìft)) ;  aldzu  (bov.  aldnno),  tiganidzu  (bov.  -izzo),  pri- 
galjdzu  1  less.;  cendizu  e  avudìuzu  (bov.  268-9  cenddo  e  afuddo),  e 
ftizu  sputo  iTTuti).  273.  Pur  qui  in  -Ose  e  -^Ox  la  2.  sing,  imperat. 
medio-pass.  :  fsùnnidìla  svegliati,  ndrdpidìla  vergognati,  dvlefpa  guar- 
dati, Je>^e/7)a  diventa  tu,  gìildddlia  riscaldati;  salvo,  come  è  pure  a 
Bova,  in  Jmt  e  kddìiu,  da  jérrumi  e  kadìiéwnimi.         275.  Non  con- 


Dial.  romaico  di  Cardeto.  Concordanze  col  bovese.  109 

tratti  nel  singol.,  eccczioa  fattca  per  la  1.  pers.  indio,  att.,  i  verbi  in 
-7.0);—  inserta  la  sili,  -gx-  nella  3.  plur.  imperf.  att.  degli  stessi  verbi 
e  dei  verbi  in  -£w  :  igapùssani  i/japàssa  amavano,  ipuniìssani  ipunùssa 
si  dolevano.  279.  Foggiata  la  fless.  del  pres.  e  dell'  imperf.  medio- 
-pass.  de'  verbi  in  --iw  sull'analogia  di  quella  dei  verbi  in  -;w  :  gapémi 
mi  amo,  come punérni  mi  dolgo;  igapémmu  mi  amavo,  come  ipunémmu 
mi  dolevo.  283.  Convengono  coi  bov.  gli  irreg.  :  jénunii,  aor.  iji- 
ndstina\  dónnu,  aor.  cdiha^  dìiurcvva  (bov.  kìioró),  imperf.  édlìnrra, 
aor.  tvra;  fséru  (bov.  zèro)  aor.  ifslpórisa;  pdo,  imperf.  ippiga,  aor. 
ejàvina.         288.  jnant?  sì,  de  no.         idO.  dfs,  dfs'^v.Tz\',  ìnedìiému  ecc.    particole 

Lessico.  —  I.  Le  voci  antiche  che  sopravvivono  a  Bova  e  non  più 
nel  re,  si  riscontrano  in  buon  dato  pur  nel  cardetano:  aria,  arti,  vél- 
lidlìa,  cifali,  kldnnu,[Txlinduru,  ude  (bov.  ode),  pizilu,  ri  fi  (bov.  ari  fi), 
rapa,  rùzu  (bov.  rùsu),  sincrkete,  tamissi,  f tarmi't'  [hov.  artdnni), 
ftéra  (bov.  stéra).  IL  Così  dicasi  delle  voci  d'indole  romaica,  che 
vedemmo  peculiari  ai  dial.  del  territorio  bovese  :  Iddi  e  ladikù  II  1G2, 
ampatiTxévvu,  artisia,  vadììia,  veldtri,  vrastdri,  vudììilia,  kanumc'^, 
óifdluma,  mdtrigllu,  micóélli,  mitcrru  e  métrimma,  ufsia  (bov.  ozzia), 


'  Veramente,  questa  voce  non  è  propria,  com'io  credevo,  dei  soli  dial.  ro- 
maici d'Italia.  Vive  anche  in  Grecia,  e  ricorre  in  uno  dei  canti  cleftici  rac- 
colti e  pubblicati  dal  Passow  {Tpy.y.  poìu.  CXLVI:  "Eva?  tòv  allo  -/.y-vovn 
/.'  £vaj  TÒv  aA)iO  lé'/ei).  Traggo  questa  notizia  da  una  recensione  de'  miei  Studj 
sui  dial.  greci  di  Terra  d'Otranto,  pubblicata  nel  Centralblatt  del  13  marzo 
1873,  recensione  che  ora  soltanto  mi  cade  sott'occhio.  Accetto  senz'altro  la 
spiegazione  che  l'accurato  critico  propone  delle  due  voci  asl-ddi  fico  secco 
e  godéspina  sposa  (circa  la  seconda  delle  quali,  ebbi  il  torto  di  pubblicare, 
a  insaputa  del  prof.  Ascoli,  un'  ipotesi  da  lui  messa  innanzi,  molto  dubitati- 
vamente, in  una  sua  lettera  confidenziale).  Davvero  devono  esse  ricondursi  a 
i-jy^xììi-  e  ad  oìy.oSéfTTìOfjx:  spiegazione,  che  del  resto  mi  era  già  suggerita 
fin  dui  1871  dal  dott.  Deffner,  nella  monografia  che  ho  spesso  citata  nel  pre- 
sente lavoro.  Non  credo  però  che  l'etimologia  di  kanonó  'io  guardo',  proposta 
dallo  scrittore  del  Centralblatt,  cioè  /«jMond  =  */.^.v^vow,  per  assimilazione  di 
T  a  V,  =  /.y.zxjùù,  sia  da  preferirsi  a  quella  da  me  proposta  {kanonó  da  zavwv, 
come  l'ita!,  'squadrare'  da  'squadra'),  ch'era  del  resto  implicita  in  una  dello 
note  di  cui  il  prof.  Comparetti  ha  illustrato  i  suoi  Saggi  dei  dial.  greci 
dell'Italia  merid.  (p.  94),  ove  a  confronto  della  voce  greco-cai.  cita  la  re. 
■/.y.^iiiM  'prendo  di  mira'.  Non  credo  sia  preferibile  alla  mia,  non  fosse  per 
altro,  perchè  i  dial.  greco-otrant,  possiedono  un  composto  di  vow  somiglian- 
tissimo a  quello  supposto  dal  critico,  cioè  madanoó  mi  pento  //.erayoéw,  ove 
il  T  non  ha  sofferto  l'alterazione,  d'altronde  affatto  insolita  iu  codesti  dialetti, 
a  cui  egli  imagina  che  andasse  soggetto  /.scTxyooJ. 


110  Morosi, 

filtra  (bov.  2^7^  jìrUa),  spidlUo,  fsufrdta  (bov.  sofr-).-  III.  ìdrgu, 
màgnu,  imlla.,  skulli,  stritta,  piatii,  e  platévvu,  Idunùha  e  fiiippu,  di- 
nari e  Sideri.  IV.  dhdmme,  zàla,  Jaini,  kunduférru,  lille  lilla  zio 
zia  (bov.  leddc  leddd),  murrévvu  (bov.  murtlzho),  piazzi,  si'mma  (bov, 
sirma),  salikélli  (bov.  sóliko),  sfaldssi  (bov.  sjwl-),  zikkima,  viàta.  — 
Ritornano  infine  a  Gardeto  quelle  particolari  significazioni  che  le  voci 
romaiche  hanno  assunto  nel  bovese:  dgliaru  (òt/ocpt;)  cattivo  (cfr.  bov. 
less.  I);  amartémniuì  guai  a  me!  (cfr.  bov.  amartia  disgrazia,  guajo), 
amblékumi  mi  'azzufi"©',  aspri  cenere,  zéma  brodo,  dUéma  uomo  (cfr. 
bov.  less.  II),  ivra  vidi  (cfr.  bov.  283  s.  kìioró),  tu  hjiril  l'anno  ven- 
turo (cfr.  bov.  283),  's  tu  mali  alla  campagna  (cfr.  bov.  less.  II  'mali'). 

III. 

Ora  le  concordanze  son  tante  è  tali,  che  non  ci  è  lecito  dubitare 
che  il  cardetano  abbia  col  bovese,  e  sopratutto  col  rochuditano  *,  di 
gran  lunga  più  stretta  attinenza  che  non  con  qualsiasi  altro  dei  dia- 
letti romaici  fin  qui  conosciuti.  Dobbiamo  anzi  dire  senza  esitazione, 
che  il  dial.  di  Cardeto  e  quelli  di  Bova  e  della  vallata  della  Amen- 
dolea  dovettero  essere  un  tempo  una  sola  e  medesima  favella.  Ma, 
ciò  posto,  come  si  spiegano  le  differenze,  pur  non  poche  e  di  non  poco 
momento,  che  tra  questi  e  quello  intercedono?  Sono  esse  rampollate 
spontaneamente  a  Cardeto,  fuori  della  influenza  di  alcun  altro  dia- 
letto romaico?  Non  è  possibile.  Siffatte  differenze  dicono  che  il  car- 
detano s'accosta  ai  dialetti  peloponnesiaci  ancor  più  che  non  facciano 
il  bovese  e  gli  altri  a  questo  contermini.  Non  solo  infatti  le  concor- 
danze coi  dial.  peloponnesiaci  e  in  particolare  col  mainoto  e  collo 
zaconio  che  avvertimmo  nel  bovese  e  ne'  dialetti  della  Amendolea 
(v.  p.  78),  ricorrono  generalmente  anche  nel  cardetano  (salvo  che  in 
questo  la  1.  sing.  pres.  indie,  att.  de'  verbi  in  -àw  non  si  contrae,  e 
non  ci  si  hanno  casi  di  P[tJ]'={J<-  e  di  g  dileguato  fra  vocali);  ma  le 
medesime  concordanze  riescono  anzi  nel  cardetano  maggiormente  av- 
valorate, sia  perchè  son  rese  piti  evidenti  e  più  sicure  da  più  ricca 
o  più  conclusiva  copia  di  esempj,  sia  perchè  si  ricompiono  quando  a 


*  Rochudi  è,  tra  le  colonie  amendolesi,  quella  che  meno  dista  da  Cardeto. 
Ne  dista,  per  la  via  mulattiera  delle  montagne,  di  sette  od  otto  ore  di  cam- 
mino; ma  un  tempo  le  doveva  essere  grandemente  ravvicinata  da  ciò,  che 
tra  la  valle  dell' Amendolea  e  quella  del  S.  Agata,  come  ci  accadrà  di  pro- 
vare in  altra  occasione,  sorgevano  altro  colonie  romaiche,  che  ora  sono 
estinte. 


Dial.  roaiaico  di  Cardeto.  Riassunto.   '  Hi 

Bova  e  nella  vallata  dell'Amendolea  sono  appena  adombrate,  e  si  ri- 
ducono a  regola  costante  quando  lù  devono  solo  ritenersi  come  ap- 
parizioni sporadiche.  Sì  vedano  infatti  segnatamente  lo  vicende:  w  =  6 
II  4  (cfr.  zacon.  d;sua  opu;,  mùha  [jLuTa,  ekju  stu  iau  ecc.  Deffn.  294, 
341);  é°^  II  9  (cfr.  zac.  v£5ouavr,0w  ecc.  Schm.  349);  te ^6  ed  w 
I  10  12  (cfr.  zac.  «TTouixa,  ttousc  =  moa.,  irpouccta  ecc.  Muli.  95  seg.  ;  zac. 
ópouasvi,  yÀ'jxouTepe,  l^ou,  ttou,  xxXou,  5pou,  6x  OsctjLaacToÌj  ecc.  t=  Spcófxsvo;, 
yXuxtóxepoi;,  syo),  Tito;,  xaXwi;,  6pai,  Oì  Oxu[Ji.«(70w;  e  anche  yoìJpa  e  ypeuffo-a 
=  ytópoc  yXcÓg-ctx  id.  ib. );  it  e  ju'=  u  atono  I  22  (cfr.  zac.  Couyo,  xoupa- 
x7.  nr^uyo?,  xupiaxv^,  ecc.,  Schm.  351;  e  óngjuma  è'vòuixx  DefFn.  310);  u^o 
ed  w  atoni  I  40  e  42  (cfr.  zac.  pouOou,  xouptaXou  ecc.  ^  po[v]]Ow,  xpoxa- 
\^X,i^ì  Deffn.  311;  vi  cpu^ou[j.iV,  oxc-ou,  otu'c-ou,  Stou,  O'àyxTiv^ou  ecc.  <=  vz.  cpuytij- 
;7.3v,  £.';co,  OTrtffw,  ot'3(o[[/.t],  O'àya7rr,cto,  Schm.  392  ecc.)  '^  ;  —  /is-  °  /  +  j  I  65 
(cfr.  zac.  i'iie  =  xpi/s  ecc.  Schm.  357),  e  il  caso  di  metatesi  I  177  (cfr. 
zac.  xoupxaXou,  xapòtii^o'j  ecc.  >=  xpoxxX-  xpa5-  Deffn.  311,  Schm.  355).  E 
anzi  non  è  povero  il  cardetano  pur  di  tali  concordanze  collo  za- 
conio,  che  al  bovese  e  a' vicini  dialetti  rimangano  estranee  affatto. 
Si  considerino  in  ispecie:  z^^']  I  119-122;  0  pronunziato  dz  I  62, 
suono  molto  affine  allo  zacon.  c7(ir)  =  0;  s<=r:  I  139-142  (cfr.  zac.  séu 
<=axÌM,  ecc.,  Schm.  357),  ;j  =  C  e  a  sonoro  I  142,  146  (cfr.  zac.  zestó, 
zugo  ecc.  ■=  (^saxo?,  ^jyo?  Deffn.  248)  \\  qW  appalatinati  anche  innanzi  a 
vocal  non  palat.  1 148-150  (cfr.  zac.  àXXtS  alibi  °  àXkx  Schm.  350),  r^X 
in  pr,  fr  (=*':tX,  *(fX)  =  7:v,  cpv  I  131  (cfr.  zac.  xpTTrs,  Xatppta,  uTrps,  Tipty- 
you  a  xvT-n-s?,  ooccpvt'òa,  uttvov,  Tiviyio  Schm.  355).  —  È  vero  che  lo  zaconio 
non  ha  mai,  come  ha  il  cardetano,  w  ■=  o  finale,  sì  tonico,  sì  atono,  e 
che  al  cardetano  mancano  quasi  affatto  le  note  distintive  dello  zacon. 
nella  flessione  dei  nomi  e  dei  verbi,  ma  è  ad  ogni  modo  innegabile, 
almeno  per  ciò  che  spetta  a' suoni,  una  parentela  assai  stretta  del 
cardetano  collo  zaconio  o  con  qualche  dialetto  allo  zaconio  molto 
affine.  Onde  bisognerà,  io  credo,  conchiudere,  che  nella  composizione 
della  lingua  di  Cardeto  siano  entrati  due  elementi  diversi:  un  elemento 
principale,  che  è  lo  stesso  linguaggio  che  si  parla  ora  a  Bova  e  nella 
vallata  della  Amendolea;  ed  un  elemento  accessorio,  che  è  lo  zaconio 
od  un  dialetto  allo  zaconio  molto  affine;  il  quale  non  ò  stato  così 
pienamente  sopraffatto  dal  primo,  cioè  dal  bovese,  più  rigoglioso  e 
robusto,  da  non  serbare  qua  e  là  abbastanza  cospicui  i  tratti  distin- 
tivi della  sua  origine. 


'  L'?'  =  £  atono  è  senza  dubbio  il  più  dello  volte  dovuto   ad  influeuza   del 
calabro-siculo. 
-  Figura  iuteruicdiu  fra  lo  /ty  di  Bova  e  IS  s  zaconio,  ci[uio  e  otrantiuo. 


112  •  Morosi, 

IV. 

Di  qui  verrà  pur  qualche  lume  alla  storia  di  questa  colonia  e  delle 
due  vicine  di  Mosórrofa  e  di  S.  Agata,  lo  quali,  a  memoria  d'uomini, 
un  sessanta  o  settant'anni  or  sono,  parlavano  ancora  generalmente 
il  greco,  e,  per  testimonianza  de' vecchi  di  Cardeto,  per  l'appunto 
l'idioma  stesso  che  va  ora  morendo,  per  non  dir  eh'  è  già  morto,  sulle 
labbra  eziandio  dei  Cardetani.  Dovremo  ammettere,  cioè,  che  la  po- 
polazione di  queste  colonie  si  componga,  come  la  loro  lingua,  di  un 
doppio  elemento  :  che  il  nocciolo  primitivo  sia  di  coloni  venuti  dalla 
stessa  regione  della  Grecia,  probabilmente  dal  settentrione  o  dall'oc- 
cidente del  Peloponneso,  e  nel  tempo  istesso  che  i  coloni  i  quali  abi- 
tarono Bova  e  la  vallata  della  Amendolea;  e  che  intorno  a  questo 
nocciolo  sia  venuta  più  tardi  a  raccogliersi  una  colonia  novella,  de- 
rivata dall'oriente  o  dal  mezzodì  dello  stesso  Peloponneso,  dall' Ar- 
golide,  o,  come  sembra  ancor  più  probabile,  dalla  Laconia.  E  in  vero, 
che  queste  colonie  sieno  della  medesima  età  di  quelle  del  mandamento 
di  Bova,  pare  abbastanza  provato  e  dalla  strettissima  parentela  che 
corre,  come  sopra  vedemmo,  tra  le  rispettive  favelle,  e  anche,  se 
non  erro^,  dal  fatto,  fin  qui,  ch'io  sappia,  non  osservato  da  altri, 
che  ad  una  di  queste  colonie  della  vallata  del  S.  Agata,  a  Mosórrofa, 
appartiene  una  delle  pergamene  greco-italiche  pubblicate  nel  Syllabus 
graecar.  membran.  ecc.  del  Trincherà  (Napoli  1865);  la  quale  vi  fu 
dettata  dal  tabularlo  del  luogo  nel  11222.  Q\xe  poi  altri  coloni  siano 


•  Circa  la  quistione,  se  l'appartenere  una  pergamena  greca  ad  un  luogo 
della  Bassa  Italia  possa  valer  come  prova  che  un  tal  luogo  era  un  tempo  abi- 
tato da  gente  di  origine  greca,  cfr.  Otr.  206,  e  una  recensione  del  libro  di 
Spir.  Zambelli  intitolato  "iTalosXV/jvf/.i  ecc.,  che  ho  pubblicato  nella  Rivista 
critica  napoletana,  voi,  I,  p.  361. 

^  Il  luogo,  in  cui  la  pergamena  fu  scritta,  è  %w^«  twv  Mecrwv,  come  ap- 
pare dalla  data.  Che  questa  'terra  dei  Mesj'  non  sia  Mesiano,  in  provincia 
di  Catanzaro,  come  l'egregio  editore  delle  pergamene  suppone,  riesce  abba- 
stanza chiaro  dai  fatti  che  ora  espongo.  Innanzi  tutto,  il  notajo  e  stratego 
TWV  IMecrwv  qui  dirime  una  controversia  insorta  fra  un  tal  Teodulo,  preposto 
del  monastero  di  S.  Nicola,  e  un  tal  prete  Teodoro  De  Chalco,  intorno  alla 
permuta  di  certi  fondi,  uno  dei  quali  era  posto  sul  fiume  Gallico  (et?  tòv 
-oraptòy  Toù  yxllUov).  Ora  nessun  fiume  di  questo  nome  io  trovo  in  prov.  di 
Catanzaro,  ma  bensì  uno  in  prov.  di  Reggio,  nell'odierno  comune  di  Gallico 
(mandamento  di  Villa  S.  Giovanni),  vicino  appunto  a  quello  di  Mosórrofa.  In 
nn' altra  pergamena  poi,  data  a  Reggio  nel  1257,  tre  fratelli  'della  terra  de' 


Dial.  romaico  di  Cardeto.  Appunti  storici.  113 

venuti  più  tardi  ad  ingrossare  la  colonia  primitiva,  è  posto,  mi  pare, 
fuor  di  dubbio  da  un  fatto  glottologico,  dal  rimanere  cioè  intatto  a 
Cardeto  il  doppio  X,  che  a  Bova  e  nella  vallata  della  Amendolea  ha 
subito  la  influenza  del  calabro-siculo  e  si  è  mutato  in  del.  Di  vero, 
se  le  origini  di  Cardeto  coincidono  con  quelle  di  Bova  e  della  Amen- 
dolea, come  si  spiega  questa  conservazione  del  XX,  la  quale  fa  sup- 
porre elle  questi  coloni  abbiano  vissuto  minor  tempo  dei  bovesi  in 
mezzo  agli  abitanti  di  schiatta  e  di  lingua  italiana,  e  ne  abbiano 
quindi  meno  dei  bovesi  risentito  la  influenza?  Non  altrimenti,  che 
supponendo  siano  stati  i  cardetani  piìi  tardi  rinsanguati  e  rinvigoriti 
da  nuovi  profughi  della  Grecia,  e  la  loro  favella  perciò  ravvivata 
da  un  innesto  originale,  che  la  fece  meglio  resistere  all'invasione 
dei  dialetti  calabri  italiani. 

E  in  che  tempi  hanno  potuto  stabilirsi  qui  i  nuovi  coloni?  Forse 
ce  lo  dirà  la  voce  gaéra,  affatto  ignota  al  calabro-siculo,  che  i  Car- 
detani usano  per  'sedia'.  È  questa  una  voce  della  vecchia  lingua 
francese  {chayere  'sedia' ■=  cathedra,  Diez,  less.  s.  'chaire'),  che  occorre 
altresì  nel  dialetto  ciprio  (cfr.  Cypr.  430 'i),  la  quale  indicherebbe,  che 
i  novelli  coloni  fossero  partiti  dalla  Grecia  quando  già  vi  si  era  sen- 
tita la  influenza  franca,  buon  tempo,  vale  a  dire,  dopo  la  fondazione 


Lagodari  nella  giurisdizione  dei  Mesj'  (/.arof/ot  ^w/st'ou  lxyoSxpò)v,  Six-^pxT^- 
(ì£oì;  Mscrwv)  vendono  due  porzioni  d'una  lor  casa  posta  'entro  i  confini  della 
terra  degli  Erasf  (eì;  tvjv  zoTroOsTty.-j  ^w^t'oy  twv  ipy.'ri'jyj).  Ora  del  y^wpio-j 
ly.yo^y.póì-^j  non  trovo  oggidì  niun  indizio,  ma  il  ^w/stov  twv  ipx<jiòiv  altro  non 
può  essere  se  non  l'odierna  terra  di  Aì-asi  (nel  mandamento  di  Reggio),  con- 
finante appunto  con  quella  di  Mosórrofa.  Quanto  al  nome  odierno  della  '^tei^a 
dei  Mesj',  cos\  detta  o  perchè  trovavasi  a  mezza  via  tra  le  altre  due  colonie 
di  Cardeto  e  di  S.  Agata,  o  piuttosto  perchè  s'adagia  a  cavaliere  delle  due 
vallate  del  S.  Agata  e  del  Calopinace ,  non  mi  par  difficile  che  il  %w/3«  (twv) 
McTóJv  abbia  dato  luogo  ad  un  composto  *M£cr&j^«^z,  onde  in  questi  dialetti 
romaici  si  potè  avere  Mosófora  (cfr.  bov.  32,61  e  61  n.;  card.  117,  I  14);  e 
poi,  per  metatesi  e  raddoppiamento  del  p:  Mosórrofa  (cfr.  bov.  176, 177;  card. 
1130,  128). 

*  Certo  il  ritrovarsi  questa  voce  pure  a  Cipro  non  è  argomento  che  ci  porti 
ad  ammettere  una  immistione  di  elemento  ciprio  a  Cardeto,  come  a  Bova. 
Chi  ci  assicura  che  questa  voce  non  si  oda  eziandio  sulla  bocca  dei  Pelo- 
ponnesj,  delle  cui  parlate  abbiamo  tuttavia  così  scarsa  notizia?  Nò  più  con- 
clusive sono  le  concordanze  d'altra  .specie  che  facilmente  si  avvertono  fra  la 
parlata  di  Cardeto  e  quella  di  Cipro;  imprima,  perchè  di  gran  lunga  sono 
inferiori,  e  per  numero  e  per  importanza,  a  quelle  che  intercedono  fra  Cipro 
e  Bova,  e  poi  perchè  coincidono  quasi  tutte  con  quelle  che  già  riscontrammo 
fra  il  cardetano  e  lo  zaconio. 

Archivio  glottol.  ital.,  IV.  8 


114  Morosi, 

dell'impero  latino  a  Costantinopoli  e  dopo  lo  stabilimento  della  si- 
gnoria dei  Franchi  nella  Morea  e  a  Cipro;  e  saremmo  condotti,  con 
tutta  verisimiglianza,  verso  la  metà  del  secolo  XIII. 

Che  intorno  a  questo  tempo  ci  siano  state  delle  cause,  e  delle  cause 
potenti,  che  abbiano  valso  a  sospingere  una  parte  degli  abitatori  del 
Peloponneso  fuori  della  loro  patria,  non  si  può  mettere  in  dubbio.  In 
nessun  tempo  questa  infelice  contrada  è  stata  così  scossa  e  sconvolta 
come  nel  secolo  XIII  (dacché  i  Veneziani  e  gli  avventurieri  della  quarta 
crociata  ebbero  acclamato  Baldovino  di  Fiandra  imperatore  a  Costan- 
tinopoli), duranti  le  guerre  devastatrici  che  imprima  vi  si  combatte- 
rono tra  i  Franchi  e  i  Bisantini,  e  vi  finirono  collo  spegnersi  della 
dominazione  di  questi;  poi  tra  le  signorie  franche  e  le  signorie  pae- 
sane, che  vi  pullularono  in  séguito;  e  infine  ancora  tra  i  Bisantini 
e  i  Franchi,  dopo  che  Michele  Paleologo  ebbe  assunto  l'impresa  di 
ristorare  nella  penisola  orientale  l'impero  romaico.  Di  tali  avveni- 
menti, piti  di  una  volta  la  Zaconia,  e  la  regione  circostante,  fu  il 
principale  teatro,  fino  a  tanto  che  il  Paleologo  non  venne  a  capo  di 
strapparla,  nel  1258,  al  signore  franco  della  Morea,  Guglielmo  De 
Sablit^.  Un'altra  causa  di  emigrazione  possono  essere  stati  i  rigori 
e  le  vendette  che  il  Paleologo  esercitò,  come  parmi  di  poter  racco- 
gliere da  scarse  e  oscure  notizie  di  cronisti  bisantini^,  contro  quelli 
tra  i  popoli  peloponnesj  che  di  buon  grado,  o  almanco  non  reluttanti, 
si  erano  acconciati  alla  straniera  dominazione  e  l'avevano  pur  anche 
servita  coli' armi.  Niceforo  Gregora.  infatti  ricorda  che  Michele  Pa- 
leologo, riavuto  il  trono  de' suoi  padri  e  tolta  ai  Franchi  l'Eubea, 
armò  una  flotta  di  sessanta  triremi,  la  cui  ciurma  era  composta  quasi 
per  intero  di  GasmuU  o  garzoni  nati  da  nozze  di  uomini  Franchi  con 
donne  Romaiche,  i  quali  avevano  dei  Franchi  in  gran  parte  ereditato 
l'indole  e  i  costumi;  e  dice  che  in  compagnia  di  tale  milizia  era  una 
schiera  di  Laeonj,  poco  innanzi  venuti  dalla  Morea  alV  imperatore, 
che  il  volgo  con  voce  corrotta  chiamava  Zaconj.  Ma  che  questi  Za- 
conj  non  fossero  andati  a  Costantinopoli  di  loro  voglia,  bensì   con- 


*  Cfr.  Epam.  Stamatiades,  Ot  KaTa),avoi  h  t-à  'AvaroX-^  ecc.,  Atene  1869; 
p.  215. 

*  Cfr.  MuLLACH,  0.  e.  p.  102-3.  Il  quale,  se  ben  intendo,  ritiene  i  due  cro- 
nisti, che  tosto  citiamo,  come  i  primi  che  facciano  menzione  dei  Zaconj.  Ma 
il  fatto  si  è  che  già  Costantino  Porfirogennito  ne  parla,  Cerim.  II,  49,  come 
di  gente  che  forniva  all'impero  delle  truppe  leggiere  e  irregolari,  insomma 
degli  scorridori.  Cfr.  Alfr.  Rambaud,  L'empire  grec  au  dixième  siede,  Pa- 
ris 1870;  p.  238,  n.  5. 


Dial.  romaico  di  Cardeto.  Appunti  storici-  115 

dottivi  a  forza,  è  chiarito  da  Giorgio  Pachymeres,  secondo  il  quale 
jo  stesso  imperatore  disciolse  in  Costantinopoli  la  milizia  dei  Gasmidi, 
soldati  'giovanilmente  audaci  e  rotti  al  ladroneccio',  alla  quale  ap- 
partenevano non  pochi  Zaconj,  ch'egli  con  lor  donne  e  figliuoli  aveva 
dalla  Morea  trapiantato  sul  Bosforo.  Finalmente  si  sa  che  il  Pelo- 
ponneso ha  ricevuto  dopo  il  secolo  Vili  una  continua  e  grossa  im- 
migrazione di  Slavi  1,  i  quali  andarono  restringendo  in  limiti  sempre 
più  angusti  il  territorio  abitato  dai  Zaconj,  tanto  che  questo  nel  1293 
era  dai  Veneziani  chiamato  semplicemente  'Sclavonia  de  Morea';  e 
una  tradizione,  ancor  viva  tra  i  Zaconj,  afferma  che  la  lor  patria 
primitiva  trovavasi  più  in  alto,  sulle  montagne,  donde  in  una  guerra 
furono  respinti-.  Or  dunque,  conchiudendo,  non  credo  improbabile  che, 
poco  oltre  la  metà  del  secolo  XIII,  una  mano  di  Zaconj,  perseguitati 
e  dispersi  dai  governanti  bisantini  (perchè  indocili  e  riottosi,  o  per- 
chè, come  par  più  probabile,  al  tempo  della  invasione  franca  nella 
Morea,  si  erano  chiariti  per  i  novelli  signori  s),  o  incalzati  dalia 
invasione  ognora  più  irrestibile  degli  Slavi "i,  abbiano  cercato  un  ri- 
fugio in  questa  parte  della  penisola  italiana,  ove  forse  non  era  loro 
ignoto  che  altri  Greci  avevano  trovato  una  seconda  patria,  due  secoli 
innanzi. 


*  Cfr.  HoPF,  Griechenland  im  mittelalter  und  in  der  neuzeit,  nelI'Encicl. 
di  Ersch  e  Gruber,  voi.  85,  p.  96  seg. 

-  Cfr.  Bern.  Schmidt,  Das  volhsleben  der  neugriechen  tmd  das'lielleni- 
sclie  alterthum,  p.l2,  n. 

^  Nella  Zaconia  era  la  baronia  Franca  di  Uxthx^x.  Cfr.  Stamatiades  o. 
e.  210.  Non  è  a  tacersi,  a  proposito  della  invasione  slava  nella  Zaconia,  che 
slava  sembra  appunto  questa  voce  di  Passava. 

*^Una  colonia  zaconia  vede  B.  Schmidt,  o.  c.  ib.,  nel  villaggio  di  Ts-àxw- 
va;  neir  isola  di  Candia  (eparchia  di  Selino)  ;  e  la  connette  colla  invasione 
slava  nel  paese  dei  Zaconj.  —  A  Cardeto,  come  a  Beva  e  nella  vallata  della 
Amendolea,  voci  di  origine  slava  non  s'odono,  se  non  forse  zambatdri  pastore 
(v.  sopra,''p.  66  b).  Ma  che  i  Zaconj  non  siano  un  popolo  slavo,  come  parecchi 
illustri  etnologi  sostengono,  e  che  anzi  degli  Slavi  neppur  abbiano  di  molto 
sentito  la  influenza,  è  abbastanza  provato  dai  suoni  e  dalle  forme  della  loro 
lingua,  la  quale  tra  le  parlate  romaiche  è  quella  che  più  ritrae  dalla  lingua 
antica  (cfr.  Schmidt  o.  c.  ib.,  e  Millach  104).  E  nessuno,  a  più  forte  ragione, 
vorrà  credere  ciò  che  il  Geldaet  [The  modem  greeh  language  in  its  rela- 
tion to  ancient  gree\  Oxford,  1870,  p.  124, 123),  traviato  da  fallaci  analogie, 
infelicemente  imagina,  che  cioè  il  linguaggio  zaconio  sia  'un  ibrido  prodotto  di 
greco  e  di  semitico';  il  che  ci  porterebbe  a  concbiudere  che  i  Zaconj  siano  usciti 
da  una  mescolanza  di  Greci  e  di  Ebrei  o  di  altro  popolo  della  costoro  stirpe. 


116 


Morosi,  Dial.  rora.  di  Cardeto.  Testi. 


V. 


E'ia  kdtic,  jinéka,  an  du  pararne; 
'na  lóf/u  égliu  na  sii'pu  igù  u  màru; 
de  fsdru  igù  na  zàsu  pu  e'  nna  kdmu; 
den  immu  madìiimménu  jurnatàru. 
parpati'i  trdnda  milja  tin  iméra, 
ci  vidta  immuri  ambrii  's  tim  gapitana. 
pu  i  dilani  nd''rti  na  lutisi  imména! 
ti  légu  ti  e'  nna  gìiuristùmi  nddma. 

Vieni  giti,  o  donna,  dall'alto; 
una  parola  ho  da  dirti  io  lo  sventurato; 
non  so  io  a  vivere  come  ho  da  fare; 
non  sono  abituato  (a  fare  il)  lavoratore  a  giornata, 
cammino  trenta  miglia  il  giorno, 

e  sempre  sono  innanzi  al  capitano  (al  capo  dei  lavoratori), 
che  la  morte  venga  a  liberarmi! 
le  dirò  che  abbiamo  da  partire  insieme  (che  io  voglio  morire). 

Marti  kdfti  -  ti  frufti. 
Marzo  brucia  la  siepe. 

Hsilja  furila,  hsilja  dérnata. 

Mille  carichi,   mille  legature.   [Quanti  più  uffici  e  dignità, 
tante  piti  si  hanno  e  cure  e  noje.] 


Errata-corrige. 


Pag. 


3, 

linea  24 

20, 

»      16 

23, 

»      13 

25, 

»     29 

30, 

»     27 

32, 


leggi  *apovràgma. 
»      89. 

»     TK  (n  +  k  ecc.). 
»      *zipordo  less.  I  'aporào\ 
27.  Si  cancellino  le  parole  seguenti:  in  ss  =  p^r  ndassé- 
guo=:*ivzap'j(.7(jìii(o  less. 
5.  Dopo  à/o'Jw  si  aggiunga:   Per   u  in  dileguo,    cfr. 
num.  28. 


IL  VOCALISMO 

DEL   DIALETTO   LECCESE. 

DI 

a.  MOROSI. 

Pur  non  tenendo  conto  delle  colonie  straniere  che  la  Terra  d'Otranto  o 
Provincia  di  Lecce  racchiude,  romaiche  nel  circondario  di  Lecce  e  albanesi 
in  quello  di  Taranto,  non  si  può  dire  che  in  tutto  il  resto  ella  parli  il  dia- 
letto istesso  del  suo  capoluogo.  Perfin  la  campagna  ond'è  Lecce  immediata- 
mente ricinta,  o  il  suo  circondario,  ha  delle  note  idiomatiche  sue  proprie 
almen  per  ciò  che  spetta  alle  vocali  fuor  d'accento.  Come  più  dal  centro  ci 
dilunghiamo  verso  gli  estremi  della  provincia,  più  le  differenze  crescono  di 
numero  e  di  gravità.  Nei  circondar]  di  Brindisi  e  di  Gallipoli,  le  parlate  sol- 
tanto de'  distretti  che  confinano  col  circondario  di  Lecce  ritraggono  nel  loro 
tutt' insieme  i  lineamenti  distintivi  del  tipo  leccese;  dal  quale  tuttavia  or  qua 
or  là  dissomigliano  nella  determinazion  particolare  non  pur  delle  vocali  àtone, 
ma  eziandio  delle  toniche.  Le  parlate  dei  distretti  più  lontani  (Maglie,  Ruffano, 
Presicce,  Gagliano,  Poggiardo,  Tricase  e  Alessano,  nella  regione  del  Capo 
di  Leuca,  su  quel  di  Gallipoli  ;  e  Ceglie  e  Ostuni,  in  quel  di  Brindiài)  insieme 
colle  parlate  del  circondario  di  Taranto  (eccettuati  solo  i  distretti  di  Grot- 
taglie,  Manduria  e  Sava)  più  non  si  possono  dire  leccesi. 

Mando  innanzi  lo  spoglio  del  solo  dialetto  di  Lecce,  non  toccando  degli  altri 
della  stessa  provincia  o  dell'altre  provincie  meridionali,  fuorché  dove  sia  stret- 
tamente necessario  per  chiarire  e  confermar  qualche  fenomeno  che  in  quello 
occorra;  e  a  speciali  Appendici  riserbo  la  esposizione  delle  varietà  offerte 
dagli  altri  luoghi  della  provincia,  per  le  quali  il  leccese,  in  ordine  almeno 
al  vocalismo,  viene  graduatamente  a  sfumare  da  un  lato,  per  il  Capo  di  Leuca, 
nel  tipo  delle  estreme  Calabrie  e  delle  isole;  dall'altro,  per  la  minor  parte 
del  circondario  di  Brindisi  (Ceglie  e  Ostuni)  e  per  la  maggiore  del  circon- 
dario di  Taranto  (Mottola,  Castellaneta,  Ginosa,  Massafra  e  Martina),  nel  tipo 
barese,  il  quale  alla  sua  volta,  attraverso  alla  Capitanata,  digrada  in  quello 
degli  Abruzzi,  intorno  alla  Majella  e  al  Montecorno 

Il  lavoro  che  qui  presento  è  frutto  di  ricerche  fatte  da  me  sui  luoghi  me- 
desimi consultando  i  parlanti  e  spogliando  le  seguenti  scritture:  1."  Puesei  a 
lingua  leccese  di  Francese' Antonio  D'Amelio,  pubblicate  a  Lecce  nel  1832 
e  ripubblicatevi,  con  qualche  aggiunta,  ma  non  ben  correttamente,  nel  1870^ 
presso  la  Tipografia  Salentina;-  2°  Canti  popolari  delle  provincie  meridio- 
nali raccolti  da  Antonio  Casetti  e  Vittorio  Lmbriani  (due  volumi  dei  Canti  e 
Racconti  del  popolo  italiano  pubblicati  per  cura  di  D.  Comparetti  e  A.  D'An- 
cona), Torino,  1870-72;-  3."  abondanti  .saggi  di  canti,  proverbj  e  novelline 

Archivio  glottol.  ital.,  IV.  ^* 


118  Morosi, 

ia  dialetto,  che  mi  venne. fatto  di  procacciarmi  da  parecchi  punti  delia  vasta 


ìrovmcui. 


Rispetto  alla  disti'ibuzion  della  materia  ed  alle  trascri/.ioiii,  è  quasi  inutile 
avvertire  che  mi  sou  attenuto,  per  ^quanto  l'indole  del  dialetto  da  me  preso 
ad  esame  il  comportava,  alle  norme  che  ci  ha  segnato  il  primo  volume  di 
questo  Archivio, 


Vocali   toniche. 

A. 

1,  Dinanzi  a  consonante  scempia  e  nella  posizione  debole,  in- 
^1  (f  tatto:  ala,  àru  aro,  àcu  ago,  àpu  ape;  stàiy  fai,  anomale,  -are  : 
cagliare  ecc.,  chiàe  chiave,  fame,  -àme  -amen:  rame,  ntràme  en- 
tragno '  ecc,  pace,  -ahi  -ala:  spergunitu  -a  svergogn.  ;  sale  sai 
e  salit,  mare,  làu  lavo,  casa,  niunu,  cita  cadus,  càpu,  frate  (fra- 
tello), cràpa  capra,  ecc.  Quindi  anche  nàta  nàti  io  nuoto  tu  nuoti, 
cfr.  Arch.  I  506.  2.  Alterazioni  di  ragion  comune:  railu  mila 
melo  -a  =  màlus  ecc.  (cfr.  num.  10);  e  liégru  légra  allegro  -a 
=  alacer  ecc.  —  In  dia  davo  e  stia  stavo,  h  \xn  i  =  é  à\  prove- 
nienza analogica.  S'aggiungono:  ippn  ebbi,  sippi  seppi  (cai.  e 
sic.  àppi,  sappi).  3.  Da  davo-  si  viene,  per  *clauu  *cl6a,  a 
chiuéu,  onde  chiéu  (num.  37).  4.  Singolare  Vo  di  sòme  stra- 
mina  (sarmenti),  poiché  ripugna  insieme  all' a  della  formula 
-ame  in  ogni  altro  caso  costantemente  mantenuta  (num.  1),  e 
al  fatto  generale,  che  in  Lecce  e  nella  campagna  circostante 
ci  pos.  nulla  vediamo  poter  sulla  tonica  la  lubial  che  la  segue  ^  5.  In- 
tatto l'a  di  posiz.  latina  o  romanza:  àgghiu  allium,  àrveru  al- 
bero, padda  palla,  sàrvu  salvo,  carne,  ràsta  glastra,  chiànca 
(banco  da  macellaio  e  pietra  sepolcrale)  planca,  edclinza  bilan- 
cia, sdngii,  chiànta  pianta;  acca  apium,  pàgghia  palea,  làzzu 
laqueum,  ràgga  rabbia,  ecc.  6.  Anche  Va  delle  furm.  A'LS- 
A'LC-  ecc.,  che  nelle  parti  australe  eJ  occidentale  della  pro- 
vincia sì  colora  in  o  (cfr.  'Appendici'  I  e  III),  è  intatto  nelle 


'  Seppure  non  è  un  'oentrdme'  (cfr.  éntre  ventre  ed  entrisca  num.  31). 

^  [Anche  To'  per  Yd  di  'fame'  è  solitario  nel  portoghese  e  alti'ove  (v.  per 
es.  Arch.  I  288);  ma  è  un  esemplare  in  cui  Va  si  trova  anche  preceduto  da 
labiale.  G.  I.  A.] 


Vocalismo  leccese:  à.  119 

normali  riduzioni  leccesi  àus-  due-  ecc.:  fàusii ,  sàusu;  fàiice, 
educe  (calcio  e  calcina),  cdugi  calcai  (calzoni);  àutii,  àugu  io 
aìzo,  duirit;  cdudu,  Catdudu.  7.  -ARIO  -ARIA.-  I.  Intatta 
la  tonica  e  periato  l'i  (ed  è  il  caso  più  frequente):  pàriL  pajo 
(coppia)  Asc.  I  295,  aculdru  agorajo,  pandru  paniere,  gaddinàru 
(pollajo),  farndru  (vaglio  per  la  {Q.v\nd.);  puddecdru  poUicario- 
(dito  pollice),  senndru  genn.  e  frebbdru  febbr.,  quadardru  cal- 
derajo  (zingaro),  massiru,  mulenàru  raugnajo,  trappilàru  (co- 
lono che  attende  al  irappitu  (frantojo  delle  olive), ecc.  \pagghidra 
pagliajo,  quadàra  cald.,  pisdra  '^pinsaria  (macina  per  pigiar  il 
grano),  attàra  quasi  'gattaja'  (buco  praticato  nel  basso  della 
porta  pel  quale  passa  il  gatto),  massdra,  mulendra,  ecc.  — 
II.  Attratto  Ti  dietro  la  tonica;  onde  imprima:  -A'IR-,  fase  che 
ancor  ci  si  mostra  in  un  esempio:  djera  aja  =  *aria  (che  s'ode 
nel  Capo  di  Leuca)  =  area;  quindi:  -MR-.  Ma  in  questo  secondo 
caso  è  da  avvertire,  che  nella  figura  mascolina  conservasi  an- 
che l'i  organico,  e,  giusta  il  num.  55  (cfr.  Asc.  I  484),  s'ha 
il  dittongo:  panièri  (regalo  che  si  fa  in  occasione  di  fiera), 
allato  a  p)andru  s.  e;  cernièri  (luogo  ove  si  cerne  il  grano), 
murtiéri  mortajo,  fuculiéri  (fabbricatore  di  fuochi  d'artifizio), 
chianchiéri  *plancario-  (macellajo)  e  uccèri  beccajo,  surtiéri 
solitario  (scapolo)';-  filerà  (fila),  ìnanéra,  manièra  (coperta 
da  letto),  andéra  bandiera".       8.  Intatto  Va  della  form.  ASJO, 


'  La  figura  mascol.  -ièri,  che  nel  toscano  divide  il  campo  coU'altra  -iéro 
e  che  nel  lece,  come  nel  calabr.  e  nel  sic,  domina  sola,  dev'essere  da  una 
forma  già  antica  .ERIUS,  in  cui  di  buon'ora  il  suffisso  -ius  siasi  contratto 
in  -is:  contrazione  non  infrequente  già  nel  lat.  (^;fr.  D'Ovidio,  Origine  del- 
l'unica forma  flessionale  del  nome  ital ,  e  Mussafia,  Roinania,  I  498)  e  dal 
lece,  offerta  pur  in  altre  figure,  p.  e.  Vrcisi  Blasius,  Ntóni  Antonius.  —  [Cfr. 
ToBLER,  Gótt.  gel.  «nj. ,  1872,  n.  48,  p.  18'J9-900.       G.  I.  A.J 

*  Qui  porrei  anche  céra  (sembiante),  pure  ital.  e  grigione,  cioè  kera  (ant. 
ital.  chiéra,  ant.  frane,  chicre,  raod.  frane  c/iérc  )  =  kaira  =  karia  =  mlat.  e 
spagn.  port.  prov.  ccira  (/.i^z?).  La  fase  kaira  è  ancor  mirabilmente  conser- 
vata nel  napol.  cdjera  di  malacàjera  mala  cera,  brutto  ceffo,  pezzo  da  galera. 

[Intorno  a  codesto  gruppo  di  voci,  era  ben  legittimo  di  non  rassegnarsi  a 
tenere  per  definitivo  ciò  che  il  Diez  ne  diceva  nella  seconda  edizione  del  suo 
lessico  (s.  cara);  ma  non  toi'nava  poi  tanto  facile,  a  ogni  modo,  il  dir  di  piìi 
e  di  meglio  di  quel  che  facesse  il  Maestro. 

La  nota  del  Morosi  meritava  d'esser  conservata,  in  ispecie  pel  nap.  mala- 


120  MoiOi:!, 

non  solo  in  àsii  basiiim,  càsu  caseum,  ma  pur  in  ceràsu  céràsa 


-càjera  (oltre  il  quale  s'avrebbe,  del  resto,  sempre  nel  napolitano,  anche  il 
semplice  edira,  edera,  e  forse  pur  càjera\  Flechia),  forma  che  può  parer 
cotanto  favorevole  alla  sua  congettura  d'una  base  car-ia  che  fosse  larga- 
mente diffusa  per  il  mondo  neo-latino.  Giovava  però  che  insieme  ci  fosse  ad- 
dotto qualche  altro  esempio  napolitano  per  -djera  =  -aria,  anziché  -èra  come 
in  lettera  ecc.;  sebbene  non  repugni  l'ammettere  un  esito  diverso  tra  base 
bisillaba  (*càrja)  e  base  plurisillaba  (lectarja  ecc.).  Ma  quant' altro  è 
parso  al  Morosi  che  concorresse  a  persuadere  la  sua  ricostruzione,  o  non 
regge  a  martello,  o  almeno  incontra  difficoltà  non  lievi,  come  tosto  vediamo. 
Prima  intanto  sia  notato,  sulle  generali,  che  lo  stesso  ctirja,  o  come  a  dire 
il  postulato  del  Morosi,  non  debba  parere  cosa  ben  cauta,  poiché  non  è  già 
lecito  d'imaginare  la  derivazione  oziosa  per  -io  -ia  dovunque  ci  torni  comodo 
e  anche  da  basi  che  non  ci  resultino  latine.  Poi  avvertirò,  che  lo  schietto 
eara  ritorna  anche  nel  genovese  {caa),  ma  che  l' attribuirlo  senz'  altro  al  basso 
latino  ('mi.')  sulla  fede  dell'unico  esempio  che  il  Diez  ed  altri  riportano  e 
giustamente  valutano,  è  un  cadere  in  quell'abuso  dottrinale  di  forme  comun- 
que pescate,  che  minaccia  di  nuocer  tanto  alla  severità  de'  nostri  studj.  Fi- 
nalmente premetterò,  che  di  un  aat.  it.  chiera,  non  so  donde  ricavato,  io  non 
mi  fiderei  in  alcun  modo. 

L'ant.  frc.  chiere  ha  piena  ragione  anche  dal  semplice  cara  (Arch.  Ili  71), 
e  non  deve  quindi  andar  disgiunto  dal  prov.  cara.  Come  poi  si  verrebbe  da 
carja  all'it.  cera  (ciera),  come  cioè  si  dichiarerebbe  la  consonante  palatina 
di  questa  forma?  *Precària  (*pregària)  dà  preghiera,  e  così  calcarla 
dà  a  più  dialetti  calcherà  (v.  Arch.  I  545);  vi  abbiamo  perciò  mantenuta  pe- 
rennemente la  gutturale.  Imagina  forse  il  Morosi  un  così  antico  internamento 
dell'i  nel  nostro  esemplare,  da  essersene  avuto  CAIRA  e  poi  C^ERA  e  il  C 
di  CJE  ridotto  a  e  sin  da  età  latina  (cfr.  il  caso  di  laq[u]eo-  laccio,  e  simili, 
e  più  specialmente  quello  che  è  considerato  a  pag.  352  e  524  del  I  voi.  del- 
l'Arch.)?  Io  di  certo  non  vorrei  negare,  a  priori,  un  tal  processo  (v.  Arch. 
I  484-85  n.);  ma,  nel  caso  concreto,  mi  limiterò  intanto  a  notare,  che  di  qui 
verrebbe  un  nuovo  argomento  contro  il  supposto  che  l'ant.  frc.  chiere  si  com- 
bini, per  *carja,  col  nostro  ciera;  poiché,  data  la  molta  antichità  della  evo- 
luzione CAIRA  CERA  ecc,  antichità  che  bisognerebbe  supporre  anche  per  aver 
ragione  del  e  delle  forme  ladine,  avremmo  piuttosto  ad  aspettarci  un  francese 
giere.  Ho,  del  resto,  appena  bisogno  di  soggiungere,  che  fo  quest'osservazione 
senza  però  dimenticare  l'it.  arciere  allato  all'ant.  frc.  archier  (arcuarius  ar- 
carius),  uno  de'  più  cospicui  esempj  ai  quali  si  potesse  riferire  la  mia  nota 
che  testé  citavo.  Ma  non  è  poi  il  solo  e  che  nelle  forme  ladine  possa  far  con- 
trasto all'ipotetico  *carja.  La  voce  soprasilvana,  almeno  a  vederla  scritta, 


Vocalismo  leccese:  d.  121 

ciliegio,  ecc.      9.  Un'alterazione  sporadica  in  a,  dovuta  al  nesso 


ammette  questa  ipotesi  {-era  risponde  in  quell'idioma  così  a  un  lat.  -aria, 
come  a  un  lat.  -era)  ;  ma  non  l'ammette  più  la  voce  engadinese,  che  è  cdirat 
e  non  è  diversa  da  quella  che  significa  'cera  delle  api'  e  legittimamente  ri- 
sponde, nello  stesso  dialetto,  al  lat.  céra. 

I  varj  riflessi  ladini,  d'altra  parte,  e  1  riflessi  che  occorrono  in  tanti  dia- 
letti italiani  {venez.  giara  ^  ecc.),  conti'astano  grandemente,  per  il  semplice 
fatto  della  loro  esistenza,  all'ipotesi  del  Diez,  già  per  sé  molto  stentata,  co- 
m'egli medesimo  doveva  sentire,  che  l'ital.  e  il  lad.  cera  venissero  di  Francia, 
altro  cioè  non  fossero  che  riproduzioni  dell'ant.  frc.  chiere;  comunque  resti 
sempre  assai  probabile,  che  il  far  buona  cera,  usato  da  classici  autori  italiani 
nel  senso  del  mod.  frc.  faire  hoyme  chère,  venisse  eficttivamente  di  colà.  Co- 
munque, ei  fu  appunto  uno  de' riflessi  ladini,  cioè  i' engadinese  caira ,  che 
m'  ebbe  a  condurre  alio  stesso  pensiero  cui  arrivava  per  altra  via  un  altro 
studioso  italiano,  citato  dal  Diez  nella  terza  edizione  del  suo  lessico  (la  ci- 
tazione vi  è  imperfetta;  è  Lorenzo  Litta  Modiguani,  che  scrisse  intorno  a 
cera  nella  'Nuova  Antologia'  di  Firenze,  novembre  1867);  al  pensiero,  cioè,  che 
r it.  ciera,  e  le  altre  forme  neo-latine  che  vanno  con  esso,  abbiano  a  stac- 
carsi da  cara  e  farsi  dipendere  dal  lat.  cera.  Senonchè,  io  naturalmente  non 
mi  poteva  fermare  a  parificar  senz'altro  l'it.  cera  o  ciera  (venez.  giéra,  friul. 
^iére)  al  semplice  lat.  céra,  còl  quale  nell'ordine  fonetico  non  si  concilia. 

Dovremo  veramente  risalire  a  due  diverse  basi  latine:  céra  e  cèrea  (ceree, 
cerew  imagines).  Dalla  significazione,  già  traslata,  d'  'imagine',  'ritratto',  si 
potea  facilmente  venire  a  quella  di  'fisonomia',  'aspetto',  'ciera'  ;  o  anzi  si  sarà 
avuta  la  più  diretta  successione:  céra,  colore  a  cera  (sciolto  nella  cera),  co- 
lorito, ciera,  come  trovava  il  Litta  Modignani;  dove,  per  la  ragione  storica 
della  base  aggettivale  {cerea),  si  può  a  ogni  modo  confrontare,  fra  i  molti 
esempj:  nivea  (nivja)  che  dà  il  frc.  neige  ecc.  li  solo  céra  potè  bastare  fra' 
Ladini  e  al  significato  proprio  (cera  delle  api)  e  a  quello  d" 'aspetto',  'ciera', 
come  si  fa  manifesto  per  l' engadinese  càira  {ai  =  é),  che  era  testé  citato  e 
s'adopera  anche  nella  denominazione  caira  dals  oljs,  sopraciglio  (Carisch), 
quasi  'colorito  degli  occhi'.  Nella  Toscana,  all'incontro,  e  in  più  altre  regioni 
italiane,  la  forma  semplice  (lat.  céra,  tose,  cera,  ven.  gera)  rimase  limitata 
al  valor  di  'cera  delle  api',  laddove  la  forma  aggettivata  (lat.  cèrea,  tose,  cera 
ovveramente  ciera,  ven.  giéra)  rimase  alla  sua  volta  circoscritta  alla  signi- 
ficazione d' 'aspetto',  'sembianza',  'aria  del  volto".  Quanto  alla  ragion  fonetica 
del  primo  riscontro,  sarebbe  superflua  ogni  parola;  e  quanto  a  quella  del  se- 
condo (cer-ea  cer-ia),  basti  qui  ricordare  f,era  e  viera  (feria,  viria;  cfr.  Arch, 
I  488).  I  prodotti  dello  due  diverse  basi,  venuti,  sin  dai  primi  e  legittimi 
differenziamenti  fonetici,  alla  condizione  di  due  diversi  elementi  lessicali  il  cui 


1S2  Morosi, 

palatile  susseguente,  ci  offrirebbe  Va  della  forra.  AC'JO  in  mi- 
nézzu  miniézzi  io  minaccio,  tu  minacci  '. 

E. 

Lunga.-  IO".  Dì  regola,  riflessa  per  i:  mie  me,  tie  te;  tila, 
candì  la,  {mila,  v.  num.  2),  siì^a,  eira,  chireca  chierica,  na- 
clnrii  nauclerus  (il  capo  dei  lavoratori  al  frantojo,  che  diconsi 
trappitàri  ed  anche  marenàri),  -ire  -ère:  aire  habere  ecc.,  rina 
arena,  ina  vena  e  avena,  chinu  chÌ7ia  plenus  -a,  sina  strena, 
astimu  bestemmio  Asc.  II  147,  imu  -émus:  ienimu  ecc.,  alice 
(acciuga),  f'tci  fice  feci  -it,  -?7ut  = -etis  "  :  aitiu  habetis,  ecc., 
cr/ia,  r'de,  ecltu  aceto,  trappilu  trapetum  num.  7,  -ilu  -etum, 
suffisso  di  nomi  collettivi  di  piante  ecc.:  lellu  olivetum,  camiUu, 
preulHu  pergul-,  ecc.;  iridici  e  sidici,  cridi  crìde  credis  -it, 
munitula  monedula  %   -la  -ebam:   ala   habebam  ecc.,  slu  se- 


nesso  etimologico  non  era  più  sentito,  poteroii  poi  andare  incontro,  in  deter- 
minati dialetti,  a  divergenze  piìi  gravi.  Cosi  nel  milanese,  che  al  C  del  lat. 
CE  può  rispondere  per  e,  i,  z  {cent  cercà^  semi,  cinta  e  zintd  entrambi  per 
'recinto',  quasi  'cintata',  séner  e  zéner  entrambi  per  'cenere'),  s'ebbe  dall'una 
parte  sira  e  zila,  cera  (  it.  cera;  i  =  c.  Ardi.  I  250),  e  dall'altra:  cc'a  ciera- 
Analogamente  nel  bergamasco:  sira  zira  cera,  cera  ciera;  cfr.  berg.  cerf  gerf 
cervo,  ced  cedi  cedere,  gemi.  E  nel  piemontese:  gira  cera,  cera  ciera,  cfr. 
Ardi.  II  129.  Sarebbe  questo  anche  un  notevole  e  specifico  esempio  per  la 
categoria  delle  divariazioni  fonetiche  applicate  ad  ulteriori  scernimenti  ideo- 
logici (cfr.  Arch.  I  549  a,  II  468^).  All'incontro,  dov'è  costante  un  identico 
riflesso  di  codesta  consonante  iniziale,  entrambe  le  voci  naturalmente  con- 
suonano: toso,  cera  e  ciera  o  cera;  sicil.  eira  e  cera;  ven.  gera  e  giera;  friul. 
gere  e  giere,  G.  I.  A.] 

'  In  cunlriéslu  il  contrasto,  del  contado,  avremo  iè  =  c  =  ai;  quindi  -iéstii 
■=.-cstu  —  -àistur= -àstio.  [Questa  ricostruzione,  già  in  parte  infirmata  nel- 
l'aggiunta alla  nota  che  precede,  non  mi  può  parer  felice.  Avremo  qui  un  é 
di  posizione,  affatto  legittimo.  Degl'intrecci  di  contestare  e  contrastare 
si  vegga  intanto:  Rajna,  Contrastare,  contastare,  nella  'Riv.  di  fil.  rom.',  I 
226-34.     G.  I.  A.]. 

*  \-Ui-u  deve  sicuramente  ripetersi  da  -iti-vu,  col  pronome  pleonastico,  dove 
son  da  confrontare,  comunque  l'aggiunzione  non  vi  torni  superflua,  le  sec.  pi. 
sicil.  e  napolet.  sul  tipo  del  sic.  purtàstivu  portaste,  con  le  quali  concordano 
nello  stesso  leccese:  enistiu  veniste,  ecc.,  n.  31.      G.  I.  A.] 

'  Ma  facctula  (beccafico)  richiama  ficèdiila,  che  appunto  occorre  allato 
a  fìcédnla. 


Vocalismo  leccese:  e,  12S 

bum.  10*.  Ancora:  'parile,  e,  nel  contado,  apltu  abìete-,  v. 
Asc.  I  15  n.  10".  E  parimenti:  -25- = -ENS-  Asc.  I  19  n.:  tur- 
n'ise  turoriense-  (moneta  tornese),  mlscpa'ise,  Icccisu  (pietra  'lec- 
cese' da  costruzione);  sisi  sise  scesi  ecc.,  Usi  fise  tesi  ecc.;  pisii, 
e  pisulu  =  tose,  pegola,  wpisu  appeso,  spi'su,  ecc.;  a' quali  esempj 
ap-giuM^'O  dal  contado:  py^isì  prise  e  defi'si  defise,  co'pcp.  jonsw 
e  defisu  ecc.  \  E  qui  però  da  notarsi  che,  se  il  contado  è  sem- 
pre, senza  eccezioni,  fedele  a  questa  vicenda,  altrettanto  non  si 
può  dir  della  città,  die  oggigiorno,  in  grazia  della  influenza 
ognora  crescente  del  tipo  napoletano  pur  ne' dialetti  del  versante 
adriatico,  tende  a  sottrarvisi,  quando  la  forra.  -ENS  sia  il  suf- 
fisso derivatore  di  nomi  di  patria,  perchè  in  tal  caso,  nel  piar, 
soltanto,  se  la  parola  cioè  finisca  per  i,  si  ha  regolarmente  -Z5-; 
nel  sing.,  finendo  la  parola  per  -e,  si  ha  -es-'.  Leccése,  allato  a 
leccisu  testé  cit.,  Francése,  Ngrése  Ingl.,  piar.  Lcccisi,  Fran- 
cisi,  Nfjrisi.  Cfr.  num.  ^V"  in  n.  11.  Es.  di  è  che  non  passa  in  i: 
ire  iréde  tres;  -èie  di  fìdéle,  crudèle;  véru  -a,  -cnu  di  serémt, 
tarrénu  terr.,  elénu  ven-;  e  putéa  bottega;  alle  quali  voci  però 
il  contado,  come  Calabria  e  Sicilia,  risponde  con  i:  tri  (e  cfr." 
anche  il  lece,  iridici  num.  10"),  fidile,  crudile,  de  bbtru  sinnu 
di  vero  senno,  surinu,  iarr-  iirrinu,  vai-  vilinu.  —  Inoltre: 
wugghiére  muliere-,  cujéiu  quieto;  e  fér[i]a,  munastériu,  mi- 
siériii,  chésia ,  ov' è  da  considerare  la  vicinanza  del^^  (cfr. 
ScHUCH.  vok.  I  468,  Asc.  I  423  488,  III  8).  -  In  pésu  pejus,  può 
vedersi  assimilazione  a  mégghiu  melius  Asc.  I  313,  111  8. — 
In  tutti  i  quali  esempj,  s' ha  la  pronunzia  e,  tranne  che  nel 
primo  {tre),  che  è  un  caso  di  e  all'uscita.  Ma  e  ci  danno  al- 
l'incontro: quaréla  o  qualéra  quer. ,  quaiéla  cautela,  spéru 
spiéri  io  spero  ecc.,  e  quarémma  quaresima.  I  primi  tre  ponno 
dirsi  es.  comuni,  e  l'ultimo,  pel  quale  non  saprei  senz'altro 
affermare  l'efficacia  della  posiz.  romanza  (cfr.  num.  17  e  40), 
troverà  un  correlativo  nello  nzómma  del  num.  50;  onde  -émma: 
-imma  (cfr.  cai.  e  sic.  coraisema)::-6mma: -umma. 

Breve.-  12.  Rimane  intatta  quando  la  voce  vernacola  esce    è 


'  Sole  eccezioni:  pénzu  pienti  io  penso  ecc.,  e  sénzu  plur.  sénzi  (nel  con- 
tado, siénzu  -i),  che  pajono  voci  non  bene  assimilate  in  nessuna  delle  ro- 
manze, ove  se  ne  eccettui  lo  spago.,  che  ha  séso  nell'accezion  di  'cervello'  e 
il  port.  che  ha  shn  '.senso'. 


124  Morosi , 

per  a,  e  od  u  che  risponda  ad  o  di  uscita  latina,  o  sia  epite- 
tico:  èra  àraiiu\  féle,  màretu  méreta  merit-,  mènda  mènde, 
leu  lèa  lev-,  tene  tcìienu,  némida  nèmule  anemon-,  me  nnècu 
m'annego,  sècutu  sèciita  io  séguito  ecc.,  retila  rèule  regula*ae, 
mèlu  mète  io  mieto  ecc  ,  arrètu  e  derétu  -retro,  loède,  lèpure 
lepre  \  Passa  all'incontro  in  iè  {je  a  forraola  iniziale)  quando 
la  voce  vernacola  esce  per  i  o  per  u  che  non  risponda  ad  o  di 
uscita  latina  e  non  sia  epitetico  (ed  è  insomma  Vu  che  risponde 
all'-o  tematico  del  latino):  Jt^ri  tu  eri  e  jèri  beri;  mièreti  tu 
meriti,  e  così:  lièi,  tieni,  te  nnièchi,  siècuti  tu  séguiti,  riéuli  tu 
regoli,  mièti;  mièdecu  (cfr.  n.  55)  mièdeci  raedicus  -i,  piedi, 
lièpuri^.  13.  Per  amore  di  eufonia,  non  ischiuso  il  ditt,  in 
voci  proparossitone,  quando  nella  sillaba  che  segue  immediata- 
mente alla  tonica  s'oda  un  i  (/)  organico  o  seriore  (cfr.  Diez 
P  152):  mpèriu  imp.,  remédiu,  presèpiii  (e  cfr.  munastèriu  ecc., 
al  nura.  11).  14-.  E  neppur  s'ode,  o  meglio  si  discerne,  quando 
all'è  preceda  una  palatina  od  una  palatile:  céfalu  mugil  cepba- 


'  jéu,  ego,  può  parere  un'eccezione;  ma  anziché  Vi  del  dittongo  {je  da  ié), 
■vi  dovremo  riconoscere  un  J  prostetico.  Occorre,  in  effetto,  jéu^  allato  ad  éu, 
anche  là  dove  non  si  conosce  il  dittongo  dell' e  o  dell' o,  come,  per  non  uscir 
dalla  provincia,  nel  Capo  di  Leuca. 

*  Codesta  legge  della  dittongazione  leccese  dell'i'  e  pur  dell' ó'  (v.  il  n.  37), 
nella  quale  è  particolarmente  notevole  l'influsso  dell'-i  neo-latino,  riscontrasi 
eziandio  in  tutte  l'altre  regioni  dell'Italia  meridionale  che  pure  ammettano 
il  dittongo,  escluso  quindi  il  Capo  di  Leuca,  le  estreme  Calabrie  e  la  Sicilia, 
le  isole  Eolie  e  Procida  nel  golfo  di  Napoli.  Quanto  alla  ragione  del  dit- 
tongarsi dell'c  e  dell'o  che  si  trovino  nelle  descritte  condizioni,  mi  par  sia  que- 
sta: che,  riuscendo  difficile  alla  glottide  degli  Italiani  del  mezzogiorno  il  pas- 
saggio quasi  immediato  e  repentino  dal  suono  largo  dell' e  e  dell'o  allo  stretto 
dell'i  e  dell' w,  sia  stato  d'uopo  agevolarlo,  col  chiamare  in  ajuto  della  tonica 
la  vocale  stretta  a  lei  piìi  affine,  Vi  in  ajuto  dell' <;,  Vu  in  ajuto  dell'o.  Gli 
immediati  continuatori  di  e  e  di  Ò  venivano  ad  essere  così  ié  ed  uó.  Ma  il 
suono  del  ditt.  uó  era  ancor  troppo  largo  rimpetto  a  quello  dell'  -i  e  dell'  -u,  e 
il  passaggio  dall'uno  all'altro  ancor  troppo  dovea  stuonare  al  finissimo  orec- 
chio leccese,  onde  si  restrinse  ad  uè.-  In  fondo,  in  questa  legge  della  ditton- 
gazione è  da  vedersi  nuli' altro  che  un  effetto  della  grande  potenza  di  assimi- 
lazione che  è  propria  dell'-w,  e  specialmente  dell'-z,  in  tutte  le  favelle  romanze, 
e  s'esercita  non  solamente  sulle  voc.  atone,  ma  pur  sulle  toniche,  e  fin  sulle 
consonanti;  potenza  eh' è  nel  leccese,  almen  sulle  vocali,  mirabilmente  con- 
tinua e  regolare.  [Qui  parrà  opportuno  che  sia  ricordata  la  nota  apposta 
a  pag.  15-16  del  I  voi.  dell' Arch.       G.  I.  A.] 


Vocalismo  leccese:  é.  125 

lus,  séhi  gelus,  sénneru  generus.  15.  z'm  =  EO  :  miu  mia,  di.u. 
Ma  all'incontro:  mdii  raéa,  déu  e  pardéii  perdio,  del  contado, 
e  il  lor  plur.  nello  stesso  dialetto  lece:  mèi  miei  e  mie,  dèi, 
fanno  qui  sospettare  influenza  della  lingua  letteraria  (cfr.  tut- 
tavolta  il  num  29  e  insieme  il  num.  47).  IG.  Singolare  è  déice 
decem,  quasi  con  un'anticipazione  dell'?  {-e),  agevolata  proba- 
bilmente dalla  conson.  palatina. 

In  posizione  -  IT.  i  anche  per  è  venuto  in  posiz.  romanza  ^  pos. 
(cfr.  il  sicil.,  AsG.  II  145-6,  e  il  calabr.):  crippi  crevi,  inni  veni 
(cfr.  ital.  crebbi,  venni),  simmenu  semino,  racimìnulw,  endina 
Yindemia,  crisu  cred[j]o,  sicca  sepia  (ma  rezza  reticella,  allato 
a  rlte  num.  10;  e  cfr.  quarémma  num.  11).  18.  Ed  eccoci  ai 
casi  di  i-Q  delle  form.  ELL,  ESC,  ed  E  +  N  complic,  pe' quali 
il  lece,  appar  nelle  condizioni  del  sicil.  (cfr.  Asc.  ib):  stidda^, 
isca,  criscu  crisere,  diselli  (io  desto,  de-excito);  ntinna  ant., 
pinna  co'  diminut.  pinniila  e  pinrailu,  pelo  della  palpebra,  e 
col  verbo  spinnu',  n-zinzulu ,  che,  come  l' ital.  cénco,  riverrà 
a  *centjo-,  cento  -onis  (cfr,  fiézzu,  foetor)  "  ;  minchia  mentula, 
^/nc/iz?i  dò  delle  busse,  se  è  un  *tent[u]lo,  quasi,  con  una  cotale 
ironia,  Wo  tasteggiando';  indù  vendo,  sindu  de-scendo,  e,  dal 
contado,  prindu.  19.  Ad  influenza  del  vicino  nesso  palatile 
si  dovrà  Vi  di  nina,  allato  a  nénaru  (ingegno  vivo  e  raalizio- 
setto),  e  di  desprizzu ,  allato  a  priézzu  pretium,  e  non  già 
ritenersi,  come  a  tutta  prima  si  potrebbe  credere,  qual  conti- 
nuatore della  pronunzia  chiusa  che  ci  era  segnalata  ne'  mlat. 
'inginua'  e  'prit[i]um'  e  in  alcuni  de' lor  riflessi  moderni  (cfr. 
ScHucH.  vok.  I  396  418)  ^       20.  Finalmente  in  ritlu   derittu 


*  Fra  stidda  e  V-rdd-  del  num.  22,  tramezza  àèddu;  ma  il  napoi.  ha  bielle 
e  il  calabro-cosent.  biéddu. 

^  [Giova  determinar  bene,  che  qui  sarebbe  supposta  una  derivazione  per  -io 
dalla  forma  nominativale  (cento;  cfr.  p.  120  n.);  e  mi  par  sempre  uno  stento, 
malgrado  fiezzu,  che  già  il  Flechia  riconduceva  a  *foet-io  {Riv.  di  fil.  ci., 
II  191),  e  mal  si  adatta  per  avventura,  pure  in  questa  regione,  alle  basi  con- 
getturali foeti[d]o-  foeti[d]are.  G.  I.  A.| 

'  [Quanto  ai  riflessi  moderni,  bisognerebbe  scerner  quelli  in  cui  l' z  appunto 
dipende  dal  nesso  palatile  (cfr.  Arch.  I  172-3);  e  quanto  al  ''mlat.',  devo,  una 
volta  per  sempre,  rimandare  all'avvertenza  che  ho  fatto  qui  sopra  (p.  120  n.) 
e  svolgo  altrove.       G.  I.  A.] 


15()  Morosi,* 

non  si  dovrà  veder  un  es.  della  vicenda  -Ut-  =  ECT,  che  appare 
sporadici  nell'ital.  {ritto  e  diritto,  despitlo,  'profitto),  nel  napol. 
[titte  tectus)  e  in  qualche  dial.  sicil.  {pi'ttu  jiectus,  piitini  yec- 
tine-),  e  troverebbe  un  riscontro  nel  nilat.  erictus  Schuch.  ib. 
333;  ma  si  dovrà  piuttosto  raccostarne  Vi  a  quello  di  ndrizzu  io 
dirizzo.  21.  L'è  [)a.ssato  in  a,  in  tintu  io  tento  e  nel  contad. 
stantii  stento;  a' quali  andrinno  compagni  i  du»^  nomi  di  città, 
già  abbastanza  antichi,  Taràvtu  -entum,  e  Utràntu  Iljdrentum 
('civitas  otorantana'  nelle  Carte  del  X  seo.)  \  22.  Del  resto, 
Ve  di  posiz.  se^ue  l'analogia  dell'e  (num.  12).  I.  érta  érte  erct. 
=  ere('t-;  -édda  -cdde  -ella  -ellae:  rendinédda  -e  rondin.,  ecc.; 
•pédde,  cwvpéddu  -édda  -éddanu  compello  (io  importuno  con 
ni(dte  e  affollate  dimanrle),  ecc.;  tèrra  -e  e  suftérru  -erra  -er- 
rami; féi'i'e  (bolle),  sérvu  -e,  io  servo  eco  ,  érsu  -a  io  verso  ecc., 
smérsa  -e  *ex-inversa  (rovescia  ecc  ),  pèrsa  -e,  pérseca  pèrse- 
che,  ntérna  -e  int.,  èrme  verinen,  mmèrtecu  -a  -anu  *invertico 
(io  ribalto)  ecc.,  pèrta  -e  ap.,  tèrza  tertia,  pèrdu  -e  -enu  -ere 
perdo  ecc,  sèrpe,  èrva  herba,  lègga  -e  leggiera  ecc.  (cfr.  Asc. 
II  147),  mprèsssa  -e  impr.,  réslu  -a  io  resto  ecc.,  rèsta  -e  agrest-, 
està  veste,  èstu  éste  està  io  vesto  ecc.,  fenèsa  -estra,  lènta  -e 
(allentata,  molle),  parénte,  senta  -e  -a  io  sento  ecc.,  ménta, 
cuntènta  -e  cont.,  dènte,  éndu  sufF.  del  gerundio:  credéndu, 
sapèndu  ecc.;  defèndu  -e  -a,  té7idere,  mpèndere   im-pendere, 


'  [L'è  di  posiz.  che  passi  in  a,  mal  saprebbe  ammettersi  in  questa  regione; 
e  si  crederà,  ben  più  facilmente,  che  tàntu  stantii  serbi  sotto  l'accento  Va 
da  e  che  si  sarà  prodotto  nelle  forme  dalla  prima  àtona  (quali  sono,  per  esem- 
pio, le  basi  stentare  stentai  stentato;  cfr.  il  n.  70).  Analoga  e  ancora  più 
ferma  sentenza  si  vorrà  portare  intorno  all' a  della  seconda  sillaba  di  Taràntv, 
considerandosi  come  questa  sillaba  riesca  àtona  nella  pronunzia  sicuiamente 
storica  che  sempre  è  nell'it.  Taranto  (lat.  class.  Taréntum)',  come  del  pari 
troviamo  l'accentuazione  italiana  Otranto  allato  al  lece.  TJtràntv,  nyl  quale 
esempio,  del  resto,  non  so  neppure  se  si  tratti  d' un'antica  e  (Hydi'untum)' 
L'acce'nto  di  Taranto  e  Otranto  mi  ricorda  poi  quelo  cha  si  continua  in 
Tèi  amo  e  Tèrni,  e  contrasta  egli  pure,  e  pur  con  formidabili  effetti,  alle  ra- 
gioni del  latino  classico  (  Interamna  ).  Abbiam  noi  in  codesti  nomi  di  luogo, 
il  cui  accento  resulterebbe  di  quartultima  mora  (Turentum,  Interamna),  dei 
nuovi  argomenti  per  quel  periodo  in  cui  l'accento  latino  non  era  peranco 
stretto  alla  legge  che  più  tardi  lo  governa,  oppur  dobbiamo  pensare  ad  al- 
teramenti  che  l'accentuazione  latina  subisse  nella  pronunzia  degli  indigeni 
che  non  erano  latini?  Starei  piuttosto  per  la  prima  sentenza.  G.  I.  A.] 


Vocalismo  leccese:  è.  127 

péccu  -a,  spàflit  -a  asp,  pèzza,  manza  mezza  (mfìrlia),  sètte 
septem.  —  II  jérlu  -/,  nièddu  -i  aneli-,  cast'éddu,  cestiéddu,  ecc.; 
piéddi  le  pelli,  cumpièddi  (tu  importuni),  e  cosi  suttiérri,  fiérvi, 
siérvi,  jérsi;  jérsu  jérsi  il  verso  ecc.,  smirrsu  -^,  pièrsu  -i, 
piérsecu  -ci,  nfiérnu  \\\L ,  jérnu  hibernum  (tempus),  tirrnu. 
piérnu,  piériu  -i,  piérdi  per.li,  sièrpi,  liéggu  -i,  ìvpriéssu  -i, 
miéssi  Me  ine.ssi'  (il  mese  di  luglio),  i/e  riàsii  tu  resti,  riès'u  -i 
ap^rpsto  -\,  jàsii  le  vesti  e  jrsfi  tu  vesti,  t/às/u  testum  (coccio), 
siiésli.  dìèsli,  Uéntu  -i  e  lal'éntn  -?,  parianti,  siénti,  cunfiénlu  -i, 
dienti,  deficndi  ecc.,  piècchi,  lié'fu  -i  il  letto  ecc.,  piéltu  pectus, 
spiétti  tu  aspetti  e  respiètfu  despièffii;  criàtlu  crep'tus  (cre- 
pato). 2:^.  Nella  form.  -ENTO  -ENTI,  a  cui  preceda  immedia- 
tamente un  m,  ori'jrinario  o  seriore,  non  si  svolge  il  ditt.,  se 
non  nel  caso  che  la  sillaba  tonica  sia  preceduta  da  più  d'un'àto- 
na:  pnrlamiéntu,  suramiéntii  ginr.,  mmescamiéntu  m'^scolam., 
cangnmiéntu,  testami(hitu,astemiéntif,  bastim.,  senfemiéntu.cce- 
demiénfu  'uccidimento',  e,  dal  contado,  pnlemiéntu  palm.  Che 
se  all'incontro  la  sillaba  tonica  fosse  la  seconda  o  la  prima  della 
parola,  vi  si  avrebbe  e:  laméntu,  parménlu  palm.,  suméntu 
jum.,  iurméntu,  muméntu,  cumméatu  convento,  plur.  sumén- 
ti  ecc.;  tie  mménti  tu  ui venti,  ecc.  \  24.  Quanto  a  mégi/hiu 
meli  US,  supérchiu ,  pruébbiu  proverb  ,  ssémpiu  esempio,  spéc- 
chiu,  écchiu  vecchio,  cfr.  il  n.  13.-  2").  E  clr.  il  num  14  circa 
gli  es.  seguenti:  -icéddu  -i  -icell-:  acèddu  ac.'dcU  uccello  -i,  ca- 
nicéddu  (cagnolino),  suricédd  i  (topiilui  i)  ecc.;  céusu  gelso,  cér- 
ru,  cérvu,  tìe  cerni  (e  cernijéntu  'cernivento'  cioè  fannullone), 
cértu,  ngénzu  incenso,  céntu,  nnucénti  innoc,  argéntu.  '^G.  Voci 
non  bene  assimilate,  perchè,  come  pare,  entrate  nel  dial.  in  età 
recente:  sérvu  il  servo  (detto  di  solito  criàtu  MI  creato',  il  servo 
nato  e  allevato  in  casa),  etérnu,  mudérnu  mod,,  cumpréssu 
complexus  (complessione),  unéstu,  hon.,  miidéstu;  ed  éccii  ec- 
cum  (pel  quale  più  comunemente  si  dice  i\  idi\  vedi,  p.  e.  ilii 
eccolo!). 


*  NoteTole  qui  la  concordanza  del  leccese  collo  spagnuolo.  Dice  lo  spagn.: 
fallamiérdo  (f'illo),  parlamiénio,  abaxiamiénto  abbass.,  cumenzamiénto,  su- 
frimiénto  (pena.),  seguimiénto,  ecc.,  aUsito  a  torménto,  convènto,  moménto  ecc. 
[ma  anche  aliménto  e  citniénto]. 


128  Morosi, 

T. 

I  Lungo.-  27.  Se  si  prescinde  da  qualche  lieve  eccezione  di 
cui  si  tocca  al  num.  29,  intatto  sempre:  fllu,  -ire:  ferire  mu- 
rire  ecc.,  acantia  *vacantiva  (fanciulla  da  marito),  ccisu  oc- 
cisus,  adcUna  gali.,  essica  vex-,  maritu,  eddiculu  bellico,  ecc. 
Quindi  anche  frlddu  frigidus  (ital.  fréddo  ecc.)  cfr.  Asc.  I  20', 

i  e  spìiu  ant.  alt.  ted.  spiz  (spiedo).  Breve.-  28.  Pur  di  re- 
gola mantenuto;  dia  dies,  f ìlice,  pilu,  'pira  e  piru,  me  nive-, 
risu,  sìnu,  cinere,  tunu  timeo,  chicu  plico,  j9^'c5,  ci'cere,  ligu, 
di'setu  digitus,  site,  itru  vitrum,  pudditru  *pulidru  Asc.  I  18, 
{di  ide  vides  -&t,piidere,  desipulu  (garzone  apprendista).  — 
29.  Lungo  o  breve  che  nelle  origini  fosso.  Vi  passa  in  e  [e) 
quando  un'altra  vocal.  palat.  immediatamente  gli  sussegua:  zéi, 
plur.  di  ziu  thfus  plur  th^i  (cfr.  sèi  plur.  di  siu  ragazzo),  ed 
-éi  =  \e  in  fuseiéi  plur.  di  fuseiia  (blapta)  fugit/va,  e  nel  plur. 
de' femin.  in  -la:  massaréi  masserie,  mbriacaréi  quasi  'im- 
-briacherie'  (stoltezze),  pueséi  poesie,  malancunèi,  huséi  bu- 
gie". 30.  Es.  comuni  di  ì  in  e  [ic)  sono:  nziémi  in-simul  Diez 
less.  s.  insembre  (ov'è  da  aggiungere  il  sicil.  nzcmmula)^  e 
m-méce  invece,  che  s'ode  allato  al  più  comune  n-càmmiu  in 
cambio. 
t  pos.  In  posizione.-  31.  Intatto:  iddu  idda  illuni  illam,  inchin 
impleo,  imbrece;  quindi:  sigghiu  lilium,  figgimi  figghia  filius 
-a,  ina  vinea,  sina  simja,  lizzu  licium,  nei  quali  è  un  latino 
i;  semigghiu  somiglio,  migghiu  milium  e  mlllium  [middi  mille), 
dechìddecu  *titillico  (solletico);  -idd-  -ili-:  angidda  anguilla, 
armuUdda  *an'mulilla  (animella),  frangìdduiv'mgìWns,  capiddu, 


'  [Ma  la  ragione  dell'i  lat.  è  anzi  smarrita  nei  continuatori  neo-latini  di 
frigido-,  secondo  TArch.,  I  20  84  174.J 

2  Pare  anzi  che  questa  vicenda  si  estendesse  in  addietro  più  di  oggigiorno, 
e  valesse  ancora  quando  Vi  trovavasi  a  contatto  con  altra  vocale,  specialmente 
con  M,  udendosi  eziandio:  siirge  ulatéu  quasi  'sorcio  volativo'  (pipistrello),  e 
nel  contado:  frvttu  perniate u  fr.  primitivus  (pi'imaticcio).  Altro  esempio  ne 
vedrei  in  Icune,  contad.  liune  ligna,  non  ostante  niuru  nigrum.  Ma  in  riénu^ 
origanum,  si  tratterà  di  rzVntt  per  rienu  da  rianu\  cfr.  i  contad.  nìru  e  Ijùne 
pei  lece,  niuru  e  liuve  testé  citati,  a  tacer  di  esempj  tose,  come  siéno  sleno 
siano,  diéno  dleno  diano,  aviéno  aviauo  avevano,  ecc. 

'  [Ma  ora  vedi  Fi.ech.  ed  Asc.  uell'Arch.  II  407  454  n.] 


Vocalismo  leccese:  i.  129 

jancuUddu  -a  (bianchiccio  -a)  ecc.  ;  -issi  -l'sse  -issem  -isses  ecc.  : 
faclssi  facessi;  -isc-:  entrisca  *ventrisca  Diez  IP  389,  Frangi- 
scu  Frane-,  tutiscu  tedesco,  ecc.;  piscu  e  pi  se;  -isti  -istiu  -isti 
-istis:  enisti  enistiu  venisti  -istis;  quistu  -a  *eccu-ist-,  zsta  -a 
visto  -a,  canisu  canistrum,  caplsu  -istrum,  «'ncw  inci  vinco  -is, 
cìncu   qainque,  lingua,  inti  viginti,  siccu  -a\  -icchj-  ic[u]l-: 
ricchia  auric-  orecchia,  furmiculicchia,    sicchia   sit[u]la  sec- 
chia; passaricchiu  (passerotto),  surgicchiu  (topolino),  tendic- 
chiu  (distendo  adagio  adagio,  stiro),  fissu  -a  fix-,  enditta  vin- 
dicta,  sìtlu  -a  strict-;  -{zia  -izza  -itia:  ngurdizia  ingordigia, 
heddizza  bellezza,  ecc.  ^  ;  littera   (dell'alfab.) ,    iziu   vitium   e 
mmizzu  avvezzo,  isu  Isa  video  videat;  issu  issa  ips-,  scrittu 
-a,  cippu  (salvadanajo).  E  s'abbiano  ancora:   sinnu  senno   e 
friscu  fresco,  oltre  riccu  comune  coU'ital.,  antico-alto-ted.  :  sin, 
frisc,  rìchi  -.       33.  Es.  di  i  in  e,  quasi  tutti  di  ragion  comune, 
sono:  maraégghia  -a viglia,  e  trégghia  triglia  Tpiy/.ri  (contad. 
-igghia),  nèrvecu  (*nìuricu)  mi  annerisco,  nfgrico,  allato  a  niurit 
nigrum;  cércu  circo  ^  Erogene  la  Vergine  (cfr.  Schuch.  vok.  II 
58;  ma  qui  forse  non  è  voce  indigena),  àrde,  plur  jérdi  vir[i]de- 
(cfr.  Schuch,  ib.  II  29;  ma  calabT.  e  sicil.  irdi);  mésu  maésii 
maestro,  riésu  (suppellettile,  inventario  ed  ordine  della  casa) 
cioè  Registro',  dov'è  però  in  fondo  un'^  etimologica  (regestum; 
cfr.  Schuch.  ib.  I  369),  menésa  minestra  Diez  less.  s,  v.  ;  trénta 
triginta,  allato  ad  inti  viginti;  cuménzu;  tròzza  *trichja  Diez 
less.  s.  'treccia'  (ma  calabr.  e  sicil.  tri  zza);  mpréttu  mpriétti^ 
quasi -*in-fricto  ecc.  (io  stimolo,  cimento,  ecc.;  circa  fr  in  pr, 
cfr.   spriculu  minuzzolo  *s-friculo,  venez   frégolo  ecc.);  ^^'^^^'^ 
ist'ips-  (ma  calabr.  e  sic.  stissu).  E  qui  ancora  s'accolga  V-étlo 
dei  diminutivi:  ramarétiu  (ramer.  rosmarino),  sunéttu  son.,  cuz~ 
zéttu  (testolina)  da  còzza  'coccia',  crapéttu  capr.,  e  U^ummétta 


'  Oggidì  va  però  sempre  più  invadendo  il  campo  la  figura  della  lingua 
scritta,  -ézza. 

^  Per  Vi  di  liccu.,  io  lecco,  posson  darsi  varj  molivi;  v.  Diez  gì.  s.  'lec- 
care', aggiungendovi  la  corrente  latina:  Ungere  *li[n\ctare ,  Arch.  I  305  n^ 
[Ma  sopratutto  va  badato  al  tose,  lecco.] 

'  Senza  voler  contestare  questo  riscontro,  noterò,  per  incidenza,  che  ce  -  eie 
=  q[u]e  sarebbe  normale  nel  leccese,  e  quindi  foneticamente  assai  bene  am- 
missibile :  cérco  -  quaer[i]co. 


130  Morosi, 

tromb.,  sacchétta,  ecc.;  nella  qual  serie,  il  siciliano  oscilla  fra 
i  ed  e.  E  ultimo  sia:  schéttu  schietto,  la  nota  voce  germanica, 
che  è  schitlu  negli  altri  dial.  meridionali.  33.  Allato  al  ca- 
labr.  e  sic.  jimmu  immii,  gobbo,  s'ha  sùmmu  nel  leccese;  ma 
Vi  e  Vu  s'incrociano  per  questo  esemplare  sin  dalle  forme  fon- 
damentali (gibbo  gimbo  ecc.),  e  resta  solo  notevole  che  il  leccese 
rifletta  una  palatina  dinanzi  all'ita 

0. 

L'ungo.-  34".  w.  uva  hora,  ùi  voi,  nui  noi;  skle,  sulu  -a, 
diilu  (io  riquadro  le  pietre),  suturi,  antiq  ,  sorores,  dulùre  du- 
lùri,  me  ìinamùru  ra'innam.;  mura  (frutto  del  rovo;  morum); 
-Ù7'a  -ùru,  -Oria  -orlo:  mangatura  -oja,  pastura  -oja,  caatùru 
quasi  'cavatojo'  (cilindro  di  ferro  per  bucar  i  maccheroni),  pisa- 
tùru  quasi  'pigiati^jo'  (pestello  del  mortajo),  renatùru  'arenatojo' 
(polverino),  muccatùru  (moccichino);  scrùfa,  iùfu  tophus  (ti^fo 
anche  nell'it.);  rùsecu  rosico,  eziùsu  -a  vitios-;  curùna,  patrùna, 
canzùne,  temùne,  purmùne,  masùnu  mansione-  (covile),  dùnu 
e  perdùnu  io  dono  ecc.,  ]}àmu;  [sùca  soga ,  tuja  doga];  ùce 
voce,  cùsetu,  quasi  'cogito'  (pensiero,  cura,  fistidio),  ùtu  votum, 
nepùte,  nùtu  nodus,  scùpa,  tlùvre  e  nel  contado  ttru  ottobre  ^  — 
34*.  Analogamente:  t«s  =  ONS:  cùsu  consuo  cucio,  scùsu  scusa 
ascoso  ecc.,  respùsi  respùsera  risposero  ecc.  35.  Decisamente 
aperta  è  Vo  di  no  (e  con  -7ie  epit.,  nòne),  la  quale  sol  nella  pro- 
clisi, divenendo  atona,  suona  u  («'fr.  num.  11");  e  ancora  s'ec- 
cettuano: cunzòlu  cunzuéli  io  consolo  ecc.  (cfr.  spagn  consuèto, 
e  quaréla,  cuatéla  al  num.  11;  ma  per  converso  il  sicil.  cuìi- 


'  Qui  avvien  di  ricordare,  per  ragione  di  analogia  fonetica,  il  leccese  fùn~ 
getu,  floscio,  allato  al  nap.  fucete,  ma  sicil.  sfincetu,  it.  vincido. 

'  O^igidl  s'inclina  a  non  dar  1*46  alle  forme  OR  ON  se  non  quando  la  pa- 
rola fluisca  per  i  o  per  u  (cfr.  i  nu.  33  e  10  ).  Co?l  nelle  Pue^ci  a  lingua 
leccese  del  D'Amelio,  al  s  ngol.,  coll'o  i  seguenti  nomi:  arìióre^  unóre,  span- 
dóre  splend.,  terróre,  serióre  (e  nóre  nóreta  il  padre,  il  padre  tuo),  petióre 
pict.,  regóre  rig-,  Sarvaóre,  sarmóne  serm-,  'ttenzióne  attent-,  ducazióne 
educ-,  passióne,  farcene  baie,  spotturróne  ( urlone  nel  petto),  purmóne;  e 
coU'm  trovo  solamente:  sudare,  te  'nnamira,  teszùne  tizz-,  patr 'ma.  Ma  nel 
plur.  sempre  u:  culuri  col.,  (ìàri  ecc.  —  Aggiungerò  che  per  'padre'  i  con- 
tadini dicono  nóre  e  per  'madre'  nùra. 


Vocalismo  leccese:  ó.  131 

sulu)  ;  ndóru  nduéri  io  odoro  ecc.  (cfi*.  spéru  spiéri  al  num.  11)  ; 
éu  =  i.(éii  uovo,  plur.  óe,  che  è  l'esempio  di  ragion  comune,  come 
hanno  larghe  attenenze  anche  i  tre  seguenti:  nómu  noraen, 
nóhbele,  cómu  quoraojlol;  e  finalmente  nfócii  nfuéchi  io  af- 
fogo ecc.,  dove  però  trattasi  di  0  =  a.\i  (subfóco,  fauce);  cfr. 
n.  59.  36.  Voci  senza  fallo  d'origine  letterata:  grória  gì-  ed 
ettória  vict-,  cleótu  dev-,  sarcedóte  sacerd-. 

Breve.  37.  Rimane  intatto  quando  la  voce  vernacola  esce  ó 
per  a,  e  ed  u  che  risponda  ad  o  or  di  uscita  latina,  o  sia  epi- 
tetico  (cfr.  n,  12):  ómu  homo  od  ómmene,  antiq.,  homine-,  7nói 
mo[do]  (adesso),  sóla  solea,  ólu  ola  ólayiu  io  volo  ecc.,  ole  ólenu 
vuole  ecc.,  se  dóle,  stóra  storea,  fóre  (che  richiama  'foras',  non 
già  'foris'),  sóru  soror,  core,  nóa  nova,  móu  móe  ìiióere  mo- 
veo  ecc  ,  óe  bove,  rósa,  sónu  -a  sono  -at,  trónate  tonitra,  bòna  -e, 
ómmecu  -a  vomito  ecc.  (cfr.  Arch.  I  527  n.),  sócii  sóca  joco  -at, 
cócu  cóce  coquo  ecc  ,  sócra,  róla,  potè  -est,  próu  ^oróa  prob-.,  — 
Passa  air  incontro  in  uè  quando  la  voce  vernacola  esce  per  i 
o  per  Vu  che  risponde  all'o  tematico  del  latino  (cfr.  n  12);  ma, 
nella  parlata  odierna,  il  dittongo  si  assottiglia  ad  e,  quando  non 
sia  o  non  sia  stato  immediatamente  preceduto  da  conson.  gut- 
turale 0  labiale:  uéli  tu  voli,  uélu  il  volo,  nei  tu  vuoi,  te  dèli 
ti  duoli,  ciièri  i  cuori,  cuèru  coriura,  néu  nei  novus  -i,  muéi 
tu  muovi,  lièi  i  bovi,  séni  tu  suoni,  sénu  il  suono,  trénu  to- 
iiitru,  huènu  -i,  uèmmechi  tu  vomiti,  nèoimaru  glomus  (cfr. 
Asc.  II  424),  sechi  tu  giuochi,  sècu  il  giuoco,  cuéci.  tu  cuoci 
e  cuècii  il  cuoco,  puéi  tu  puoi,  rélu  rotolo  (peso),  nnièdu  mo- 
dus, 2^rèi  tu  provi.  InS.  Ma  entra  nell'analogia  dell' o,  Vo  del 
neo-latino  -iólo -la^t.  -éolo^:  figghiulu  figliuolo,  falaiiru  e  /"a- 
raìdit  *favareolo-  (baco  roditor  de'  legumi  e  specialmente  delle 
fave),  latlaridu  dente  lattaiuolo,  pennaliiru  guanciale  di  piume, 
Turchiarùlu,  nome  loc. ,  "Torculareolo,  resiqyhiiUu  orzajuolo, 
piriilu  *pireolo  (pinolo),  pasiilu  fagiuolo,  canulu,  pinùlu,  lan- 
ziilu  lenzuolo,  fcrrezziilu  ferricciuolo,  Puzzuli  Pozzuoli,  rgiilu 
orciuolo,  currisùlu  correggiuolo,  peiùlu  *podiolo  (colonnetta, 


'  Questa  è  vicenda  comune  a  tutti  i  dial.  ital.  merid.,  e  a  torto  lo  Schu- 
CHARDT,  Zeitschr.  f.  vergi,  sprachf.,  XX  283  seg ,  vede  ne'naiiol.  filiùlu,  fa- 
sulli ecc.  un  affilamento  del  dittongo  (uo)  che  ò  offerto  da' riflessi  italiani. 


o  pos, 


132  Morosi,- 

paracarro);  e,  passando  al  nome  di  chi  eserciti  qualche  pic- 
colo commercio:  fugghiarùlu  'fogliajuolo'  (ortolano),  aquariilu 
acquajuolo,  ecc.  Cosi  è  anche  nel  feminile  in  caggida  caveola 
(gabbia);  ma  del  resto,  regolarmente:  scalóra  scareola,  ana~ 
róla  bagn.,  fumaròla,  ecc.  Laonde  Y  ù  è  costante  solamente 
allora  che  la  parola  finisca  per  i  o  per  u  (cfr.  la  n.  al  n.  34  e 
il  n.  10).— Ancora  è  eccezionale  il  riflesso  di  'morior',  in  quanto 
vi  si  oscilla  tra  muéru  e  móni  (cfr.  n.  43).  39.  Non  pre- 
sentano dittongo  le  seguenti  voci  non  latine:  stròlecu  astrolo- 
gus,  arrófalu  caryophyllon,  còfanu  cophinus  (tino  pel  bucato), 
e  mònecu  -achus. 

In  posizione.-  40.  Di  conformità  col  sicil.  (Asc,  II  14G),  VÒ 
venuto  in  posizione  romanza  vi  mantiene  il  suo  legittimo  riflesso 
(n.  34;  cfr.  n.  17):  pùrpit  poìypas,  sùrge  sorice-,  tiittu  totus  (cfr. 
mlat.  tuta  ecc.  Schuch.  vok.  II  114),  cutùnu  cydònium,  citcchiu 
cop[u]lo  (appajo,  accoppio),  col  nome  cùcchia  (cfr.  mlat.  cupla 
Schuch.  ib.  108)  e  coU'aggett.  cùcchiu  (vicino);  chiùppu  piop- 
po \  41.  Ma  pur  qui,  come  nel  sicil.  (Asc.  ib.)  e  nel  Calabro, 
non  iscarseggiano  i  casi  di  u^ó  di  posiz.  latina  (cfr.  n.  18),  in 
ispecie  dinanzi  a  R  e  N:  cùrcu  corico  coU'co;  n-titrru  terreo 
(torrefaccio),  cui  si  può  aggiungere  ìi-fiirra  fodero,  ^oi.  fòdr 
DiEZ  less.  P  183;  poi:  sùrvia  *sorbea  sorbum  (cfr.  GoOifir/  in 
pergara.  greco-ital.  dell' a.  1154,  ap.  Trincherà  op.  cit.  in  nota); 
fùrsi  forsit,  dùssu,  mùsu  muso  {mùssu  nel  contado),  sùrsu, 
iùrnu  tornio,  fùrma.  Iurta  v.  Arch.  I  548  h,  citrte,  ncùrtu 
(spingo  il  gregge  nella  corte);-  canùscu  cognósco  (Asc.  I  31);- 
pùs tu  ^os[ì]tu.s  empùstu  compito  imposto;  col  quale  manderemo, 
oltre  il  german.  rùstu  arrostisco,  anche  custa  constat  e  respùstu 
risposto  (v.,  più  giù,  il  rifl.  di  'respondeo')  ;  -  nùnnu  -a  nonnus  -a 
(nel  linguaggio  fanciullesco  'signore,  signora')'";  -  (ùnte,  frànte, 
ntkntu  atton[iJtus  (balordo),  pùnte,  ciinte  com[ijte-,  cùntu  il 


*  Cfr.  fl'tppo  delle  colonie  romaiche  della  Calabria;  TvlriUTn^ot  in  una  per- 
gam.  greco-ital.  del  1124,  ap.  Trincherà,  Syllabus  graecar.  membrcDiar.,  Na- 
poli 1865.  Notevoli  poi  i  riflessi  che  risalgono  a  ploplo,  cioè  alia  figura  col 
l  anticipato  e  insieme  conservato  al  posto  suo  (cfr.  fiaccola  flacula,  Asc): 
abruzz    aquìì.  jóppiu,  donde  s'arriva  al  norcino  óppiu. 

^  Singolare  l'a  da  o  in  ndnni  nonni,  avi,  onde  nannùseni  bisavi  e  7ian- 
nuércu  orco,  nannórca  orca.  [V.  la  n.  a  p.  126.] 


Vocalismo  leccese:  d.  133 

conto  e  il  racconto  \  2^'"^''"^"  P^'O'^^P^"»  ncùni^ra,  frimda  e  frùnza, 
tùndu  tondeo,  scùndu  absc-,  respùndu.  4-2.  Del  resto,  in  ana- 
logia del  nura.  37:  I.  osse  ossa,  óne  onine-,  [de-joói],  fógghia, 
ógghiu  voglir»,  ógghia  la  voglia,  cógghiu  coglio  (colgo),  spóg- 
ghiu,  me  dógghiii,  dògghia  la  doglia,  mùcide,  mmóddu  -a  im- 
mollo -a,  òtu  io  volto,  'na  óta  una  volta,  fòrfece,  mózzecu  -a 
morsico  ecc.,  tòrnu  -a,  dórmu  -e,  pòrca,  tórta  -e  torct-,  fòrte, 
mòrta  -e,  la  mòrte,  pòrtu  -a,  scòrga,  mòrda  -e,  còrda,  n-còrdu 
-a  accorilo  (uno  strumento  musicale),  róssa  -e  gross-,  pòzzu  -a 
io  posso  ch'io  poss-ì,  tòsta  (dura),  nòsa  -e  nostr-  e  òsa  -e  vostr-, 
mòsit  io  mostro,  mòsa  la  mostra,  hesòìia,  lònga  lònghe,  spónza 
spongia,  cònzu  -a  io  concio  ecc.,  sònnu  -a  somnio  -at,  tòccu  -a, 
cassa  coxa,  nòtte,  còtta  cocta,  zòppa.  —  II.  égghiu  oleum,  értu 
hortus,  érgu  horueum,  éssu  ossum,  écchiu  écchi  oc[Ujlus  -i; 
séggklu  lolium,  fuégghlu  faégghi  folium  ecc.,  cuégghi  tu  co- 
gli, scuégghiu  scop[u]lus,  muécldi  molli,  mmuédcU  tu  immolli, 
cuéddu  collum,  fuérfeci,  miiérsu  -i  morsus  'pezzo',  muézzechi, 
tèrni,  cuérnu  -i,  dèrmi,  puércu  pmcrci,  fiiérti,  muértu-i,pnérti 


*  Se  pure  nel  significato  di  'racconto'  non  risalga  a  ^convento  (cfr.  neo- 
-ellen.  y.o3h~y.  -li'Cr,),  alban.  -/.ophoi,  rum.  cuvtmt),  nella  quale  ipotesi  la  to- 
nica vi  può  essersi  determinata  dall'atona  dell'infìn.  cuntórt;  =  *co[n] ventare, 
come  anche  in  mprùntu  io  impresto,  allato  all'infinito  onde  deriva,  che  qui  è 
mpruntdre,  v.  Diez,  s.  improntare.  Si  avverta  intanto:  1.'^  che  il  prov.  e  il 
frane,  distinguono  anche  foneticamente  le  due  voci  (prov.  cotn'ar  e  compie  o 
comte,  frane,  compier  comtev  e  comp'e  0  cornee  =:  computare  ecc.;  prov.  contar 
e  conte,  frane,  conler  e  conte,  narrare  ecc.);  2"  che  il  lece,  adopera  cioìildre 
nel  secondo  significato  in  modo  così  assoluto,  che  deve  ricondursi  ben  più 
ragionevolmente  a  'coaveutare'  che  a  'computare'.  Eccone  degli  es.,  che  traggo, 
fia  mille,  da  una  mia  raccolta  di  canti  pop.  della  provincia:  Cu  la  'mia  Bédda 
nu  cce  ccilntu  'n'ara  colla  mia  Bella  non  ci  discoloro  un'ora;  Mo  coi  bbinni  cu 
ccunlu  a  la  mia  Donna  or  che  venni  a  parlare  alia  mia  Donna  ;  Ci  bbue'  ccilnti 
cu  mmie  divèrse  fiate  se  vuoi  discoi'rere  con  me  ecc.  [Quando  il  lece,  ahitu 
rispondesse  a  'con-vento',  non  s'avrebbe  già  a  discutere  sul  minuto  particolare 
se  egli  abbia  1' (^  da  0  per  via  diretta  0  non  piuttosto  per  la  via  dell'infinito 
cuntdre  =  'cuventare'  ;  ma  si  tratterebbe  d' una  figura  nominale  tolta  di  peso 
dall' alteratissima  figui'a  dell'infinito;  poiché  il  diretto  riflesso  di  'co[n]vento' 
avrebbe  ad  essere  coniméntu  0  cu[v]éntu.  D'altronde,  la  diff"ereuza  fonetica, 
che  è  ti'a  comte  e  conte  ecc.,  non  potrebbe  giovare  all'ipotesi  che  fa  cuntu 
= 'convento",  se  non  quando  fossa  mostrato  che  il  frc.  conte  0  l'it.  [rac]con~ 
tare  ecc.  possano  ugualmente  ricondursi  a  'convento'  ecc.;  alla  quale  dimo- 
strazione non  credo  che  nessuno  si  vorrebbe  avventurare.       G.  I.  A.] 

Archivio  glottol.  ital.,  IV.  10 


ti 


71  pOS, 


?31  Morosi, 

tu  porti,  e  put'rtii  il  porto,  cuérpu,  scuérgu  (sinon.  di  scòrga), 
miiérdi,  n-cxiérdi,  réssu  -i,  puézzi  quasi  'cha  tu  possi',  téstu  4, 
nésu  -i  e  uésu  -i,  mitési  tu  mostri,  réspu,  bes'^nii  -i  il  biso- 
gno ecc.,  léìKju  lénghi,  ciiénzi,  sénni  tu  sogni  e  sénnu  il  sonno 
e  il  sogno,  iéccìii,  cruéccu  uncino  (cfr.  Diez  less.  s,  eroe,  e  più 
specialmente  l'Arch.,  I  181),  téssecu  tox-,  nuétti  le  notti,  cuéttu 
-/,  zéppu  -i.  43.  Abbiamo  in  uéttu  octo,  un'eccezione  analoga 
a  quella  che  vedemmo  in  muérii  al  n.  33.  4-4,  Non  ditton- 
gano: còccaln  (cranio),  sòdu  sol'd-  (quieto,  fermo),  ccórtu  ac- 
corto (scaltro),  Rònzit  Orontius. 

U. 

Lungo.-  45.  Sempre  intatto:  chiù  cìiiùi  plus,  va  uva,  ùnu 
una,  màlu]  -vra:  cuselùra  cucit.,ecc.  ;  siiruiwvo,  tniiru,  dùru; 
fùsu,  sùsu,  sils-  sursum;  lima,  fùmu',  ìucculu  bruco,  salute; 
-ùiu  -ùia:  ferùtu  ferito,  eiita  bevuta  ecc.,  summiiiu  gobbutn; 
spùtii,  cùpu. —  Breve.  4-0.  Intatto:  sic  sura,  cu  cum,  addù 
de-ddu  ad-  de-  ubi;  ula  gola,  fiileca,  petra-piimmece,  cucùm- 
mere,  tùmmenu  tumulus  (misura  di  capacità  po' solidi),  nùce, 
C7'ùce,  sùu  jugum,  fusi  fugis,  jjùtu  io  poto,  liqm;  ùtru  otre 
(cfr.  Diez  P  s.  u,  e  Arch.  I  185).  47.  Quando,  o  dalle  origini 
o  per  dileguo  di  conson.,  trovisi  Vu  a  contatto  con  vocal  sus- 
seguente, muta  in  o,  che  anche  può  passare  in  dittongo,  come 
fosse  un  o  primario  (n.  37  II):  fai  e  fuéi  fui  fuit,  e  fuémmu 
fuimus;  chiòe  pluit,  dòi  due  (e,  nel  contado,  rói  grue),  sóu  sóa 
suus  sua  e  sòl  sui  suae,  e  così  tóu  tóa  e  tòi\  góa  ju[v]at.  góane 
ju[vjene-,  [tròa  trovo].-  Cfr.  il  n.  29.  48.  Non  peculiare  al 
lece,  è  Vo  di  nóra  (=it.  nuora  ecc  )  nurus. 

In  posizione.  -  49.  Intatto:  ùrtcmu  ult-,  ursu,  una,  ùntu 
ùnta;  nùddu  niidda  nullo  -a  (nessuno  -a),  piirvere  pulv-,  duce 
dulce-,  miitu  multus,  cùrpa  culpa,  sùrcu  sulc-;  tùrre,  fùmu, 
fùrca,  mùrca  am-,  cùrtu,  sùrdu,  trùbbu  turbidus,  fùscu,  mùsca, 
aùstu  agosto,  mùstu,  cùnu  cuneus,  pùntu,  n-zùna  axungia, 
jùnda  *flunda  (fionda),  mùndu,  rùmpu  io  rompo,  chii'anmu 
plumb-,  ucca  bucca;  cunùcchia,  fenùcchiu;  ssùltu  exsuct-,  frùl- 
tii,  \fùsu  fugio],  stùppa,  restùccu  stoppia,  si'itfa  subta.  50  (cfr. 
n.  32  e  37).  In  o:  fklda  =  M\si  (fretta),  v.  Diez  s.   follare;- 


Vocalismo  leccese:  u,  ecc.  135 

stuélecu  (stup'(lo),  se  ha  per  base  'stult-'  (stolt-);-  descòrru  e 
dt'scuérzu  discot-ro  -orsi),  allato  a  currii  ciirsn;  ntòrzu  ntuérzi 
*inturgi[djO  ecc.  (io  gonfio)- Jósa  giostra;-  ónza  uiicia  (e,  nel 
contado,  n-zónza  axangia);-  nzòmnia  in-summa,  e  tròmma 
tromba  (cfr.  quarémma  num.  11);-  stozza  e  stuézzu  'pezzo, 
brano'  Asc.  I  36  n.  ;  -  nfròttula  (in  frotta;  Diez  less.  s.  fiotta).  — 
De' quali  es-^mpj,  fócìda,  nzómma,  trómma,  posson  dirsi  di  ra- 
gion comune;  e  per  culónna,  che  a  loro  s'aggiunge,  giova  im- 
prima ricordare  come  il  lat.  arcaico  'colonna'  suonasse  tuttavia 
nella  becca  della  plebe  romana  a' tempi  del  grammatico  Probo, 
e  più  specialmente  giova  richiamare,  insieme  colla  particolare 
concordanza  di  più  vernacoli  (Flech.  II  399),  lo  stesso  it.  co- 
lónna, allato  ad  autunno,  alunno.  51.  Comune  col  sicil.  è  Vi 
di  rindina  (sic.  rinnina)  rondine,  del  contado,  lece,  rendinédda. 


52.  Riflesso  per  u  nelle  voci  pienamente  romanizzate.  Oltre 
i  soliti  ùrsa  borsa,  tùrsu  torso,  tùnnu,  rutta  grotta,  cito:  citd- 
dùra  collura  (panet-o  rotondo  e  crosta  del  pane),  e  turnu  timo 
selvatico.  53.  Seguono  gli  esempj  in  cui  s'ha  e  come  da  i  (y) 
in  posizione:  méndula  àa'jyf^àXr,  (cfi*.  Schuch.  vok.  I  219);  Lécce 
Lypiae;  e  col  dittongo  dell' e  secondaria:  sìéstu  [l'JGzóg)  st'sto.  — 
5i.  Finalmente  ammàce,  it.  bambagia. 

Dittonghi. 

tE.  55.  ié,  e:  siéculu,  niéii  naevus  ;  célu  e  cécu  cfr.  n.  14; 
riécu  reca  graec-,  'prémiu  (cfr.  num.  13,  se  pur  non  è  voce  di 
origine  letterata),  prédecu  priédechi;  -  hh'réu  hebraeus.  Cfr.  il 
num.  12,  e  anche  il  n.  7.  5t).  i:  sudili,  pi.  sudéi.  cfr.  num.  15; 
nglnu,  tose,  incino  *encaenio  àyx.y.iv-  cfr.  n.  19.  (E.  57.  cféna 
Asc.  I  67  ;  -  58.  e:  fétu  flèti  foeteo  ecc.  e  fiézzu  foetor  ;  me péntu, 
te  pienti  \  AU.  59.  Prescindendo  da  cute  e  cùda,  che  rispon- 
dono a  'còte-'  e  'coda'  già  latini,  pur  qui  si  contrae  in  o,  dal 


*  [LascicUido  questo  secondo  esempio,  che  è  di  posiziona  nto-latina,  è  da 
notare,  circa  l'i.;  io  di  fleti  ecc.,  come  l'Italia  sia  concordo  nel  farci  arguire 
piuttosto  'faetor'  ecc.  che  non  l'ortografico  ^foetor'  ecc.  Vedi,  per  la  corografia 
del  dittongo  di  (ìcto,  Flcciiia,  Iliv.  di  fil.,  I  09.       G.  I.  A.J 


13(3  Morosi, 

quale  o  secondario,  s' ha  poi,  nel  verbo,  anche  il  dittongo  del 
Ti.  37  II:  còsa;  repòsu  -uési,  gódu  guédi  (cfi*.  n-fuéchi  al  n.  35)  ; 
(5rM,  tresòru,  pócii^;  póeru  &  poni  pauper;  nósu  inchiostro.  — 

00.  Intatto  solo  in  càulu  (contad.  còlu),  làurii  (contad.  lóru); 
oltre  Pallili.  01.  Perduto  il  primo  elemento  del  dittongo  in 
chiudu  (ma  cfr.  Arch.  I  499);  e  il  secondo  assimilato  alla  con- 
son.  che  segue,  in  nàssia  nausea.  62.  AU  romanzo,  ove  se 
ne  eccettuino  palóra  parola  e  sòma,  rimane  inalterato:  àula 
bajula  (balia),  duca  oca,  ràiihi  gra[c]ulus,  fàu  fa[g]us,  fràula 
fra[g]ula,  ùunu  agnus,  tàula  ta[b]ula;  o  può  qui  ricordarsi  an- 
che il  nura.  6. 

Vocali  atone. 

A. 

63.  Di  regola  intatto,  quando  non  sia  originariamente  inizialo: 
malàtu,  paìHa  pareva,  caatùru  num.  34,  panarli  num.  7,  la- 
méìitu,  devaccire  de-vacuare  (vuotare),  lacerili  (muscolo  del 
braccio),  attia  batteva,  cadia  cadeva,  capiddi  -illi;  tagghiàre 
tagl.,  caddkzzu  cavalluccio,  martedìa,  ncrastàre  incastr. , 
cliiangia  piangeva,  derlampàre  lampeggiare,  ecc.;  e  dopo  l'ac- 
cento: mdndahi  ;j.àvSa},o;,  sccirdalu,  càmrnara,  ammani  ca- 
marus,  chiàppari  cappares,  sindanii  scendano,  stianu  stavano, 
lassarne  lasciami,  ficatu,  cànapa.  64.  In  e,  oltre  che  nel 
solito  sennàru,  l'abbiamo,  dinanzi  aWa  tonico,  nei  due  es,  assai 
poco  conclusivi:  sera,  nell'accezione  avverbiale  di  'forse,  sarà', 
allato  alla  desin.  -ar-à  (ital,  -er-à)  della  3.  sing.  del  futuro  di 

1.  conjugaz.,  sempre  intatta:  lassarci,  restarà  eco  ;  e  pedata 
patata,  voce  d'importazione  affatto  moderna;  65.  e  dinanzi 
al^^  tonico,  in  mantesinii  qvi^sì  'manta-seno'  o  'copri-seno'  (pezv 
zuola),  lemmiccu  lambicco.  In  ecitii  aceto,  allato  a  citu.  Ve  va 
forse  ripetuto  dalla  palat.  seguente  (cfr.  Arch.  I  41  n.,  ecc.).  — 
66.  Circa  mónecu  e  stòmecu,  v.  Asc.  I  546  e,  548  a.  67.  Per 
l'alterazione  in  u,  niente  di  notevole:  méndula  n.  53,  curmu- 
nùsa  cornam.        68.  Mediano  confluisce  o   si   perde   in   càddu 


•  Nel  senso  di  'poca  cosa'  dicesi  picchi;  ed  è  voce  che  di  certo  non  avrà 
nulla  di  comune  con  'paucus',  ma  andrà  piuttosto  col  s&.vdo  pi ticu  piccolo,  ecc., 
di  che  vedi  Schuch.  vok.  II  203, 


Vocalismo  leccese:  5tone.  137 

cavallo  e  n-cat'càre  cavalcare,  sargeniscu  mellone  saracinesco; 
Raféli,  ìuésu  nura.  32.-  Ma  Taf  eresi,  cosi  dell'a,  come  del- 
l'altre voc,  atone,  che  primamente  ponno  anche  essere  passate 
in  a  (cf[\  n.  77),  è  qui  frequentissima. 

E. 

69.  Di  regola,  intatta  (cfr.  n.  76):  seìàta  'la  gelata'  (brina), 
cerasa,  de-rélu,  re-sulùtu  ecc.,  enerdla  venerdì,  fenésa  -estra, 
iremulizzu  -olio  (paura),  sccùru,  medùdda  -ulla,  [sepali  siepe], 
hedd'zza,  cerviéddu,  Cì^gima  verg. ,  erdàte  veritate,  scn{ire\ 
essica  vex-,  restàu--à.N\ì,  desperàtu,  perdùnu,  ecc.;  e  dopo 
Tace:  àngelw,  fàcere,  dicere  ecc.;  'piirve7''e ,  sénneru  genero, 
cinere,  ónimere  voin-,  cucùmmere,  cc'wóere,  clcere,  pipere.  — 
Per  e  intatta  all'uscita,  agli  es.  soliti  aggiiango:  òse  hodie,  óne 
omne-,  dèice  decem.  70.  Es.  di  e  in  a  dinanzi  a  r  scempio  o 
complic.  ;  in  sili,  protonica:  (luaréla,  jìuariéddii  pover.,  sarénu, 
ntaréssu  interesse,  nzarrcigghia  *saralia  (serratura),  allato  a 
nzarràre;  ?narrdnga  mel[a]rancia,  tarrénu,  sarmùne ,nlarténu 
intrattpngo;  -  e  ancora:  sarafinu,  paramenti  quasi  'per-a- 
-mente'  (a  proposito),  taranòla  forse  *terraneóla  (allodola),  tara- 
tiiffulu  tartuf)  (DiEZ.  s.  truffe),  carmusinu  cherrais. ,  marcan- 
zia  e  marcaniéssa,  allato  a  mercàtu; —  in  postonica:  cafàfaric 
cadav-  (vecchio  cadente),  pnpara,  "pàssaru,  càncaru.  —  Dinanzi 
ad  altre  consonanti  (cfr.  n.  77,)  e  forse,  nell'  uno  o  nell'altro  esam- 
pio,  per  un  influsso,  più  o  men  probabile,  dell' a:  malancunia, 
calandàriii  ;  piata ,  staccàtu  steccato;  [vedi  ancora  la  nota  al 
n.  21. 1  71.  Passata  in  i,  nell'iato,  dinanzi  ad  a  eà  e:  criàtii 
num.  2G,  jàtu  beatus,  carniàle  carne[v]-,  /zanu  teganura  (Arch. 
I  5i5)  e  iiédda  padella  =  *te[g]ella  (tegula);  e,  nel  contado, 
liànte  (quello  de' mietitori  che  leva  da  terra  il  grano  falciato); 
ma  tuttavolta  deàcu  devacuo;-  più  raramente  dopo  à:  fràima 
fràita  friisa  fra[t]ema  (il  fratel  mio),  ecc.  E  sotto  l'influsso 
d'un  i  susseguente  o  di  palatina  attigua:  risia  'eresia'  (caso 
strano);  dicina,  dicidóltu,  cfr.  déice  num.  16;  riósu  num.  32; 
per  tacer  di  ùndici,  dndici,  ecc.  Dopo  i  quali  mi  restano:  Mini- 
jéniu  Benevento,  e  minimiénzu  'bene-mezzo',  il  giusto  punto 
di  mezzo  (cfr.  Sciiucir.  vok.  I  395).  72.  Di  rado  in  u,  per 
effetto  di  labiale  attigua  (laildove  nel  tipo  napol.  è  fenomeno 
> 


133  Morosi, 

continuo):  nfurgàre  impastojare  (cfr.  fàrge  pastoje),  mulanése 
(sorta  di  catenaccetto  di  ferro,  che  primamente  sarà  stata  'mila- 
nese'), muniuàre  mentov,  ;  rumànu  remaneo,  A'quali  aggiungo, 
dal  contado:  fuddò  ozXkó;  (sughero),  furteciddu  vertic- ;  mu~ 
dìidda  medulla,  a  la  purfine,  purcéne  perchè;  luàre  lev.,  allato 
a  limite  su  cit.,  prumintu  prem-  permetto,  irumpàre  (da  trémpii 
'tempero',  io  impasto,  faccio  il  pane); —  e  in  diversa  congiun- 
tura: sutàzzit,  surmziii.  73.  Dileguata  per  coalescenza  :  le- 
rénzia  re[v]er-,  dentare  deS'jent-;  e  por  l'enclisi  in  sìrma  sirla 
sirsa,  'sfre-ma'  il  padre  mio,  ecc. 

I. 

74-.  Intatto  nelle  seguenti  serie:  iàggu  jàggu  viaggio,  diàulu, 
castiàre  casti[g]-,  riénu  nura.  29  n.  ;  préite  pre[v^ite;  spilàre 
sfil.,  'piràzzu  pero  selvatico,  minézzii  num.  9;  marnminiéddu 
bamb. ;  asinicói  \iyrjù<:/J>z,  miniminiéddu  (lite, mignolo),  nfari- 
natiécldu  (un  po' infarinato)  allato  ad  nfarenàre  (farina)  ;  pr/- 
matiu  -ivo  (-iccio),  allato  al  contad.  permatéu;  dinanzi  a 
suoni  palatali:  carrihire  *carrijare  (carreggiare),  entisóre  'ven- 
teggiare'  ventolare,  annisàre  bandeggiare,  da  carrisu,  ecc.; 
figghiuUsa.tu  'fìgliuoleggiattj'  (ricco  di  figliuoli);  capiscile  'cape- 
strale'  (cavezza);  currisùlu  correggiuolo,  uttisàna  g'orno  di 
lavoro,  cioè:  'quotidiana'  (cfr,  il  neo-ellen.  y.y.f)-f,<j.zy^n)\  -flgghiàre 
^.gVidive,  pigghiàre,  scumpigghia.re,  ecc.,  nicchiar &qu  {dL^adi- 
juolo  ad  anno)  *annicularicus,  ricchetcdda  orecchietta,  sicchi- 
tiécldu  secchietto,  -tinàre  tarlare,  pinàtii  -atta,  pinàlu  -uolo;- 
mpupicàre  (pulir  con  pomice),  prudicéddi  (geloni);  ma,  per 
contrario:  erteéiddu  verticillus,  eóinu  vie.  ecc.  ^  7ó.  Del  resto, 
la  regola  è,  che  si  muti  in  e,  pur  senza  la  condizione  che  suol 
promuovere  questo  mutamento  nello  spagnuoio  (un  i  tonico  nella 
sillaba  successiva;  Diez  T'  175).  Quindi,  in  proton.,  non  solo: 


'  Quasi  superfluo  ricordare  T-i  dei  plurali  o  delle  sec  pers  ;  e,  più  che 
per  altro,  qui  ne  tocco  per  avere  occasione  di  citare  ciéddi  chicchessia  (e 
nessuno),  checchessia  (e  niente),  da  éi-velli,  quasi  'quem  (o  quid)  -velies';  la 
qual  voce  leccese  rende  più  che  mai  inverosimile  la  parentela  a  cui  il  Diez, 
assai  timidamente  del  resto,  avea  pensato,  fra  l'antico  ital.  cavélle  covclìe 
(anc'oggi  in  uso  in  Toscana  e  Abruzzo)  col  medio  alto-ted.  kfif  (pula);  v.  il 
suo  less ,  s.  cavelle. 


Vocalismo  leccese:  iltone.  139 

cel'tzzu  cilicio,  semi'gghiu  simiglio,  erteciddu,  eclnw,  decia 
dicebtim  -at,  piirecinit  pullicènus,  cccdia  occideb-,  precepiziu, 
screia  scribeb-;  eddicu  bellico,  dcslpulu,  cndi'na  vindèmia; 
lessici  lixivia;  ma  eziandio:  pelare  (pi'hi),  der  'ggu  derài  dirò 
dirai  (di'cu),  reàre  arriv,  {riu),  cela  ci[v]itat-,  lenàzze  vinaccie 
{l'nu),  anemàle,  checùu  plicavit  {chicu),  mesf''ria,  ccedemiéntu 
{céidii)  cecia-,  etilu  bevuto  [hhiu),  seccare  [siccu),  mmezzàre 
{mmizzu  num.  31);  fersiira  *frixoria  Asc.  I  534,  érlulùsu  vir- 
tudioso,  descòrdia,  pescuéitl  biscotti,  tezzùne  tizz.  S'aggiun- 
gano, percliè  voci  proclitiche  o  quasi,  i  dativi  pronominali  me, 
te,  se  (p.  e.  me  fi'ce  nu  riàlu  mi  fece  un  regalo);  se  congiunz.; 
ce  quid;  fen  a  mài  fin  a  mo\-  Così  in  poston.,  non  solo:  fim- 
ìiiena  fem-,  dumineca,  litecu  -igo.  imhrece,  disetu  digitus;  ma 
eziandio:  làecu  laicus,  ìiàecu  na[v]igo,  miédecu,  sóletu,  eirób- 
beca  bjdrop.,  ùneca,  petrapiùmìnece ,  sùhbetu.  70.  Alla  me- 
desima sorte  par  soggiacere,  di  regola,  nella  sillaba  atona  che 
immediatamente  preceda  alla  tònica.  Vi  die  proviene  da  un'^ 
latina  (num.  10,  17,  18).  Ma  non  sarà  piuttosto  Ve  latina  che 
fuor  d'accento  resti  intatta?  Cfr.  il  num.  G9,  e  Asc.  I  21 G-1 7. 
Comunque,  si  osservino:  telàru  [ti  la),  aslemàre  [asthnii),  ere- 
dia  [crisu],  nlesàre  {nti'sii  'vo  distendendo'),  steddhzza  [stidda) 
endia  {{tvlu),  s'ic,  a  tacer  degli  accusativi  proclitici  me,  te, 
se  {mie,  tie\  p.  e.  quiddit  me  feriu).  Ma  Vi  par  che  tenda  a 
ricomparire,  quando  sia  atona  pur  la  sillaba  successiva,  come 
in  fimmenédda,  shnmenàre ,  criderànnu,  zinzulusu  cencioso 
(num.  18)'.  All'incontro:  spinnàre  [pinna),  allato  ^.  perniai ùru 
n.  34.  77.  Di  i  in  a  nella  prima  sillaba,  ho  i  seguenti  esempj, 
circa  i  quali  è  da  considerare  la  general  tendenza  neo-latina  e 
il  num.  70  (e  il  Q>S  inf.):  maraégghia  mirab.,  varolétta  (tarent. 
varale)  viria;-  sarvàggu;  frangiddu,  lanzidu,  facélula  ficedu- 
la;-  sanàpu  sinapi.  Ancora  assimilato:  pastenaca;  e  in  poston.: 
ràndanl  grandines,  pàmpane,  trónate  tonitra.  78.  In  u  di- 
nanzi a  ^  0  dopo  labiale:  pónnula  polline-  (llor  di  farina);  su- 
vudìa  giovedì   (del   contado);   oltre   i  soliti  simula   e   niiula 


'  Date  due  protonicbe,  la  prima  di  esse  può  facilmente  diventar  seniito- 
nica,  e  quindi  la  sua  vocale  facilmente  l'estare  o  diventare  qual  sarebbe  .«otto 
l'accento.  Si  consideri  pure  al  n.  74:  tìfarinatiédrhf,  e  qualche  altro. 


140  Morosi, 

comuni  coU'ital.  {sémola,  nuvola)  \  70.  Pel  dileguo  di  i  {o  j) 
accanto  a  vocale,  noterò:  adénzia  audientia;-  scàu  schiavo, 
scàmu  io  schiamazzo,  scàttu  schiatto,  scuppélta  schiopp-,  ràscu 
io  raschio,  mi scu  mìschio,  uscii  ust|^u]lo  (brucio);-  -àru  =  -arius 
num.  7;  fera  num.  11,  stór'a  num.  37;  -àsu  =  -asius  num.  8; 
cammisa;-  finalmente:  cuniadécima  quintad.,  n-citstóreacquist., 
àcida  aquila,  sòcutu,  sanguncizzu.  —  Dileguato  tra  conson;inti: 
farnàru  num.  7,  arma  an'ma;  nàsche  *nasikae  (nari;  cfr,  il  n. 
p.  lat.  Nasica)  e  fors'anco  naca,  culla,  quasi  *navica;  siirge 
sor[ilce-,  erdàte  ver[i]tate-,  trestiéddu,  quasi  'trespitello'  (tre- 
spolo, sgabello). 

0. 

80.  Di  regola  è  u,  tanto  se  in  accento  sia  pure  riflesso  per 
u  (num.  34),  quanto  se  per  o  od  uè  (num.  39  e  42):  cidàre 
{cùlu  io  colo),  nnamuràtu,  nciumnàre,  rusecàre,  nutecóre  {me 
nùtecu,  mi  faccio  nodo,  indigestione);  figghiidisàtu  num.  74; 
caggidèdda,  ciissupri'nu  consobr.,  cusetùra,  curcàtu,  n-turràtu, 
sursicéddu,  furmare,  furmica,  cayiusia  cognoscéham,  cuntàre, 
onuntàna; —  ulia  oliva  e  volevo,  curia  corigia,  mula  moveb^m, 
sunàta,  dumìneca,  siicàre,  pntia  poteva,  cupiértu,  fugghiàzza, 
utàre  voltare,  furfecicchia  forficnla,  wuzzecàta  moi-sic,  inr^ 
nàre,  durìnire,  puscrài  post-cras,  luntànu,  tuccàre,  ecc.  -  Dopo 
Face  :  némida  anemone,  trémidu,  diàuhi,  lépure;  -\\re.-=-ora, 
desin.  antiq.  de' neutri  plur.  :  càpure  i  capi  (le  teste). —  E  nelle 
uscite,  sempre  u.  81.  In  a  nella  prima  sillaba  (cfi*.  n.  77): 
ammàce  bombace,  canàtu  cognatus;  -  canùscu  cogn.,  scai"- 
piùne.  82.  In  e,  od  i,  per  dissimilazione,  succedendo  it:  rc- 
sigghiidu,  quasi  'orzogliuolo'  (orzajuolo),  pre^iindu,  pezi'du 
num.  3^'',  precùru;-  pósperu  phosphorus  (zolfanello),  diàlegu, 
oltre  àrveru  (ma  lépure  lepre).  83.  Di  a  in  au  (cfr.  Arch. 
I  146),  il  leccese  proprio  non  dà  esempj,  ma  si  la  parlata  del 
contado:  aidia  oliva,  auìHrnie,  aunéstu  ìion-.  84.  Ddeguato 
nel  contad.  cruna  corona,  oltreché  in  cùrcu  (ital.  corco). 


'  Prescindendo  dall'Italia  centrale,  cfr.  il  c&ì&bro-cosewi.  x>urgnla  pulvere, 
rdnnula  grandine;  il  sicil,  ùccula  ulcere,  ecc.;  e  per  analoghe  vicende  nel 
romaico,  Mor.  IV  7-9. 


Vocalismo  leccese:  itone.  141 

u. 

85.  Di  regola,  intatto:  uliisu  gulosus,  suramiéntu  ^\w\\,  lu- 
nàtccii,  sudùre;  pucjdisu  pollastro,  murmuràre,  curtiéddu 
cukell-,  rumpia  -ebain  -ebat,  miiccatùru  num.  34;  e  menila, 
esula  *ansula  (occhiello),  spingula  ^spinala  (fcanc.  épingle)\ 
siéculu. —  In  docéntu,  ducentum,  si  continua  To'  di  dói  num. 
47.  8().  È  dissimilato  ne'  seguenti  esempj  (rfr.  n.  82):  n-traii- 
lisu  quasi  'iutorboleggio'  (i  >  imbroglio),  cfr.  n.  89;-  chesiira 
{cliiasùra,  nel  contado)  chiusura  (muricciuolo  a  secco  che  ri- 
cinge un  podere,  e  il  podere  stessa),  presentùsu  praesumptuòsus, 
reùmmu  rugùmo  (rimugino);  S'hisecu  sarapsuchus,  tùmmenu 
num.  46;-  ma  altresì:  fumesia  alterigia  (dall'aggert.  fumnsii)', 
e,  nel  contado,  felinia  fuligine.  SU.  In  aii-  (cfr.  n.  83);  ausànza 
e  aunitu,  nel  contado.  8^.  Ddeguato  in  séncu  ju[v>ncus.  oltre 
gli  es'mpj  di  coalescenza:  presentùsu  testé  cit.;  de  ciiniinu  di 
continuo,  perpétu,  deàcu  devacuo;-  tra  conson.:  réddu  *rot[u]- 
lus  (di  carte),  onde  il  diminut.  réddulu. 

T. 

89.  Di  regcla,  rifl'^sso  per  u\  ma  non  si  esce  quasi  da' soliti 
es.:  nicidizia  regol.,  ^^y^'y'c.  (nel  cont.  anche  aurizia,  allato 
al  bar.  liguri  zia,  cir.  n.  80),  marturisu  martorio  (martirizzo), 
murtédda  mort.,  mustàzzu  mostaccio,  ciitùnu  num.  38;  poi: 
tunnàra  lonn.,  tamàra  (tratto  di  terreno  ove  cresce  spontaneo 
il  timo),  ruliicédda  grot.ticella,  che  rampollano  dalle  voci  che 
già  avemmo  al  num.  50.  90.  In  a  nella  prima,  come  ne' soliti 
sawpùna  e  arrófahi  garof  ,  anche  in  tamp  inu  *iympanium 
(cocchiume)  ". 

Dittonghi. 

AE  OE.  91.  Ve  anche  in  feniicchiu  e  cepiidda.  AU.  92. 
Rarament's  conservato  V au  latino,  come  in  caulicchiu  {càula 

'  [Il  DiEZ,  ti-aendo  il  ffc.  épinrjh  da  'spin[u]la'  (gr.  s.  NL,  less  s.  ^spillo"), 
imaginava  l'epentesi  di  g,  per  la  quale  non  aveva  altro  esempio.  Il  lece,  spin- 
fjìda,  che  non  presume  il  nesso  N'L,  rende  piti  che  mai  improbabile  il  pen- 
siero del  Maestro.  Risaliamo  ben  piuttosto  a  'spicula',  ooll'epentesi  della  nasale, 
come  è  ne' così  estesi  mi[n\ga  mica,  co[ni\biio  cubito,  e  altri.       G.  I.  A.] 

^  Forse  qui  verrà  pure  paptisa  (upupa),  cfr.  ct'cciif'sa  (civetta). 


11?  Morosi, 

cavolo);  di  solito,  vi  risponde  u:  luritic  {Iditru),  repusàrc,  uc- 
càla  b()Ci',a1e  ecc.-  IMa  diramo  piuttosto  perduto  il  primo  elemento 
in  ìitùnnu,  come  si  p^^'derebb'^  il  secondo  in  nachiru  num.  10, 
acóddu  augello,  adénzia  n.  7.).  Allato  ai  quali  si  posson  ri- 
cordare aiiru  augurium,  ai'istu  ùstii  agosto,  e  finalmente  ric- 
chia.  Ij' aii  romanzo,  intatto:  f ausare,  faucidda,  auiàre, 
augàre,  auniéddii  od  aunicéddu,  taulinii  (rfr.  nn.  G  e  02).  — 
L'i(  d'entrambi  gli  au  attratto  dalla  gutturale  (cfr.  Asc.  II  145): 
aliatela  cautela;-  ciiagéttu  calz.,  cuacina  cale,  cuadàra  cal- 
daja.     Singolare:  satizza  salsiccia. 


Appendice    I. 

DIALETTO    DEL    CAPO    DI    LEUCA. 


Toniche.-  12  e  22.  LV,  sì  breve,  si  in  posiz.,  ben  si  continua 
per  Ve  aperta,  ma  non  dà  mai  dittongo,  quand'anche  la  vocal  finale 
sia  i  od  u:  eri,  fp>n,  trèmuli,  seduti,  tn e da'''u  ecc.;  curfeddu,  ferru, 
te  serri,  rtjrnu,  pertii,  te  i-fj'^ti,  fìt^ttu,  ecc.  37  e  42.  E  awien  simil- 
mente dell'ó:  Oìnmirii,  tu  roli,  tu  voi,  mori,  prO'^i,  tronu,  focu  ecc.; 
gcchiu,  shgghiu,  te  voti',  [orfici,  cgrnu,  dormi,  r>osa,  còttu  ecc.  59  e 
G2.  L'«  del  ditt.  aio,  sì  originario,  sì  romanzo,  sotto  la  influenza  della 
labial  seguente  si  colora  in  o,  fra  il  (juale  e  Vu  il  piti  delle  volte,  ad 
evitare  l'iato,  vien  inserto  un  v  (cfr.  Diez  P  171);  rare  volte  è  invece 
assorbito  Vu:  cóulu  cóvulu  caule-,  Póvulu,  lóvuru  lòru,  tóvurit;  [così 
pel  num.  6:  fóruau,  cónce,  fóuce  e  fóce,  cóugi  e  còni,  dutru  óvidru 
ótru,  óutu  ó^uta  òtu,  cóvudu.  Catòtiì];  òvunu,  tornici.  Atone.  -  70, 
77.  In  prima  sillaba  si  può  dir  costante  Va  da  e  dinanzi  area  ?i 
scerai^'  o  com[dicati.  Cito  gli  es.  non  comuni  col  lece:  carcha,  n-zar- 
rdre  ,  dar  fino  delf.  ;  carvéddu,  j  arsirà  jevsevà,  [farsiira],  varnedia 
venerdì,  marcdtu,  sbrauTidtu  svergogn..  vartecidda,  pardia  perdeva, 
sarpéntu,  ecc.;  —  tandggliia,  tanij,  teneva,  fanésa,  sprandùre  splend-, 
In  poston.  :  vónibaru  vomere.  —  Per  i  in  a:  saggia  gingiva;  frdibbacu 
fabrico,  duminaca,  fvnmana,  ficddaca,  médacu.  Ma  V -i  converte  in  i 
Ve  della  sili,  poston.  negli  sdruccioli;  passivi,  cdnchiri,  ciciri,  ecc.; 
e  difende  Vi  organico:  previti,  ónunini,  p'iici,  medici,  ecc. 


Vocalismo  leccese:  Appendici.  143 

A})  pendice    II. 

DIALETTO       DI      BRINDISI  ^. 

Toni  eli  e.-  -10,  3i.  Per  Ò  ed  d,  e  per  l'è  ed  o  di  po^iz.  che  sieno 
riflessi  a  Lecce  come  son  Y  è  e  Y ò  (cioè  con  i  e  con  -u),  (jucsto  dialelto 
si  trova  nelle  condizioni  del  nuptdet.  cioè  non  risponde  con  i  e  con  z(, 
se  non  quando  la  vocal  finale  è  un  i  od  un  it  (cfi\  la  n.  34  del  lece). 
Cosi:  I.  m  he,  cJdnu,  tùi  jaslimi,  crcinìu,  fidi,  ci'tu  ac-,  shi\  (Idi  vcìsì, 
due  mesi,  viridi,  crisi,  ecc.;  —  mu  all'incontro  :  mèla,  téla,  séra,  chié'ut, 
jui  jastému,  feci  fece^,  sétula,  nzévit  insevo;  ??m  mési,  se'mminu,  fém- 
mina, stéclda,  véndu,  créscu,  ecc.  —  IL  suluri ,  li  dilùri  i  dolori,  te 
nzi'cri  *in-uxor-  (ti  S[tosi).  U  sierici,  muccaturu,  amunUu.,  li  crawn  i 
carboni,  nutu;  scùm;  [fìr/ghiula  n.  38];  p  rpa,  cavusi  tu  conosci, 
respùndi,  ecc, ;  —  ma  all'incontro:  óra  hora,  In  diedri,  menzóra,  la  so- 
vice,  amurósa,  lu  cn'óyii,  vn  vóce,  me  vó/ecu,  srd^a,  jin  candscu,  jiU 
respdndu,  ecc.  28-31,  46-49.   E  il  caso  analogo  si   riproduce  per  i 

ed  n,  si  brevi,  si  in  posizione.  Così:  I.  pfru,  mini,  li  Cmìiiri  (la  do- 
menica delle  Ceneri),  cliichi,  disatu,  vivi  bibis,  ecc.;  tu,  wchi,  liimbriói, 
qn'ddn,  li  jiisi,  tinta,  caul  ccJiiu  -iculus,  sittu,  fridda  ecc.; —  ma: 
péra,  jui  menu,  la  cénneri ,  jùi  chécu,  li  desiate  le  dita,  néri,  jui  vévu; 
jui  énchiu,  la  émbrici,  quédda,  la  pési  ,  tenta;  récchia,  sètta,  fréd- 
da, ecc. —  IL  li  pùlìci ,  tùmmunu,  li  vùci,  tùi  putì,  ecc.;  unta,  li 
vùrpi,  sùrdu,  fùsca,  micstn,  j^ùnci  tu  pungi,  mù'/du,  ecc.; —  ma:  fd- 
lica,  la  cucómmeri,  la  ìtócì,  jùi  pdtu;  ónta,  la  vórpi,  sórda,  fosca,  crò- 
sta, pónci  egli  punge,  fóndala,  rócca  bucca. 

Atone.  69  seg.  Costante  i  per  e,  cosi  primaria  come  secondaria 
(cfr.  il  sicil.,  Asc.  Il  1^6):  li  le,  di  de,  pi  lì  per  le;  sirèna,  tinia,  Bi- 
nidittu,  libbirldti,  fihbrdru;  cirviédda,  pirdi'uia,  pinzicri,  sintia,  stiv- 
iinu  intest.,  ecc.;  stati  nestaie-,  li  f immini,  rèsivi  reggere,  affrici 
affligge,  ecc.  63,  69,  7o.  Costante  Yi  per  a  ed  e  di  penult.  nelle 
voci  proparossit.,  quando  la  final  sia  i:  cdTuli  cangiali,  scanditi,  dm- 
miri,  ansili,  póviri,  ecc.;  ed  it  j-cr  a,  e,  i,  quando  la  finale  sia  u: 
cdmpunu,  érumu,  érunii,  aviumu  aviunu  (avevamo -ano),  stèsuru  (stet- 
tero), vdmmiiru,  némmuru  *gloraer-u  (glomus),  ciiitu  cul)itus,  ecc.  — 
80-82,  86.  Frequente  i  (pel  tramite  di  e)  da  o,  u  nelle  successioni  o..d, 


'   Col  brindis.  concorda,  in  sostanza,  anche  il  dial.  del  ciroondario  gallipo- 
litano,  eccettuata  sol  la  regione  del  Capo  di  Leuca. 

^  W -i  secondario  briudis.  =: -f  lece,  non  influisce  sulla  tonica. 


141  Morosi,  Vocalismo  lecce-se:  Appendici. 

o..'/,  0..4,  U..Ó:  fìf/ffhidsza  (fógghia),  piacrdi  postcras,  Untarne,  di- 
minaca,  pricùru,  rimóri  rum.,  sidóri,  dilóri. 


Appendice   III. 

DIALETTO     DI     TARANTO. 

Ove  differisce  dal  lece,  concorda  col  brindis.,  salvo  i  casi  che  ora 
seguono.  Toniche.  -1.  Ud  inclina  ail  a:  cantare,  nrappci're  incap- 
pava, Untane,  chà'ii'C!,  ch>à'fjhe,  cà'pe,  crà'pe,  [frebba're] ,  feiiomeno 
elle  no»  è  da  confondere  con  l'altro  dell'cc  all'uscita  da  AI  romanzo: 
tu  sce  sai,  ra3,  da;,  sta:,  as^^os  assai.  —  3.  Intatto  |)erò  sempre  V  d  di 
posiz.:  cavddde,  vdrre  l)arl)a,  marze,  r/rd^se ,  sdece  sapio,  ecc.  S9- 
60.  Dà  0  cosi  l'AU  latino  come  il  rom.uizo:  cò'c,  to' e;  fó--e  falso, 
d'e,  ótre.  U au  (av)  è  sol  nella  form.  ALD-:  cadde,  Cutdvide.  Alo- 
ne. Sempre  mute  o  quasi  mute  le  finali*. 


*  [Comunque  questo  Saggio  sia  limitato  al  vocalismo,  non  va  omesso  un 
awei-timento,  che  è  richiesto  dalla  precisione  istoiica  e  anche  si  presta  a 
qualche  considerazione  abbastanza  opportuna  La  combinazione  TR  (che  oc- 
corre, a  cagion  d'esempio,  in  tre  ecc.  n.  1 1 ,  trónate  trénu  n.  37,  tréimilu 
tremulizzu  cn.  80  69,  tràbbu  nlraulisu  nn.  49  86,  ntramc  n.  1,  pudditru 
n.  <^8  )  si  continua  nel  leccese  per  una  profferenza  che  il  Morosi  ti'ascrive- 
rebbe  te,  tè  o  così  a  un  dipresso.  Ora,  una  profferenza  consimile  s'udrebbe 
anche  fra'  Siciliani;  e,  come  già  il  Morosi  stesso  ebbe  a  vedei'e,  ne  vien  lume 
al  fenomeno,  che  è  nel  leccese  e  nel  notigiano,  di  s  da  STR  (v.  Arch.  II  458, 
IV  151-2  n.);  poiché  se  TR  dà  un  suono  che  s'  accosta  a  e,  STR  darà  poi  oc', 
onde  s,  come  l'antico  SKE  SKI  (p.  e.  pisce-,  cioè  primamente  pisLe-)  diede 
sce  sci,  e  poi  se  si;  dov'è  anche  da  confrontare  l'it.  s  da  STJ  {$tj  se  è), 
come  in  angoscia  ecc.] 


FO.NKTICA 

DEL 

DIALETTO  DI  CAMPaBASSO. 

DI 

F.  D'OVIDIO. 


L'intento  mio  è  d'illustrare  la  famiglia  dei  dialetti  parlati  nel  Sannio,  ne' 
tre  Abruzzi  e  nell'Ascolano.  Ed  incomincio  da  uno  studio  particolareggiato 
sopra  uno  di  essi,  per  aver  come  un  nucleo  intorno  a  cui  aggruppare  le  ri- 
cerche ed  i  lavori  futuri.  Ho  scelto  il  dialetto  di  Campobasso,  perchè  è  il  mio 
nativo. 

Come  quasi  tutti  gli  altri  di  cui  dovrò  poi  occuparmi,  esso  non  offre  do- 
cumenti scritti;  onde  siam  per  forza  ridotti  alla  sola  tiascrizione  della  parlata 
odierna,  privi  d'ogni  sussidio  storico.  Oltreché,  un'altra  difficoltà  vi  s'incon- 
tra; la  quale  in  certa  misura  si  trova  in  qualunque  campo,  ma  nel  nostro  è 
più  che  altrove  grande  Nel  ^Mezzodì,  per  la  stessa  maggiora  affinità  di  questi 
dialetti  alla  lingua  cólta,  le  persone  pur  mezzanamente  istruite  non  s' abban- 
donan  quasi  mai  a!  pretto  dialetto,  o  parlare  sporco  come  lo  chiamano;  e  se 
da  un  lato,  parlando  l'italiano  cólto,  lo  impregnano  d'infiniti  provincialismi 
di  pronunzia,  di  paiole,  di  fraseggio,  di  costrutti;  dall'altro,  parlando  in  dia- 
letto, non  san  tenei'si  dal  mescolare  ai  suoni  e  alle  parole  e  foi'me  vernacole 
molti  suoni  e  parole  e  forme  della  lingua  cólta,  dal  mettere  sul  dialetto  come 
un  intonaco  letterario.  Or  l'eruire  da  cotali  voci  imbiancate  lo  schietto  color 
nativo,  provandole  col  reagente  del  gergo  plebeo,  il  ritrovar  fra  le  tante  va- 
rianti la  vera,  lesione,  per  cosi  dire,  del  dialetto  meridionale,  ha,  rispetto  al 
descrivere  un  dialetto,  p.  es. ,  pedemontano,  la  stessa  maggior  difficoltà  che 
può  avei'e,  poniamo,  il  leggere  un  ingarbugliato  palinsesto  rispetto  al  leggere 
un  manoscritto  ordinario.  A  me  poi  veniva  anche  maL-^gior  difficoltà  da  ciò, 
che,  vivendo  da  molti  anni  lontano  dal  luogo  nativo,  dovevo  raccapezzarmi 
tra  una  folla  di  reminiscenze;  verso  le  quali,  quantunque  alla  pi'ova  le  tro- 
vassi ben  più  fide  ch'io  non  osassi  sperare,  avevo  sempre  una  volontaria 
diffidenza;  che  forse  avrebbe  finito  a  sgomentarmi  del  tutto,  se  non  mi  fosse 
venuta  in  soccorso  l'amorevole  cooperazioiie  di  due  miei  ottimi  congiunti, 
Tito  e  Gennaro  Cerio.  I  quali  alle  mie  ripetute  inchieste  replicaron  sempre 
con  una  pazienza  e  una  sagacia,  che  ogni  dialettologo  sarebbe  ben  lieto  di 
trovare  in  quelli  ch'egli  tormenta. 

Intanto,  a  render  più  intelligibili  le  pagine  che  seguono,  dovrò  fin  da  ora 
richiamare  un  fatto,  già  noto  in  verità,  ma  cho  uell'ambieute,  in  cui  avremo 
ad  aggirarci,  vedremo  farsi  d'un' importanza  capitale:  intendo  l'efficacia  po- 
tentissima della  vocal  finale  sulla  determinazione  della  vocale  tonica.  L'«  finale 


IIG  D'Ovidio, 

fa  restar  spesso  immutati  Vi  o  I'm  tonici  che  con  altra  finale  presto  si  tnu- 
tei'ebbero  (v.  mun.  23,  32,  48,  53),  come  per  contrario  Va  finale  li  fa  spesso 
mutare  in  e  o  in  o  (v.  num.  27,  32,  -19,  53);  e  cosi,  Vi  finale  fa  volgere  spesso 
ad  i  0  ad  te  Ve  o  Vo  tonici  (v.  iium.  9,  10,  36,  40),  e  l'a  finale  li  fa  spesso 
restare  immutati  (v.  uum.  IG,  22,  34,  39,  44).  L'a  tonico  ancora  riesce,  nel 
campobassano  come  ne' dialetti  campani,  a  sottrarsi  all'efficacia  della  vocal 
finale;  ma  in  una  intera  serie  di  dialetti,  tra  cui  primo  sarà  da  noi  studiato 
l'agnonese,  vedremo  anche  Va  soggiacere  con  tutta  docilità  alle  esigenze 
dell' {  finale.  Ora,  trattandosi  solitamente  di  finali  di  valor  morfologico,  l'evo- 
luzione della  vocal  tonica,  in  origine  semplicemente  fonetica,  venne  ad  acqui- 
stare una  significazione  e  un'importanza  morfologica;  onde  ben  si  deve  pre- 
sumere che  via  via  si  estendesse  al  di  là  de'  suoi  confini  originaij.  Ma 
determinare  dove  per  l'appunto  codesto  sconfinare  abbi'a  avuto  luogo,  nella 
mancanza  in  cui  siamo  di  una  conoscenza  qualsivoglia  delle  fasi,  anteriori 
all'attuale,  dei  nostri  dialetti,  é  impresa,  salvo  rarissimi  casi,  malagevolis- 
sima; alia  quale  tutt'al  più  pjtrem  volgerci  con  qualche  speranza,  quando 
l'indagine  nostra  siasi  allargata  assai  nello  spazio,  tostochè  nel  tempo  non  può. 

Circa  le  ragioni  storiche  di  codest'-i  finale,  giova  sùbito  avvertire  che  per 
esso  intendiamo  l'uscita  neo-latina,  e  non  quella  dello  schietto  latino;  e  così 
si  vengono  insieme  a  comprendere  i  seguenti  tipi:  boni,  tu  legi  (legr/i)  senti- 
tu  vedi  arili  amavi  vedevi-,  nomini.  ]\Ia  V -i  medesimo,  nella  fase  attuale  del 
dialetto,  è  affitto  indistinto,  essendosi  affiochito  nella  solita  e,  che  raccoglie 
forse  per  più  di  due  terzi  l'eredità  di  tutte  insieme  le  afone.  Pure,  1'-?  so- 
pravvive chiarissimo  nei  suoi  efTetti.  Onde  noi  abbiam  qui  come  una  prova 
palpabile,  che  la  fase  fondamentale,  a  cui  il  dialetto  nostro  assieme  agli  altri 
d'Italia  va  ricondotto,  sia  quella  specie  di  dialetto  comune,  quella  lingua 
franca,  che  si  stabili,  neir//a/j«  propria,  tra  le  conquiste  delle  Gallie  e  la 
deduzione  delia  colonia  romana  in  Dacia,  e  si  distingue  per  il  consumato  di- 
leguo del  s  finale  e  per  la  gran  diffusione  analogica  dell'i  desinenziale  (  v 
Ascoi.1,  Lin  /ne  e  Nazioni,  nel  'Politecnir-o',  voi.  XXI,  p.  95  segg.). 

Altro  fatto,  pur  esso  tutt'altro  che  nuovo  (v.  DiEZ,  F  152  156  161  166  167  ecc.), 
ma  che  acquista  nell'ambiente  nostro  una  importanza  assoluta,  è  l'efficacia 
sicura  che  sulla  evoluzione  della  vocale  tonica  ha  la  posizione  di  essa  nella 
parola,  il  ti'ovarsi  cioè  essa  tonica  piuttosto  nella  penultima  che  nell'antipe- 
nultima sillaba  della  parola.  E  benché  i  risultati  veramente  stupemli  di  cotale 
efficacia  avremo  ad  ammirarli  la  prima  volta  nell' agnonese,  pure  già  a  Cam- 
pobasso ne  troviamo,  per  cosi  dire,  i- precursori.  Il  fatto,  p.  es.,  che  sora  so- 
rella (uum.  41)  si  faccia  sgrcma  mia  sorella,  che  a  ceca  egli  accieca  (num.  56) 
stia  di  contro  cerhene  acciecano,  non  trova,  ch'io  sappia,  facili  riscontri  in 
dialetti  dell'  Italia  media  e  meridionale. 


Il  dial.  di  Campobasso:  Vocali  toniche.  147 


Vocali  tomche. 


1.  Intatto,  sia  lungo  o  breve,  e  sia  faoi'  di  posizione  o  no  : 
care  caro,  carne,  carrcjà  trasportare  (pel  sgf.  cfr.  Asc.  Ili  6S), 
j'alà  sbaiigliare  ('halare').  2.  Anche  qui  par  conti nujirsi 
'mèlo-'  anziché  'malo-'  \  dicendosi  mile,  mela  (n.  2G,  e  cfr.  Asc. 
I,  10). —  Esempj  di  e=a,  per  effetto  di  i  attiguo,  ho:  fiesca 
fiascone,  chiezza  piazza,  Chiejja  nome  di  strada  (cfr.  napol. 
Chiaja,  'plag-ia').  Quanto  a  sfejja,  ctejja  stabam,  dabam,  e'  son 
dovuti  a  mera  analogia  morfologica  (cfr.  i  pres.  j?  cìenghe,  sten- 
glie  do,  sto,  coniati  sopra  tengìie,  venghe),  ed  erroneamente  il 
Wentrup  [NeapoUt.  mundart,  7)  cita  i  corrispondenti  napol. 
eleva,  steva  come  esempj  di  scadimento  fonetico. —  Abbiamo  a 
in  0  nel- solito  chiugve  chiodo  (Flech.  II  334-5)  e  in  ciavotta 
ciabatta ^  3.  -ARIO,  -ARIA,  serbando  il  r,  così  labile  in  to- 
scano, o  espungon  Vi  {j):  panare,  ugliare  'recipiente  per  olio', 
louttare  cantina  ('bottajo'),  Jennare  n.  di  pers.  e  di  mese,  spara 
cercine  (q.  'spajaraento,  stacco"?);  od  han  la  solita  attrazione 
e  danno  -iere  -iera:  maniere  ramino  (cfr.  Diez,  less.  s.  v.  ), 
fumiere  letame,  chianghiere  macellajo  (cfr.  Diez,  less.  s.  'pian- 
ca'),  cusenera  fèdera. 

E. 

Lunga,-  4.  Perlopiù  e:  me,  legge,  pufeca,'  ji  crede,  vede,  ve- 
dérne, semena,  femmena.  Circa  pejje  v.  n.  7,  17.  Circa  jeta 
n.  107.  In  fiereja  'feria'  abbiam  un  caso  di  propagginazione  re- 
gressiva ^.        5.  Spesso  ci,  ma   solo   in    penultima    sillaba:    la 


'  Devo  awertife  che  la  forme  romanze  che  pajono  accennare  a  'melo-'  po- 
titbbero  pur  risalire  a  'mìilo-',  che  .sarebbe  forma  coniata  su  'pTro-'  (cfr.  greve 
su  'le vis'  ecc.).  V.  man.  2&,  27;  e  cfr.  Asc;.  I,  num.  21,  40.  Però  il  saiwio,  in 
cui  i  continuatori  dell'é  e  dell'i'  non  coincidono,  piesentau  loci  mela,  starebbe 
in  conferma  piutto.4o  del  solito  'melo-'  che  del  mio  'm}'lo-'. 
^  [Avremmo  labiale  attigua  in  entrambi  gli  esemij.  G.  I.  A.] 
'  [Direi  piutto.sto  un  effetto  particolare  dell'*  nell'iato  sulla  determinazione 
della  tonica;  v    p.  e.  Arch.  I  483.       G.  I.  A.] 


148  D'Ovidio, 

chianeita  n.  105,  reità  'finestra  con  inferriata'  ('rete'  con  -a 
analojTicn).  la  chin]ipeita  n.  105,  Sf^lra  (quindi  staseira,  e,  nel- 
l'identico senso,  mas.^ftlra,  che  creilo  sia  'inagis  seva  [liora]'; 
cfr.  abruzz.  maddeniane  domattina  presto,  'inagis  demane'), 
Treisa,  hi  duveire.  —  I  plurali  di  cotali  nomi  restano  con  eì.  — 

6.  Non  di  rado  i:  serine,  Salgite  n.  loc  'Saliceto'  (cfr.  Nigra, 
III  41),  tridece,  sive  sego,  pidete  'péditum',  cu  recice,  che  è 
l'ital.  ^riceKo'  (n  33),  chjine  pieno,  cita  aceto,  [chjileca  chierca]  ; 
e  nelle  voci  di  impf.  cong.  le  quali  cotitmuano  le  voci  di  pchpf. 
lat.  in  -ssumus,  -ssetis  :  leggassime  -ssite  legissemus  -ssetis  e(;c.  — 

7.  Le  desinenze  d'im{)f.  -ébam  -ebat  ecc.  vengono  a  -ejja  ecc.  Si 
potrebbe  credere  che  spettassero  al  n.  5,  rimontando  ad  -eiva  di 
f.  ar>t.;  ma  è  ben  più  probabde  che  da  -èva  (n.  4)  si  venisse 
a  *'ea  (tose,  leggéa),  donde  per  tòr  l'iato  *-ejja  (n  17),  e  in- 
fine aperta  Ve  p<^r  influsso  di  -jj-  s'guente,  -ejja:  toulejja,  sa- 
pejja.  8.  E[N]S,  o  segue  la  norma  del  n.  4:  pajese  borgo, 
Larenese  ecc.,  o  quella  del  n  5:  pajeise  territorio  coltivabile, 
meise.  ìveisa  madia,  ji  peise  ecc.,  o  quella  del  n.  6,  quando  si 
tratta  di  '-ensus  -ensum':  pise  spise  ('pendere');  appise,  'mbise, 
Spise  tolto  da  penzolare  ('pendere'),  ecc.  —  E  per  efintto  del^^ 
finale  di  plur.,  s'ha  Vi  anche  nelle  prime  due  serie:  p«)/ce  (pel 
ó  V.  il  n.  93),  mice,  Larenice.  9.  Per  eff-fito  deWi  rinaie  di 
2.  pers  sing.  ind.  pres. ,  le  si  fa  i:  tu  crids ,  ta  pice  tu  pesi, 
oppur  ie:  tu  sp>ere,  tu  i'acc'-jiete,  tu  'ì^rezie'e  rigoverni  (quasi 
'rizeli' )\  tu  abbiele  'copri  ii  fu')Co  con  la  cenere'  ( 'avvelare'), 
tu  sbieh  'levi  la  cenere'  ('svelare'}.  La  2.  sing.  impf.  è  -ije: 
tu  sapije  ecc.  10.  E  notevole  che  le  terze  pers.  plur,  ind.  pres. 
seguono  spesso  la  2  sing.  (v.  aivhe  s.  e,  ^  eco  ):  cridene  (però: 
sbelene  di  contro  tijìsbele,  tu  sbiele  ecc  ).  Non  può  essere  una 
evoluzione  meramente  fonetica  Ma  siccome  molti  nomi  differen- 
ziano il  plur.  dal  sing  per  una  modiricazione  della  vocale  tonca 
(sing  e\  e,  ei;  pi.  /,  ie;  v.  n.  15,  20,  21,  25,  36,  42,  45,  46), 
così  può  credersi  che  le  terze  pers  pi  ind.  pres.  riuscissero  a 
distinguersi  in  ugual  modo  dalle  terze  di  sing.,  ricorrendo  alle 


*  [Qui  avi-emo,  in  effetto,  Vie  del  nnrn.  15;  cosi,  per  limitarci  alla  pronunzia 
toscana,  sono  con  Vn,  quasi  si  trattasse  di  antica  e:  egli  spera ^  la  quiete, 
lo  zelo.       G.   I.  A.] 


Il  dial.  di  Campobasso:  Vocali  toniche,  149 

stesse  modificazioni  della  vocale;  già  note,  d'altronde,  al  verbo, 
per  la  sec.  pers.  sing.  Ognun  vede  come  la  frase:  'Lu  Larenese 
ze  C7^ede  cajisse  jé  mmeglie  re  lu  Cambuwasaìie'  ben  si  fa- 
cesse tutta  intera  plurale,  facendosi  ^Le  Larenice  ze  cridene 
ca  lare  so....';  e,  anticipando  il  n.  21,  'lu  serpende  ze  s tenne' 
suonasse  perfettamente  plurale  solo  col  rendersi  He  serpiende 
ze  stiennenf  ecc.  Che  se  questa  vicenda  rimane  affatto  estranea 
alla  3,  pi.  dei  verbi  di  1.  conj.  lat.,  i  quali  hanno  e  [shelene  ecc.)^ 
od  anche  e  {pesene  ecc.),  è  da  considerare  come  nei  nomi  dal 
sing.  in  -a  {femmena)  non  avvenga  alcuna  mutazione  della  to- 
nica al  plur.  {femmene),  e  manchi  perciò  ogni  analogia  nomi- 
nale che  potesse  spingere  shelene ,  pesene  ecc.  a  differenziarsi 
nella  tonica  dai  rispettivi  sing.  sbela,  pesa  ecc.  11,  Per  effetto 
d'«  finale,  si  resta  ad  e,  anche  se  lo  stesso  vocabolo,  quand'ab- 
bia altra  desinenza,  fa  i  o  e'i:  pedeta  'pedita'  (di  e.  al  sing. 
pidete  n.  6),  le  pajesera  (di  e.  al  sing.  pajeise  n.  8)  ;  chjena  (di 
e.  al  masch.  chjme),  spesa  (di  e.  al  masch.  spise)  ecc.  —  Ed  ^ 
pur  nel  plurale  di  codesti  feminili  :  chjene  piene  ecc. 

Breve.  -  12.  Più  spesso  e:  fele,  piede,  preta,  preje  precor,  ve 
venit,  te  tenet  (ma  te!  prendi!),  Ji  sécute,  jennere  genero.  — 
13.  Anche  ie:  diece,  ajere,  siere,  Pietre',  miedeke,  tienere,  pie- 
cure.  14.  Ed  e:  ji  leggile',  merete',ji  medeke;  lepere,  decerne', 
e  anche  muglierema  di  e.  a  mugliera.  Vedi  la  nota  al  n.  10,  — 
15.  Per  effetto  di  i  finale  si  ha  di  regola  ie:  piede  pi.,  tu  prie] e, 
tu  vie,  tu  tie ,  tu  Uegge  ecc.  Ma  tu  sicufe.  16.  Per  Va  finale, 
resta  e  nel  fem.,  di  e.  all'ze  del  masch.:  tenera,  pecura  ecc.;  e 
resta  pur  nei  relativi  plur.  :  pecure  ecc.  17.  In  EU  EI  viene 
a  ie,  e  si  perde  l' atona  finale:  7nie  'meus,  mei'  (sul  quale  si 
coniarono  le  forme  tie',  sic  ;  ma  v.  n.  51),  ddie  (anche  ddijje). — 
In  EA  EyE  EO,  resta  inalterata,  e  ad  evitar  l'iato  s'inserisce 
un  -jj'\  mejja,  niejje  (sui  quali:  tejja,  sejja  ecc.);  ji  m'adde- 
crejje  mi  ricreo  {tu  f  addecrije.  cfr.  n.  15).  Quanto  all'essere 
qui  aperta,  v.  il  n.  7. 

In  posizione.-  18.  Spesso  ie:  fìerre,  cierve  'cervo'  e  'acerbo', 
viende,  -miende  -mento ^  -ielle  -elio,  ecc.       19.  Non  di  rado  e: 


*  L'accento  in  terzultima  favorisce  è  (cfr.  n.  12  ecc.);  altri  es.:  cendeseme, 
patèteche  (pi.  •patintecc)  lento,  ànlbetn  (dirbbcte)  =  tose,  óehìio. 
"  Però  ìnwwndtj. 

Archivio  glottol.  ital.,  IV.  ]1 


150  D'0\idio, 

verme,  ceuze  gelso,  preute,  senze,  i  ptc.  in  -ende,-ette  [letto  ptc, 
di  e.  al  sost.  In  Uette)  ;  ji  perde,  ji  spenne  ecc.,  i  ger.  in  -enne, 
gli  avv.  in  -ìnende\  e  le  terze  plur.  perf.  in  -er[u]nt:  seme  exié- 
runt,  wulerne ecc.  Ancora  s'abbiano :Jes5e/ eccoti!  ('én-[i]psum'), 
'jglle!  ecco  li!  ('elliim').       20.  Notevoli  i  casi  d'e  in  coincidenza 
col  toscano  (cfr.  Asc.  II  145-6):  ;7  cresce  (cfr.  n.  131  in  n.),  j* 
sceglie  \h\à.,  ji  venne,  ji  seenne,  ji  allecche. —  E  notevole  pure, 
oltre  il  solito  deritte,  anche  fitte  tetto.       21.  Dato  Vi  finale, 
subentra  ie  all'è  del  num.  19:  vierme  pi.,  cieuze  id.,  tu  pierde, 
tu  spienne  ecc.,  ed  i  all'è  del  num.  20:  tu  crisce,  tu  sciglie,  tu 
vinne  ecc.;  e  linene  pi.  difett.  'lendini'  n.  163.  E  le  terze  pi.  se- 
guono le  sec.  sing.  (v.  n.  10):  pierdene,  criscene  ecc.;  fuorché, 
al  solito,  quelle  di  1,  conj.  :  addevendene  ecc.       22.  Ma  Va  finale 
esige  imperiosamente  V  e  :  funestra  n.  64,  prescia  ^avessai,  pella 
(-a  Rn3i\og\ca.),  perzeca,  vecchia  (di  e.  al  msc.  viecchie),  cer- 
loella  (di  e.  al  sing.  cerwielle).  Tuttavolta  occorre  V e,  oltreché 
nel  solito  stella  (cfr.  Asc.  I  19,  II  146),  in  meza  fem.  di  mieze 
mezzo  n.  96.  I  pi.    seguono   i   rispettivi   singol.:    vecchie   vec- 
chie ecc.       23.  Coi  casi  di  ie,  del  n.  18,  non  son  da  confondere 
alcuni  di  e  iniziale  con  prostesi  di  /  (rfr.  pugliese  jacqua  ecc.); 
cosicché  yere?;<2  erba  n.  110  spetterà  semplicemente  al  n.  22,  e 
jecclie,je  e&t,jesse  essere,  al  n.  19. —  Sotto  la  norma  del  n.  21 
cadrà  in  ci  o  tu  eie'  tu  sei,  da  si  sie  di  f.  ant.  (n.  93). 

I. 

Lungo.-  24.  Intatto:  spica,  pi.  spiche.  Ripa  n.  loc. ,  ji 
diche  tu  dice,  sendì,  sendive  sentii  ecc.  25.  marite  e  nicte 
hanno  a  plur.  dinche-niar etera  e  nerera,  dovuti  all'analogia  dei 
nomi  ove  Vi  del  sing.  è  continuatore  dell' ant.  e  (n.  11).  Circa 
fechete  vedasi  Canello,   Vocal.  ton.  it.,  p.  6. 

Breve.-  26.  Intatto:  pile,  pire,  cice,  'n  zine  (in  seno)  sulle 
ginocchia,  Mineche;  ed  in  iato:  vija,  ggelusija  (la  pronunzia 
secca  del  tose,  vi-a  non  è  qui  possibile;  sempre  si  propaggina 
un  j);  e  in  terzultima  simmela,  pinnula  piiula.  27.  Spesso 
e;  normale,  anzi,  nei  verbi:  ji  veve  bibo,  ji  chjeche  plico,  ji 

'  E  così  pure  me  ve  'm  mende.  E  lo  strano  verbo  ji  tamende  {vu  tamen- 
dele\  e  tu  tamiende  giusta  il  n.  21  ;  e  pur  tanemiendf)  io  guardo  fiso;  crasi 
di  'tener  Diente',  come  si  dice  chiaro  a  Napoli. 


Il  dial.  di  Campobasso*  Vocali  toniche.  151 

freche  ecc.;  mene  minus,  'm  mece  invece.  Determinato  da  a 
finale,  primitivo  o  analogico:  curréja  corrigia,  peca,  pera  (di 
e.  al  msc.  pire  n.  26),  vedeva,  sénepa,  ceìiera  ecc.  28.  Gua- 
rentito, all'incontro,  dall' ^  finale:  tu  vive  bevi,  tu  vide,  tu  mÌ7ie 
meni  ecc.  E  le  solite  terze  pi.  vivene,  videne;  fuorché,  al  solito, 
quelle  di  1.  conj.:  menene,  chjechene.  29.  Alterazioni  ter- 
ziarie, in  ié:  'nziémbra,  détte  cito  (tosto);  in  éi\  peipe,  seita 
siti-s,  ìieiva,  deità  pi.  di  dite  (cfr.  Asc.  I,  22-3),  trejja  'trm' 
accanto  a  tre  'tres'  \ 

In  posizione,  latina  o  romanza.-  30.  Intatto,  quale  che 
sia  la  voc.  finale;  o  perchè  risalga  a  f':  fìglie  -a,  spingula  spilla 
('spln[i]cula'"),  ji  pitie  dipingo  (*pictare)  ecc.;  o  per  contatto 
di  date  consonanti:  ji  appicce  ("ad-pi'ceare)  'metto  fuoco',  e 
'prendo  per  mano',  ji  spicce  pettino,  J■^  scippe  strappo  ^  ecc.  — 


*  [Il  primo  esempio  è  d'antica  e  breve,  v.  Arch.  II  407  ioi\-  peipe,  seita, 
neiva,  e  pur  deità  (cfr.  p.  e.  Arch.  I  175),  formano  poi  il  parallelo  legittimo 
del  n.  5,  sempre  confluendo  i  riflessi  dell'i'  e  quelli  dell'é;-  e  tr^^jj-a  spetterà 
forse  addirittura  a  quel  numero.       G.  I.  A.] 

-  [Questa  base  ipotetica  supporrebbe  un  accento  arcaico  di  quartultima. 
V.  all'incontro  la  nota  cha  apposi  a  p.  141.       G.  I.  A.] 

^  Il  Flechia  (lì  341)  riferisce  lo  sippà  dei  meridionali,  assieme  al  tose. 
scìpare,  «  al  poco  usato  lat.  'sipare'  »,  riconnettendo  sciupare  alla  «  pur  la- 
tina forma  'supare'  ».  Io  mi  permetterei  qualche  dubbio  circa  la  opportunità, 
della  modificazione  che  s'apporterebbe  così  alla  etimol.  dieziana  da  'dissipare, 
dissupare'  (less.  s.  'scipare').  Imprima,  confesso  che  le  mutazioni  spontanee 
di  s  in  s  ital.  mi  son  sempre  un  po' sospette.  In  scimia,  scempio,  alla  pro- 
pagginazione del  j  nella  prima  sillaba  può  aver  contribuito  la  presenza  di  u  i 
j  nella  seconda;  sciroppo  mantiene  forse  l'iniziale  dell'etimo  arabo  ('scharàb', 
DiEZ  s.  V.),  e  'syropus'  b.  1.  avrà  la  iniziale  latineggiata  dagli  scriventi;  in  scia- 
pido  e  se!p.,s  risulta  da  55  (=  'iws.';o'dissap.'  MSF.Em^.  101,1 14);  e  scialila  sx^i' 
Uva  mi  fa  pensare  a  un  *exsalivare  (come  'espettorare');  e  sceverare,  che  non  è 
solo 'appartare' ma 'andar  scegliendo',  ben  s'addirebbe  a  un  *exseparare  (come 
*ea;-eligere  =  scegliere).  Checché  sia  di  codesti  sospetti,  va  in  secondo  luogo 
avvertito  che,  se  nell'ambiente  toscano  scipare  può  parer  fiancheggiato  da 
scimia,  nel  meridionale  non  è,  avendosi  quivi  semplicemente  cina  (e  nap.  corta 
sorte),  di  rincontro  a  seppd  con  quello  s  che  non  continua  se  non  ss  ps  cs  se 
(n.  129  131-3).  Cosicché,  a  conti  fatti,  mi  parrebbe  meglio  attenersi  all'etimo 
dieziano;  o  cambiarlo,  se  mai,  con  un  *exsipare,  il  quale  converrebbe  ideo- 
logicamente assai  bene  allo  seppd,  che  è  'avellere'.  [Intanto  io  m'accorgo 
d'avere  assai  probabilmente  sbagliato,  nel  porre,  per  il  leccese,  seppau  =  strap- 
pati Arch.  II  458,  sedotto  dall' esservi  normale:  -s-  =  -str-;  fenomeno  questo. 


152  D'Ovidio, 

31.  Resta  nella  seguente  serie,  ma  cedendo  il  posto  ad  e  quando 
la  vece  grammaticale  il  domandi:  singhe  n.  155  ('signum')  senga 
fessura,  missc  messa,  tmde  tinto  tenda,  sicché  secca,  nire 
nera,  oltre  -ille  che  si  avvicenda  con  -ella,  ed  -ische  (p.  es. 
2Ja}ìe  schiawunische  'farina  impastata  con  mosto  cotto')  con 
-esca.  Ancora  si  considerino:  jisse  gesso,  vitere,  iJullitere  (cfr. 
Asc.  I  18  n.),  spisse  avv.,  vmde  venti;  ali.  a  'ramegna,  lenga, 
fessa  cunnus  ('fìssa'),  pettula  una  certa  parte  della  camicia 
('pictula''?),  oltre  trenda  con  IV.-  32.  Viceversa  nei  verbi  è  e, 
pronta  a  rifarsi  i,  per  efifetto  dell' -i  desinenziale:  ji  nzenghe 
addito,  tu  nzinghe,  lore  nzenghene,  e  cosi  gli  altri  di  1.  conj.  ; 
ji  mette,  tu  mitle,  lare  mittene,  e  cosi  gli  altri  tutti.  Le  desi- 
nenze di  pchpf.  cong.  in  -issem  ecc  :  ji  facesse,  tu  facise  (n.  129), 
lare  facessene  ecc.  Le  sec.  pers.  di  perf.  indie,  sempre  coll'z': 
facisfe,  pi.  facisfeve  ecc.  \  —  Notevole  vicenda  quella  dei  pro- 
nomi dimostrativi:  quille  m.,  chella  f.,  chelle  neutro:  e  cosi 
quiste  cliesia  clieste,  quisse  (eccum  ipsum)  chessa  chesse^.  — 
I  nomi  di  3.  deci.  lat.  pajon  pur  essi  preferire  e;  pesce  sing.  e 
pi,,  verde;  e  cosi  'inde'  -enne,  e  'de-intro'  dendere  (a  Nap.  diìide, 
che  si  crederebbe  riproducesse  'de-intus',  se  non  si  sapesse  quanto 
a  Nap.  sia  labile  il  r  nella  form.  TR,  n.  112).  33.  Mi  pajon 
d'origine  colta  degne,  vesclieve,  vatteseme,  cresema,  majestre 
sing.  e  pi,  prìngepe  id.,  recire  n.  6. 


che  all'incontro  rimane  estraneo  ai  dialetti  di  Napoli  e  Campobasso,  i  quali 
hanno  essi  pure  il  verbo  srppd.  Va  però  a  ogni  modo  avvertito,  che  fra  seppd^ 
strappare,  e  scipare  sciupare,  la  differenza  in  ordine  al  significato  è  abba- 
stanza ragguardevole.       G.  I.  A.] 

*  Il  toscano  ha  facesti,  vedeste,  che  accennano  ad  '-Isti,  -è'stis',  e  dormi- 
sti ^^dormììsti  -misti'.  Ma,  se  il  meridionale  ha  sempre  -iste  (campob.  :  ji 
facivc,  tu  faciste,  jisse  facette),  ciò  non  vuol  già  dire  che  esso  accenni  sempre 
ad  '-isti'  come  il  tose,  dormisti;  vuol  solo  dire,  che  Vi  raerid.  sia  mante- 
nuto saldo  dall'i  finale.  Quanto  a  facisteve  e  simili,  vi  si  ha  la  sec.  sing.  con 
suiffssovi  ve  enclitico  =  voi. 

^  Nonostante  la  bella  simmetria  morfologica,  codeste  serie  danno  molta 
pena  alla  fonologia.  Se  quanto  all'uscita  le  voci  neutrali  coincidono  con  le 
maschili,  quanto  all'evoluzione  della  tonica,  e  al  dileguo  dell'elemento  labiale 
che  le  precede,  esse  coincidono  invece  con  le  feminili.  Si  tratta  dunque 
forse  di  antichi  plurali  neutri?  0  di  feminili  coli' ellissi  del  nome  'cosa'?  Io 
eatrambe  le  ipotesi,  V -a  finale  si  sarebbe  affievolita  giusta  il  u.  CI. 


n  dial.  di  Campobasso:  Vocali  toniche.  1B3 

0. 

Lungo.-  34.  Spesso  g:  sole,  sorece  ecc.;  fi  m'addane  m'ac- 
corgo, jl  me  nzoìy  *in(u)xoro.  Ed  è  il  riflesso  costante  quando 
siavi  a  finale:  Jor«,  pelosa  ecc.,  e  resta  nei  rispettivi  plurali: 
Jore  ecc.  35.  È  ou  nel  suff.  '-one';  lejoune,  pmifessioune  ecc., 
e  nel  suff.  '-ore':  remoure,  reloure  dolore,  seroure  sudore.  Però: 
amore,  x>g  l'amore  ca  per  ciò  che  (cfr.  Asc.  I  25  n,  549  Z>;  III 
94  n),  core  fiore.  E  contro  al  num.  prec.  :  crouna  rosario,  plur. 
crune.  36.  E  u  in  ni',,  vu,  nudeke  nodo,  cliiuppe,  cimime, 
siile,  [ciitugne]^  e  nel  suff,  '-oso':  peluse,  [g)ulejuse  ghiotto, 
'golioso'  loute  voto.  Questo  riflesso  è  costante  nei  nomi,  quando 
siavi  i  fin.  :  surece  pi.,  uce  voci,  lejuiìe,  remure,  cure, peluse  ecc. 
S' hanno  tuttavolta  i  pi.  nome,  spose.  37.  Nelle  sec.  pers.  sing. 
è  ug:  tu  te  nzugre,  cfr.  n.  42.  38.  D'm  sempre  fermo,  ol- 
tre che  tutte  -a,  ji  stute  smorzo  (Asc.  I  36),  è  esempio;  ji  me 
seruppe  'mi  succio  in  pace'  (cfr.  'giulebbarsi').  39.  -ORIO, 
-ORIA  danno  -ure  -ora  (cfr.  n.  3):  vendature  forte  vento  (q. 
'ventatojo'),  'nnaspature  aspo,  cusature  (cfr.  n.  108)  'cilindro 
di  ferro  cavo  in  cui  si  soffia  per  attizzare  il  fuoco' ^;-  chettgra 
caldaja  (q.  'coctoria'),  putatgra,  schiamatgra  schiumino,  n.  82. 
Però:  Prejaioreje ,  magnatoreje  scorpacciata,  'n  gernetoreje 
girovagando;  e  rasugle  rasojo.  40.  In  funzione  enfatica  'non' 
è  no  e  none;  proclitico  si  vedrà  al  n.  76. 

Breve.-  41.  E  ó  nella  penultima  di  voce  che  termini  in  a^ 
prova,  sgra.  Cola  (N'./.ó>.-),  ecc.;  ed  o  nell'antipenultima,  data 
la  stessa  condizione:  collera,  socera,  e  pur  sor0-m(2  suóra-m[i]a. 
I  rispettivi  plur.  restan  conformi:  sgre,  socere  ecc.  Ancora  nel 
sing,  di  nomi  di  3.  deci.:  egre,  vgve  bove,  Jome  homo;  e  nelle 
voci  non  sdrucciole  del  verbo,  che  non  cadano  sotto  il  n.  42  :  ji 
mgre,  jisse  vgla,  pg  potest,  vg  *volit,  mgve,  egee  inf.  apocopati  ; 
mentre  invece:  votene;  movere,  cocere.  L'o  anche  in  nove  no- 
vem.       42,  Passa  in  ug  nel  plur.  di   nomi   di  3.   deci.;  vugje 


*  Assiii  probabilmente  il  fisaturi  greco-calabro,  nonostanto  la  radicale  gre- 
cizzata, è  questa  voce  dell'italiano  provinciale  del  luogo;  anziché  contenere, 
come  vorrebbe  il  Morosi  (IV  42),  uno  scambio  di  suffissi  alla  romaica:  -t;^- 

piOV    in    -TWplOV. 


l.-l  D'Ovidio. 

ho\ì,  jiiomoìe:  nei  sing.  e  pi.  di  quei  di  2.:  lugche,  fegliuole, 
suocere,  bbiione;  nelle  sec.  pers.  sing.  di  tutte  le  conjug  ,  e  nelle 
terze  plur.  che  non  sieno  di  1.  conjug.  :  tu  vuole  voli,  iu  muore, 
iu  può,  tu  wug;  muorene,  puonne,  imionne. —  Ma:  stomeche, 
mqneche  (pi.  muonece);  oltre  mo  adesso;  e  qui  stieno  anche 
'llgche  'llocheta  costì  (illoc,  nella  ragione  dell' o;  cfr.  Asc.  II 
434  446).' 

Di  posizione  lat.  o  romanza.-  43.  Riflesso  per  o:  I.  in  voci 
in  -a:  condra,  forma  ecc.  e  rispettivi  plur.;  II.  in  nomi  di  3. 
deci.:  monde,  ponde\  III.  nei  ^^v\ì\\  ji  annascgnne,  love  iornene, 
ji  sorcine  sorbisco  (*sorb[i]culo),  ecc. —  44.  E  all'incontro  per 
0.  I.  cossa  coscia  n.  132,  coccela  conchiglia  (*concheola,  Flech. 
II  335),  vrocca  forchetta  (che  sarà  il  fem.  di  'broccus',  da'  denti 
sporgenti;  cfr.  Diez,  s.  brocco);  li.  conde ,  notte,  forte  {muolle 
risale  veramente  a  'mollo'  di  f.  ant  ),  e  rispettivi  plur.;  III.  J^' 
dorme,  ji  'pozze  posso,  cocca  nevica,  lore  portene.-  S'aggiun- 
gono: forze  (tose,  forse),  il  numerale JoZ/e,  Qpo  post  \  45.  Passa 
in  ug  nei  sing.  e  nei  pi.  (non  neutri)  dei  nomi  di  2.  :  cuglle,  ugsse 
(pi.  Jossa),  cugreje,  cugcchele  guscio  (*conchulo:  cfr.  Diez  less. 
s.  cocca),  sugcce  eguale  ('socius'),  melugne  bernoccolo,  cugppe 
(f.  coppa)  zoppo,  cugtte  (f.  cotta)  tozzo;  e  nelle  sec.  sing.  dei 
verbi  che  seguono  il  n.  44  in:  tu  ctugrme  Igre  dugrmene,  tu 
2')ugrte  ecc.  ecc.  E  ancora  in  attugrne,  ugje  hodie.  46.  Si  rende 
per  u  in  mucceche  morso  n.  114  (pi.  mgcceca),  cunde  'conto', 
accunge  'acconcio',  dov'è  anche  da  vedere  la  prima  nota  al  n. 
53;  e  nel  plur.  de' nomi  del  n.  43  ii:  munde  (però  pgnde),  e  nelle 
sec.  sing.  de' verbi  del  n.  43  in:  tu  iurne,  tu  annascunne  ecc. 

U. 

Lungo.-  47.  Intatto,  qual  che  sia  la  finale:  crude  cruda,  jì 
zuche  succhio,  wufera  bufala  ecc.  Tuttavolta,  pertuse  'pertiì- 
sum'  si  lasciò  sedurre  dalle  analogie  (num.  34  36)  e  io"  p)ertgsa 
al  pi.;  ed  accanto  a  muttille  imbuto  c'è  mgttera  grosso  imbuto. 

Breve  -  48.  Intatto:  lupe,  ji  fuje  (cfr.  Asc.  I  185  n,  262; 


'  [Non  sarà  affatto  inutile  che  s'avverta,  come  questo  duplice  riflesso  (num. 
43  44)  vada  poi  considerato  in  relazione  ai  dialetti  prossimi  e  agli  italiani  in 
generale;  cosi,  p.  e.,  con  !'«,  anziché  con  l'd,  son  nel  sicil.  :  furma,  munti, 
Arch.  II  146.       G.  I.  A.] 


Il  dial.  di  Campobasso:  Vocali  touiche.  155 

III,  §  li  3;  NiGRA  III  14),  ji  stimje  struggo  ecc.  49.  È  g  in 
chigve  piove  (Asc.  I  34)  ;  ji  fase  fui  (cioè  *fiì-si,  con  un  suffisso 
temporale  ormai  sparito  dal  resto  della  conjugazion  locale,  che 
ha  soli  perfetti  deboli  in  -ve:  'parlave,  facive  parlai,  feci),  loì^e 
fgsene;  in  addò  'dove'  e  'chez';  e  ne' nomi  in  -a:  ngra,  lopa 
gran  fame  (lupa),  50.  Il  riflesso  conforme  a  quel  dell'ò  del 
n.  35  l'abbiamo  in  nouce,  crouce;  coi  pi.  nuce,  criice.  51.  E 
alteraz.  terz.  ne'possess.  tuo,  sug  s.  e  pi.;  f.  toua,  sona,  pi.  toiie, 
soue;  cfr.  n.  17. 

Di  posizione  lat.  o  romanza.-  52.  Intatto,  quale  che  sia 
la  finale  :  jusle  justa,  ji  agghiuste.  Auste,  urze,  puzze,  zurfe.  — 
53.  In  g,  stante  Va  finale:  cgrta,  cgrzeta  corsa,  fem.  di  curz-efe, 
sorda  f.  di  surde  \  tgnna  f.  di  tunne  rotundus,  logjena  pi.  di 
'pujene  pugnum  n.  \bò,'jglepa  vulpes-,  JojTa  ugna,^"onc^«  giunta^; 
e  nei  verbi,  eccettuate  le  2.  sing.  di  tutte  le  conjug.  e  le  3.  pi, 
che  non  sieno  di  1.  conj.:  ji  accorte,  Tore  accgrtene  (ma  fu  ac- 
curte),  ji  corre  (ma  tu  curre  lore  currene),  ji  vgne  ungo,  ji 
rotte  urto  'butto'  ecc.  54.  L'o  è  anche  in  j)gce  'pul(i)ce-'  n.  102, 
pi.  2^ii'Ce.  Circa  rouce  dulcis,  pi,  ruce,  son  da  confrontare  i  nn. 
35  e  50;  e  alteraz.  terz.  abbiamo  ne'  sing.  e  pl.jugrne,  denugc- 
chie,  fenugcchie,  manugcchie  covone;  cfr.  n,  35-6,  45,  55.  Ap- 
pare un  i  fondamentale  in  vritle  sporca  f,  vretta,  che  sarà  una 
divariazione  di  'brutto',  e  ya  cosi  con  renena  'hirùndine-'  n. 
163;  nel  quale  esemplare  concordano  più  altri  dialetti  (sic.  rin~ 
nina,  ecc). 

M,  CE,  AU, 

M.  56.  In  te:  ciele,  ciene  fieno  n.  99,  nieje  naevus;  -  prieste, 
priene  *prae(g)nus.  In  e  ed  e:  Cesere,  secule, predeca:-  greca, 
prena,  ggudeje,  e  ji  ceche  accieco  (ma  tu  cieche,  Igre  cechene;- 


'  Si  sarebbe  tentati  a  metter  qui  anche  turdc  tgrda  stordito,  ed  a  vedervi 
una  conferma  della  derivazione  di  'stordire'  da  'turdus',  rifiutata  dal  Diez 
(less.  s.  V.).  Ma  all'etimo  preferito  dal  Diez,  *extorpidire,  s'acconcia  benis- 
simo l'nche  il  nostro  turde,  che  riverrà  a  'torp'dus'  così  come  cunde  riviene 
a  comp'to-,  n,  46. 

"  Sposa  la  jglepa  gridano  i  fanciulli  quando  piove  col  sole. 

'  Sarà  da  ricordar  qui  il  solito  coppa  (cupa),  'n  goppa  sopra;  v.  Diez,  I' 
164.  E  coppela  berretto  sarà  diminutivo  di  coppa  capo. 


156  D'Ovidio, 

ji  'mhroste  (ma  tu  'mhrieste).  (E.  57.  pena.  AU.  58.  Im- 
prima i  soliti  cawule,  Pawule.  In  g:jQ  aut,  tesare  sing.  e  pi., 
cgsa  CQse,ji  gode  {tu  gunde),ji  affgche,ji  strafoche  strozzo  ecc. 
In  o\  poche  poca,  povere.  In  ou:  Joure  oro. 

VOCALI   ATONE. 

A. 

Protonico.  59.  Tranne  Taferesi,  frequentissima  {'ttaccaglia 
legaccia  n.  103,  Ndoneje,  'ppeccà  n.  30;  ecc.)  ma  non  perma- 
nente (cfr.  n.  71),  pressoché  nulla  di  notevole.  Al  nap.  rangella, 
brocca,  qui  si  contrappone  rungielle  (lagenulo).  Nella  pe- 
nultima dello  sdrucciolo.  60.  Sempre  e:  gàmmere  (dira. 
gammariéllé),  càndere  cantharus  [candar ielle),  móneche  [rnu- 
naciélleY;  canepa,  seìtepa;  màmme-ma  {mamma-),  sorema 
{sarà-)  num.  41,  muglierema  {muglìera-)  num.  14,  zijema 
{zija-)',  wufera  bufala,  càndene  cantano,  candàvene,  magnete 
mangiati  {magna,  magnatine  mangiatelo).  Nelle  giustapposi- 
zioni si  elide  talvolta  Ve  stessa:  fe{g]urde!  figurati!  All'u- 
scita. 61.  È,  si  può  dire,  l'unica  vocale  che  vi  si  regga;  benché 
pur  v'abbia  una  pronunzia  cosi  cupa  ed  incerta,  da  rasentare 
quasi  Ve  (cfr.  n.  39),  quante  volte  vi  si  scorra  su  senz' alcuna 
enfasi:  terra,  funestra,  nova,  hhona,  ecc. 

E. 

Protonico.  62.  Di  regola,  e:  penzà'^,  arrecurdà,  denare; 
e  le  proclit.  de  de,  pe  per  (ma  e  et).  63.  Passato  in  a:  assucà 
exsucare,  assaggia  *exagiare,  accujatà  acquietare,  Mecalangele 
Michelangelo,  calapine  ('Calepinum');  in  ispecie  dinanzi  a  r: 
stranutà,  Arriche,  marenna,  cummarella  *(cu)cumerella,  pas- 
sartene (dim.  di  pàssere),  cangarejata  rimenata  (quasi  'canche- 
reggiata'),  sdarràzza  ferro  per  'sterrare'  gl'istrum.  agricoli, 
taì'ramote.  Un  filone  interminabile  costituiscono  gì'  infiniti  in 


*  [Questo  esempio  spetterà  piuttosto  al  num.  72;  cfr.  Arch.  I  546  e. 

G.  I.  A.] 

^  Il  MoMMSEN  [TJnterital.  dialekt.)  cita  come  voce  meridionale  un  piemd, 
deducendolo  erroneamente  da  tu  pienSe;  mentre  l'è  in  ie  non  solo  non  si  estende 
al  di  fuori  della  sec.  pers.  sing.  (num.  19,  21),  ma  sarebbe  assurdo  poi,  non 
che  falso,  il  supposto  che  si  potesse  ritrovare  nell'e  atono. 


Il  dial.  di  Campobasso:  Vocali  alone.  157 

'-ère  -ere'  (cfr.  num.  G9)  agglutinati  con  voci  di  'avere'  nei 
condizionali  e  nei  futuri:  decarrija  direi,  facarrija,  vedarrija, 
vedarràje  ecc.  Ma  qui,  oltre  il  i%  c'entra  l'analogia  dei  verbi 
di  1.  conjug.  {candarrija  ecc.).  E  che  anzi  quest'analogia  possa 
da  sola  bastare,  lo  prova  il  lllone,  anch'esso  infinito,  benché 
più  sottile,  delle  prime  e  sec.  pers.  plur.  dell' impf.  degli  stessi 
verbi  in  '-ere  -ere'  (cfr.  nura.  69)  :  decavame  dicebamus,  deca- 
vate, vedavame  ecc.  —  Voce  presa  alla  lingua  letteraria  pare 
avoire;  e  sargende  è  forse  uno  spagnolismo,  benché  basti  la 
norma  comune  del  nostro  dialetto  a  ridurre  cosi  la  parola. — 
64.  In  u  per  contatto  di  consonante  labiale  :  funestra,  apimtite, 
puUecchia  pellicula,  puccate,  sumenda,  putresinere,  jastumà 
{ji  jasteìne  bestemmio  num.  107).  65.  Nell'iato  passa  in 
e,  e  quindi,  come  con  lo  stesso  i  atono  originario  (num.  73), 
si  viene  ad  ej:  vejaie  {*viaie  di  f.  a.)  beato,  crejatura,  rre- 
jale  re(g)alo.  66.  Per  l'aferesi  cito  solo  'ngegnà  encaeniare, 
'nghiaste  inezia  ('emplastrum'),  'cchieseja,  'renacce  rammen- 
datura (quasi  'parte  ruvida,  arricciata',  'erinaceus').  Posto- 
nico. 67.  Sempre  e,  e  non  fa  d'uopo  d'esempj.  Nell'iato,  vale 
il  n.  65. 

I. 

Protonico.  68.  Di  regola,  e:  lenzugle ,  veglia,  e  le  proclit. 
se  'si'  congz.,  le  'gli'  art.  e  pron.,  ve  vi.  69.  Non  vera  alte- 
razione fonetica,  ma  assimilazione  morfologica,  è  nelle  serie  con 
Va:  sendarrija  ecc.,  o  sendavàme  ecc.,  già  preparate  dal  nura. 
63 \ —  Del  resto:  varuletta  'viria'.  70.  In  u,  solitamente  pel 
contatto  di  cons.  lab.:  lusija  liscivia,  Lucile  ilicetum  n.  1.,  huc- 
chiere  (assira,  forse  anche  a  'bocca'),  muéille  mucella  micio, 
spulci.  71.  L'aferesi  é  in  tutti  i  composti  con  'in',  senz'am- 
metter rìpristinazioni  (cfr.  invece  il  n.  59):  'mmireja  invidia, 
'mmite,  'nzireja  stizzetta  'insidia',  ecc.  Sincope  in  limale.  — 
Postonico.  72.  Sempre  e:  uteme  num.  102,  uiele;  lihhy^e  li- 
bri.     In  penultima  di  voce  sdrucciola,  è  talora  ettlissi  :  spir'de, 


'  Anzi  sendavàme  ecc.  spetteranno  addirittura  al  n.  63,  poiché  di  '-ibam' 
qui  veramente  non  s'ha  traccia  (scndeva  sentiébam,  come  sapeva  sapiébam)? 
e  perciò  partiremo  veramente,  nel  plurale,  da  *sentevamo  ecc. 


153  D'Ovidio, 

merda  merita,  Mingile  (Do)minicus;  mìcce  *mitt[i]ci  méttici.  — 
Nell'iato.  73.  zej'ine  ("z-àiio,  zio);  vizeje  ecc  ,  cfr.  n.  26. — 
La  combinazione  àtona  ui  .ridotta  ad  u:  angimaglie,  secutà, 
reculizeja  n.  150. 

0. 

Protonico.  74.  Di  regola,  u:  uliva,  jmrtà,  murtale  mor- 
tajo,  cum'bà  (vocat.  di  'compare'),  culata  bucato  {'colata',  e 
riconferma  la  dichiarazione  di  Flech.  II  328  circa  'bucato'), 
Lunarde.  75.  In  a,  nella  prima  sillaba,  ma  non  senza  che 
se  ne  scorga  qualche  motivo:  a{g)iianne  'hoc  anno',  addoure 
odore,  acchiale,  accidere,  appelà  'oppilare',  cajenate  cognato 
num.  155,  canosere.  Per  sillaba  interna  sarebbe  esempio  Fer- 
razzane  n.  1,,  se  risponde  a  'Ferocianum'  (P'lech.  N.  loc.  nap., 
29).  76.  In  e:  pemmargla  pomidoro,  mezzoune  mozzicone, 
clieltora  num.  39,  chenocchia,  tremenda  penare  ('torm-'),  pe- 
lite  polito,  cecculata,  e  le  proclit.  che  =  con,  nen  =  non  (cfr. 
lì.  40)  :  iien  grede  non  credo,  e  persino  nn:  nn  d'avisa  crede  ca... 
non  t'avessi  a  credere  che...,  mm  ho  sape'  (lettor,  'non  può  sapere') 
chi  sa,  caso  mai.  Per  Ve  s' ha  poi  e  in  (a)hhengunde  a  buon 
conto  (assimil.  a  hsne),  e  in  gnerno  (anche  gnomo ,  gnarno).  — 
77.  Ettlissi:  crouna,  num.  35,  frastiere.  78.  Nell'iato  si  fa  u, 
sec.  il  n.  74,  e  quindi  propaggina  un  io  (cfr.  n.  86):  Ggiuwanne, 
puioeta,  purtu[id)aUe  arancio,  porto[g]allo.  Postonico.  79. 
In  penultima  di  voce  sdrucciola  oscilla  tra  e  q  w.  lepere;  fi- 
cura  fichi.  All'uscita,  dove  si  considera  specialmente  l'-o  della 
1.  sg.  pres.  ind.  del  verbo,  sempre  e\  cfr.  n.  85.  L'o  finale  ri- 
pugna assolutamente  a  tutti  i  dialetti  meridionali. 

U. 

Protonico.  80.  Di  regola,  intatto:  sputa,  scutellare  cre- 
denza (q.  *scutellarium),  affumià,  curre'me  corriamo,  ecc.,  e  le 
proclit.  lu,  mi,  stii,  'ssu.  81.  Ma  non  di  rado  e:  checoccia  (Diez 
less.  s.  cucuzza),  pendoune  pugno  (q.  'puntone'),  'nibezzature 
secchio  (q.  Hmpozzatojo\  cfr.  'nnaspature  al  n.  39),  n  ec~ 
coune  (oltre  nuccoune)  un  po'  ('un  boccone').  82.  In  a  nella 
prima  sillaba  (cfr.  n,  75):  rasanugle  *lusciniolo,  schiamatgra 
schiumino,  maccature  moccichino.  Di  sillaba  interna:  vettarella 


Il  dial.  di  Campobasso.  Vocali  alone.  159 

somarello,  dimin.  di  'vettura'  che  qui  dice:  mulo  da  sella,  asi- 
no, cavallo.  83.  Aferesi  :  'surpA  imbeversi,  nu,  na  uno  -a, 
'nguiende  (che  piuttosto  rende  un  'inguento'),  melUcule  ombilico. 
Sincope:  nzurà  n.  34,  crejuse  curioso.  Postonico.  81.  In 
penultima  di  voce  sdrucciola,  salvo  le  ettlissi  comuni,  nelle  quali 
però  restiamo  spesso  al  di  qua  del  toscano  {mascule,  spicule), 
di  regola  si  mantiene:  miccula  lenticchia,  spingula  num.  30. 
Ma  le  terze  plur,  ind.  de'  verbi  (sdrucciolo  non  latino)  hanno  il 
solito  esito  -{e)ne:  leggene,  scrivene;  candarne,  facerne.  — 
85,  All'uscita,  dove  specialm.  si  considera  V -u  (-o)  dei  temi 
nominali,  sempre  e;  escluse  le  proclitiche  cit.  al  n.  80.  Cfr.  il 
n.  79.  86.  Nell'iato,  il  solito  strascico  del  w  (y.  num.  78,  e 
cfr.  n.  26,  73):  cundinuv^à. 

Dittonghi. 

JEi.  87:  demoìieje  {p\.  demi{oneje),  Letizeja;  lutarne',  a{g)ua- 
le\  Mileja  Melejetla,  state  num.  160.  AU,  88:  Ji»**?'  godere, 
repusA,  piiverielle,  pucurille  e  cfr.  napol.  'bhrugate  rauco 
(*abraucatus) :  A{g)usle,  aig)wyje,  arefece;  aucielle  e  'delle. 

CONSONANTI   CONTINUE. 


89.  Iniziale.  Intatto':  judece ,  jugche,  jettA,  jonda  n.  53, 
jiimenda ,  juste ,  Jennare.  Ed  ove  occorra  raddoppiarlo  (num. 
173  segg.;  cfr.  n.  136),  se  ne  ottiene  gghj:  che  gglijudiceje, 
tre  gghjgnde,  ecc.  (cfr.  n.  118).  Talora  si  ha  gg  ' :  gga  jam, 
ggoicene,  ggurA,  Ggrsù,  Ggiuwanne,  Ggiuvedi,  Ggelornie, 
Ggiugne.  90.  Interno:  Maje ,  pejje,  dejune  dejunA  Me-jeju- 
nare',  Arch.  I  508  n.  J  complicato.-  91.  LJ  (LLJ)  è  glj 
a  Campobasso,  anzi  quasi  nell'intero  Molise,  il  quale  tramezza 
fra  le  Puglie  a  sud-est,  ove  sùbito  incomincia  il  gglij-  ifìgghie), 
e  gli  Abruzzi  a  nord-ovest,  ove  sùbito  incomincia  il  j  {fìjjf)' 


*  [Cfr.,  per  questo  numero  e  pel  susseguente,  la  nota  che  appongo  al  n.  139; 
e  i  num.  92  e  96.      G.  I.  A.] 

°  Da  Roma  in  giù,  il  g  I)a  sempre  pronunzia  intensa;  donde  gli  errori  fre- 
quentissimi d'ortografia.  Cfr.  il  sonetto  satirico  del  Belli  intitolato  II  Saggio 
del  Marchesino  Eufemia;  il  quale  «Senza  libri  provò  che  paggio  e  maggio 
Scrivonsi  con  due  g  come  cugino  >. 


160  D'Ovidio, 

Aderisce  in  ciò  alla  Campania,  che  ha  a  sud-ovest'. —  RJ,  v. 
num.  3,  39,  92,  VJ,  BJ.  Più  frequente  J:  cajgla  gabbia,  aje 
habeo,  i^aja  rabies;  ma  anche  gg\  suggette,  Uegge  *lev-io  (Asc. 
II  147).  93.  SJ.  Dà  e,  se  è  tra  vocali":  vace  basium,  cace, 
ceraca,  facuolo,  sfaculate  ridotto  al  verde  (quasi  'sfagiolato'), 
ammacunaie  appollajato  (*adma(n)sionato):  artecane  (*arte(n)- 
siano,  Flech.  II  15),  cenica,  sbraca,  ji  cuce  (e  tose,  cuco,  da 
*cosio  =  co(n)si(0,  Asc.  I  141  n.);  e  anche  rada  'sedimento  tar- 
tarico delle  botti',  che  dev'essere  *rasea,  onde  pure  l'it.  'ragia' 
(DiEz).  Anche  SI  dà  talora  per  propagginazione  sji,  onde  ci:  cina 
(*sjimia),  frenecija,  bbucija,  traci  entrare  (*tra[n]sjire;  cfr.  napol. 
trasi),miàe  (*me(n)sji)  num.  9,  72;  ci  si,  accucl  cosi,  eie  e  ci  da 
^sié  si'  tu  sei,  num.  23.  —  La  ragione,  per  cui  non  si  vien  mai 
a  z  come  in  toscano,  è  poi  questa:  che  mentre  il  continuatore 
toscano  dell'  antico  s  fra  vocali  è  spesso  sonoro  (perciò  *faz- 
juòlo  fazuólo,  ecc.),  qui  all'incontro  è  sempre  sordo  (v.  il  num. 
123). —  Quando  lo  e  si  dovrebbe  raddoppiare,  cede  il  posto  a 
s  (cfr.  num.  108);  per  es.  can  e  sine  cani  e  scimie,  che  sié 
mmenute  a  ffà  equa?  a  che  scopo  sei  venuto  qua?  e  si  ci!  e 
sì  sì!  'gnosi  gnorsì,  col  r  assimilato. —  E  mi  restano  gli  esempj 
epentetici  di  -SIA  -SIO  :  'cchieseja  n.  66,  Gghiaseje  Biagio  num. 
107.       94.  NJ  è  n^:  vina,  ecc.;  e  anche  nella  crasi  di  due  voci: 


'  Ed  entrambo  insieme  s'accordano  con  la  Toscana  per  la  forte  intensità  del 
glj,  che  vi  equivale  sempre  a  llj,  sia  che  risalga  a  llj  etimologico  (aglio),  o 
a  semplice  Ij  (figlio).  Anche  sul  l,  si  vede,  il  j  ha  quella  sua  efficacia  rad- 
doppiativa  che  dimostra  sul  b  in  abbiamo  ecc.,  o  sullo  s  delle  attuali  pro- 
nunzie toscane  viszjo,  giiistizzja,  ecc.  In  molte  parlate  toscane  il  j  è  ora 
assorbito  da  i  che  gli  succeda  ('vecchi'  si  pronunzia  vekki),  e  in  esse  glji  è 
sempre  Ili  (filli  =  *fil!ji  =  filji  =  ^fi\ìV);  cfr.  n.  94  in  n.,  e  il  n.  97. 

^  Lo  e,  cioò  il  suono  del  e  toscano  tra  vocali,  è  così  perfettamente  definito 
dall' Ascoli  nei  Coì'si  di  glottologia  (p.  22):  «fricativa  che  si  distingue  sol 
per  minore  stretta  orale  dallo  se  di  scemo».  Difatti,  da  noi  si  raddoppia  per 
/,  come  vediamo  nel  testo.  Le  antiche  scrizioni  toscane  :  bascio,  camiscia,  ori- 
scello  e  simili,  non  eran  che  tentativi  di  rappresentare  lo  e  (cfr.  Flech._,II 
376  n.). 

'  S'intende  che  l'intensità  del  suono  ò  eguale  a  quella  che  ha  in  toscano, 
ove  equivale  a  nnj,  tanto  allorché  risulti  da  nn.)  ('somnium'),  quanto  allor- 
ché risulti  da  semplice  nj  ('castanea').  La  ragione  è  quella  stessa  che  si 
accennò  in  nota  al  num.  91.  Ed  anche  ni  (nnji)  si  riduce  in  alcune  parlate 
toscane  a  nni  (banni,  calcarmi).  L'intensità  di  n  e  di  Ij  spiega  d'altronde  le 
antiche  grafie  toscane  ngn,  Igl. 


Il  dial    di  Campobasso:  Consonanti  continue.  161 

neni  (non-ji)  non  andare  (imper.  'non  ire').  Cfr.  n.  157,  In  snonne 
per  'sogno'  [sunna  sognare)  non  è  a  vedere  se  non  il  semplice 
'somnus',  che  si  estende  a  significare  il  'sogno'  ^  ;  e  dice,  come 
altrove,  anche  'tempia'. —  Epentesi  in  caucemugneje  num.  102, 
e  in  'Ndoneje  Antonio  (ma  Sancì'  Anduone  è  T'A.  abate'). — 
Finalmente,  pur  qui  col  j  in  g:  venghe  tenghe  (non  mai  ve- 
ne ecc.).  95.  MJ  anch'esso  n:  óina  n.  93,  vellena  vindemia 
(cfr.  genov.  e  sicil.  Asc.  II  121  147);  e  anche  MBJ  (che  è  come 
dire  mmj-,  v.  n.  168):  cane,  canà,  scanà  'perdere  il  colore  (una 
stoffa)'.  Non  parrà  eccezione:  mawuld  miagolare. —  Di  C'J  v.  i 
num.  97,  102.  96.  DJ,  Di  regola,  /:  jugrne,  [juita  mg!  orsù!  ], 
ugje  num.  45,  ugreje  hordeum,  iremmojja  tramoggia,  'nguajà 
scommettere  (cfr.  Asc.  I  253  n.).  È  z,  ma  necessariamente  sordo 
(cfr.  n.  123),  in  mieze  meza.  E  coli' epentesi:  meserecordeja, 
'mmireja,  nzireja  n.  71,  stureje,  dej atonie.  97.  TJ  CTJ  PTJ. 
In  z  {-ZZ-;  e  i  dietro  n):  chiezza  n.  2,  puzze  n.  52  ;  cumenzà, 
sendenzeja:  Notevole  che  si  distingua  fra  azzejoune  {zzj  =  CTJ) 
e  justizeja  o  lehherazioune  [zj  =  TJ)  ;  laddove  il  toscano  ha  in 
effetto  sempre  il  doppio  z,  pronunciando  esso  azzjgne  gustizzja, 
e  il  napoletano  e  il  pugliese  alla  lor  volta  sempre  il  doppio  i: 
azzejgne  justizzeja. —  Per  la  riduzione  in  e  (cfr.  n.  145):  scorca 
scorza,  scurcd  scorticare",  pacienza  pacienzeja,  e  colla  sonora, 
normale  dopo  n:  accunge  e  scunge  n.  46;  oltre  il  solito  cacca 
metter  fuori  {caccejà  andare  a  caccia  è  già  'cacceggiare').  — 
98.  STJ:  hhesteja.  Nessun  esempio  di  s.  99.  FJ  in  àiene,  fieno, 
entra  nell'analogia  del  n.  108.  100.  PJ.  Prescindiamo  dapjetó; 
e  a  form.  interna  tra  vocali  avremo  -ce-:  sacce,  pecéoune,  secca 
sépia. 

L. 

101.  Iniziale  o  mediano  tra  vocali,  intatto:  luna,  lugnghe, 
mule,  fele\  o  scade  a  r:  canarielle  canaletti  (dissim.),  z' ac- 
cuccherct  accoccolarsi,  alluterà  infangare  ("adlutulare),  sbuterd 


*  Estensione  che  non  è  affatto  estranea  pure  al  dizionario  latino;  v.  Enn. 
ap.  Cic.  Div.  I  20:  'exterrita  somno'.  E  anche  il  friul.  sun  dice  'sonno'  e 
'sogno'.  Cfr.  'campagna'  per  'guerra'. 

'^  II  campob.  scurcd  equivale  per  significato,  e  s'approssima  nell'ordine  acu- 
stico, al  soprasilvano  scorcdr  (Asc.  I  53).  Ma,  nell'ordine  etimologico,  la  voce 
soprasilvana  ò  'scorticare',  e  la  campobassana  all'incontro  ò  'scorzare'. 


162  D'Ovidio, 

rivoltolare  ('svoltolare'),  scuterà  (e  scutelejà)  sbattere,  'scoto- 
lare'; e  i  più  plebei  estendono  codest' alterazione  più  che  non 
faccian  gli  altri,  dicendo,  p.  e,,  anche  ru,  ra,  per  l'artic.  lu, 
la.  —  Il  doppio  LL,  se  resta  interno,  non  soffre  qui  mai  alcuna 
alterazione,  e  quindi  neppur  viene  a  \l\lì  dinanzi  a  vocal  pa- 
latina. L  dissimilato  in  n,  oltreché  nel  solito  chenocchia  n.  76, 
è  in  pinnula  n.  26.  102.  L  cui  sussegue  una  momentanea 
dentale  o  palatina,  od  una  sibilante.  In  queste  formole, 
tace  il  l  costantemente;  ma  lo  sviluppo  dell' if,  da  cui  resta 
assorbito,  non  rimane  manifesto  se  non  quando  la  formola  è 
preceduta  dall' <^  (*ault);  e  sono  in  fondo  condizioni  non  diverse 
dalle  piemontesi  (cfr.  Nigra,  III  29),  né  dalle  napoletane  (a 
Napoli  è  però  frequente  anche  il  dileguo  dell'in  preceduto  da 
a:  ale  altro,  cazgne,  ecc.  di  e.  a.  fauze  ecc  ). —  ALT:  Jaute 
alto,  Jauzà,  jautare  altare;  Jaufe  altro.  AL'D:  caure  (ma: 
scalici,  callejja  fa  caldo;  calìàra  caldaja),  mauritte  mal^e]- 
detto;  ALS:  fauze,  saiiza,  sauciccia;  ALC:  canee  calcio,  canea 
calce,  caucemugneje  num.  94,  fauca  falce;  cauza,  cauzoune, 
scauze;  AL'C:  Salgite  Sal[i]ceto,  num.  6;  OLT:  vota  volta, 
vutà  voltare,  shuterà  n.  101,  cugle  cola,  tiigte  tgta\  ULT: 
cutielle  (ma  anche  curtielle  ^),  uteme  -a;  ULC:  j^Qce  pulce,  pu- 
cine  pulcino,  rouce  dolce  (ma:  lu  rglece  'dolciumi',  ed  è  un'af- 
formazione  dialettale  della  voce  colta),  affaci  rimboccar  le  ma- 
niche ('affulcire');  ULS:  pw^e  polso,  appnzà  *appulsaro,  'mbuzà 
*impulsare.  E  finalmente:  meuza  milza. —  Quando  il  L  è  sus- 
seguito da  una  consonante  diversa  dalle  anzidette,  o  passa  in  r, 
0  se  ne  stacca  per  epentesi  di  e:  ^urfe  sulphur  e  'nzurfareze 
adirarsi,  scarpielle  (donde  poi  scarapielle ,  cfr.  n.  109,  117), 
farbalà;-  maleva,  saleva,  cglepa,  glepa  num.  53,  e  anche 
pulepe  polipo  (ndi^oX.  purpe);  calecane,  culecàreze  ('colcarsi'), 
'balecoune.    Ma   pur   qui:    tupanara    talpa.  L    compli- 

cato.—    103.  CL   a  formola  iniziale  riducesi   a  chj '^  :  chia- 


'  [Resulterà  che  la  formola  àtona  facilmente  sfugga  alla  evoluzione:  scallà 
callejja  calldra  curtielle.      G.  I.  A.J 

^  Che  non  è  lo  schietto  chi''-  toscano  (k+j),  bensì  un  unico  suono  esplosivo 
palatino,  più  distante  dal  palato-dentale  e  che  non  ne  è  il  e  ladino.  E  a  dir 
lo  stesso  appunto  del  gghj-. 


Il  dial.  di  Campobasso:  Consonanti  continue.  1C3 

ma,  ecc.  Così  pure  CL  o  C'L  a  formola  interna  dopo  consonante: 
'cchieseja,  'mmeschin;  ed  anche,  per  lo  più,  tra  vocali:  cuc~ 
chiare,  macchia,  'recchia,  lourticchìe  'cerchietto  dove  s'infilza 
il  fuso'  (verticulum),  ecc.  (cf;-.  n.  105);  ma,  tra  voc,  è  pure  Ij, 
sempre  in  es.  comuni:  ma(jlia,  cuniglie,  ecc.,  tra  i  quali  pongo 
SiViChQ  maniglia  manic[u]la  \  lOl.  T'L  :  viccchie,  secchia, 
'bhruschià  abbrustolire.  Per  T'L  che  s'ottenga  in  età  piii  tarda, 
e  non  abbia  perciò  dato  l'antico  ci  (cfr.  Asc.  Ili  29  n  ,  e  al- 
trove), è  qui  pure  II  in  spalla,  oltre  fella  fetta,  comune  a  tutto 
il  Mezzogiorno,  quasi  'fettula'  (Morosi  IV  69,  cfr.  Flech.  ,  Di 
'ci -tv,  in  fine).  105.  PL  P'L  danno  anch'essi  chj-\  chiane, 
[chiugfe  -ola  lento,  'plotus'],  acchianà  la  rrohha  darvi  fondo 
(appianarla),  cocchia^  scucchia  staccare;  ecc.  Ma:  duppje  doppja 
spesso,  cfr.  n.  53.  Con  la  sonora  voluta  dal  n\  'nghiaste  empla- 
strum;  e  da  nglij  arriviamo  a  nj  in  jénere  empiere,  come  ugual- 
mente ci  arriviamo  da  NC[L]  in  nostre  inchiostro.  106.  GL 
0  G'L  riducesi  di  regola  a  Ij,  anche  a  formola  iniziale:  gliom- 
mere  'glomere',  glianna  ghianda,  ji  'gligtfe  *adglutio,  quaglici, 
streglia.  Ma:  gna  ungula  ugna,  cfr.  n.  105;  e  pur  qui  selluzze, 
singhiozzo,  V.  Flech.  II  377.  107.  BL  a  form.  iniz.  dà  gghj-. 
gghianghe,  Gghiaseje  num.  93,  ej  (normale  poi  a  Napoli:  J/2?i- 
ghe)  in  j"ta  bieta  (cfr.  Arch.  II  56  n.,  121).  E  pur  qui  il  singo- 
lare J«5^ema  (Asc.  II  147  n)  bestemmia;  che  forse  ebbe  hl[a\ 
in  gl[a\,  e  quindi,  espunto  l,  in  ga  (cfr.  Flech.  N.  loc.  nap.,  10), 
donde  il  g  si  dilegua  giusta  il  n.  152. —  Di  B'L  interno,  i  due 
esiti  normali  in  negghia  nebbia,  stiglia  'subula';  e  resta  fibbeja, 
che  toscaneggia.  108.  FL  riducesi  a  e,  il  quale,  dopo  una  di 
quelle  parole  che  vogliono  la  doppia  (num.  173  segg.)  cede  il 
posto  a  s  (cfr.  n.  93):  cucca  fioccare,  éuccaglie  orecchini  (q. 


'  Questo  etimo  m'è  suggerito  dal  prof.  G.  B.  Gandino.  Lo  sp.  manilla  vi 
si  adatta,  come  i  pure  sp.  cahillon  a  '■c\a.v\c,''\a.\  junquillo  all'it.  giunchiglia^ 
ir.  jonquilh  (Djez  P  211,  IP  325).  L'etimologia  dieziana  da  'mouilia'  non 
soddisfa  dal  lato  ideologico,  valendo  'monile'  nuU'altro  che  'collana',  né  appaga 
poi  del  tutto  dal  lato  fonetico,  poiché  V  o  atono  non  suol  venire  ad  a  senza 
qualche  ragione  speciale  (v.  num.  75,  e  Asc  I  46),  che  qui  non  c'è;  essen- 
dovi anzi  nel  m  una  spinta,  non  che  a  mantener  l'o,  ma  a  farlo  surgere 
se  non  vi  fosse  stato.  A  Campobasso  l'unico  significato  che  sopravviva  è  quello 
di  'anello  pendente  dalla  serratura  d'un  uscio'. 


104  D'Ovidio, 

'fìoccaglìa'),  rore  {ire  siire),  nume,  canna  fionda  (v.  Flech.  II, 

5G  n.),  cunnàreze  scagliarsi,  cacca  ferire  con  pietra  ('fiaccare'). 

-FFL-  è  normalmente  s  in  cusà  soffiare,  coli' iniziale  pur   qui 

assimilata. 

R. 

109.  Tenacissimo,  anche  nelle  formole  ARIO,  ORIO  ecc.  (num. 
3,  39),  e  superflui  gli  esempj.       110.  Data  la  formola  atona: 
cons.^voc  ^■R'rcons.,  dove  la  seconda  consonante  non  sia  v,  l, 
n,  0  esplosiva  dentale,  il  R  è  attratto  dalla  prima:  cravoune, 
tremenda  num.  76,  'niruiuulejate  (q.  'intorboleggiato'),  2^^^ff- 
ferejd  perfidiare,  truppejàreze  vergognarsi  (q.  'turpeggiarsi'), 
'ndreccuQSce   intercoscio,  2')re[g]ulate ,  pergolato,  abdre[g]gna 
vergogna;  dove  all'incontro,  se  è  ■?;  la  seconda  consonante  della 
formola,  non  s' ha  metatesi  del  R,  ma  epentesi  di  vocale  che 
lo  separi  dal  v:  cerevoime  cervona  (serpe),  cui  si  aggiungono 
altri  due  esempj  al  n.  117;  e  cfr.  jereva  erba.  —  Data  poi,  atona 
0  tonica,  la  formola:  cons.  +  voc.  +  cons.-i-R,  il  R  passa  facilmente 
a  seguir  la  prima  consonante  anziché  la  seconda:  fraveca,  freva, 
Frebbare,  prubbeca  moneta  equivalente  a  circa  sette  centesimi 
coniata  dalla  'Repubblica'  partenopea,  Grabbejele,  crapa  capra, 
prcta  num.  12;  ai  quali  s'aggiunge,   pur   mancando   il   primo 
elemento  della  formola:  rapi  aprire.       111.  Epentesi  di  r:  fri- 
schje  (accanto  a  fìschje),  sperchje  specchio  (a  Benev.  sprecchje)  ; 
scrizze  screzzà  schizzo  -are,  a  tacer  di  truone  tuono.     112,  Et- 
tlissi  di  r  dopo  t:  quatte  ;] ante  -a  altro  -a,  patine  -a  padrino  -a. 
Ma   è  ben  lontana  dall' esser  normale  come  a  Napoli;  quindi: 
funestra  (num.  64)  di  contro  al  nap.  fenesta,  menestra  di  e.  a 
menesta,  mastre  di  e.  a  masie.      113.  Dissirailaz.  di  r  -r  in  r  -l, 
oltre  che  in  murtale  n.  74,  anche  in  tronela  tuoni  ('trón-ora' 
plur.  di  truone  n.  Ili),  e  forse  in  rasuole  n.  39.  E  il  contrario  in 
Belardine.      114.  È  assimilato  in  zocchela  topaccio  (quasi  'sòr- 
cola',  malgrado  la  incongruenza  del  diminutivo;  e  cfr.   roma- 
nesco 'sorca'),  Bbattrumeje  Bart[o]l.  ;  e  così  forse  un  r  secon- 
dario, in  cacche  qualche;  cfr.  napol.  cucca  cor'care,  e  il  tose. 
sirocchia  'sororcula'.  Il  r  di  'per'  si  assimila  a  ogni  consonante 
iniziale:  pe  mme,  pecche? ,  pe  ppawura  (circa  pe  hi,  pe  nu, 
V.  num.  173);  e  cade  avanti  a  ogni  vocale  iniziale:  pe  ameci- 


Il  dial.  di  Campobasso:  Consonanti  continue.  165 

zeja  0  p'  amec-\  soltanto  avanti  a  une  si  fa  (f:  pedime  a  testa, 
'viritim'. —  Di  RS  qui  c'è  poco  a  dire,  mancando  pressoché 
tutti  i  riflessi  delle  voci  in  cui  entra  (per  'addosso'  qui  dicono 
'n  guglie;  e  per  'suso'  e  'giuso':  'n  goppa  e  sgtta,  oppure  cap  '  a 
mmonde  e  cap' a  l>ì)alle).  Solo  c'è,  degli  antichi  esempj  :  musse 
(cfr.  n.  30)  muso,  che  il  Diez  trae  da  'morsus';  e,  d'altra  età: 
mucceche  'morsico',  da  *murzeche,  cfr.  i  num.  125  e  145,  e 
il  romanesco  mozzicoK  115.  Per  la  geminazione  a  formola 
iniziale,  v.  il  n.  172;  a  formola  interna,  è  continua  nell'infi- 
nito che  entra  a  costituire  il  futuro  o  il  condizionale:  candar- 
rija  ecc.,  num.  63,  69. 

V,  W. 

V.  -  116.  Intatto:  vacca,  villa,  jisse  vg  vuole;  veveroune  be- 
verone del  majale,  ecc.  117.  A  contatto  di  u,  sia  esso  primil^ivo 
0  sia  normal  succedaneo  dell' o  atono  (num.  74),  oppur  succe- 
daneo di  altra  qualunque  vocale  mutatasi  in  u  per  effetto  ap- 
jDunto  di  un  contatto  labiale  (num.  59,  64,  70),  il  v,  anche 
sia  epentetico,  tende  a  vocalizzarsi,  assumendo  un  suono  che 
tocca  il  IV  inglese  ('Wash.'):  uwa,  tu  wug,  wandaglie  venta- 
glio; loummecà  'vomicare'  (Asc.  I  527),  arraiouglià  involtare 
(quasi  'arrivogliare',  cfr.  Flech.  Il  20-21),  cruwattine  corvatta, 
Wusserl  'Vosseria  (-signoria)',  Cambuwase  n.  loc.  (laddove  in 
altri  dial.  contermini  si  sente  Camhevase),  ciuwetta  civetta 
('ciovetta',  V.  Diez,  less.  s.  clioe);  zeruwìzeje  servizio,  ceru- 
wielle  (cfr.  l' aret.  dar  avello)  ;  onde  pur  si  passa  a  uà,  tu  ug, 
umììiecà.  Usseri,  ecc.  118.  Il  rafforzarsi  di  v  in  b,  soprattutto 
dopo  5,  0  in  casi  di  raddoppiamento,  non  è  normale  qui  com'è 
a  Napoli  (ove  si  sente  i'  vede,  che  bbede!;  la  vesta,  i  bbeste  ecc.); 
pure  ne  avemmo  già  esempj  ai  nn.  9-10:  abbelà,  sbelà,  al  n.  110: 
abbregna  (e  sbreunate);  al  n.  114:  cap'  a  bballe;  e  aggiun- 
giamo: che  bbug? ,  e  bbija  su! ,  abbugte  avvolto  {abbutielle 
intestini  d'agnello  'avvolti';  e  non  c'entra  punto  'botellus',  di 


'  Delle  assimilazioni  toscano-romanesche  del  r  degl'infiaiti  dinanzi  all'ini- 
ziale degli  affissi  {arrioedella  e  simili),  qui  non  vi  è  tracciai  perchè  V  infinito, 
quando  pur  porti  dopo  di  sé  un  affisso,  serba  intero  il  suo  -re;  p.  e.  fdreme, 
fdrczn  farsi  (n.  125). 

Archivio  plottol.  ita!.,  IV.  12 


166  D'Ovidio, 

cui  V.  il  n.  158).  119.  Dileguato;  iniziale:  oce,  olepa  num.  53, 
mediano  innanzi  a  /:  liisìja,  Bhujanp,  Bovianum,  e  cfr.  n.  92;  tra 
vocali  nìpjo.  neo  naevus  num.  56.  Il  v  secondario  delle  desinenze 
dell'imperfetto  cade  sempre  quando  si  tratti  dell' -e&-  latino  in 
accento,  p.  e.  l<^g{)cjja  n.  7;  ma  resta  invece  sempre,  quando  si 
tratti  deir-^&-  latino  fuor  d'accento:  leggavàme  -avdte  nuna.  63 
e  69,  con  la  nota,  e  resta  in  tutto  il  paradigma  dell' imperf.  di 
1.  conjug.:  mandva  ecc.,  come  finalmente  resta  il  v  primario 
nella  1.  pers.  del  perf. :  ji  candave,  ji  fenive,  ecc.  120.  In  m': 
meni  venire,  menute  -a,  remevà  ravvivare  ('riv-').  —  E  la  for- 
mola  NV  finisce  sempre  in  mm  (cfr.  Asc.  11147):  'mmireja  num. 
71,  'mmiie  ib.,  hommespere ! ,  che  mm  e  state  cummenende!  che 
mi  è  successo!,  mmogliaddje!  Dio  non  voglia!  121.  Il  W 
originario  par  continuarsi  intatto:  war'i  guarire,  loerra,  xoinele 
guindolo  ecc.;  ma  è  illusione,  ed  esso  passò  per  la  trafila  comune 
del  gw-,  onde,  nel  normale  dileguo  del  g  (num.  152),  ritornò 
alla  sembianza  primiera.  Nei  casi  ove  occorra  il  raddoppiamento 
si  ha  ggw.  che  gguerraì  ecc.. 

F.  PH. 

122.  Saldo,  anche  interno,  in  froffeca  forfex,  e  rafanielle.  Dopo 
n,  0  s' indebolisce  avvicinandosi  al  v  (senza  però  toccarlo,  come 
all'orecchio  toscano  suol  parere),  o  anche  si  muta  [np'.  'mpaccia. 

S,  SS,  se,  CS,  PS,  ST. 

123.  S.  Di  regola  intatto,  ed  è  notevolissimo  che  assoluta- 
mente esso  ripugna  a  farsi  sonoro  tra  vocali  (cfr.  num.  93), 
onde  si  ha  non  men  rnra  ('rosa')  che  caga  ('cosa')  ;  precisamente 
al  contrario  dell'alta  Italia,  ove  si  ha  sempre  la  sonora  (roza, 
coza);  mentre  la  Toscana  sta  nel  mezzo  {roza,  ma  coga).  Tanto 
più  s' ha  meige  mensis,  ecc.  (n.  8),  spase  -a  'expansus  -a',  a 
la  'ndragatta  all'  improvviso  ('transacta').  Di  guisa  che,  a  Cam- 
pobasso (e  forse  si  dovrà  dire  in  tutta  l'Italia  meridionale)  lo 
i  sarebbe  affatto  ignoto,  se  non  si  ottenesse,  come  di  necessità, 
av.  a  cons.  sonora:  zhattere,  ecc.  (questo  i  non  è  da  confondere 
con  quel  del  n.  126).     124.  Seguita  da  chj,  si  fa  s  (caratteristica 


'  [Cfr.  n.  169;  e  sempre  ancora,  malgrado  la  scempia,  il  luogo  ivi  citato.] 


Il  dial.  di  Campobasso:  Consonanti  continue.  167 

pur  questa,  che  credo  comune  a  tutto  il  Mezzodì):  schiave,  schio- 
vere  (è  curiosa  la  ìvsìsq  parla  a  schiovere  parlare  a  caso).  Si 
fa  anche  s  avanti  a  t\  stoppa,  crustine ,  Criste  (caratteristica 
sannitico-abruzzese).  E  analogamente,  lo  i  (  =  s  av.  a  cons.  so- 
nora) si  fa  i,  avanti  a  d:  zderrupate  ('sdirupato'),  zdehimmà 
slombare  ('sdii-');  unico  incontro  in  cui  si  oda  lo  z,  del  resto 
estraneo  affatto  al  campobassano,  come  ad  ogni  altro  dialetto 
meridionale,  s'io  non  m'inganno.  125.  Spesso,  iniziale,  o  tra 
vocali,  si  fa  ;s;:  ze  si  (il  'sé'  enfat.  non  esiste),  zuche,  zucà 
(anche  per  'annojare'),  Zemhliceta  n.  di  d.,  zocchela  n.  114, 
puzella  favilla  (che  dev'esser  'pusilla'),  puze  n.  102.  E  nor- 
malmente dopo  r  ijurze  ovzo,  perzeca  pèsca,  ecc.  Per  eccezione, 
si  ha  lo  i  in  vgrza  borsa,  forse  perchè  sia  d'origine  letteraria. — 

126.  Ma  i  [ds)  è  normale  dopo  n  (efr.  n.  144  ecc.):  ji  penze, 
eji  me  crenze  (curiosa  fusione  di  ji  me  crede  con  ji  me  penze, 
entrambi  significanti  'io  opino';  analoga  a  quella  del  bolognese 
cmènzèpjar,  che  risulta  da  'cominciare'  fuso  con  'principiare'). — 

127.  All'uscita:  s  cs  st  cadono  senz'altro:  era  cras,  peserà  post- 
-cras  (donde  poi,  pei  giorni  successivi  al  dopo  domani  :  pescrille, 
pescrelloune),  me  vu  num.  36;  se  sex; pò  post.  128.  SS.-  In- 
tatto :  fossa,  appriesse,  ecc.  ;  assecurà,  e  cosi  tutti  gli  altri  com- 
posti per  'ad-s-'.  —  129.  In  s  :  vase  basso ,  ruse  rosso ,  tosa 
tussis,  presa.  Un  filone  particolare,  che  veramente  avrà  a  dirsi 
di  SSJ  in  s,  c'è  offerto  dalle  sec.  pers.  sing.  degl'impf.  congiun- 
tivi. Così,  accanto  Vi  ji  ejisse  candasse  =  ca.ni3issem  -sset,  ab- 
biamo tu  c«nc?ase  =  *cantassji,  per  'cantasses';  accanto  a  ji  e 
jisse  fusse  =  iù.[ì)ssem  -sset,  tu  fuse  =  *iassyi  per  'fù(i)sses' ;  ac- 
canto a  ji  e  jisse  avesse  =  hab(u)issem  -sset,  fu  avise  =  "avissj, 
per  'habuisses'  (v.  num.  31);  ecc.  ^ —  130.  In  zz\,  unico  esem- 
pio nelle  seguenti  voci  di  'posse' :  J|■^  po^^e  possum  ,  puozze!, 
puzzate!  (roman.  pgzziatef).  131.  SC  av.  e,  i,  sempre  s: 
pese,  nu  paseme',  ecc.       132.  CS  spesso  si  ferma  all'assimila- 


*  Per  la  seconda  pers.  plurale  s' hanno  due  forme,  di  cui  1' una  non  è  che 
la  voce  della  sec.  sing.  con  ve  enclitico  (  =  voi):  fusece,  candaseve,  avìseve 
(eh'.,  per  la  parificazione  della  sec.  pi.  alla  sec.  sing.,  i  toscani  vo'  avevi, 
vo'  eri),  e  l'altra  è  diretta  continuazione  della  voce  latina  in  '-ssotis':  aves- 
site,  currassite  ecc.  (num.  6).        E  sciate  insipido  sarà  '(di)ssalato?  ' 

*  Ed  di.nQ,\\Q  ji  pase,  lare  pascne  ;  ji  nase^  l.  natene;  come  ji  coce  coquo, 


168  D'Ovidio, 

zione:  matassa,  hi  Bbitsse  n,  loc,  cossa  (però  'ndreccuose 
num.  110),  assucd  num.  63,  lassai  II  s  scempio  di  Lesandre 
(Lisandro  che  si  mescoli  con  Alessandro?  )  .è  forse  un  riflesso 
illusorio;  e  tuQseche  andrà  riferito  a  tuosche  di  f.  a,  =  tox'cum 
tosco,  come  si  ha  toseche  =  losco  'toscano',  nella  frase  l'ìarlà 
ioseche,  parlar  in  punta  di  forchetta.  Ma  nondirado  giunge  a 
s:  sala,  masella,  si  exire,  sella  ('axilla')  ala.  Dove  stava  o 
riesca  attiguo  a  consonante,  si  riflette  naturalmente  come  un 
semplice  s;  e  'nzgna  axungia  (cfr.  Diez  P  261)  spetterà  così 
al  num.  126,  come  sieste  sesta  sextus  -a  al  n.  124  (e  ha  perciò 
uno  s  di  ragion  diversa  da  quello  di  masella  ecc.).  133.  PS  si 
ferma  all'assimilazione  in  jisse  gypsus,  e  jisse  jessa  ('ipso- 
ipsa')  egli  ella,  qiiisse  chessa  chesse  num.  32,  'ssu  'ssa  cfr.  n.  71, 
80.  Arriva  a  5  in  casa,  nesune  (e  necune)\  cfr.  Asc.  II  126.  — 
134.  ST.  Che  si  riduca  a  ss,  nell'ambiente  nostro  mi  par  dif- 
ficile assai.  L'unico  esempio  che  potrei  ammettere  genuino  è 
quello,  congetturale  del  resto,  datomi  dal  Flechia  (iV.  loc.  nap., 
49),  di  un  'Sessano'  del  Molise,  che  egli  raddurrebbe  a  'Sestia- 
num'.  S'è  voluto  vedere,  ma  a  torto,  questo  fenomeno  in  'ssu 
'ssa,  riportandoli  a  Msto-  -a',  anziché  ad  'ipso-  -a'-;  e  ancora, 
non  meno  a  torto,  nelle  sec.  pers.  plur.  di  impf.  cong.  fiiseve 
aviseve  ecc.,  circa  le  quali  si  vegga  il  num.  129  e  la  nota,  e 
colle  quali  vanno  le  sec.  pers.  de*  condiz.  candarrise  canteresti, 
sarrise  saresti,  dappoiché  risaltano  dal  combinarsi  degli  in- 
finiti colla  voce  di  pcpf.  cong.  {av)ise  =  habuisses.  Esempio  non 
meno  illusorio  sarebbe  finalmente  calpesà  calpestare,  poiché 
riviene  non  al  "pistare  riflesso  dal  toscano,  bensì  al  varroniano 
'pisare'  riflesso  dalle  lingue  occidentali;  cfr.  Diez  less.  s.  pestare, 


lare  coce:ìC]ji  torce  Igre  torcene.  Nelle  quali  serie  tutte,  lo  s  o  il  e  invado 
anche  le  voci  a  cui  non  spetterebbe,  per  semplice  analogia  livellati'ice  di  tutte 
le  persone  del  verbo.  Cfr.  Asc.  II  456,  Nigra  III  36  n. 

'  Le  sec.  pers.  dell' iniper.  di  questo  verbo  (lassa,  lassate,  ed  anche  con 
aferesi  ossa,  assale  o  'ssa,  'ssate),  munite  del  pron.  -me,  s'adoperano  a  costi- 
tuire una  prima  pers.  sing.  d'imperativo,  il  che  ricorda  in  modo  singolare 
la  nota  perifrasi  inglese.  Per  es.:  'ssammeji  (=  lasciami  andare),  ch'io  vada, 
ho  da  andare,  voglio  andare,  'let  me  go'. 

-  ['iste'  mantiene  il  suo  st,  come  si  vide  in  quiète  ecc.  al  n.  32;  e  cosi  nel 
napolet.  chisle  eccu'  isto-,  allato  a  ellisse  eccu'  ipso-,  o  nel  sicil.  chistu  allato 
a  chissv.  Qu.uito  alla  molta  vitalità  d''ipse',  basti  ricordare  l'articolo  sardo.] 


Il  dial.  di  Campobasso:  Consonanti  continue.  169 

e  Asc.  I  64  103-4.  —  Ma  un  esempio  d'invertimento  di  ST  (ts, 
z)  ammetteremo  in  mazzecà  masticare;  che  andrà  coW inzigare 
(=instigare)  d'altre  regioni.  E  cozzeca  crosta  sarà  *c(r)ustica? 

N. 

135.  Inttato  per  lo  più,  e  scevro  affatto  dalle  alterazioni  or- 
ganiche (n  gutturale,  faucale)  che  altrove  incontra  :  nocca  na- 
stro, venene  ecc.  13G.  Notevoli  le  assimilazioni  che  subiscono 
'con'  e  'Don'  {don;  e  domi  dinanzi  a  vocali):  chemmé  (cfr.  n.  76) 
con  me,  chefte,  cheppàtrete,  cheggusle  (che  è  cosi  indiscernibile 
da  che  ggustef);  dolluigge  Don  Luigi,  dommechele,  dorru- 
hherte;  dom  Berarde,  dom  Basquale,  allato  a  don  Gesere,  don 
Ghiennare,  don  Dumineche,  don  De'jodgre  ecc.,  dove  son  da 
confrontare  i  num.  144,  145,  159,  165;  162,  89.  La  prep.  'in'  è 
poco  usata,  sostituendosele  di  frequente:  a,  oppur  dendere,  se- 
condo i  casi;  ma,  nelle  locuzioni  quasi  avverbiali,  facilmente 
si  ha  rUn',  che  però,  perdendo  sempre  Vi  (cfr.  num.  71),  serba 
il  n  ben  più  tenacemente  che  non  faccia  il  'con',  cedendo  solo 
ad  una  assimilazione  parziale  avanti  alle  labiali  p,  h,  f,  ed  in- 
sieme poi  al  V  dando  luogo  al  mm  (cfr.  num.  120):  'n  gusienzeja, 
'n  duite,-  'm  baravise  in  paradiso;  'm  prgnda  in  fronte,  'm 
paccia  num.  122;  'm  mece,  'in  macca.  13T".  Di  N'R  (come 
di  L'R)  mancan  le  occasioni,  mancando  l'ettlissi:  tenarrija 
=  terrei,  ?;ewarr(/«  =  verrei,  e  cimibgne  o  CM?n&onere  =  com- 
porre, maner eritta  manritta;-  wularrija-\orre\.  137\  Un 
caso  di  n  in  nd  (cfr.  num.  138)  si  ha  probabilmente  in  pandeche 
pànico,  spandecà  smaniare. —  Talora  dopo  nn,  da  ND  (n.  163), 
si  sviluppa  j:  sene  scendere  (cfr.  Arch.  I  87  n.). —  Di  NS,  v. 
il  n.  123. 

M. 

138.  Si  conserva  bene,  e  non  fa  d'uopo  d'esempj.  Circa  te- 
jane  tegame,  comune  a  tutto  il  Mezzogiorno,  cfr.  Asc.  I  548  a, 
Flech.  II  56-7;  e  circa  camberà,  camhumilla  camomilla,  si 
posson  vedere  Asc.  I  308-9  n.,  Muss.,  Beitr.  z.  kunde  ecc.  16; 
e  qui  il  n.  137.  Non  infrequente  la  geminazione,  anche  in  pro- 
tonica: femmena,  'nnammurate;  ma  non  però  ammgre,  fumme 
fumo,  come  s'  hanno  a  Napoli,  dove  il  fenomeno  è  costante. 


170  D'Ovidio, 

CONSONANTI   ESPLOSIVE. 

c. 

139.  Saldo,  av.  a,  o,  u,  più  che  in  toscano.  Iniziale:  Cajetane 
castecà,  cajgla  n.  92,  camelia,  cnnnela  culla  ('cunula')\  In- 
terno (cfr.  n.  146):  'put'ca,  lattuca,  chiecct  e  frecà  num.  27,  28, 
trecà  tricari,  assucà  num.  63,  fèchele  fegato,  affucà  n.  58,  aclie 
ago  -ghi,  acucella  'crochet'  (cfr.  Asc.  I  76  n.),  lugche,  spica^. — 


'  Mi  sia  qui  lecito  chiedere,  se  a  'ciinula'  non  risalga  anche  l'italiano 
ggndo^a  (con  alterazione  ascendentale  di  nn  in  nd\  v.  num.  137).  La  'gon- 
dola' ha  comune  con  la  'culla'  il  concetto  di  cosa  che  oscilla  ed  ondeggia;  e,  di 
certo,  l'etimo  greco  (Diez,  less.  s.  v.,  da  -/.o-jS-j  tazza)  non  ci  dispenserebbe 
dall' ammettere  un  traslato  vie  più  ardito  e  remoto.  [Questo  veramente 
non  mi  pare,  poiché,  a  tacer  d'altro,  'bicchiere,  coppa,  e  barca'  stanno  ben 
riuniti  anche  nel  gr.  ■/.iiu.^-/ì.  Ma  non  per  ciò  voglio  dire,  che  l'etimologia 
del  D'Ovidio  non  meriti  d'andar  considerata.  Anzi  noterò  siìbito,  contro  l'af- 
fermazione del  Diez,  che  se  il  frc.  gondole  significa  anche  una  specie  di  'vaso 
da  bere',  è  di  certo  affatto  illusorio  il  conforto  che  nell'ordine  storico  egli  da 
ciò  volea  ricavare;  il  vero  essendo,  che  il  frc.  gondole  vien  propriamente  a 
dire  'una  ciotola  che  arieggia  la  gondola  veneziana'.  L'etimologia  del  D'Ovi- 
dio, alla  sua  volta,  parrebbe  assai  contrariata  dalla  forma  gonda,  poiché  sa- 
rebbe cosa  molto  ardita  il  far  nascere,  com'egli  del  resto  propone  anche  per 
gondola,  questo  nd  veneziano  da  un  doppio  n  che  non  avesse  la  sua  ragione 
nella  forma  originale  (cuna);  cfr.  Arch.  I  308  311.  Ma  di  gonda  (si  cita  il 
pi.  gonde,  adoperato  dal  Pulci),  forma  ignota  a  Venezia,  è  forse  legittimo 
che  non  si  faccia  alcun  caso;  e  un  d  insertizio  potrebbe  poi  quadrar  bene 
nella  formola  N'L  (cun'la),  se  anche  1  due  elementi  ne  andassero  separati  da 
una  vocale  più  o  meno  perspicua  (cfr.  Arch.  I  308-9  n. ).  Il  romagnuolo  ha 
eifettivamente  conia  e  cond^a  =  cunula  (v.  Mussaf.,  Romagn.  mdart,  §  110); 
e  quanto  al  g  iniziale,  cui  parrebbe  contrastare  il  venez.  cuna,  si  possono 
addurre  il  ven.  gordoìiiera  e  il  chiogg.  gordillo  (Mussaf.,  Beitr.  z.  kunde  ecc., 
s.  gordilla),  allato  a  cordón  e  corda  dei  dialetti  stessi.  Piuttosto  s'incontre- 
rebbe qualche  difficoltà,  malgrado  la  moderna  posizione,  nell'o'  venez.  per  V  u 
lat.,  laddove  ò  normale  l'dn  romagn.  per  Y im  lat.      G.  I.  A] 

^  [Intorno  alle  serie  in  cui  C  (A)  e  T  (n.  158)  si  mostrano  intatti  quando  son 
mediani  fra  vocali,  vanno  fatte,  com'io  credo,  delle  riserve;  e  vi  si  avranno  a 
scernere  dei  ricorsi,  o  doppie  alterazioni,  per  le  quali  si  ritorna  alla  figura 
primiera.  Mi  limito  per  ora  a  richiamare  il  num.  153  e  il  num.  162  in  f.  ;  e 
ad  avvertire,  come  la  condizione  neo-latina  di  -ga-  ecc.  da  -ca-  ecc.  solo  in 
tanto  si  manteneva,  in  quanto  avesse  importato  una  degenerazione  ulteriore 
(nn.  141   152).      G.  I.  A.) 


Il  dial.  di  Campobasso:  Consonanti  continue.  171 

140.  Nessun  esempio  specifico  per  l'alterazione  in  media  a  for- 
inola iniziale:  [g\atta,  [g]ammnre,  [g]amma,  come  altrove;  cfr. 
n.  152. —  l-il.  Ma  a  formola  interna:  laje,  allajà,  'pajà,  'bbre- 
Jgna  n.  110,  'ppre'jà;  di  che  rivedi  lo  stesso  num.  152.  l-tS.  CR 
perlopiù  resta  intatto:  la  cy^ouce  (di  e.  al  napol.  a  'rncé),  crepa, 
lacrema,  secrete,  acre  -a.  I  comuni  esempj  grotta,  grasse  -a, 
non  li  crederei  indigeni;  ma  indigeno  è  di  certo:  range  gran- 
chio e  ricadrà  realmente  al  n.  154.  143.  CT:  ditte,  iwattecke, 
jettecìie  {jie-)  jetteca  hecticus  -a,  nettecùte  intisichito. —  Di 
CL,  CS,  V.  L,  S.  144.  Dopo  n  scade  a  sonora  (cfr.  n.  126, 
145,  159  e  165):  hhangale  tovaglia,  'ngundrà,  angora  sempre 
in  senso  di  'adhuc',  mentre  per  'etiam'  si  ha  solo  p)ure,  non 
essendovi  traccia  di  'anche' \  Talora,  pur  dopo  s:  sgrine,  sgàn- 
dule.  145.  CE,  CI.  Mostrano  sempre  la  schietta  palatina  (e), 
senza  che  questa  subisca  mai  la  modificazione  toscana  in  c^, 
eccettochè  in  Incerta  lucertola,  che  resta  un  e.sempio  'sui  ge- 
neris'".  E  stenta  più  che  in  toscano  a  farsi  sonora:  diicicnde, 
ancipite,  ceuze;  tranne  il  caso  della  formola  NC,  dove  la  ri- 


*  Confesso  che  non  m'appagano  le  conclusioni  del  Diez  (less.  s.  v.)  intorno 
ad  'anche';  e  mi  permetterò  di  qui  esporre,  come  per  incidenza,  il  parer  mio 
sull'origine  di  questa  voce.  Notato  dunque  imprima,  come  'ancora'  e  'anche' 
quasi  affatto  si  equivalgano  pel  significato  (cfr.  il  gr.  ete),  essendoché  T'an- 
cora' sdruccioli  ben  di  frequente  fino  a.  significar  T'etiam'  (p.  e.,  nel  'Cinque 
Maggio':  Scrivi  ancor  questo,  allegrati)^  e  1' 'anche'  sia  normale  nel  toscano 
per  'adhuc',  specialmente  in  frasi  negative  (non  l'ho  anche  visto  nondum 
vidi  eum  ;  l'ho  anche  da  vedere  id. ;  e  cfr.  peranche  e  peranco,  e  perfin  per 
ancora,  p.  es.  in  Boccaccio,  Teseide,  IV  19);  e  notato  altresì,  come  non  meno 
di  'anche'  sia  usuale  'anco';  io  direi,  che  ancora,  in  cui  nessuno  stenterà  ad 
ammettere  un  'hanc-horam  ('a  quest'ora'),  siasi  venuto  troncando  in  ancor ^ 
come  è  risaputo,  e  quindi  in  *ancó  (cfr.  gl'infiniti:  andare,  andar,  andd), 
donde,  con  accento  ritratto,  anco  (cfr.  dòpo  ■=■  ^dopó  -  de-post),  e  per  ultimo, 
con  la  finale  affievolita:  anche  (cfr.  come  =  corno  =  quomodo). 

^  Dico  'toscana',  per  esser  sùbito  capito.  Ma  il  fenomeno  mi  si  ò  rioiferto 
tal  quale  anche  nel  Mezzogiorno.  Cosi  a  Ferrandina  (Basilicata)  il  e  tra  vo- 
cali é  perfettamente  alle  coudizioni  toscane  :  la  nnuce,  la  croure  (cfr.  per  Vou 
da  u  il  num.  50);  la  liàre  (a  quest'ibi  da  ù  troveremo  riscontri,  a  suo  tempo, 
nell'agnonese). 

'  Sono  ancora  eccezionali:  zica  un  pochino,  il  plur.  di  'cicum',  e  il  solito 
pimece  cimice,  nel  quale  devo  trattarsi,  non  già  di  evoluzione  fonetica,  ma 
sì  d'influsso  d'altri  nomi  di  significazione  affine  (pulce  ecc.). 


172  D' Ovidio , 

duzione  è  costante  (cfr.  num.  144  e  159):  'ngienze,  venge  vin- 
cere, ecc. —  Non  cede  il  ce  in  dicere  o  dice';  ma  prevale 
l'analogia  di  'stare'  sopra  'facere'  (Asc.  I  81),  onde  fa. —  CJ 
si  riflette  quasi  costantemente  per  e  {-cc-)>,  il  che  forma  anzi 
una  notevolissima  caratteristica  sannitica  rispetto  alla  prossima 
Puglia,  dove  domina  lo  z  {-zz-)  con  una  persistenza  che  ricorda 
in  modo  singolare  la  Romagna,  l'Emilia  e  l'alta  Italia  in  ge- 
nerale. Esempj  campobassani:  jz /acce,  setacee  staccio,  velanga 
{ng  =  nc),  cauce,  ecc.;  però  caiiza  canzone,  e  gnza,  panza. — 
Vero  è  però  che  il  e  può  sottentrare  allo  z  di  f.  ant. ,  come 
si  vede  in  pacctja  scherzo,  mucceche  num.  114,  cugppe  zoppo, 
checgccia  num.  81.—  Di  SCE  ecc-.V.  S.  146.  -ICARE,  in 
quanto  non  segua  la  norma  del  n.  139  {fravecà,  'rangecà  graf- 
fiare cfr.  num.  142,  pungecà,  'nnazzecà  cullare),  è  nelle  condi- 
zioni in  cui  ce  l'offrono  manejà  ecc.;  e  s'  hanno  poi,  con  curiosa 
duplicazione:  affumechejà,  stiizzechejà,  cuppechejà  zoppicare, 
rusechejà  (oltre  ìnisecà),  ze  wummechejà  far  moine. 

QV. 

147.  Intatto:  quatte  num.  112,  quinde  -a,  quinece  n.  163, 
quanne  (quando;  e  gli  risponde,  pur  qui,  l'analogico  tanne 
allora,  cfr.  Arch.  II  456;  così  riproducendosi  la  simmetria  di 
'quanto,  tanto'),  quande  -a  ^  ;  e  anche  può  aggiungersi  accujatà 
n.  63.  148.  Dileguato  l'elemento  labiale:  cacche  num.  114, 
caccosa  qualcosa,  cacchedime;  a  tacer  di  ca  (vale  solo  'che' 
Gong.,  laddove  a  Napoli  invade  la  provincia  del  pronome),  chi, 
che  (laddove  in  Puglia  e  in  Basilicata  abbiamo  già  ci,  ce;  v. 
il  seg.  num.,  e  cfr.  Asc.  I  286  433),  ecc.  149.  Esempj  spe- 
cifici di  Q[V]E  Q[V]I  in  ce  ci,  non  avrei,  tranne  forse  Ceree 
n.  loc,  se  è  'Querce'.  150.  Dileguata  la  vocale  che  succedeva 
al  V:  reculizeja  e  secutà  num.  73.  [151.  Nelle  voci  avverbiali 
e  pronominali  in  cui  entrò  1'  'eccum',  abbiamo  il  singoiar  fatto 
che  r  elemento  labiale  ceda  solo  avanti  e  :  equa ,  quiste ,  ecc. 


'  Se  non  è  avverbio  (quande  j e  bbella!  quande  la  iig  grossa?  quantam 
vis?),  il  'quanto'  ha  sempre  il  valore  di  '^quot',  ma  è  sempre  terminato  in  -a, 
che  dev'essere  continuazione  della  voce  di  plurale  neutro  (quando  libbre  tie  ?). 
Dicasi  lo  stesso  appunto  di  tande  -a. 


Il  dial.  di  Campobasso:  Consonanti  continue.  173 

(di  contro  ai  napol.  eoa,  chiste,  ecc.),  ma  f.  cliesta  ecc.,  neutr. 
cheste  ecc.;  cfr.  num.  32  in  n.] 

G. 

152.  Primario,  o  secondario  che  sia  (n,  141),  dinanzi  ad  a, 
0,  u,  resta  a  formola  iniziale,  in  caso  di  raddoppiamento  (n.  171 
seg.):  tre  ggalle  ecc.  ^  ;  e  resta  pure,  si  a  form.  iniz.  e  sì  a  forra, 
interna,  se  gli  preceda  consonante:  'ngallà,  nen  galuppà.  Del 
rimanente,  o  iniziale  o  interno,  si  dilegua,  e  tutt' al  più  gli 
sottontra  quel  y  epentetico  che  serve  a  tórre  l'iato:  lu  Jalle, 
la  jatta,  pre'julate  n.  110,  ecc.  153.  -IGARE  (cfr.  n.  146): 
fatejà,  ji  fattje;  ma  col  ^  in  c.ji  castiche,  ji  llteche;  pel  qual 
fenomeno  ho  ancora:  sichere  sigaro,  e  cuffejà  burlare  (q.  'gof- 
feggiare').  154.  Pure  il  g  di  GR  non  ha  scampo  che  dove  gli 
preceda  consonante  o  dove  sia  da  raddoppiare:  tre  ggrana, 
arraggrenà  raggranellare;  del  resto  si  dilegua:  mi  'rane  (la 
moneta;  ma,  per  divariazione:  grane  frumento),  'ramena  num. 
31,  'ratta,  'ranara  granata,  'rattacace  grattugia,  vebberazeja 
verbigratia.  Dove  può  notarsi  che  rine  reni  dà  sgrenà  romper 
le  reni,  di  certo  non  senza  influenza  degli  altri  -r- =  gr-.  — 
155.  GN.  Ha  spesso  l'esito  -jn:  pujene  pugno,  cajenate  n.  75, 
ajenielle  agnello,  le  Icjena  le  legna.  Antico  invertimento  è  in 
singhe  segno,  'nzengà  ecc.  Il  dileguo  del  g  nel  solito  canoscere, 
e  in  priene  prpna  num.  56.  156.  Di  GV  suol  tacere  l' ele- 
mento labiale:  sanghe,  lenga  num.  31.  Però:  anguilla,  angii- 
naglie  num.  73  (cfr.  num.  150).  157.  GÈ,  Gì.  Il  g  viene  a.  j\ 
jelate,  jennere,  fujl,  curreja  num.  27,  projere,  vajenella  Car- 
rubba, prujette  trovatello,  quaraj esema  quadragesima,  pajeise 
num.  8,  dejetale  (cfr.  metat.  &\qX\.  jiditali,  "digitale);  sirene 
stringere  cfr.  n.  31,  pone  pungere  cfr.  n.  53,  ecc.  ^ —  Si  finisce  al 
dileguo  totale  in  ma  mai  ('magis'),  'rama  ormai  ^  Dovendosi  il 
j  =  g  raddoppiare,  n'esce  gghj  (v.  num.  89):  Je  gghielate,  e  sim. 


'  lareje,  largo,  dev'esser  *Iarg-io;  Flech.  Nom.  loc.  nap.,  9  n. 

^  Circa  sanija  salasso,  sana  salassare,  sanatnure,  allato  a  sanghe^  cfr.  Asc. 
II  455,  I  525. 

^  Parallelo  &  k  àa.  g  gutt.  (n.  153),  potrebbe  porsi:  cucine  da  cugino;  e 
anche  raeunejà  discorrere,  che  dev'essere  un'afFormazione  dialettale  del  let- 
terario 'ragionare'. 


174  D'Ovidio, 


158.  Anche  mediano  tra  vocali  \  tenacissimo:  matina,  cut- 
ioune,  crfere  cedro,  fjalre,  ynalrp. ,  patrone,  latre,  staterà, 
rétena,  scutellare  num.  80. —  Subentra  però  il  continuatore 
della  media  (n.  162)  nel  solito  'botellus':  lourielle,  pi.  -rella; 
e  s' hanno  ancora:  strada,  spedale,  spadine,  sudesfà;  ma  pro- 
vengono dalla  lingua  colta.  159.  Dopo  n  o  r,  passa  in  d 
(cfr.  n.  144  ecc.):  andiche,  sande  (che  non  soffre  l'apocope  to- 
scana dinanzi  a  consonante,  e  perciò:  sande  Pietere  ecc.), 
'ndruppecà  inciampare  {ji  'ndroppeche,  tu  'ndruoppjeche;  quasi 
'int[rjopp-icare'),  'Ndoneje  num.  59;  spirde  num.  72,  merda 
num.  72,  fejurde  num.  60;  ecc.  160.  Nei  nomi  in  -tate  -tute 
è  costante  e  ferma  l'apocope  di  -te":  caretà,  veretà,  canetà 
(cfr.  ven.  cagnità)  crudeltà,  gguioendù,  ecc.  Ma  pur  qui  la  so- 
lita eccezione:  'state  aestas. —  Di  TJ  e  TL,  v.  J  e  L.  161.  Al- 
l'uscita si  dilegua,  in  generale,  e  più  interamente  che  in  toscano; 
p.  es.:  e,  o,  non  mai  ed  od'".  Ma  qui  è  pur  lecito  chiedere: 
ÌÌsqVì -atte  della  3.  sg.  di  perf.  della  1.  conjug.  [purtàtte  portò, 


•  [V.  la  nota  al  n.  139.] 

*  Però:  decedqtte  -  dec[em]-QÌ-QCÌo\  cfr.  decessene,  decennovc,  (col  t  assi- 
milato). 

^  Come  si  ha  a  dichiarar  questa  apocope?  La  digradazione  -tdde  -fde  ~td, 
-tilde  -tue  -tu  non  è  plausibile  nell'ambiente  meridionale  e  nel  toscano,  a 
cui  è  estraneo  il  dileguo  del  -f-,  -d-.  Perciò  vi  fu  chi  mi  suggerì  il  sospetto, 
che  l'apocope  non  sia  che  apparente,  e  che  bontà,  servitù  stien  forse  a  bori- 
iate -tade,  servitute  -tude,  come  sarto  moglie  stanno  a  sartore  mogliera,  e 
simili;  che,  insomma,  sieno  i  continuatori  di  'bónita(s),  sérvitu(s)',  assimilatisi, 
nell'accento,  al  continuatore  degli  obliqui.  Ma  forse  l'apocope  è  reale,  e  si 
trova  una  via  di  dichiarazione,  senza  ricorrere  a  quella  digradazione.  In  prima, 
bontate  servitute  avran  perduto  Ve  avanti  parole  comincianti  per  consonante, 
poi  il  t  rimasto  finale  si  sarà  assimilato  alla  consonante  iniziale  seguente: 
bontàt  vostra,  bontàvvóstra  (Schuchardt,  Romania,  III  15;  cfr.  Diez,  P  228). 
Le  analogie  abondano,  e  mi  basti  ricordare  sozzopra  [sott\o\sopra) ,  venzei 
(vent[i\sei},  cinquanzette,  prezzemolo  (prct[o]semolo),  con  t-s  in  5",  e  i  fior. 
Orsammichele  {orto  S.  M.),  Por  Santamaria  {porta  S.  M.),  ove  surto  il  t-s 
s'ebbe  poi  il  dileguo  del  t,  e  finalmente  sossopra,  che  corrisponde  per  ogni 
parte  al  caso  qui  imaginato.  Una  volta  poi  surti  molti  nessi  di  parole  come 
bontàvvóstra,  servitùg grave  e  simili,  entrò  naturalmente  nella  coscienza  dei 
parlanti,  che  esister  dovessero  le  forme  bontà,  servitù  e  simili,  adoperabili 
parimenti  anche  avanti  a  parole  comincianti  per  vocali.  Inoltre,   ciò   che  a 


Il  dial.  di  Campobasso  :  Consonanti  continue.  175 

wulàtte  volò,  ecc  )  non  abbiam  noi  un  cospicuo  esempio  di  t 
nell'uscita  latina,  sostenuto  dall' ^  epitetica  (cfr.  Ardi.  II 434-5)? 
E  y -ette  delle  altre  conjugazioni  {tvuhjtte,  vedette,  sendette), 
che  è  limitato  esso  pure  alla  sola  terza  persona  singolare,  non 
potrebbe  egli  ripetersi  dall'analogia  deW -atte ,  che  vorremmo 
organico,  della  prima  conjugazione,  e  quindi  sottrarsi  alla  ra- 
gione che  deW-ette  toscano,  comune  a  tutte  e  tre  le  persone  ca- 
ratteristiche, il  Diez  ci  ha  dato?^ 

D. 

162.  Il  d  schiettamente  esplosivo  non  si  sente  se  non  quando 


parer  mio  andò  dal  principio  alla  fine  assecondando  il  sorgere  e  il  consumarsi 
della  apocope  nei  detti  nomi,  fu  la  cacofonia  delle  loro  forme  intere,  di  cui 
le  due  sillabe  finali  sono  di  eguale  struttura  (voc.-rcous.)  e  hanno  l'identica 
iniziale  (t):  'bonfa/evostra'  suonava  male  come  * ìdo lo latvia.,  *minera^;7ogia. 
Tanto  è  vero,  che  'salus  -ùtis',  pur  andando,  in  ogni  altra  cosa,  di  pari  con 
'virtus  -ùtis',  non  vien  mai  però  a  ^salù,  e  resta  salate  (merid.  saluta).  Forse, 
anche  'aestate-'  si  sottrasse  all'apocope  perchè  il  primo  f,  complicato  col  5, 
non  fa  cacofonia  col  secondo.  [La  sentenza,  alla  quale  s'allude  in  sul  prin- 
cipio di  questa  nota,  è  ora  da  me  esposta,  a  mo' di  quesito,  a  pag.  437-38 
del  II  voi.;  e  qui  mi  limiterò  a  poche  parole  intorno  agli  argomenti,  che  per 
l'apocope  son  messi  o  rimessi  innanzi  dal  nostro  D'Ovidio.  Dico  dunque  im- 
prima, che  passa  una  gran  distanza  fra  il  caso  di  venzei  o  di  sossopra  e 
quello  dell'ipotetico  la  bontav-vostra  (bontat-vostra),  cioè  fra  un  caso  di  com- 
posizione permanente  e  quindi  di  permanente  atonia  pel  primo  membro,  e  il 
caso  d'una  combinazione  accidentale,  che  nessuno,  nel  paese  del  Vossignoria, 
vorrà  supporre  pili  frequente  o  stabile  di  quel  che  sia  o  fosse  la  combina- 
zione inversa,  cioè  la  vostra  bontd[te\.  L'argomento  della  cacofonia  non  vedo 
poi  come  possa  parere  conclusivo,  quando  punto  non  ispiacciono:  canidte-ìni, 
le  cantate  vostre,  e  anche  le  cantate  tue,  e  mille  consimili,  senza  che  mai  s'ab- 
bia alcun  sentore  d'apocope.  E,  per  ultimo,  il  suffragio,  voluto  trarre  da  salute, 
mi  par  debole  anche  per  ciò,  che  salute,  nell'Italia  settentrionale  per  lo  meno, 
dev'esser  voce  della  cultura  (sanitas  è  la  voce  popolare:  it.  santa,  rum.  seìig- 
tate,  alb.  sentét),  come  s'inferisce,  tra  l'altre,  dal  dirsi  egualmente  salute  pure 
a  Venezia,  anziché  salude,  come  si  dovrebbe,  o  salùe.       G.  I.  A.] 

*  [Anche  la  doppia  di  -dtto  potrebbe  aver  la  sua  ragione  etimologica.  M'è 
sempre  parso  singolare  che  i  romanologi  non  si  fermassero  all' a  che  è  nel 
frc.  chanta  (ant.  chanta-t)  e  accenna  a  posizione  ;  e  ho  sempre  creduto  che 
un  popolare  cantav't  (cantaut)  dovesse  spiegare  a  un  tempo  V-du  sicil.  ecc. 
(purtdu  ecc.),  l'-ó  ital.  e  spagn.,  e  V-a  frc.  E  ora  s'aggiunge  V-dtt  di  que- 
sta contrada,  che  però  bisognerebbe  meglio  vedere  nelle  sue  attenenze  per 
entro  alla  stessa  flessione  dialettale,  e  di  cui  piacerebbe  sapere  quanto  sia 
esteso  nell'ordine  geografico.         G.  I.  A.] 


17G  D'Ovidio, 

è  doppio:  addò  addove,  che  dduloure  (n.  173''),  ecc.,  o  quando 
tien  dietro  a  consonante,  che  non  sia  n  della  parola  stessa  (v. 
n.l63,  e  cfr.  n.l36):  loardà,  ecc.  Del  resto,  o  a  formola  interna 
tra  vocali,  od  iniziale,  quando  noi  preceda  una  di  quelle  parole 
che  ne  producono  il  raddoppiamento  (n.  173  seg.),  scade  sempre, 
al  modo  greco-moderno,  in  cf,  e  nelle  bocche  più  plebee  passa 
in  r\  dà  0  rà  dare,  dicere  o  ricere  (e  rice-ca  rice-ca  son 
chiamate  per  isclierno,  dai  meglio  parlanti,  le  persone  che  più 
s'abbandonano  al  vernacolo),  afferata  promessa  sposa,  lamha-^ 
roune  ecc.  —  Senonchè,  in  molte  voci  il  d  interno,  tra  vocali, 
si  sottrae  a  codeste  peripezie,  rinsaldendosi  in  t  (cfr.  e  da  f/  al 
num.  153):  stiipefe,  fracete,  'nguiene  incudine,  fecetera  fice- 
dula  ;  quatre,  quatrate,  Matalena  n.  di  donna,  Matalune  n.  loc. 
Un  esempio  di  d  finale  superstite,  pare  ched  quid:  ched  é?,  o 
cher  é?  (cfr.  roman.  'ched  é?'  che  le  edizioni  del  Belli  scrivono 
cJi  edè?).  163.  ND.  Sempre  si  riduce  a  nn  (cfr.  n.  137):  cari- 
danne  cantando,  e  così  tutti  gli  altri  gerundj  in  '-andò  -endo', 
munnà^,  sfumici,  ze  zeffunnà  sprofondarsi  (quasi  'se  subfun- 
dare'),  e  nu  zeffunne  'un  visibilio,  un  subisso'  (nome  ricavato 
dal  verbo),  donna  de-unde,  e  V -enne  di  vatt-emte  e  sim.,  'inde'. 
Talora,  nn  da  oid  si  scempia:  funeche  fondaco,  'rane.dlneje 
'grano  d'India'  (fattane  unica  voce  maschile,  che  ricorda,  co- 
munque esempio  ben  diverso:  voccapierte  aperti  di  bocca,  sboc- 
cati), winele  guindolo.  Imene  num.  21,  lounece  undici,  quinece, 
renena  num.  55,  sineche  sindaco,  scanaglia  scandagliare  (in 
senso  fig.)"- —  I^i  L'D  ecc.,  v.  il  n.  102. 

P. 

164.  Saldo,  pur  tra  vocali,  più  che  in  toscano:  puteca  num.  4, 
cupierte,  cupiprcliie,  recupera,  capezza,  capoune  cappone,  sep- 
puldura;  PP:  stroppela  inezia  (cfr.  Diez,  P  278). —  In  can- 
navoune  canape  non  è  da  vedere  un  caso  di  p  in  v,  ma  bensì 
la  regolare  continuazione  del  h  di  'cannabis'.  Ma  è  hr  da  pr 


*  munnd  mondare,  e  pur  segliere,  dicono  del  'toglier  la  buccia  a  una  frutta'. 
All'it.  'scegliere'  qui  risponde  capare. 

^  [Questi  esempj  di  n  da  wn  =  ND,  sono,  per  la  massima  parte,  voci  sdruc- 
ciole.      G.  I.  A.] 


Il  diaf.  di  Campobasso:  Cons.  cont. -  Accid.  gener.  177 

in  bbrile  aprile. —  165.  E  mp  dà  sempre  m&:  camhana,  Le 
Camherelle  n.  d' un  rione  di  Campobasso  ('Le  Camporelle').  — 
Voce   letteraria,   shlenngre. —   166.   Di  PJ  PL  PS,  v.  J  ecc. 

B. 

167.  Iniziale  o  interno,  esposto  di  continuo  a  scadere  ave 
a  subir  tutte  le  vicende  di  questo:  vgcca,  vove,  vesaccia,  vace 
num.  93,  vase  num.  129,  voite,  cartine  carbonchio.  168.  MB. 
Viene  a  mm  e  persino  a  m:  jamma  n.  140,  rendummerd  rim- 
bombare ('rintombolare'),  camenà  camminare  (*camb-inare  da 
'camba'  gamba,  come  'ped-inare'  dal  'piede',  Asc). —  Circa  MBJ 
V.  n.  95.  169.  Passa  in  m,  per  assimilazione,  in  mammaca 
bambagia^;  ma  ancora  in  mescugtte  biscotto;  a  tacer  di  Mah- 
delloneja  Babilonia-.  170.  Del  rimanente,  il  h,  ove  per  qua- 
lunque ragione  resti  intatto,  ha  sempre  pronunzia  intensa:  Ab- 
bele,  abbetine  abitino,  bbrejande,  ecc.  Lo  stesso  è  già  in 
pronuncia  romana;  e  perciò,  da  Roma  in  giù,  così  facili  gli 
errori  di  scrittura  in  ordine  al  b. 

ACCIDENTI    GENERALI. 

171.  Quel  che  sotto  questo  capo  va  notato  di  più  conside- 
revole, è  il  raddoppiamento  costante  della  consonante  iniziale 
di  alcune  parole  [rre,  ecc.),  e  l'attitudine,  in  certe  altre,  di  rad- 
doppiare la  consonante,  ordinariamente  scempia,  iniziale  della 
parola  seguente  {e  ttu,  ecc.).  Ebbi  già  a  trattare  di  ciò,  rela- 
tivamente al  toscano,  altrove  [Propugnatore,  V  64-76);  e  vidi 
poscia  con  gran  compiacimento  i  miei  studj  esser  riusciti  di 
qualche  utilità  allo  Schuchardt  (v.  Les  modiflcat.  syntacti- 
ques  de  la  consonne  initiale  dans  les  dialectes  de  la  Sard., 
du  centre  et  du  sud  de  l' It.,  nella  Romaìiia,  III  1-30),  come 
già  con  non  poca  soddisfazione  li  avevo  visti  in  molti  punti 
concordare  con  le  ingegnose  osservazioni  del  Rajna,  A  propo- 
sito d'un  mss.  magliabechiayio  {Propugnatore,  V  29-63).  Il 


'  Ne  deriverà  mammacnce  (pi.  -i'(ce),  il  becchino,  che  nel  Mezzodì  porta 
nna  veste  talare  di  bombagiaa  bianca.  Ma  il  suffisso  mi  è  oscuro. 
=  [Cfr.  num,  120,  e  Arch.  II  456.] 


178  D'Ovidio, 

soggetto,  considerato  in  tutta  la  sua  ampiezza,  anche  dopo  le 
dotte  ed  acutissime  osservazioni  dello  Scbuchardt  è  ben  lontano 
dall'essere  compiutamente  dichiarato,  e  potrà  dar  luogo  a  nuove 
indagini.  A  preparar  le  quali  conviene  intanto  raccogliere,  nel 
più  sicuro  modo  che  si  possa,  le  norme  speciali  di  ciascun 
dialetto. 

Chi  si  ponga  a  determinar  cotali  norme  può  esser  facilmente 
fuorviato,  quando  non  gli  sieno  ben  familiari  le  caratteristiche 
fonetiche  del  dialetto.  Dalla  frase  chcsse  fa  tbrutte  ('ciò  dis- 
conviene'), a  cagion  d'esempio,  può  parere  che  la  voce  verbale 
fa  (facit)  abbia  anche  qui,  come  in  toscano,  la  facoltà  raddop- 
piativa  (così,  diremo,  d'ora  in  poi,  per  brevità);  ijia  non  se  ne 
fiderà  chi  ricordi  la  norma  del  num.  170,  secondo  la  quale  il  h 
ha  sempre  pronunzia  intensa  {hh):  egli  sperimenterà  invece  gli 
effetti  del  fa  piuttosto  sopra  altre  iniziali,  capaci  di  diverse 
intensità;  e  da  frasi  come  me  fa  7nale  la  capa,  mo  fa  jugrne, 
ricaverà  che  fa,  a  Campobasso,  manca  d'ogni  facoltà  raddop- 
piativa.  Così,  chi  dal  confronto  di  cchieseja  col  tose,  'chiesa' 
ne  argomentasse  che  la  voce  campobassana  abbia  subito  un 
raddoppiamento  nella  iniziale  come  rre,  errerebbe  di  molto; 
laddove,  quando  egli  ripensi  come  sia  frequente,  o  anzi,  in  dati 
casi,  normale  l'aferesi  dell' atona  iniziale  (num.  59,  66,  71,  83), 
vedrà  chiaramente  in  'cchieseja  la  più  integra  continuazione 
di  'ecclesia'.  Lo  stesso  dicasi  di  Uà  illac,  o  equa  ecc[u]'hac;  e  pur 
di  molti  verbi,  che,  badando  al  latino  o  al  toscano,  si  direb- 
bero afìfètti  da  spontaneo  raddoppiamento  della  iniziale,  e  in- 
vece ebbero  la  prefissione  di  a  o  talora  di  in,  e  quindi  l'aferesi 
di  a-  od  i-,  la  quale  lasciò  scoperta  la  doppia  consonante,  stata 
già  mediana  tra  vocali;  com'è  il  caso  di  'rrecurdà  (cfr.  roman. 
aricordare),  'mìneschjà  {*amm-  od  anche  *imm-).  Questo,  assai 
probabilmente,  è  pure  il  caso  di  ddie  (num.  17),  che,  assieme 
al  tose,  ddio  (mio  ddio,  la  ddea,  gli  ddei),  sarà  forma  aferetica 
di  'Iddio'  (il  dio;  cfr.  le  assimilazioni  odierne  dell'articolo  to- 
scano: ippane^W  p.  ecc.)\ 


*  V.  Propugn.  V  75,  e  cfr.  71.  Il  fatto  che  il  -dd,  legittimo  solo  in  'dio', 
si  comunicasse  a  'dea'  e  a  'dei'  'dee',  non  ha  nulla  di  strano.  Ma  lo  Schuchardt 
(1.  e,  20)  par  che  mal  s'induca  ad  accettare  la  dichiarazione  che  diamo  del 
dd  di  'dio',  e  altra  non  ne  dà. 


Il  dial.  di  Campobasso:  Accidenti  generali.  179 

172.  Di  parole  che  raddoppiino  spontaneamente-  1'  iniziale 
posso  citare:  rre,  rrejale  regalo  num.  65,  rrobba,  mmcrda, 
mmiimmeja,  mmolla,  mmalatija,  nnc  nec,  cchiu  plus,  dcle. 
Meno  le  due  ultime,  tutte  queste  voci  hanno  per  iniziale  una 
consonante  continua;  il  che  agevola  di  certo  il  raddoppiamento, 
ma  non  si  può  credere  che  basti  a  determinarlo.  In  rre  l'ec- 
cessiva esilità  monosillabica,  discordante  dal  significato  molto 
augusto  della  parola,  può  aver  determinato  il  raddoppiamento; 
e  rrejale  non  ha  forse  fatto  altro  che  seguire  il  suo  etimo. 
Anche  in  7ine  e  in  cchiù  il  monosillabismo  e  l' intensità  ideo- 
logica han  forse  cospirato  \  In  rrohha,  mmu-mmeja,  mmo~ 
Ila  ecc.  vi  sarà  pure  assimilazione  d'intensità  fra  le  due  sillabe 
attigue.  Ma  per  dde  (però  pur  te)  non  so  vedere  alcuna  ragione, 

Ì73".  La  facoltà  raddoppiativa  non  ha  nessuna  efficacia  sopra 
l'iniziale  dell'articolo  determinato  {lu,  la;  pi.  le)  e  dell'inde- 
terminato {iiu,  na),  i  quali,  proclitici  e  deboli,  non  si  attentano 
ad  aumentare  per  nessun  verso  il  loro  modesto  volume;  quindi, 
mentre  il  toscano  dà  e  ttu,  eppoi,  e  ll'uomo,  a  Campobasso 
avremo  e  ttu,  e ppo,  e  mmg?/,  e  cquanne? ,  di  contro  a  e  l'ome, 
e  V  uomene,  e  na  femmena.  Anche  è  da  avvertire,  che  la  più 
leggiera  pausa  può  bastare  a  romper  il  legame  tra  due  voci, 
cioè  a  sospendere  la  facoltà  raddoppiativa;  quindi,  mentre  in  to- 
scano abbiamo  a  mme  ppure ,  a  mmc  mmi  manca,  qui  avremo 
a  mme  ppure  di  contro  ad  a  mme  me  manga.  173^  Le  quali 
cose  premesse,  ecco  i  monosillabi  forniti  di  facoltà  raddop- 
piativa: e  et;  mie  nec;  no;  se  si;  cchiu  plus;  ^^m  jam  {giacche, 
giacché);  che  quid  quod;  a  ad  (fuorché  nelle  locuzioni  verbali 
sul  tipo  'ho  a  dire',  nelle  quali  Va  si  abbarbica  così  tenacemente 
alla  voce  di  'avere'  da  non  potersene  affatto  staccare:  àj-a  fa 
ho  da  fare,  f  avis-a  fa  male?,  t'avessi  a  far  del  male?);  che 
con,  num,  lQ,\^Q;p)e  per,  num.  114;  so  sum,  sunt;  je  est  (fuor- 
ché in  je  vere,  n'n  e  vere);  ci  èie  num.  23,  93;  me  te'.  Gl'im- 


'  'L'initiale  renforcée  de  cchiù  est  due  peut-étre  au  sens  de  ce  mot'.  Schuch., 
1.  e,  9. 

*  Si  notano  come  saggio  alcune  frasi:  aj  a  pur  là  tutta  'ssa  sporta  apposta 
pe  tte;  se  eoe  UQji  vaccc,  se  nno  nembgrta'  we[  e  ttu  pe  echi  ma  pegliateVì 
quande  ci  cciucce,  figlie  mie\'ci pproipa  ciucce!,  tu  te  ne  ugji  (a)  ffd  mbenne?; 


180  D'Ovidio, 

pepativi  fa,  di,  sta,  va;  non  fanno  raddoppiare  se  non  l'iniziale 
deir  enclitica  {famme,  cìeccelle  diccelo,  s latte ,  vattenne;  di 
contro  a  fa  prieste,  di  chelle  c'ara  dice). —  Mancano  poi,  al 
contrario  dei  corrispondenti  toscani,  d'ogni  efficacia  raddoppia- 
tiva,  i  monosillabi  seguenti:  Jo  aut,  da,  fra.  Ila,  ccud ,  ma, 
chi,  tu,  ha  habet,  fa  facit,  sa  sapit,  t;a  vadit,  da  dat,  sta  stat. 
'Ho,  fo,  so,  sto,  do',  che  son  fra  i  monosillabi  toscani  che  rad- 
doppiano, qui  trovano  corrispondenze  bisillabe:  Jaje,  facce, 
sacce,  stanghe,  denghe.  Mancano  finalmente  di  efficacia  raddop- 
piativa,  così  come  in  toscano,  gli  articoli,  i  pronomi  proclitici, 
e  de  =  à.\y  e  mg\  come  anche  i  due  monosillabi  ignoti  al  toscano: 
ca  quam  nura.  148,  ne  (coi  vocativi,  tose.  o)\  e  vo  vuole,  pò  può. 
174:.  Quanto  alle  voci  polisillabe  fornite  d'efficacia  rad- 
doppiativa,  le  divergenze  dal  toscano  sono  notevolissime  ;  essen- 
doché le  ossitene  tutte,  che  in  toscano  ne  costituiscono  la  parte 
massima,  qui  ne  sieno  affatto  da  escludere.  Perciò  avremo:  pec- 
che mg?  di  contro  al  tose,  perche  mmai;  jarrà  decenne  di 
e.  a.  anderà  ddicendo  ;  addg  vaje  ì ,  magna  pane,  vede  terra, 
sendt  fama  e  così  con  tutti  gl'infiniti;  e  Lunedi  passate,  L. 
vendure,  di  e.  a  Lunedì  ppassato  o  vventuro,  e  così  tutti  gli 
altri  nomi  di  giorno  in  -di  [Lunedi  mmatina  o  L.  sseira  e 
sim,  sono  eccezioni  illusorie,  poiché  vi  si  tratta  di  semplici 
aferesi  ;  come  si  vede  chiarissimo  dalle  frasi  Sabbet'  anima- 
tina  0  S.  asseira).  All'incontro,  il  riflesso  del  pronome  'omnis', 
che  in  toscano  non  produce  raddoppiamento  \  qui  lo  produce: 
jognettande  di  contro  al  tose,  ognitanto  ecc.  Concorda  col  to- 
scano il  cacche  (num.  148):  cacchevvgta  -  qualchevvolla;  e  cosi 
cumìne  comparativo:  cummetté  =  cornette  (ma  cumme  te  chia- 
me? di  e.  a  come  tti  Marni?).  Di  'qualche'  si  può  presumere 
che  gli  si  attacchi  un  'et'  (v.  Diez,  less.  s.  v.);  ma  di  'come', 
se  può  presumersi  lo  stesso  pel  campobassano  cumme  nella 
comparazione  (cfr.  napol.  cumm'  a  ite;  e  carapob.  grugsse 
quand'  e  ite,  accanto  al  napol.  gr.  quand'  a  ite),  non  si  può 


fa  chelle  che  ppreute  dice,  no  cchelle  che  ppreute  fa  ;  tu  che  llihbr'  e  llib- 
bre  me  va  cundanne  !  ecc. 

'   Ognissanti,  come  già  dissi  (Prop.  V  77),  è  il  continuatore  popolare  del 
latino  ecclesiastico  'Omnes-Sancti'. 


II  dial.  di  Campobasso:  Accidenti  generali.  181 

per  il  toscano;  ove  il  raddoppiamento  proverrà  dall'assimila- 
zione del  d  di  'quomodo'  (cfr.  l'emiliano  'cmod^),  la  quale  ha 
luogo  anche  nel  semplice  'modo'  {nel  mo'  oche  ttuccredi,  e  cosi 
come  ccredi  =  *cora.oà  credis)\  Anche  ^a^re  e  vergane  danno 
patjyffrangische,  paU^ettoste  (il  padre  Tosti),  vergenemma- 
rija.  175.  Circa  poi  le  iniziali  che  si  raddoppiano,  è  notevole 
che  la  qualità  d'alcune  non  s'alteri  {p-pp,  k-kk,  c-cc,  7n-mm  ecc.), 
e  d'altri  s'alteri  o  appaja  diversa  [j-gghj,  v-hb,  j-gg,  d-dd). 
V.  i  num.  89,  93,  108,  118,  152,  162.  167. 

176.  Iato.  Chi  sente  uno  di  Campobasso  (e  così  potrei  dire 
di  molti  altri  paesi  meridionali)  a  parlare  italiano  o  a  leggere 
il  latino,  è  colpito  sùbito  dal  gran  numero  di  J  epentetici  che 
quegli  interpone  ad  ogni  più  lieve  incontro  di  vocali:  pojeta, 
bbejato,  pajese,  majestro,  V  ide'ja  non  angora  divenda  'jatto, 
tre  j anni,  ecc.  Ma  nel  dialetto,  l'occasione  di  codesti  J  si  riduce 
infinitamente,  o  perchè  all'iato  vi  si  rimedii  per  altre  e  più 
organiche  maniere,  o  perchè  l'iato,  prodottosi  nel  toscano  per 
dileguo  di  consonante,  qui  all'incontro  non  si  faccia.  Cosi,  de- 
gli esempj  che  testé  davamo,  solo  i  tre  ultimi  occorrerebbero 
nel'  dialetto,  gli  altri  andando  risoluti  a  questo  modo:  piiweta, 
vejaie,  pajese,  majestre;  cfr.  i  num.  26,  65,  73,  78,  86. 

177.  Epentesi  di  e.  Anche  i  nessi  di  consonanti  sono 
spesso  avversati,  e  vi  si  rimedia  con  l'inserzione  d'un  e,  che 
però  ha  un  valore  irrazionale,  comunque  nella  scrittura  noi 
non  l'abbiamo  potuta  distinguere  dall' e  ordinaria.  Cosi  è  in 
cglepa,  rglece  (num.  102),  vitere,  vizeje,  e  in  tanti  altri  che 
si  son  trovati  più  sopra.  178.  Epentesi  di  u,  oltreché  nel 
solito  aguanne  num.  75,  in  mascuarata  mascherata;  cfr.  i  na- 
poletani stracqiie  stacco,  cucquaglie  (di  cui  vedi  il  num,  108), 
'ngiiacchiate  macchiato  (di  e.  al  campob.  'nghiaccate\  'incac- 
colato?').  179.  Prostesi:  di  v,  in  vone  ugnere  num.  53, 
vave  -a  avo  -a,  loute"  gomito  (da  [g]u[vi]to);  di  /,  in  je,  jesse, 
jecche  num.  23,  jereva  nn.  23,  HO,  jietieche  jetfeca  num.  143, 


•  [Non  mi  vo'  pronunciare  intorno  a  quest'  ipotesi  ;  ma  avvertirò  nuova- 
mente, che  l'em.  cmod,  e  simili,  sono  aggregati  neo-latini  [che-módo],  i  quali 
equivalgono  al  lat.  qua  modo ,  onde  cóme  ecc.,  ma  non  no  provengono.  Cfr. 
Arch.  II  415  n.  2.      G.  I.  A.] 

^  Napol.  mite.  E  plur.  campob.  votava. 

Archivio  trlottol.  ital..  IV.  13 


182  D'Ovidio, 

ji  ego  (eo,  ic,  ji')  e  jije.  180.  Attrazione  di  i,  in  avoire 
num.  63,  vojera  borea,  loroipa  propria(mente),  maitenata  'suo- 
nata fatta  sotto  le  finestre  d'alcuno  la  mattina  di  Capodanno", 
e  nell'esito  di  GN  (num.  155). 


Appendice. 

APPUNTI    MORFOLOGICI  2. 

181.  Gli  aggettivi  di  3.^  declin.  (felix,  viridis  ecc.)  assumon  tutti 
nel  feminile  la  desinenza  analogica  -a:  felica,  verda  ecc.;  fatte,  s'in- 
tende, sulla  pronunzia  di  quest'  -a  le  riserve  espresse  al  num.  61.  — 
182.  La  proclitica  ed  enclitica  avverbiale  e  pronominale  ce  'ci'  ha  il 
valore  non  solo  di  pronome  di  prima  persona  plurale,  ma  pur  di  quel 
di  terza  singolare  e  plurale,  quando  però  le  succeda  altra  particella 
pronominale:  faccelle  (napol.  fangelle)  e  ce  V ara  fa  è  insieme  'facci, 
fagli,  falle,  fa  loro...  ciò'  ;  laddove  facce  (non  così  il  corrisp.  nap.  funge) 
è  limitato  alla  prima  plurale.  183.  E  al  '-lo'  masch.,  Ma',  '-lo'  neu- 
trale, rispondono  qui  -ùle  -élla  -elle  (cfr.  n.  31  e  n.),  semprecliè  dalla 
voce  verbale  li  separi  una  enclitica:  purtatille  portatelo,  ^^i^'^ace/^a 
pòrtacela,  cteccélle  diccelo  num.  173.  Cfr.  -ènne  nn.  32,  163.  Mentre  si 
ha  pure  semplicemente  pòrtele  -la  pòrtalo  -a  ecc.  ^  18-1.  I  pronomi 
possessivi  qui  (come  in  tutto  il  Mezzogiorno,  s' io  non  m' inganno)  vanno 
posposti  sempre  al  nome  :  lu  libbre  mie,  la  casa  wejja,  le  cascra  toue, 
la  casa  nostra  ecc. '^  E  coi  sing.  dei  nomi  indicanti  gradi  di  parentela 
i  pronomi  possessivi  di  prima  e  seconda  persona  singolare  sogliono 
fare  una  voce  sola  (sempre  senza  l'articolo):  pdtreme ,  fraterne,  fi- 
glieme  e  /{gliema,  mariteme ,  nepóteme  -ema,  cajcnateme  -ema  num. 
155,  vareme  -ema,  suocreme,  socrema,jenr>ereme,  norema;  e  così  pd- 
trcle,  figliata  ecc.  ecc.;  cfr.  i  nn.  14,  41,  QìQ. 


'  [Qui  va  però  considerato  l'estesissimo  tipo  maitina  maitino.] 

'  Nello  spoglio  fonetico  ho  gettato  qua  e  là  quel  che  di  più  notevole  avevo 
in  fatto  di  morfologia.  Tuttavia  non  mi  pare  inutile  il  fare  qui  qualche  ag- 
giunta, e  soprattutto  il  presentar  tutto  intero  qualche  paradigma  verbale. 

^  Notevole  il  portale  portala  e  sim. ,  della  Basilicata:  quasi  ^porta,(i!)lum'. 

*  Non  posso  tenermi  dal  rammentare  qui,  come  per  incidenza,  la  strana 
dicitura  del  dial.  napoletano,  il  quale  per  'un  mio  amico',  'una  mia  sorella' 
e  sim.,  dice  'n  amiclir,  dà  mijc ,  'na  sora  dà  mija  e  sim.,  q.  'un  amico  del 
mio\  'una  sorella  della  mia''  ecc.  E  coiì  pure:  chislc  ó  ddù  mijc,  cliesta  é 
ddà  mija,  ecc. 


n  dial.  di  Campobasso:  Appunti  morfologici.  183 

485.  Paradigma*  di  'avere' 2. —  Inf.  are',  prcp.  pass,  aule  -a,  ger. 
av(^n77e.  Ind.  pres.:J<  ajc,  tu  a\  jissc  a;  nit  averne,  vu  avete,  Igre 
anne.  Impf.  :  avejja,  avijo  avejjci  ;  avavame,  avavate,  ave  Jane.  Perf.  : 
avive,  aviste,  avette\  avernme,  avisteve,  averne.  Futuro:  manca.  — 
Gong.  pres. :  manca^.  Gong,  irapf.:  avesse,  avise,  avesse;  avésseme 
(e  avessimo),  aviseve  (e  avessite;  v.  i  nn.  6,  129  e  la  n.),  avessene. — 
Iraper. :  2.  sing.  e  1.  e  2,  pi.,  come  le  rispettive  pars,  dell'ind.  pres.; 
3.  sing.  e  3.  pi.,  come  le  rispettive  pers.  del  cong.  irapf.  (v.  la  n.);  ed 
anche  vedemmo  una  1.  sing,  al  num.  132  in  n.  ^  Gondiz.  :  avrija  avri- 
se,  avrija;  avrimme,  avriseve,  avrijcne. 

186.  Parad.  di  'essere'^. —  InLjesse,  pcp.  state  -a,  ger.  'ssenne. — 
Ind.  pres.:  so,  ci  eie  (nn.  23,  93), ^e  (nn.  23,  179);  seme,  sete,  so.  — 
Impf.  èva,  ive,  èva;  avame,  avate,  evene.  Perf.  fose  (nura.  49),  faste, 
fose;  foseme,  fusteve,  fosMC.  Fut.:  sarraje,  sarrd,  sarrd;  1.  o  2.  pi. 
mancano,  sarrdhne^.  Gong,  pres.:  v.  il  nura.  preced.  Gong,  impf.: 
fusse,  fuse,  fusse;  fasseme,  f aseve,  fusscne.  Imper.  :  v.  il  num.  pre- 
ced.    Gondiz.:  sarrija,  sarriso,  sarrija;  sarrimmc  sarriseve  sarrijene, 

'187.  Parad.  dei  verbi  in  -are.  —  Ini. 'pur td,  pcp.  parlate  -ata,  ger. 


'  Ometto  naturalmente,  così  in  questo  come  negli  altri  paradigmi  che  se- 
guono, i  tempi  perifrastici:  'io  ho  avuto,  io  aveva  avuto,  io  avessi  avuto,  io 
avrei  avuto'. 

^  Tralascio  di  premettere  alle  voci  di  questo  verbo,  e  degli  altri  comia- 
cianti  per  vocale,  il  j  prostetico,  elemento  mobile,  dì  cui  la  presenza  dipende 
meramente  dal  posto  che  le  dette  voci  occupino  nel  discorso.  Si  dirà,  p.  es.: 
qìmnd'  at^et'  abbuscate?  quanto  avete  guadagnato?;  ma,:'javem'  ahbuscate  ecc. 

^  Ed  anche  in  tutti  gli  altri  verbi,  qui  come  forse  in  tutto  il  Mezzogiorno. 
Vi  si  sostituisce  l'indicativo  presente,  ed  anche,  in  dati  casi,  il  congiuntivo 
imperfetto  (p.  es.  di  che  rrapisse  di'  che  apra).  Di  qui  il  tanto  abusare,  che, 
anche  scrivendo,  fanno  i  Meridionali  dell'  imperf.  cong. 

*  Valgon  queste  norme  per  tutti  i  verbi. 

°  Frequentemente  la  plebe  sostituisce  questo  all'altro  ausiliare;  p.  es.:  vie 
viste  a  ppatrcme?  hai  visto  mio  padre?  e  sim. 

^  Il  futuro,  del. resto,  è  qui,  come  forse  in  tutto  il  Mezzodì,  pochissimo 
usato;  fino  a  farci  nascere  il  sospetto,  se  quelle  voci,  che  pur  se  ne  posson 
citare,  non  sieno  per  avventura  semplici  afformazioni  dialettali  del  paradigma 
della  lingua  letteraria.  Comunque,  è  usato  principalmente  nel  senso  dubita- 
tivo; p.  es. :  sarrd  vere?  e  sim.  Ordinariamente  vi  si  sostituisce  l'ind.  pres. 
E  quando  v'entra  il  concetto  dell'obbligo  0  della  necessità  (il  continuatore 
di  'debeo',  d'altro  Iato,  qui  manca  affatto),  abbiara  le  forme  perifrastiche:  dja 
purtd  'ho  a  portare'  (v.  num.  173''),  ara  purtà  'hai  da  portare',  ara  p.  'ha 
da  p.';  avema  p.,  aveta  p.,  unna  purtà.  E  così  si  conjuga  via  via  avejja  purtà, 
avlva  p.,  acessa  p.,  avrija  p  ,  cec.  ecc. 


184  D'Ovidio,  Il  dial.  di  Campobasso:  Appunti  morfologici. 

purtanve.  Ind.  pres.:  porte,  puorte^,  porta-,  purtame,  purtate,  por- 
tene. Impf.  :  purtava,  purtave,  purtava;  purtavdme,  purtavate, 
purtavcnc.  Perf.  :  purtave,  purtastc,  purtatte;  purtamme,  piirtasteve, 
purtarnc.  Fut. :  piirtarraje  ecc.;  v.  il  num.  preced.  Gong,  impf,: 
purtasse,  purtase,  purtasse;  purtassemc,  purtascvc,  purtassene.  Con- 
diz.:  purtarrija  ecc.;  v.  il  num.  preced. 

188.  Pcirad.  dei  verbi  in  -ire,  al  quale  si  conformano  altresì,  fuor- 
ché nell'infinito,  tutti  i  verbi  in  -é  re  e  in  -ere.  —  Inf. :  ciurmi,  vede, 
ìe'gge;  pcp.:  durmute,  viste  (però  ulute,  putute,  sapute  ecc.),  lette  e 
ìeìjyutc',  ger.  :  di(.rmenne^  v  edemi  e ,  Icggenne.  Ind.  pres.:  dorme, 
duorme-,  dorme',  darmeme,  durmete,  duQrmene;  e  vede  vide...  ve- 
derne..  .viden  e;  legghe  liegge  ..  .leggerne  ..  .lieggcne.  Impf.:  dur- 
wejja,  durmije,  durmejja;  durmavame,  durmavate,  durmejene;  e 
così  vedejja  ecc.,  legge jja  ecc.  Perf.:  durmìve,  durmiste,  durmette'y 
durmemme,  durmisteve,  durmerne;  e  così  vedive  ecc.,  leggive  ecc.  — 
Cong.  impf.:  durmesse,  darmise,  durmesse;  durmesseme  (e  durmas- 
stme),  durmiseve  [durmassite),  durmesserte;  ecc.  Condiz.:  durmar- 
rija,  durmarrise  ecc. 

189.  Gl'irregolari,  in  tutto  tra  loro  conformi,  sta  e  dd  (v.  num.  2), 
pcp.  slate  -a,  ger.  stamie.  Ind.  pres.:  stenghe,  sta\  sta;  steme,  stele 
stanne.  Impf.:  stcjja,  stije  ecc.,  v.  il  num.  prec.  Perf.  stive,  stiste^ 
stette  ecc.,  v.  il  num.  prec.  Cong.  impf.  :  stesse  stise  ecc.  ibid.  — 
Condiz.  :  starrija  ecc. 

190.  Parad.  dijì'  'ire';  pcp. /it?e  -a;  gev.  jenne.  Ind.  pres.:  voje^ 
va\  va\  jame,  jate,  vanne.  Impf.:  jija,  jije,  jija;  javame,  javate, 
jivene.  PevL: jire, jis'e, jette; jemme, jisteve, jerne.  Cong.  impf.: 
jisse,  jise,  jisse;  jisseme,  jiseve,  jisscne.       Condiz.  :  jarrija  ecc. 

191.  Alcune  irregolarità,  circoscritte  al  solo  ind.  pres.:  veni:  ven- 
ghe,  vie,  ve;  verterne,  venete,  vienne;-  tene:  tenghe,  tie' ,  te  ecc, ;- 
ulé:  voglie,  ivuó,  vo;  uleme,  ulete,  wugnne;-  ■^xxié:  pozze,  pud,  pò; 
puteme,  putete,  puonne;-  fa:  facce,  fa',  fa;  faceme,  facete,  fanne 
(impf.  face  jja,  perf.  facive  pcp.  fatte,  ecc.);-  sci:  Jesche,jiesce,je- 
sce;  sceme,  scete,  jiescene. 


'  E  cosi  tu  cunde,  tu  piense,  tu  mine  (v.  i  nn.  9,  15,  28,  31,  37,  42,  45, 
46,  53,  56),  ma  tu  magne,  tu  figlie,  tu  agghiuste  (v.  i  nn.  30,  38,  52). 

^  E  cosi  tu  stende,  tu  cricle,  tu  canuse,  tu  vive  (bevi),  tu  mitte  ecc.  e  Igre 
siendcne,  cridene,  camisene  ecc.  ecc.,  di  e.  a  tu  chiagne,  tu  frije  (friggi), 
tu  fuje  ecc.  ecc.  Vedi,  oltre  i  nn.  cit.  nella  n.  al  num.  187,  anche  i  nn.  10, 
21  e  48. 


TESTI   INEDITI   FRIULANI 

DEI 

SEGOLI  XIV  AL  XIX, 
RACCOLTI   E   ANNOTATE 

DA 

TINCEJsZO  JOPPI. 


Avvertimento. 

I  piìi  antichi  documenti  manoscritti  di  quella  lingua  friulana,  che 
vive  parlata  in  tante  varietà  fra  Trieste  e  la  Livenza,  sono  i  pochi 
Saggi  che  ancora  ci  rimangono  del  secolo  decimoquarto;  ed  è,  in 
generale,  perduta  nel  Friuli  quasi  ogni  memoria  scritta  di  tempi 
anteriori.  Le  infelici  condizioni  di  questa  contrada,  travagliata  da 
coìitinue  guerre,  frequenti  carestie  e  pestilenze,  erano  d'ostacolo  a 
ogni  coltura  letteraria;  e  quanto  ci  resta  pur  di  scritti  italiani  del 
Friuli  di  quel  secolo,  è  di  gran  lunga  inferiore  alla  messe  che  è  dato 
vantare  a  più  altre  provincie  dell'Italia. 

I  Saggi  del  secolo  XIV,  come  pur  quelli  del  XV,  furon  raccolti 
dai  Libri  delle  spese  ed  entrate  de' Comuni,  delle  Chiese,  Fraglie  e 
Famiglie,  che  talfiata  si  tenevano  nella  lingua  parlata,  da  chi  igno- 
rava il  latino  e  l'italiano.  Due  brevi  composizioni  poetiche,  d'argo- 
mento amoroso,  sono  i  soli  frutti  letterarj  che  ci  fu  dato  ritrovare  di 
quell'età.  È  probabile,  che  i  fatali  avvenimenti,  onde  era  impedito  lo 
sviluppo  intellettuale  del  Friuli,  contribuissero  a  disperdere  quanto  la 
Musa  popolare  pure  andava  dettando. 

II  secolo  XVI  segna  un  vero  risveglio  nella  nostra  regione,  spe- 
cialmente in  ordine  agli  studj  classici;  e  le 'nostre  biblioteche  son 
piene  di  opere  latine  di  quel  tempo,  stampate  e  manoscritte,  cosi  in 
verso  come  in  prosa.  Solo  dopo  la  metà  di  quel  secolo,  cominciarono 
i  Friulani  a  maneggiar  bene  la  lingua  italiana,  prendendo  a  modello 
quanto  di  piti  elegante  e  corretto  la  stampa  offriva  alla  portata  di 
tutti.  I  viaggi  resi  più  agevoli,  e  il  moltiplicarsi  delle  scuole,  con- 
tribuirono potentemente  alla  diffusione  di  quella  coltura,  alla  quale 
il  Friuli  si  era  andato  preparando  dopo  il  1420,  che  è  l'anno  della 
sua  annessione  alla  Repubblica  di  Venezia.  Per  quest'annessione,  la 


186  Joppi; 

provincia  nostra  avca  trovato  pace  e  prosperità,  ben  largo  compenso 
alla  perdita  della  sua  autonomia,  poiché,  durante  il  fiacco  governo 
de' Patriarchi  di  Aquileja,  desolata  da  perpetue  lotte  intestine,  ess'era 
sempre  rimasta  molto  addietro  nelle  lettere,  nelle  scienze  e  nelle 
arti. 

Nel  Cinquecento,  illustrato  fra  noi  dagli  Amaltei,  dai  Luisini  e  dal 
Valvasone,  coltissimi  scrittori  di  prose  e  rime  italiane,  troviamo 
eziandio  i  primi  prodotti  letterarj  in  lingua  friulana,  dettati  da  uo- 
mini di  qualche  ingegno,  quali  il  Moilupino,  il  Sini,  il  Biancone  ed 
altri.  Non  sono  che  pochi  frammenti,  la  maggior  parte  poetici,  ma 
tutti  preziosi  per  la  storia  della  lingua.  Il  Liruti,  lo  storico  della 
letteratura  friulana,  che  ricorda  così  gran  numero  di  scritture  pa- 
trie, sdegnò  di  registrare  le  vernacole,  quasi  vergognandosi  dell'abito 
incolto  del  parlare  nativo.  Erano  i  tempi  della  piìi  assoluta  ammi- 
razione per  le  lingue  classiche,  e  possiamo  facilmente  scusarlo  di 
questa  noncuranza. 

La  vena  dello  scriver  friulano  scorre  piti  abondante  nel  secolo  XVII. 
Alla  copia  s'unisce  lo  spirito,  che  però  spesso  degenera  in  scurrilità; 
e  la  lingua  si  fa  piti  ripulita,  più  elegante  e  più  dolce,  ma  però  meno 
caratteristica  ed  originale  che  non  nei  tempi  anteriori.  La  fantasia 
è  fresca,  lo  stile  facile  ed  il  gusto  più  corretto  che  non  nelle  ampol- 
lose poesie  italiane  de'  contemporanei. 

Anche  qui  la  messe  più  ricca  è  di  versi;  l'amore  è  il  tema  favo- 
rito; ma  un  amore  ben  più  sensuale  che  non  platonico.  Le  burle 
facete,  le  avventure  oscene,  le  satire,  s'alternano  colle  poesie  sacre 
e  di  occasione;  e,  pur  troppo,  ben  rare  volte  la  Musa  vernacola  s'in- 
nalza a  celebrare  nobili  gesta  o  la  dolce  tranquillità  della  vita  dei 
campi. 

I  migliori  poeti  friulani  del  Seicento  sono  Eusebio  Stella  di  Spi- 
limbergo  e  il  conte  Ermes  di  Colloredo,  questi  vantato  sopra  gli  altri, 
anche  perchè  la  stampa  ne  divulgò  le  briose  composizioni  per  ogni 
parte  della  provincia.  Appartengono  ancora  a  questo  secolo  le  Rime 
di  Paolo  Fistulario  e  de'  suoi  allegri  compagni ,  oltre  quelle  di  mol- 
t'altri  anonimi,  che  se  non  brillano  sempre  per  la  novità  de'  concetti, 
ci  debbono  pure  esser  cari  perchè  hanno  mantenuto  ben  vivo  il  culto 
operoso  della  patria  favella. 

Nel  secolo  XVIII  decadiamo.  Abondano  le  Poesie  Morali;  ma  se 
il  buon  costume  ci  ha  guadagnato,  la  lingua  ha  perduto  all'incontro 
molta  parte  della  sua  freschezza,  e  spesso  diresti  che  si  scriva  tra- 
ducendo dall'italiano,  cosi  nel  verso  come  nella  prosa.  Si  distinguono 
tuttavolta:  Gabriele  Paciani  di  Cividale  e  il  Busizio  di  Gorizia,  au- 


Testi  friulani.  187 

toro  del  travestimento  furiano  dell'Eneide;  e  anche  son  notevoli  al- 
cune Canzoni  villereccie. 

Recheremo  poclii  Saggi  di  questo  periodo  di  decadenza,  e  baderemo 
a  sceglier  bene.  Era  poi  serbato  a  Pietro  Zorutti,  nostro  contempo- 
raneo, di  dare  al  verso  friulano  una  venustà  e  uno  splendore,  che 
non  s'eran  mai  prima  raggiunti,  e  che  difficilmente  potranno  piti  es- 
sere uguagliati. 

Nei  Testi,  che  qui  sono  offerti,  è  sempre  conservata  l'ortografìa 
originale,  salvo  quel  che  s'aggiunge  nell'interpunzione  e  negli  ac- 
centi. S'ò  pur  data  o  tentata  la  spiegazione  di  alcune  voci  non  piìi 
in  uso  e  non  registrate  nel  Vocabolario  Friulano  dell*  ab.  J.  Pirona 
(Venezia,  1871).  E  i  Testi  sono  inediti,  pochissimi  eccettuati,  che 
però  furon  corretti  sugli  originali. 

Udine,  novembre  1876. 


188  Joppi, 

I. 

SECOLO  XIV. 


1.  Spese  del  Comune  di  Cividale. 
[Archivio  notarile  di  Udine^  Mss.  Varj,  Voi.  I.] 

1340. 

Dedi  adi  15  di  mazo  a  queli  chi  furin  a  chonzar  lu  Statuto  denari  XI 
per  uno. 

Adi  8  esendo  augno  per  uno  spervere  e  a  uno  chi  gè  a  Fagedis  a  chom- 
perarlu  den.  78. 

Adi  2  esendo  luglo,  al  magistro  et  queli  chi  furin  a  portar  li  balestri  et 
li  tulini  a  corte  et  tornarli  indir er  30  den.  per  uno.  16  ottobre  per  8  cari 
di  savoloDO  den.  8. 


2.  Dai  Quaderni  della  Fraterna  dì  S.  Maria 
de'  Battuti  di  Udine. 

[Archivio  dell'Ospitale  di  Udine.] 

1349. 

Pagai  a  li  predi  di  Sant  Adori  di  fit  per  la  tera  che  nus  de  Lapro  toscano. 

Item  dei  den.  40  a  Francischin  nodar  per  scrituras  chi  elio  fes  alla  casa. 

Per  tre  miglars  di  modons  e  per  las  charaduras  [lire]  di  frisachensi  XVIIJ. 

R.  [ricevette]  Magistro  Niculuso  Camerar  marche  IX  da  Lenart  Bitus  che 
fo  chamerar  If  inant  di  primo  di  zenar. 

R.  den.  XX  che  fo  venduda  la  peverada  che  romans  de  la  charitat. 

R.  den.  12.  da  Chumina  la  madrigna  cu  fo  di  Zanda  inpentidor  per  las 
messas  d-un-ano  [anno]. 


3.  Dai  Quaderni  de'  Camerari  della  Fraterna 
de'  Battuti  di  Cividale. 

[Arch.  dell'Ospitale  di  Cividale.] 

1350. 
In  primis  recevé  io  bortoloraio  de  Brios  fra  di  josep  de  Flumisel  VI  star 


Testi  friulani:  Secolo  XIV.  189 

di  formento  cha  dau  e  del  an  cu  cor  V  star  de  avena,  VI  star  de  nielg  et 
iij  conz  di  vino. 

1352. 
Si  die  Stiefin  di  Flumisiel  si  s-achordà  chul  priul  di  Sent  Dumini  per  un 
star  di  forment  e  un  d'aveno.  E  anchimo  si  s-achordd  chu  la  priolo  de  lo  zelo 
per  un  star  di  forment. 

1354. 
Po  fata  una  carta  con  una  vigna  fo  dado  a  Pedrus  manual  per  VII   anni 
a  miezis,  la  vigno  si  é  su  la  mont  di  Sent  Filip  cu  fo  di  Ser  UdurlI  lu  lune, 
iij  di  gisint  vendemis. 

1355. 

In  d-avost  si  fo  comprat  zera  cun  volontat  delg  Piùulg  e  delg  cunsiglir  li- 
vry  18,  per  X  dintl  la  livre.  Si  fo  spindut  par  spali  di  fa  gli  ziriuz.  Si  a  eibut 
tot  per  cero  e  per  lavuriduris  meza  marcha. 

Si  arecevir  gli  Frari  menor  per  l'anima  di  dona  Felis  soldi  40  e  for  daz 
per  chutuardis  mesis  soldi  14. 

1355. 

adi  VII  di  seseledó  si  fo  spindut  per  un  quaderno  per  scrivir  li  chanzon  soldi  5. 

Si  fo  spindut  a  Sent  Dorat  soldi  12,  vot  al  predi  e  4  per  spensaris. 

Si  comprai  io  Jachu  alg  masari  di  Flumisel  tre  [denari]  chielg  furin  doi 
dinar  di  pan  e  3  bosiz  di  teran  per  sis  pizul  la  bozo  e  miez  dinar  di  formadi 
e  miez  dinar  lu  ingnostri. 

Si  ob  Brunis  per  uno  vio  d-oleio  chel  fes. 

Si  ob  lu  predi  di  Sent  Martin  chel  dis  meso  soldi  2. 

Si  spendei  cui  Indri  cha  dus  lu  fit,  chelg  bivir  soldi  j. 

Si  ob  Lenart  chaliar  quant  el  stié  amalat  in  dos  setemanis.  Itera  fo  dat 
ad  uno  varfino  soldi  27. 


4.  Dai  Quaderni  de' Battuti  di  Udine. 
[Bibl.  Munic.  di  Udine.] 

1357. 
Per  la  oblacion  da  mese  di  marzo. 

Pagay  per  far  lis  viliis  di  Micul  per  una  sala  di  vin  denari  XV. 
Per  doi  ceris  novi  fati  devant  la  Virgin  Maria. 

Spendey  in  chel  di  chu  furin  chà  gli  massari  di  mas  zoo  la  di  d-ogna  sent 
per  bevi,  frixacenses  iiij. 


190  Joppi,  • 

Par  doi  ceris  pizuliz  dovant  la  Virgin. 

Spendey  per  leguis  chu  furia  comperadis  per  lavar  li  bleons  de  li   poveri 
den.  12. 
Per  doi  star  di  zesera  comperada  per  lo  gustar,  mezza  marca  di  den. 
Spendey  per  scortegar  lu  bus  den.  5. 
Pagay  per  far  cruvir  l'Ospedal  den.  24. 


5.  Dai  Quaderni  de'  Camerari  della  Chiesa 
DI  S.  Maria  Maggiore  di  Gemona. 

[Archivio  municipale  di  Gemona.] 

1360. 

Adi  3  di  zugno. 

In  primo  spendey  per  fa  meti  lu  lastrat  su  lu  chanpanili  che  io  dey  su  a 
giù  filgli  che  fo  mostri  Grilg  e  a  Salt  marche  di  denari  4  et  den.  10. 

Spendey  per  una  seredura  di  zep  che  fo  mesa  su  lu  usso  del  chanpanili  den.  24. 

Item  per  fa  inflodrà  lu  usso  de  Sacristia  et  per  breys  che  bisogna  al  det 
usso,  den.  25. 

Per  uno  cesendeli  de  vero,  den.  4  et  per  saulin  che  bisogna  ad  un  cesen- 
deli  den.  3. 

Item  dey  a  Miser  lu  Plevan  per  la  spesa  che-1  feys  a  tray  lu  libri  grant 
fur  di  Padova  et  cundurlu  a  Glemona  lire  de  Soldi  5. 

Adi  22  de  Settember  dey  a  Blasut  per  che-I  conzà  giù  chandileri  che  teyn 
giù  dupleris  delg  morti,  zoé  vj  chandileri  lib.  parv.  6  '/,  [cioè  lire  di  piccoli 
veronesi!. 

Adi  2  di  zener 
per  fa  condur  I-ago  del  batem  in  pasca  tefania  den.  2. 

Adi  3  di  marz  dispeudey  per  fa  adu  la  crisma  de  Agulea  den.  24. 

Item  per  fa  giù  grandi  ceris  di  pasca  mayor  marche  4  di  den. 

Par  chel  feys  giù  ceris  di  pasca  raaior,  den.  63. 

Par  chel  lava  lis  anchonis  den.  12. 

Dei  a  pre  Mattius  perche  porta  lu  chorpus  Domini  in  torn  tavola  in  sabida 
de  batem,  den.  24. 

De  May 

Per  fa  aplanchà  lu  solar  chi-é  sot  li  chanpanis. 

Dei  a  Blasut  de  Ser  Gabriel  per  lu  ?igl  del  agnul  chel  indora. 

Item  a  chulor  che  aiudar  tini  su  le  scale  et  meti  lu  may  su  lu  chanpa- 
nili, den.  12. 

Item  dispendey  per  12  chandelotti  che  fo  mitut  denan  giù  apostuli  quant 
fo  lu  in  noval  de  la  segra  den.  G, 

Par  lu  inaversari  den.  20. 


Testi  friulani:  Secolo  XIV.  191 

1360. 


25  de  zugn. 

Dey  a  uno  pover,  soldi  20. 

Day  per  l'arciavol  lire  8  di  soldi. 

Dey  a  Zuanut  inpintidor 


1366. 
Item  dispendié   per   uà    Codes   che   despegnay   in   Venesia  da  li  Frari  di 
S.  Maria  el  qual  fo  fato  a  Padova  ducati  13  '/^  in  oro. 

1367. 

Fo  spendut  per  dir  lu  Salteri  a  la  zelo  per  un  ano,  marche 

Per  una  trizera  a  donar  a  li  noze  di  Pinta  quando  el  vadigà  la  muglir 
ducati  2  in  oro. 

Spendut  per  un  star  di  favo  in  chaso,  den.  36. 

Spendut  per  dar  al  mestri  de  la  schola  per  lis  quartucis  di  pasche  per  l'in- 
fanti, soldi  6. 

Per  lu  ineval  del  pari  di  Signu  march,  j  di  denari. 

Per  la  intantesim  di  Danel  e  Setimina  e  in  cera  oferta  35  soldi. 

Fo  spendut  per  dar  a  Mestri  Michul  inpintidor  per  inpintir  lu  zil,  el  drapi 
di  denant  e  far  figuri  in  lu  mur  per  gonseglo  de  Ser  Menaat,  per  la  so  fa- 
diga  marche  6  di  soldi. 

Fo  spendut  per  comperar  una  cope  per  meter  li  ariquile  sot  l'aitar,  soldi  17. 

Fo  spendut  per  andar  a  Udin  e  Sofinber  a  fa  la  grazia  al  vescuf  e  a-do- 
nar  al  so  canzilir  chi  ni  fes  lu  sigei  su,  den.  100. 

1371. 
Per  andar  al  playt  a  Udin. 

Dey  a  Zuanut  inpintidor  per  far  la  salutazion  in  le  finestri  davur  l'aitar 
mayor,  soldi  22. 

1373. 

Spendey  gli  quai  dey  a  Zuanut  impintidor  per  la  so  fadio  per  lavar  e  per 
cumedar  li  figuris  e  lis  ymaginis  del  crucifixo  den.  40. 

Item  per  far  cruvir  lu  teto  a  copo  de  la  Glesia. 

Per  lu  fat  mirindo  e  pan  prendi  ogno  di  azó  chel  no  gisisin  de  lavoro  e  no 
s-inderedasin  ad  ala.  chaso  per  duti  lu  sis  dis,  den.  4  per  di. 

Spendey  per  ricevi  1-arciaul  e  gli  previt  per  V  boce  di  Romania.  —  Item 
spendey  per  far  conzar  zoé  cuvrir  lu  graduai 

1374. 

Spendey  ch-ió  dey  a  mestri  Michul  inpintidor  per  la  tavola  che  l'impintf 
devant  I-altar  de  Sant  Jacu,  libr.  7. 


192  Joppi,' 

1389. 

Spender  per  la  tavolo  d-arigint  soro  indaurado  de  dar  la  pas  chu  io  com- 
perai de  Grabiel  filg  del  Bui  d'Udin  per  chomandaraent  delg  Prochuradors , 
march,  di  soldi  8,  e  sol.  116. 

1392. 
Item  spendey  li  quali  io  dey  a  Misser  lo  Veschuf  per  so   fadio  quant  al 
segrà  1-altar  maior,  due.  S^a-  Item  al  so  infant,  den.  10. 

1394. 

Spendey  lu  di  de  la  Annunciation  di  S.  Maria  per  ariceu  Misser  lo  Veschovo 
et  li  previdi  et  li  frari  e  con  quelli  che  aydà  el  zago,  per  aribola,  den.  22. 

Item  spendey  per  lo  Arcionasi  et  a  cholori  che  portarin  lis  crous  incontra 
lo  Patriarcha,  zoé  per  bevi,  den.  3. 

1395. 
Spendey  per  dar  al  1-arziavul,  al  so  mamul  per  lui,  per  lo  arcionasi  che  la 
Glesia  paga,  march,  una. 

1396. 
Spendey  lu  di  di  S.  Maria  per  giù  Avenzonas  chu  aduserin  giù  ceri    per 
ricevergli,  sol.  8. 

1402. 
Spendey  ch-ió  dey  a  mestri  Gubertin  per  impintura  che  lu  feis  in  la  anchono 
de  la  S.  Maria  ch-ió  compras,  den.  5. 


6.  Canzone,  scritta  sul  rovescio  e  nello  stesso  carattere 

DI  UN  atto  notarile,  ROGATO  IN  ClVIDALE  IL  14  APRILE  1380. 

[L'orig.  nella  Coli.  Pirona,  Museo  Civ.  di  Udine;  edita  nel  1864. 

Piruz  niyo  doz  inculurit 

Quant  yo  chi  viot  dut  stoy  ardit, 
Per  vo  mi  ven  tant  ardiment 
E  su  surz  soy  di  grant  vigor 
Ohio  no  crot  fa  dipartiment 
May  del  to  doz  Hai  amor  ' 
Par  manazo  ni  per  timor 
Si  chu  nul  si  metto  a  strit. 


Versi  cancellati:       Ni  pur  chescg  ni  per  culor 
Metinsi  pur  ben-a  strit. 


Testi  friulani:  Secolo  XIV.  193 

Piruz  ecc. 

Ogn-om  mostri  voglo  scuro 

Ch-ió  no  intint  may  di  lasà 

Di  pàsiris  par  pavuro 

Lu  pani  pur  semenà 

Mo  plui  chu  may  intint  ama 

A  chugle  ch-ay  simpri  sirvit. 
Piruz  ecc. 

Per  zo  duralo  byello  e  zintil 

Quant  anch  yo  pues  vus  vuelg  preyà 

Vo  no  sayes  d-anim  tant  vii 

Di  may  volerai  abandonil 

Par  det  d-algun  malvas  bosd 

Chu  ca  simpri  ni  mai  mintit. 
Piruz  ecc. 

Chianzunetto  va  cun  Dio 

A  chello  duralo  saludant 

Di  chui  fidel  sol  sirvidó 

E  so  celat  saray  amant 

A  mil  mil  ang  s-yo  vives  tant 

Al  so  amor  si  soi  unit. 


7.  Da  Quaderno  di  entrate  e  spese  della  Fraterna 
DI  S.  Maria  de'  Calzolaj  di  Udine. 

\ Museo   Civico  di  Udine.] 

1380. 

Jacurauc  di  Viscon  den.  XLVII  per  inprest  sora  dos  aruedis  inferadis  in 
Sent  Cancian  sint  a  Santa  Maria  e  pesonal  j  di  forraent. 

Fo  vendut  vaselli  iiij  di  vin  par  den.  XXXjjjj  lu  cong  vindut  a  dar. 

Itera  martin  di  Lauzac  sol.  iiij  \  par  formadi  par  lu  fra  di  Gor  in  prisinza 
Eler  el  fra  di  Gor  adi  XVI  in  november 

Itera  Denel  di  Lauzac  de  dar  den.  XLiiij  fata  rason  adi  XXVI  november 
itera  pix.  [piccoli]  viiij  par  lis  misuriduris  in  prisinza  martin  e  laurine 
pividor. 

Par  iraprest  adi  XX  in  mare  pesonalg  VÌI  di  sigela  in  sent  mare,  stars  ij 
di  melg  adi  iij  in  iung. 

Item  zuan  dal  degan  11.  [lire]  viiij  di  dinars;  Hostasi  di  percut  è  fedesor 
e  pagador  fato  reson  MCCCLXXX.  adi  XXI  in  decenber-. 


194  Joppi,* 

Item  martin  dò  dar  marcila  -f-  e  den.  viij  per  inprest  e  per  j  vistit  e  per 
j  mantel.  Item  den.  iij  per  pes.  Item  j  star  di  sorc. 

Item  11.  iij  ~  di  cara  di  porc  per  den.  iij  la  lira. 

Itera  den.  ij  -^  per  saladic  e  per  vin  adi  XVI  in  mare. 

Adi  XXVij  in  iung  termit  in  sabida  per  imprest  sora  j  zupa  e  un  camisot 
adi  Xiij  in  seselador. 

1381. 

Gnesa  muglir  cbu  fo  lenart  di  lauzac  marcha  j  per  imprest  per  apagar  j 
vacha;  Eier  e  martin  di  lauzac  for  pagadors  in  oblegaut  la  vacha  e  j  boi  e 

luti  li  beni:  martin  e  Eier  in  prisinza  Niculau  tesedor  e  pieri  caliar  filg  di 

di  bore  d-auléga  e  beltran  di  lauzac  nevot  martin,  MCCCLXXXI  adi  Xiij 
in  aprilis,  termit  a  Sent  Michel. 

Item  den.  XL  per  lis  caraduris  del  via:  item  p.  [piccoli]  per  lis  misiridu- 
ris  del  vin. 

Item  den,  XVI  per  j  scrova  e  den.  XLViij  per  un  star  di  sigela. 

R.  [ricevuto]  di  Zuau  ziner  di  denel,  vasel  j  di  vin  per  den.  XXVj  lu  congi. 

Item  per  par  j  di  fiergis  de  la  chavala. 

Item  pesonalg  v  di  tramesta. 

Item  den.  iij  per  la  spesa  dal  boi  e  Gnesa  é  siuritat  per  la  biava  e  per 
tute  e  si  m-a  inoblegat  i  boi  e  se  no  m-a  contentat  di  tuto,  Gnesa  mi  deba 
menar  lu  boi  ia  anzi  Sent  Michel. 


8.  Spese  del  Cameraro  del  Comune  di  Cividale. 
[Ai'chivio  notarile  di  Udine  ;  Voi.  I  Mss.  Vaij  ] 

1380. 

adi  10  di  iugl  diey  a  Pieri  Brich  chel  porta  2  letiris  una  a  Ser  Redolf  a 
Triest  e  laltra  a  Michulus  di  Cararia  per  comandament  degl  Provededors,  de- 
nari 60. 

Jn  chel  di  diey  a  Ceco  per  la  part  chi  gli  tocava  di  5  magi  pes  degl  be- 
cari  chi  furin  incondagnadi  per  comandament  degl  Provededors,  den.  20. 

Adi  17  di  Iugl  diey  a  Culosis  chu  zie  inbasador  ad  Udin,  den.  72. 

Adi  19  di  Iugl  comprai  libre  21  di  colac  di  sef  per  deber  far  paignarogi 
quant  ves  la  nuela  di  Pola,  den.  63. 

Adi  21  di  Iugl  dìei  a  Dumini  Brich  chel  fo  a  Puriesia  a  comanda  cari  chi 
ciesin  a  menar  arcila  in  cort  per  lu  brasagl,  den.  4. 

Adi  penultim  di  Iugl  diey  a  24  pedoni  che  debevin  alar  a  Cavadistria  e  si 
furia  mandadi  a  Triest  par  rason  chi  Cavadistria  si  fo  tolta  per  Viniciani  e 
si  debevin  ave  la  ferma  per  un  mese  per  cascaduu,  marche  2  di  soldi  al  mea. 


Testi  friulani:  Secolo  XIV.  195 

Adi  2  d-avost  diey  agli  caradori  cbu  zirin  a  Triest  chu  la  pedonagla  ruar- 
che  una  di  den.  e  ad  un  di  Pola  che  porta,  una  casa  di  piloz  daur  gli  cari 
che  zievin  a  Triest  den.  2. 

Adi  9  d-avost  diey  a  Ser  Redolf  ed  a  Zuan  tant  chi  zirin  in  Udin  al  Par- 
lament  a  deber  diputar  gli  homini  a  rezi  la  contrada,  fortoni  3. 

Item  per  un  ceder  di  carta  den.  7. 

Adi  14  davost  diey  a  Ser  Redolf  quant  el  ala  cun  Zuan  Toni  chu  zirin  al 
Parlament  ad  Udin  cun  5  cavali  e  Ser  Redolf  stiet  2  di  e  Zuantoni  stiet  df 
uno  per  li  spesi  e  per  lu  nolo  degli  cavali,  fort.  3. 

1380. 

Adi  16  d-avost  spendey  per  braza  3  di  vergado  per  lu  palit  da  pé,  costa 
al  braz  grossi  25  e  per  braza  25  di  scarlatin  per  lu  palit  di  cavai  in  rosson 
grossi  30  lu  braz. 

In  cel  df  diey  per  la  purcita  cui  furniment  den.  2S;  per  lu  speruar  den.  80; 
per  la  storiga  den.  14;  per  un  gaio  den.  5;  per  doy  astil  a  portar  su  li  palj, 
den.  16;  per  lu  nolo  di  5  cavali  che  portarin  li  palj  in  tor  la  tara  per  quela 
not  e  per  in  deman,  den.  32;  per  pasa  12  di  soga  per  far  lasar  li  cavali,  che 
costa  soldi  2  lu  pas.  Per  vin  agli  pividori  la  villia  di  Sanct  Donat  den.  6.  — 
Item  spendey  lu  df  di  Sanct  Donat  per  libre  6  di  pigaocat  e  di  cochuli,  con- 
feti chi  costa  la  libra  den.  32.  Item  per  gli  dopliri  ad  andar  intor  la  Tera 
chu  la  prucision  e  si  furin  lib.  25  '/a  di  cera  in  rosson  di  den.  15  la  livra.  Per 
far  colazion  chugli  furistiri  den.  16. 

Adi  prim  di  vendemis  comprai  livra  una  d^oglo  per  far  raeti  entri  lu  ces- 
sendeli  a  deberlu  far  arder  in  cela  not,  den.  6. 

Adi  .  .  .  d-otor  per  una  maza  di  tela  di  lin  per  meti  intor  gli  suanpugl 
dela  fontana  den.  9. 

Adi  25  detto,  diey  a  Candit  infant  del  Gastalt  per  far  sona  lu  consegl  che 
gli  Deputadi  mandarin  una  letira  chi  noy  debesin  mandar  20  pedoni  a  Ma- 
ran  per  casson  chi  1-arraada  di  Viniciani  debeviu  11  vignir,  den.  1. 

In  cel  midiesin  di  diey  a  Zuan  Gillo  chel  zie  ad  Udin  Li  degl  Deputadi  a 
portar  una  letira  corno  egl  no  podevin  mandar  al  prissint  nissun  e  si  li  altri 
Curaunanzi  e  Castelani  facesin  lu  lor  deber,  chi  noi  volevin  volentera  far  lu 
nostro. 

Adi  26  d-otor  dey  a  quel  soldas  gli  quagl  cirin  a  Maran  imperzoche-1  vlgniva 
det  chi  lis  gallegis  di  vinizians  lu  avevin  presentai  e  furin  pagadi  per  8  df  in 
rason  di  8  marche  di  den.  per  mes  cascaduna  lanza. 

Per  dispegnd,  la  quarnamusa  di  Yacugl  pividor,  la  porta,  quant  che-gl  cirin 
a  Maran,  fort.  3. 

Adi  27  d."  diey  a  Ser  Jacupin  Canoni  per  lu  so  salari  do  l~au  presint  par 
poni  li  arloy  in  ordiu,  marche  4  di  den. 


196  Joppi,  • 

Adi  pria  novembri  diey  per  una  letira  mandada  di  Triest  notificant  che  li 
galegi  di  Zenovesi  si  garin  in  lu  puart  di  Pola. 

1380. 

Adi  9  di  lugl  di  Toni  Nodar  per  chel  fo  let  nodar  del  Comun  e  chel  non 
vos  iestri,  marche  una  di  den. 

Adi  18  iugl  di  Pauli  becar  per  una  incondagnasoa  chel  fo  incondegnat  chel 
no  fes  car  un  ài,  den.  80. 

Adi  10  Settembri  a  Chulus  di  Toglan  per  una  incondagnai:oa  chel  tols  la 
spada  di  man  a  Ser  Nichulo  di  Triest  cum  plusors  compagns. 

Adi  5  november  par  cegl  d-Iplis  e  d-Orzan  per  una  incondegnason  chegl  no 
ulirin  mena  lis  arrais  degl  soldas  a  Maran  quant  egl  debevin  alar  a  Cloza, 
den.  80. 


9.  Dagli  ^Acta  Camerariorum  Comunis^ 
nell'Archivio  Munic.  di  Cividale. 

1382. 

Racio  Receptorura  per  Henricum  Camerariura  Civitatis  Austrie. 

Adi  viij  di  zeuar  raarchis  LViiij  di  denars  par  la  tiargo  paga  del  dazi  delis 
bichirigis. 

Per  chunpliment  del  dazi  delis  stazons  march.  XVij. 

Adi  Xiiij  di  iung  di  Ser  Zilii  inperzoche-1  rifugdà  di  gesir  Provededor, 
march,  di  den.  ij 

Item  a  Vorli  di  Pulizut  che  rifugdà  di  gesir  di  Chonselg,  march,  j  di  den. 

Suma  deli  sumis  di  chel  del  ariziet  raarchis  500  e  fortons  iij. 


10.  Richiesta  di  oggetti  appartenenti  a  Giovanni 

MARCHESE   DI    MoRAVIA   PATRIARCA   DI   AqUILEJA,   MORTO   NEL    1394. 

[Archivio  notarile  di  Udine.  Carta  volante  nel  Voi.   Vaile  di  Cividale.] 

A  chi  soth  son  scriti  lis  aresons  e  la  domanda  che  Bartholomio  domanda 
per  lo  Patriarcha  Zuan,  che  fo  imprima: 

Fata  rason  cura  Ser  Francesch  lo  Vuraisinger  d-unis  chopis  e  d-uns  chian- 
dilirs  et  de  unis  irapolis  et  de  chialis  et  de  una  spada,  restami  a  dar  du- 
cati XV. 

Item  per  chonziduris  di  dos  chopis  di  arunt  [sic;  1.  arifnt]  et  per  arunt  due. 
ij,  lis  quals  chopis  dei  a  Ser  Blascho. 


Testi  friulani:  Secolo  XIV.  197 

Item  per  choaziduris  di  ij  bazins  et  de  una  stagnada  et  d-un  naph  resta 
d-aver  due.  vj. 

Item  per  onzis  dos  de  arrint  et  per  faturis  et  furimielg  de  la  spada  del 
soradet  Signor  Patriarche  Zuan  conputada  1-onza  soldi  C,  la  onza  monta  mar- 
che de  soldi  j  et  soldi  XL. 

A  cliestis  chiosis  dey  a  Charaiciio  magistro  di  la  Chamira  e  al  so  chom- 
pagno,  lu  qual  Chamiclio  per  pegno  del  pajament  delis  chiosis  sora  scritis 
mi  dio  la  stagnada  et  la  schudella  et  lo  nafFo  in  salvo. 

Item  Ber  Zuantoni  per  uns  furimegl  d-una  cintura  del  soradet  Patriarcha 
Zuan  due.  raiez.  Salvo  a  chel  che  io  debeva  aver  de  la  famegla. 


11.  Quaderni  de' Battuti  di  Cividale. 
[Arch.  dell'  Ospitale  di  Cimdale.\ 

1395, 

Mestri  Zuan  iupintidor  [paga]  den.  40  per  star  un  di  forraent  per  lu  fit 
viedry  lu  qual  fo  fat  in  pan  e  fo  dat  per  1-araor  di  Dio  per  1-aniraa  di  Chu- 
lus  Sartor. 

Spendey  den.  2  per  domanda  mes  per  li  fiz  non  apayaz  anchymó;  den.  ij 
per  spangà  la  casa  delg  heres  de  la  muglir  di  mestri  Luri  caligar. 

Spendey  den.  22  per  un  selo  d-aribuelo  lo  qual  si  fo  dada  a  la  fradagla  de 
Gurizo  lu  di  di  Sent  Jachun  e  Filip. 

Spendey  per  fa  mena,  lis  dodis  tras  di  Udin  soldi  40. 


12.  Dagli  'Ada  Camer ariorum\  come  al  num.  8, 

139G. 

Adi  viij  di  luyo  per  quatro  raestris  li  quali  conzarin  lu  legnan  per  meterlu 
in  oura,  lu  qual  legnan  fo  fato  lo  spalto  chi  ó  sovra  lu  rifoso  apresso  la 
braida  di  Toni  Gallo  den.  53. 

Adi  viij  di  avost  alay  a  Udin  per  comprar  lu  palit  da  chaval,  spendey  per 
nauli  d'un  chaval  e  per  la  ustiria  den.  Xiij. 

Itera  comprai  drapo  scarlatino  per  lu  palio  brazi  Xiiij,  marcii,  vij  di  den. 

Adi  Xiij  comprai  una  storia. den.  Xiij. 

Adi  XVj  alay  a  Udin  a  comprar  lu  palit  da  pé  den.  Xiij. 

Comprai  drapo  biavo  brazi  V  '/„  lu  qual  chostà  lu  brazo  den.  XLV.  — 
Item  comprai  ij  astil  chostà  den.  Vij.  —  Item  passi  X  di  saga  la  qual  deba 
lasar  li  chavali  den.  XVij. 

Archivio  glottol.  ital.,  IV.  14 


198  Joppi, 

Item  per  un  gallo,  den.  iiij.  —  Item  per  una  purcita  den.  XV;  itera  per 
conzar  e  cozer  la  purcita  den.  iij  et  per  uno  vedero  che  fo  posto  la  salsa, 
soldi  uno. 

Adi  XViij  diey  ali  pividori  li  quali  piva  alla  festa  del  palio  duchati  d-oro 
iiij. 

Per  ricever  chuior  che  porta  la  vilia  di  Santo  Donato  li  palij  e  li  altri 
chossi  den.  iij. 


13. 
[Archivio  notarile  di  Udine;  Voi.  intitol.:  Savorgnani.] 

MCCCLXXXXVII  adi  XI HI  de  marzo. 

Io  Pauli  de  Cuglan  son  contento  e  confesso  de  deber  dar  e  pagar  a  Indri 
di  Ser  Nassinvero  trey  cento  e  trenta  quatro  due.  per  resto  d-ogna  rasson  chió 
aves  affar  cum  luy,  da  chi  al  di  prisint.  Ancora  debo  dar  al  det  Indri  io 
Pauli  marchis  quaranta  sis  di  solz  per  li  spesi  del  purcielg  chi  son  staz  in 
fayo  quest  an  passat.  Ancora  debo  dar  mi  Pauli  al  det  ladri  lu  vadang  di 
questi  porzi  al  det  Indri  quel  chi  si  guadagnarà  per  la  so  part.  In  prisinzo 
di  Gabriel  di  Lenarduz  e  di  Michel  di  Lonfranch,  andoy  de  Cividat. 


Testi  friulani:  Secolo  XV.  199 

II. 

SECOLO  XV. 


1.  Dagli  ^Acta  Camerariorum  Comunis'^ 

'  nell'Archivio  Munte,  di  Cividale. 

1400. 

Adi  XXiij  d-otobri  di  chomandament  di  Misser  Chorat  si  gli  manday  a 
misser  Chorat  per  Zuan  so  famelg  fra  de  Dreo  chu  sta  cliun  no  per  lu  so 
salari  dello  pirvidorio,  raarchis  iiij  di  denars  giù  qualg  io  gli  manday  in 
due.  viij  in  reson  di  march.  '/^  prò  duchato. 

In  Sabido  adi  XXiij  d-otó  si  die  a  Dono  Zuano  mogli  di  Mestri  Pieri  dello 
Schuello  per  lu  so  salari  chi  é  difinit  chi  lu  Chumun  gli  dà  liris  XXV  di 
solz  per  an  infin  a  la  vito  so. 

In  martirs  adi  XXVj  si  die  anchimó  a  Mestri  Zintil  mestri  dello  Schuello 
soro  pur  lu  so  salari  denant  lu  lus  chi  el  ten  la  Schuello  in  prisinzo  di  Ser 
Zuan  nodar  diegli  due.  Liiij  in  aur,  giù  qualg  Ser  Zuan  à  ben  scriz  su  lu 
choder  del  Chumon. 

In  Miarchurs  adi  XXViij  d  otó  si  die  anchimó  a  Ser  Zuan  nodar  ed  a  Ber- 
nart  di  borch  di  Puint  chi  furin  mandaz  a  Montfalchon  là  di  Misser  lu  Pa- 
triarchio per  difinizion  del  Chonselg  anchiraó  soro  lu  fat  del  ort  di  Dorde  e 
dello  mogli  di  Misser  Luchin  Viscont,  die  lur  due.  iij  per  om  e  due.  vj  ad 
andoy. 

In  prindi  di  novembri  si  dio  anchimó  al  Mes  inperzo  chi  el  stié  di  plui  chi 
jaro  pat  chi  el  no  puet  ave  responson  chi  el  gli  fo  inpruraitut  si  el  stievo 
pluy  chi  oy  lu  pagares  di  plui,  die  den.  viij. 

In  Sabido  adi  Xiiij  di  novembri  die  per  doy  chiavalg  chi  io  chiatai  per 
Pieri  di  Monastet,  chi  fo  mandat  a  Santo  Mario  di  Mont  per  fevellà  a  Ser 
Nichulau  d'Anzel,  per  debé  iestri  sore  lu  fat  di  Dorde  e  dello  mogli  di  Messer 
Luchin  inperzo  chi  el  lare  dat  ordin  di  debé  iestri  chul  Signó  iiij  o  v  dis 
di  pò  chi  el  vignis  in  Zividat. 

In  Domenio  adi  XXj  di  novembri  die  a  mestri  Franteseli  dello  Glemonaso 
liris  XViij  di  cholaz  chi  el  die  a  chello  gnot  che  fo  lu  fu  a  eliió  di  Marchus 
ed  a  chió  Luzio  so  mari  in  Puarto  Brasano,  diegli  per  giù  diz  cholaz  di  sef 
den.  iij  dello  liro,  montarin  dinas  Liiij. 

Die  per  vun  choder  di  scrivi  areclams  den.  54  et  per  ingiostri  e  per  varnis 
e  per  atro  chiarto  di  scrivi  die  in  dut  den.  e. 


200  Joppi , 

XXIV  novembri. 

Speso  che  io  ay  fato  per  fa  chonzà  la  fontano  quant  chi  elg  la  fazirin 
aronpi  in  plusors  lus  e  quant  chi  elg  chomandarin  torzij  lis  disinis  per  Zi- 
vidat. 

In  miarchurs  adi  viij  di  deQembri  die  ad  un  mestri  di  Gleraono  chi  fo  fat 
vigny  per  vede  lu  mot  che  si  debes  tigne  dello  fontano  e  per  vede  si  el  fos 
ben  chi  on  la  debes  meti  in  legnan  di  chomandament  di  Vuglem  Provede- 
dor  e  di  mestri  Lenart  si  chu  diputat  soro  la  fontano  diegly  mare,  j  di  de- 
nars  oltro  la  speso  chi  el  fes  a  chi<5  di  Jancilg  cramer  al  ustirio  per  se  e 
per  lu  so  chiavai,  diegli  anchiraó  per  lu  det  chiavai  den.  Xij  in  prisinzo  di 
mestri  Lenart  chepellar. 

In  Miarchurs  adi  prim  di  degembri  di  chomandament  di  Bernart  di  borch 
di  Puint  vizi  provededor  in  pit  di  Misser  Chorat  die  a  Chistofol  brich  chi 
fo  a  chomandà  chiars  per  lis  villis  intor  Cividat  chu  menassin  piero  al  Tor 
in  borch  di  Sent  Pieri,  den.  viij. 

In  prindi  adi  vj  di  degembri  di  chomandament  di  Vugelm  di  Lupot  die  a 
Ser  Zuan  nodar  d'Atims  chi  tols  per  se  e  per  Virgili  chi  furin  mandaz  ad 
Udin  a  iestri  chuUa  Chumunitat  d'Udin  soro  l'inbasado  chi  vins  a  fa  Zuan 
di  Susano  per  part  del  Signó  sore  lu  fat  chi  la  Chumunitat  di  Cividat  debes 
meti  lu  lor  siel  su  la  letire  del  chuncordi  chi  ave  fat  lu  Signó  chun  Ser 
Fidrl  di  Zupinsperch,  diegli  per  chest  march.  '/^  di  den. 

In  la  villo  di  Nadal  si  apagiay  a  Vigelm  di  Lupot  ed  a  Vulgelrain  ed  a 
plusors  atris  quant  chi  elg  vignirin.di  mety  la  fontano  den.  ij  di  chonfet  e 
den.  iii  di  vin. 

In  martirs  adi  XXViij  di  degembri  si  die  a  Grabiel  nevot  di  Tomat  di 
Pinzan  e  chugnat  di  Chullau  di  Spirit  chi  fo  difinit  per  lu  Chonselg  chi  el 
volé  torna,  ed  ala  indau  a  Bologno  a  studia,  fo  difinit  che  el  gli  fos  dat  du- 
chaz  XX  in  aur  e  chusl  gl'ai  dat  i<5  Zan. 

Si  die  a  Cristoful  Brich  chi  arestavo  a  volé  anchimo  sagint  chemerari  Mian 
ed  Octobon  chi  el  no  fo  chunplit  di  pagià  di  lor  del  so  salari,  due.  j. 

■1401. 
in  domenio  adi  ij  di  qenar  si  die  a  Vugelm  ed  a  Bernart  di  borch  di  Puint 
ed  a  Ser  Zuan  nodar  che  forin  diputaz  per  lu  Chonselg  a  debé  ala  ad  Ara- 
manzas  a  iestri  chulg  vuraing  d' Udin  soro  lu  fat  di  debé  achorda  Misser 
Ricart  di  Valveson  chun  chelg  di  ZopuUo  e  di  Prodolon  soro  la  deferendo 
chi  elg  an  vuns  chulg  atris,  die  lur  den.  XXXij  per  ora  zoé  a  lor  tre 
den.  96. 


Testi  friulani:  Secolo  XV.  201 

Dai  Quaderni  de'  Battuti  di  Cividale. 
[loc.  cit.] 

A  D.  1406.  A  cbi  si  coraenzo  Io  intrado  delg  fizs  de  lo  fradaglo  di  Sento 
Mario  ascuduzs  par  mestri  Culau  Casnevich  cortelar  e  par  mestri  Zuan  cha- 
liar  ziner  di  mestri  Bertul  di  Puarto  Bresauo  sicu  cameras  de  lo  fradaglo  di 
Sento  Mario  sot  lu  reziment  di  Ser  Alexi  sicu  priul  e  di  mestri  Zuan  sot- 
priul. 

1406. 

Pre  Pantalius  si  paga  per  lu  fit  dun  ort  lu  qual  é  alant  a  Sent  Pantaleon. 

Si  paga  mestri  Mian  chaligar  per  tre  chiasis  e  per  tre  orz  puestis  in  borch 
di  Sent  Pieri  den.  38  e  di  cesti  dinars  sin  debin  dar  a  24  predis  azo  chelg 
facin  oracion  per  l'anima  di  Niculau. 

Niculau  si  paga  per  una  ch'iasa  puesta  a  pruf  lu  merchyat,  di  nivel  den.  3. 

Pagin  li  figlis  chi  forin  di  Pieri  di  Toglan  per  uno  chyaso  puesto  in  lu 
borch  di  Sent  Dumini  den.  34. 

Giù  herezs  di  Piligrin  si  pagin  soro  un  ben  puest  in  Muimas  di  fit  nivel, 
fortoni  denari  3  giù  qualg  3  fort.  pagin  la  stazon  di  Zuar  la  qual  posset 
al  prisint  Vignut  e  si  debin  paga  per  simpri  in  fin  a  tant  chi  elg  tre  for- 
toni non  vignin  compraz  in  bon  lu. 

La  Pividresso  di  borch  di  Sent  Pieri  pago  soro  un  chiamp  puest  in  lis  par- 
tignincis  di  Chiarandis  frumento  star  j  lu  qual  si  debo  distribuì  a  la  fradaglo 
quant  e  lo  ven  di  Sent  Donat. 

Itera  Zuan  di  Merdiul  pago  soro  uno  selvo  puesto  in  lu  chi  si  predichya 
in  lu  di  di  Sent  Michel,  den,  24. 

[Nomi  de' mesi:  zenar,  fevrar,  marz,  avril,  may,  Jung,  julg,  d-avost,  setem- 
bri,  octubri,  novembri,  decembri.] 

A  chesto  è  la  speso  degl  dinars  spinduz: 
Si  dey  a  la  fradaglo  di  Pristint  per  aiutori  del  confanon  due.  1. 
Si  diey  a  Nardin  per  vardA  la  eros  la  gnot  di  Viners  Sent  sol.  4. 
Diey  a  tre  voris  chu  adusirin  sevolon  di  vidison  sol.  27. 
Si  diei  alg  batadors,  giù  qual  baterin  lu  forment  solz  8. 
Per  far  bati  lu  pani  di  miezis  del  chiamp  di  Spirit  solz  6. 
Speso  fato  alla  procesion  di  Sento  Mario  del  Zorn. 
Per  un  zochul  e  miez  sol.  21,  per  uva  passa  sol.  2,  per  via  bivut  sol.  12. 

1419. 
Se   notori  e   manifiest  a  zaschidun  della   fradaglio  di  Sento  Mario  chom 
Margiaretto  moglier  chu  fo  de  Zuan  di  Ruvignaz  saynt  in  buiuo  malmuerio 


202  Joppi; 

e  in  ben  intellet  per  la  Dipgratia  vuglint  per  remission  delg  sia  pecchiaz  e 
per  1  animo  delg  sie  passaz,  lassa  davur  la  so  muart  alla  detto  fradaglio  un 
star  di  forment  e  miez  e  un  quinz  di  vin,  lu  qual  forment  e  vin  si  debo  vigni 
pagiat  soro  lo  braydo  del  Mestron,  lo  qual  braydo  si  é  puesto  in  gliu  confins 
di  Luinis,  con  chest  chu  lo  fradaglio  debo  fa  in  pan  lu  det  star  di  forment 
e  lu  det  pan  si  si  debo  parti  in  lu  di  chu  Io  detto  fradaglio  ven  di  Sento 
Mario  del  Zorn  e  quest  elio  vols  chu  fos  fat  ogni  an  imperpetualmentri  com 
appar  instrument  per  man  di  Ser  Nichula  del  Filitin  nodar  per  rason  di  do- 
neson  e  per  rason  di  muart.  In  mill  et  quatricent  et  sedis. 

1420. 
Sepi  zischidun  chu  lo  fradaglio  si  é  tignudo  di  fa  ogni  an  uno  favo  over 
uno  almuesino  per  l'anima  di  Spirit  di  Cividat  cum   IX   star  di   forment   e 
cun  tre  star  di  favo  e  cun  la  chiar  di  purziel  et  cuu  lis  altris  chiosis  chu 
s-apartignin  a  fa  favo  buino  et  grasso. 

1425. 

Ses  avisat  chu  la  chiasso  chu  ten  Bartholomio  di  Pustiarnulo  debo  fa  far 
per  man  delg  Ufficialg  dello  fradaglio  viestis  di  pan  X,  lis  quais  si  debin  da, 
per  I-amor  di  dio  a  dis  povers  ogni  an.  El  si  debo  dà  a  Sento  Mario  di  Cort 
un  miedri  di  vuelli. 

Vardo  ben  chu  la  chiasso  di  Ortal  si  é  obleado  #  fa  di  ogni  an  per  V  a- 
nimo  di  Spirit  messis  XX  e  a  fa  di  lu  so  anniversari  in  quel  lu  chu  vul  lu 
Ufficiai  e  si  debo  fa  df  uno  chianzon  su  la  so  sepulturo. 


3.  Spese  del  Cameraro  del  Comune  di  Udine. 

[Dai  Quaderni  de'  Camerari  del  Comune  di  Udine,  de' quali  non  esistono 
che  alauni  frammenti  in  copia  del  secolo  XVIII,  nel  Museo  Civico  di 
Udine.] 

1411. 
adi  ij  de  Otober,  ricevey  de  Ser  Moyses  e  Ser  Nichulau  Filitin  compere- 
dors  del  dazy  des  quartis  a  prontis  pecuniis  per  1  an  prisint  scomenzant  a 
Sent  Michel  de  1411  e  finint  a  Sent  Michel  de  1412  e  costa  lur  per  chest 
ano  marchis  de  sold.  46  e  dermi  lu  pagament  in  ducaz  e  ponermi  zascidun 
ducat  sold.  102,  segondo  chi  sa  Misser  Luis  de  Zignot, 

1411. 
V  otobre.  Spendey  per  comandament  deli  Deputadi  che   comandavin  che-I 
fosiu  presentaz  giù  Nobilg  Inbasadors  de  Miser   lu   Cont  Zuan   Mainart  dt) 


Testi  friulani:  Secolo  XV.  203 

Gurize  e  forin  dogy  inbasadors,  qoé  lu  nobil  omo  Mis.  Francesch  de  Cormons 
e  uno  Capelan  del  det  signor  Cont  e  etianadio  fo  deliberat  chu-1  albiarc  lur 
fos  pagat;  e  prime  foria  presentaz  chun  lib.  IV  de  confet  chi  costà  sold.  88 
e  bocis  IV  de  Romanige  chi  costà  sold.  12  e  bocis  IV  de  teran  chi  costà 
sold.  vj  e  viij  ingastaris  sold.  xij  comperadis  de  Rigo  spedar.  —  Item  ancora 
pagade  l'ustirige  al  Enrager  chi  monta  in  tre  pasti  chun  jx  cavalg  e  jx  bochi 
sigondo  chi  fé  la  rason  chel  osto  due.  iij,  sold.  62. 

1411. 

adi  xij  d-otober.  Spendegy  chilg  Deputai  mandarin  Eler  chun  une  letire  là 
de  inlustrisime  Signurige  de  Vignexie  pregant  chi  1-aitory  chelg  nus  avean 
parfiart  altis  oris,  chelg  nu  s-al  debesin  manda  prestamentry  in  per  zo  che-1 
bisognave  e  digli  per  naulg  del  cavai  per  vij  dis,  sold.  100. 

Adi  xviij  d-otober.  Spendegy  chi  fo  mandado  uno  Ambasador  al  Re  d-Un- 
gariga   e  fo   el   discreto   homo   Ser  Nicolo  de  Matiuso  chon  cavaly  4  e  tre 

famegli  e  stié  al  zir  e  tornar di  e  prima  spendegy  chi  diegy  a  Zuan 

del  Meglo  chi  fo  guida  a  scorcerlu  fino  a  Cormons  sold.  40. 

1411. 

adi  23  d-otober.  Spendegy  per  comandament  di  Mes.  Tristan  [Savorgnano] 
e  delg  Deputaz  chi  fo  presentai  Io  Egregy  Mis.  Pulchart  di  Robinstang  im- 
basador  delg  inlustris  Signors  Dus  Obsteric,  marche  16. 

adi  X  dì  november.  Spendegy  che  pagagy  Zuan  nodar  di  Clauglan  chi  fes 
viij  copigis  delg  capitulg  e  degl  paz  chi  no  fazerin  chun  Mis.  Pulchart  de 
Robiston  Lutignint  delg  inlustrisins  signor  Dus  d-Osteric  e  digly  sold.  28. 

Adi  11  di  december.  Spendegy  per  deliberazion  del  Reng  grant  chi  fo  fat 
sule  case  del  Conselg,  quant  si  mantigné  pigia  1-aitory  de  inlustrissime  Si- 
gnurige de  Vignexie  par  manda  un  Mes  a  Zividat  portant  une  letire  chi  si 
contignive  chi  no  volevin  manda  nostris  imbasadors  al  Re  d-Ungarige  s-egl 
nus  volevin  fa  trivis  fin  chelg  ziesin  e  tornasin  e  dis  dis  dopo  la  lor  tomade 
e  digly  par  so  fadie  soldi  16. 


per 


4.  Dagli  ^Acta  Camerariorum  Comunis'. 
[Archivio  Munic.  di  Cividale] 

1412. 

adi  23.  d-avost  diey  a  Chulau  di  comandament  di  Ser  Ugelmin  Provededor 
r  un  vasel  di  vin  chi  dona  la  Churaunitat  a'ili  Ongeri  di  Crudugnan  ',  due  XI. 


'  Cioè:  alle  truppe  ungheresi  accampate  a  Cordignano. 


204  Joppi^ 

Adi  XXVij  diey  a  un  mes  che  dus  nove  U  chi  lu  champ  di  Vinicians  era 
rot,  due.  V. 

adi  V  di  Setonibri  per  far  conzar  lu  punt  di  Sent  Dumiai,  sold.  2. 

Item  diey  a  Mestvi  Blas  chi  conza  la  chanpano,  deu.  Viij. 

Per  liris  X  di  chavilis  per  far  conzar  lu  punt  in  dos  oiis  sold  XXViij. 

Adi  XXVj  diey  a  Nichulau  nodar  curidor  del  pupilg  sora  lu  so  salari, 
march,  j  di  soldi. 

Adi  iiij  otobri  per  una  lira  di  oli  per  lu  cessendeli  di  plazo,  sold.  Vj. 


5.  Dai  Quaderni  della  Fraterna  di  S.  Maria  de'  Battuti  di  Udine. 

1413. 
Chumuz  Muliner  chu  fo  di  Nichulau  page  di  fìt  semplis  sora  lu  mulin  rai- 
tut  sot  lu  puynt  di  piere  e  sora  la  chasa  chel  sta,  chi  fo   di  Fava,   mitude 
in  1-androna  di  Sant  CristophuI,  appresso  lis  sos  confins,  tre  termini,  lu  ultira 
a  Sent  Pieri  di  seseledor. 


6.  Da  un  frammento  di  Rotolo  di  una  Famiglia  di  Cividale. 
[Museo  Civ.  di  Udine  \  origin.] 

MCCCCXIII. 

adi  XXVIII  d-avrll,  sumo  fate  ogno  rason  io  Zan  chun  Michello  mogUi  chi 
fo  di  Vizenz  di  Prapot  di  chi  io  Zan  ave  aybut  da  fa  chun  Vizenz  et  infin 
al  di  prisint  oltre  lu  vin  chi  el  mi  die  ed  oltro  ogno  atro  chioso  la  deto  Mi- 
chele mi  resto  a  dà  a  mi  Zuan  marcha  j  e  solz  LXXII ,  prisint  Juri  nevot 
chi  fo  di  Triàtan  Barbota. 

Adi  iij  di  may  si  imprestay  io  Zuan  a  Vignudo  brut  chi  fo  di  Menziz  di 
Giaglan  di  pur  inprest  solz  XL  chun  giù  qualg  elio  dis  chi  elio  volé  chonprà 
una  chialdiruzo. 

Anchimó  del  mes  di  iung  si  gl-inprestay  solz  L  chi  gli  besognavin  per  un 
so  mamul  che  iaro  amalat.  In  lu  di  del  Chorpus  Domini  si  gl-inprestai  su  lu 
mio  balchon  marcha  una  di  solz  chi  gli  besognavin   per   un   so  mamul   chi 

gli  murf. 

Item  si  ha  dat  me  Mari  alo  bayo  di  Butinijs  pesonalg  ij  di  forment. 

Adi  Xij  di  marzo  sumo  fato  ogno  roson  chun  Jachop  di  Cruso  di  ze  chi  no 
avin  aybut  da  fa  vuns  chulg  atris,  io  1-ay  chontent  e  payat  di  dut  lu  vin  chi 
el  m'a  dat  e  d'ogno  atro  chioso  e  d'oltro  ogno  chioso  lu  det  Jachop  mi  resto 
a  dà  solz  LXXXXVij. 


Testi  friulani:  Secolo  XV.  205 

Anc'liimó  adi  XV  di  may  si  gì  ai  dat  star  ij  di  siallo  la  qual  el  no  ray 
vul  dà  pluy  chi  elio  va  al  prisint  may  elio  mi  chosta  a  mi  solz  XViij  lu 
pisonal. 

In  doman  di  Sent  Zuaa  di  iuug  si  ai  dado  io  Zan  a  Bachin  da  Risan  misai' 
di  Blas,  runzino  uno  negro  varbo  d'un  volli  per  due.  iiij  e  si  el  mi  vora  dà 
qualclii  chioso  di  vadang.  Lu  runzino  e  muarto  e  damy  dut  lu  chorgan:  i6 
crot  chi  lu  ben  on  no  mi  se  tignut  di  nuglo. 

Adi  Viiij  d-otora  si  ay  paiat  per  Dono  Zubet  me  chusino  un  star  di  for- 
ment  di  sem  solz  LXXXXVj. 

Adi  XXViij  di  decembri  sumo  fato  roson  chun  Chulus  di  Premergas ,  la 
vachio  raman  pur  in  suez  par  meytat. 

MCCCCXIIII. 

io  lu  di  di  Sent  Blas  si  impresta  a  Toni  filg  Zuan  di  Menziz  marcha  una 
e  solz  LXViij  chel  nos  dà  per  un  purchiel  in  presinzo  del  pari,  eh  io  gli  hai 
cumplidis  march,  ij  chulg  Xij  soldi  chi  io  era  ingianat. 

Doi  dis  denant  chi  la  figlo  alàs  a  marit  si  imprestay  io  Zan  a  Janzigl  di 
Claro  march,  una  di  solz  giù  quagl  el  impromis  enfro  Viij  dis. 

Item  imprestay  a  Matio  di  Cravoret  solg  Viij  adi  XXViij  di  iung  chel  nos 
conprà  pan  chu  no  iarin  mituz  in  rason,  debomi  refà  sol.  Vj  eh  io  die  a 
Marchet  plui  che-1  mi  disé  chi  gli  debe  dà. 

Anchimó  adi  prim  davost  si  gl-inprestai  en  tello  me  chianivo  solz  Viij  pri- 
sinz  plusors  di  Godie  et  adi  XXViij  davost  solz  XX  chi  el  vos  dispegnà  una 
chiavallo  chi  gl-avé  fato  tuelli  lu  fradi  di  Cristoful  sertor. 

MCCCCXIIII. 

Sumo  fato  rason  io  Zan  cum  Domenis  pistor  di  ze  chi  el  nus  à  quet  pan 
fin  a  chi,  el  é  cootent  e  payat  fin  al  di  prisint  e  in  chest  midiesim  di  si  gli 
hai  dado  la  entratado  di  chest  an  zoé  chi  comenza  a  pascho  tefanio,  la  qual 
é  solz  L. 

Adi  XVII  di  zenar  hai  R  [ricevuto]  quinz  iiij  di  vin  vermegl  per  solz  LVI 
lu  quinz. 


7.  Canzone. 

[È  sul  rovescio  d'una  pergamena,  che  serve  di  coperta  a  un  libro  scritto  nel 
1416  da  Simone  del  Pittore,  notajo  di  Cividale.  Collez,  loppi;  edita  nel 
1864.] 

Bielle  dumlo  di  valor 
Jo  cgiantarai  al  vuestri  honor. 


206  Joppi,- 


Con  cgio  soj  in  grant  pinsir 

Jo  vul  diray  si  vo  volós 

Chu  zamay  no  pues  durmir 

Mancgià  ni  bevi  plui  d'un  raes, 

Vo  lu  vedós  ben  a  pales 

E  cgió  muriraj  par  vuestri  amor. 

Bielle  ecc. 

Si  par  me  tu  muriràs 
Tu  zamay  non  fos  pluj  gran, 
Alegro  may  no  mi  vedràs 
May  el  sarà  pur  lu  to  dan, 
Vacgint  viv  cbul  malan, 
E  si  cgin  zir  uno  altri  fior. 

Biello  ecc. 
Biello  dumlo  inchulurido 
Che]  non  d  é  al  mont  zardin 
Chu  se  fior  chusi  flurido 
Com  vo  ses  si  chu  un  flurin  : 
Vo  ses  achei  zintil  rubin 
Ch  a  Cividat  arint  splendor. 

Biello  ecc. 
Biell  infant  va  pur  chun  Dio 
E  no  mal  a  (a  chest)  attentant 
E  cgio  mi  das  un  amador 
Ano  par  me  va  pur  cgiantant, 
Sì  tu  fos  vignut  inant 
Non  curavo  d  altr  amador. 

Biello  ecc. 
No  mi  stait  a  chusI  crudel 
Biello  dumlo  dolz  chest  siur, 
Au  vus  soio  tant  fìdel 
Sirvit  aus  simpri  di  bon  cur; 
Dio  no  mi  lasàt  di  far 
E  cgió  murires  di  chel  dolor. 

Biello  ecc. 

Lasàmi  sta  si  dio  egia  vut 
Tu  mi  pars  masse  insurit, 
Chon  estu  a  chi  vignut? 
E  parca  estu  tant  ardii? 
Si  tu  mi  stas  a  ch'i  di  pit 
Tu  pords  ave  temor, 


Testi  friulani:  Secolo  XV.  207 

Bielle  ecc. 

Dio  sa  ben  con  mal  content 

Un  di  di  vo  tuel  ....  ai 

Sufrirai  preson  e  torraent 

Plui  eh  ogno  altri  iuamorat 

Vigno  vus  di  me  pecgiat 

Di  lasàmi  in  tant  ardor, 
Biello  ecc. 

La  to  grant  humilitat 

Mi  scomenzo  di  pluj  in  pluj, 

Al  mi  ■ven  di  te  pecgiat 

D'abandonacgi  par  altruj 

Veromentri  t-es  achuluj, 

Chu  sarà  lu  mio  amador. 
Biello  ecc. 

Simpri  mai  io  disidrai 

Di  vigni  ad  a  cliest  pont, 

Sirvidó  vuestri  sarai 

Fin  cgió  vivarai  al  mont, 

Ben  mi  par  cgió  sei  un  cont 

Quant  cgió  vìot  lu  vuestri  color. 
Biello  ecc. 

Biello  infant  no  si  cgi  pij 

E  si  cgin  pij  par  curtisio 

Chu  tu  no  debis  si  spes  vigni 

Unguant  par  chesto  vio, 

Imperzó  ch-altruj  no  dio 

Chu  io  sé  in  desonor. 
Biello  ecc. 

Biello  dumlo  al  mio  podó 

Lu  vuestri  honor  si  vuardarai 

Uno  boro  in  di  par  vo  vede 

Par  lu  cuntrado  passarai, 

Quant  al  balchon  vus  vederai 

Et  a  cgi  chun  Dio  zintil  tresor. 
Biello  ecc.  *. 


'  Segue  della  stessa  mano  :    Se  io  ti  dicessi  duti  le  mie  pene 

Che  sofTerisco,  dona,  per  to  onore 
Si  moveresti  el  to  nobil  quore 
Chum  pietati  corno  a  ti  conviene 
Dhe  fami  gratia  non  mi  làsar  morire 
Ch'io  £on  to  servo,  non  posso  altro  dire. 


208  Joppi,* 


8.  Dai  Quaderni  de'  Battuti  di  Cividale. 

1417. 
Marin  nevot  di  Chin  d'Outognan  filg  chi  fo  di   Florian  page   per   lu   mas 
alll  mitut  per  lui  arizut  formento  staja  sei  etc. 

Michel  Simunut  page  per  la  meytat  d-uii  ben  chi  fo  di  Puldus  etc. 


9.  Lettera  rinvenuta  frammezzo  a  carte  che  provenivano 
DA  Cividale. 

[L'orig,  nella   Collez.  Joppi.] 

1423. 
Salutatione  preraissa.  Sapiade  Ser  Zuan  di  Ser  zorzo  che  io  Nichulau  lom- 
bari ve  mandi  Simon  portador  dela  prisint  letira  pregandovi  che  a  lui  piasa 
di  cerchar  una  santencie  scrita  per  man  di  Ser  Zuan  Pauli  la  qual  santencie 

fo  dade  in  favor  di  M e  di  lombart  over  delg  ares giù  qualg 

bens  forin  di  Bonin  so  marit  giù  quali  bens  son  in  lugo  dit  Sapans  apreso 
Marchuer  e  apreso  zuanut  tuluin  la  qual  santencie  fo  irate  fiiru  e  fu  persa, 
cerchade  in  MCCCCXXII  o  XXIII  che  io  lombart  vi  pagaró  a  vostra  piaser. 


10.  Rotolo  del  Monastero  della  Cella  di  Cividale. 
[Mus.  Civico  di  Udine.] 

1424. 

Chulau  figl  che  fo  di  Fanton  caligar  paio  de  fìt  semplis  sora  lu  baiarz  con- 
fino apreso  la  Glesio  di  Sent  Mori  e  de  la  fornas  di  li  Signors  di  Spigniraberh. 

Nota  che  la  charta  de  la  deta  fitison  é  publicada. 

Juri  lu  nevot  di  Morasin  si  paio  sora  lu  baiarz  mitut  fur  de  la  cento  de 
Albano  e  soro  un  prat  ponut  in  lis  pertinenciis  di  Dalognan. 

Jacun  di  Cros  si  tignevo  uno  nostro  terren  cun  braydis  e  campi  e  un  setor 
di  prat.  Paio  ornis  di  vin  Vj,  nota  che  l'orno  son  sellis  Vj  di  misura. 

Nota  che  ci  chu  ten  lu  det  mas  deba  esser  decan  del  Monestet  ed  atignudo 
a  comanda  i  fiti  ed  avo  del  Convento  uno  capei  e  una  centura. 

Itera  payo  di  fit  per  la  praydo  de  Vj  campi  computa  lu  trep  che  va  in- 
torno   

Item  palavo  per  lu  mas  chel  tignevo  de  li  doni  ...... 


Testi  friulani:  Secolo  XV.  209 


11.  Da  rotolo  membranaceo  della  Fraterna 
DI  S.  Giacomo  de' Pelliciai  di  Udine;  scritto  tra  il  1400  ed  il  1430. 

[Presso  la  Fabbriceria  della  Chiesa  di  S,  Giacomo  di   Udine.] 

Frauceschia  mogli  chu  fuó  di  Zuan  Cortelar  habitant  in  lu  det  borgo  di 
Gleraona,  paga  sora  una  chiasa  mituda  in  la  deta  puarta,  lis  quals  son  lis 
contìns,  una  part  posset  Zuan  Taschiar  e  l'altra  gl-arez  di  Grior  di  Val  e 
la  via  publica,  marchia  mieza  di  dinars. 

Domani  dal  Muzon  paga  sora  lis  chiassis  lis  quals  chel  sta,  achestis  sou 
lis  confins:  dogna  Zuan  det  Tirar  e  dogna  Jacbum  dalla  viella  e  dalla  part 
di  davur  dogna  giù  Fratis  di  Senta  Lucia  e  di  denant  la  via  publicha,  mar- 
chia di  denars  mieza  e  denars  Vj. 

Philipus  filg  chu  fo  di  Chulus  di  Candit  habitant  in  mercat  nuf  aret  chu 
fo  di  Domeni  Ziliut,  paga  sora  una  cassa  chu  é  in  borch  di  Glemone  la  de 
Zele,  la  qual  cassa  fo  di  chel  midiesim  Domeni  Ziliut,  iij  star  di  forment,  iij 
quart.  di  fave  e  XVI  libr.  di  car  di  purzel,  den.  XL  di  fìt  nivel, 

Margirus  mogli  chu  fo  di  Pus  e  Toni  Chaliar,  a  pagin  sora  una  chiassa 
ponetta  in  lu  det  lu,  lis  qual  son  lis  confins  dogna  Jachum  pilizar  figlastri 
chu  fo  dal  Tos  ecc. 

Jachum  dal  suelg,  el  fradi  e  Niculau  filg  chu  fo  di  Chocoy  so  nevot,  payn 
sora  duch  giù  lor  bens  alla  fradagla  di  Sent  Jacum  dalg  pillizars,  dinars  iiij. 

Zuanut  filg  chu  fuó  di  Bertolemiò  di  Ser  Meglorancis,  paga  sora  una  chiassa 
in  borgo  d'Aguleia  cum  gì  orz,  lis  confins  son  achestis,  dogna  misser  Indreya 
di  Muntichulg,  dogna  lis  vigijs  plovijs  di  denant  e  di  davur,  Vo  march,  di 
denars. 

Tomat  tesedor  paga  par  ziartis  chiasis  e  chul  teren  chu  partignin  alia 
dictis  chiasis  di  denant  e  di  davur,  march,  j  '/g- 

Un  camp  mitut  in  la  taviela  di  Pusquel  par  donge  lu  simidir  che  si  va 
al  merchiat  di  Sante  Katarin'a,  lu  qual  lassa  Tonie  figle  chi  fo  di  Zuan 
MLs,  afitat  par  mestri  Michel  pilizar  camerar  de  la  fradagla  di  Sant  Ja- 
cum a  Mestri  Agustin  Sartor  pagant  di  fit  semplis  ogna  anno,  star  di  for- 
ment uno. 

Dona  Zuana  mogli  di  Jacum  filg  di  Dumini  pilizar  di  merchiat  nuf,  page 
di  livel  al  nadal,  sora  la  so  chiase  chi  fo  del  pari,  raurade,  solerade  e  di  copi 
coverta,  in  la  qual  si  é  do  figure  di  Senta  Maria  cun  uno  leon  mituda  in 
Spernorigis  '  :  dal  las  di  sora  si  posset  Machor  caliar,  di  davur  possedin  giù 
arez  di  Ser  Niculau  di  Ser  Gabriel  e  par  denant  e  par  del  las  di  sot  son  li 


'  Contrada  detta  di  Speronarijs. 


210  Joppi,* 

vigijs  publicis,  marcila  di  den.  una  e  dinars  dis:  la  qual  si  fo  comperade  della 
fradagle  delli  batudi  da  Udin,  chomo  apar  ia  una  cai'ta  publicada  per  man 
di  Querin  nodar  in  lu  mil  CCCCXViiij,  indicion  Xij  adi  Viij  di  septembri. 


12.  Dai  Quaderni  de' Battuti  di  Cividale. 

1432. 
Sepis  chu  lu  Fradaglo  si  é  oblegiado  di  fa  ognanno  uno  favo  over  eliraosino 
chun  star  di  forment  9  e  chun  stars  di  favo  3  e  chun  chiar  di  purziel  e  chun 
altris  chiosis  chu  s-aparten  a  fa.  uno  buino  iottho  e  favo  grasso.  Et  a  chesto 
favo  si  debo  fa  per  I-anima  di  Spirit,  parlo  chu  gliu  dinars  dello  Comunitat 
gfiu  qualg  elio  debo  pagià  ogni  anno  per  lu  util  di  duxinto  ducaz. 


13.  Quaderni  della  Fraterna  di  S.  Maria  de'  Battuti  di  Udine. 
[Archivio  dell'  Ospitale.] 

1434. 

Spendey  adi  domenie  Viij  d-avost  par  chiarn  fresche  al  povers,  S.  [soldi] 
XXX. 

Spendey  adi  sabidi  X  di  setember  par  chiarn  fresche  pai  povers  e  par 
chulor  ch-alar  ,i  fa  vigni  lu  vin  S.  XL. 

Item  spendi  adi  prim  di  zenar  per  charne  fresche  al  povers  e  pai  raassars 
e  par  chel  chu  fasin  lis  arasons,  S.  CI. 

1435. 

adi  Xni  di  frevar  pe  chiarn  fresche  al  povers  e  a  di  chel  chu  menar  giù 
lens  e  lis  breis  de  arraadure,  S.  92. 

Adi  XVI  d-avril  per  4  agnel  al  povers  amontar  S.  91  e  4  pes  churtigiduris 
e  pes  piels  S.  XViiij. 

Adi  Xij  di  mai  spendi  a  dich  chu  fazir  la  fave  S.  40. 

[Nomi  de' mesi:  mare,  mai,  giun  o  gun,  gul,  avost,  setember,  otober,  no- 
vember,  december.] 

1434. 

adi  X  di  decembar  si  diei  ad  uno  chargele  ch-avé  uaste  une  gambe,  par 
amor  di  Dio  par  choraandament  dal  consel,  S.  10. 

Adi  XXX  di  mai  dat  par  amor  di  Dio  ad  un  chu  fo  firut,  S.  XX. 


Testi  friulani:  Secolo  XV.  211 

Adi  XI  de  gul  dat  par  amor  di  Dio  a  la  rauglir  di  Zulian  Pilizar  letevace, 
S.  XX. 

[Seguono  spese:  par  aràs,  par  us,  par  un  par  di  polec  dac  in  cliusine,  soldi 
7,  breis  di  pec,  ecc.] 

Adi  XVII  di  gul  imprestai  al  gestat  pai  chaval  duchaz  d-aur  Vj. 

Adi  XVII  gul  pai  cheraerar  vieri  e  lu  schodedor  nuf  e  un  chun  lor  par  fa 
mena  lu  savolon,  S.  Viij. 

Spendei  par  fa  inoleià  ij  feminis  S.  X. 

In  lu  dit  df  spendei  par  chocis  al  povers  par  fa  mignestre  S.  2. 

Adi  X  d-avost  spendei  par  miniduris  d-un  len  chu  mena  lu  masar  di  Pre- 
chut  e  lu  masar  di  Preserigan. 

Adi  XVI  d-avost  dat  al  Predis  par  di  diespul  e  indoman  la  messa  chan- 
tade  S.  48. 

Item  par  mena  lis  chadenis  levoradis  tal  simitieri  di  Sent  Francese  S   8. 

Adi  XXj  d-avost  spendei  in  dos  oris  par  us  e  par  ont  S.  12. 

Adi  iiij  de  setember  spendei  par  ij  vignons  di  cerclis  per  leià  giù  vasel, 
S.  18.  —  Adi  12  Sept.  expendidit  prò  duobus  bignonis  de  circulis  soldi  XX. 

Item  par  compra  cucher  al  povers,  S.  6. 

Adi  XXij  de  november  per  ij  charadors  chu  menar  arudanac  par  chonzà 
la  strade  dal  Ospedal  chu  ven  par  donge  Sent  Francese,  S.  XX. 

1435. 

adi  XXij  di  zenar,  par  une  zarcle  chun  une  aruede,  soldi  4. 

Item  adi  23  di  zenar  par  choleeion  eoe  peverade,  e  miluc  e  altri  S.  8. 

Item  par  C  clauc  d-un  vornes  e  par  L  clauc  de  4  vornes,  S.  24. 

Item  spendey  lu  di  di  sivrut  par  fa  fazint  fertulis  al  povers  S.  Vij. 

Adi  8  di  mare  dat  a  Ser  Jachum  dal  inpintidor  par  chumpliment  de  paia 
cbe-1  sirvl,  S.  29. 

Adi  12  di  mare  par  ehiars  ij  di  viminis  par  achiudi  I  ort  S.  29. 

Par  pesonal  V  di  line,  iij  di  cesire  Soldi  76;  e  iij  di  picul  al  povers  S. 
XXViij,  par  al  e  par  cevole  S.  XXViij. 

Adi  22.  di  marz  spendey  par  lu  bochasin  dal  chonfanon  e  par  liehof  di  ta- 
glal,  S.  Xiiij. 

Adi  XXVij  di  marz  par  pan  al  povers  ed  a  lis  voris  chu  lavorarin  lis  tras, 
S.  XX. 

Adi  9.  da  avril  par  chucer  j  pan  e  pesa  liris  4  per  S.  24,  amonta,  dut  soz 
C  raens  4  sot. 

Item  spese  per  la  cholaceion  quant  Misser  Zuan  di  Muises  arefuidà  par 
Tomaros,  S.  5. 

Spendei  par  specis  e  par  zafaran  in  plusors  oris,  S.  20. 

Adi  X  di  mai  spendei  par  coufet  di  fu  ala  dal  quarp,  S.  8. 


212  Joppi,' 

Par  un  saz  di  zafaran  par.  inteuzi  lu  fil  dal  grop  dal  confanon,  S.  5. 
Adi  10  di  gua  par  lis  chunci  de  cinturge  d'arigint,  S.  26. 


11.  Da  un  Quaderno  della  Fuaternita  di  S.  Maria 
DI  Trigesimo  dal  J426  al  1436. 

[Colles.  Joppi.] 

MCCCCXXVI. 
[Del  mes  di  zenar,  fevrar,  marzo,  di  avril,  di  may,  di  jugn,  di  seselador, 
di  avost,  di  venderais,  di  atora,  di  novembri,  di  decembri'.] 

MCCCCXXVI. 
Lis  spesis  fatis  par  me  Zuanel  di  Quel  Mulan. 
lu  prima  spendey  per  fa  ley  lu  testament  di  dona  marie  sol.  V. 

per  iiij  liris  di  vueli  sol.  XVIII. 

par  scuedi  la  chiarte  dal  chiamp  sol.  XLV. 

per  V  pesenalg  di  fave  sol.  LXVIII. 

per  un  chiar  di  lens  sol.  IX. 

per  XXVIII  liris  di  chiarn  di  purciel  sol.  LXXXIII. 

per  pan  ad  a  ches  chu  remondar  la  fave  sol.  iiij. 

per  cere  e  per  fatura  delg  ceris  march,  j  di  sol. 

per  fa  quei  lu  pan  del  muesine  sol.  LVI. 

par  chiar  freschia  a  gustd.  alg  fradis  sol.  C. 

per  giù  lens  a  fa  quei  la  fave  sol.  XXiiij. 

per  formadi  lu  df  de  la  fava  sol.  iiij. 

Per  fa  ley  e  scrivi  lis  resons  sol.  XXXiij. 

MCCCCXXVII. 
Reccpta  de  la  hereditat  Stefin  Furtin  : 

Per  biave  vindude  sol.  XLVIII. 

per  feraraent  e  per  masariis  vindudis  sol.  XXXV. 

per  une  zacheto  vindude  sol.  XXV. 

da  la  reytor  di  Cortal  sol.  XXV. 

per  un  draz  vindut  sol.  Xij. 

per  une  archie  e  un  cason  sfonderai  sol.  Xtj. 
Spendey  per  la  anima  di  Stefin  Furtin  lu  df  de  la  sepultura,  mareha  unn, 


'  Dal  MCCCCXXIX  al  MCCCCXXXII,  s'  ha  nel  'dicembre'  :  dal  mes   di 
bruma  o  di  brume. 


Testi  friulani:  Secolo  XV.  213 

lu  (II  del  setal  per  niesis  e  paia.  Michel  des  corz  di  cbel  che-i  lu  vegla 
sol.  LXXVI.  —  Per  lu  trentesim  e  per  lis  mesis  di  Sen  Grior  raarcha  di  sol. 
una  e  sol.  XXX. 

Spendey  hi  di  che  fo  partit  ciars  bens  mobilg  di  Stefin  sol.  Xij. 

Per  squedi  lu  testament  Stefin  Furtin  sol.  LXXXiij. 

Spendey  per  un  chiar  di  lens  sol.  X; 
per  alA  ad  Udin  cui  predi  sol.  XVII; 
a  Culau  zenar  per  che-I  fo  ad  Udin  in  servisi   de  fradagle  sol.  X. 

Per  la  anima  di  un  povar  todesch  la  villa  d-ogniseat  per  la  so  sepultura 
sol.  XXVIII. 

Per  zevole  a  fa  la  fave  sol.  XXXiJ. 

Per  fa,  fii  lu  pan  de  alimuesiue  e  aremondà,  la  fave  sol.  XX; 

Lu  di  che  fo  fat  gusta  alg  fradis  e  in  giù  lunis  del  mes  di  fevrar  due.  ij 
sol.  LX; 

A  la  fornadrese  per  quey  lu  pan  sol.  LXXij;  per  ij  star  di  fave  sol. 
LXXXXVij  ; 

per  fa  scrivi  lu  anual  Stiefìn  Furtin  V  sol. 

AICCCCXXVIII. 
Spendey  per  XI  culumielg  e  dos  culuralis  sol.  LX; 

al  masar  di  Cortal  in  salear  in  aiutori  de  chiase  sol.  XLVIII  ; 

per  lu  chialiar  di  Val  sol.  LXVIII  ; 

per  masand,  lu  forment,  per  vin  sol.  XVI; 

A  fa  gusta  alg  fradis  e  alis  saros,  liris  VII  '/^  di  sol. 

Par  chiarn  di  purciel  per  fa  la  fave  march,  ij  mens.  sol.  V. 

MCCCCXXIX. 

In  prima  spendey  ad  Arcane  per  vin  in  dos  oris  e  per  manza  sol.  Xllij;  per 
un  cesendeli  sol.  Xiij. 

Spendey  cun  avochaz  e  nodars  e  brix  per  la  custion  dal  mulin  march,  j 
sol.  XViij; 

Spendey  cun  Ser  Zulian  di  Florence  per  la  santencia  che  al  die  sol.  XL  e 
per  un  par  di  polez  sol.  VII; 

par  lichofz  di  vachis  di  usuez,  ed  asay  altris  chiolsis  sol.  XXij; 

per  ij  bocis  d-aribola  alg  predis  sol.  iiij; 

per  fa  quei  lu  pan  sol.  LXXij,  per  falu  aburatà  sol.  iiij. 

In  MCCCCXXX,  indicion  VIII  adi  Vili  di  zanar  prisint  fo  Ser  Pauli  di 
Trasesim  e  Lenar  chi  fo  di  Nichulus  Machor  di  Laypà.  Ibique  : 

Dunijs  da  dorgnan  chamerar  de  la  fradagla  di  Sancte  Maria  di  Trasesim 

cura  volé  e  consintiraent  di  Ser  Bortolomio  nodar  e  di  Ser  Host  di  Trasesim 

e  di  Chiandit  Grior  di  Conglan  si  chu  sinix  e  prochuridors  ut  sora  det,  lu  det 

Dunijs  si  chu  chiamerar  afitta,  a  fit  simplis   a   Nichulau   Pidrus  di  Fregola 

Archivio  fjlottol.  ita!..  IV.  15 


214  Joppr, 

alla  vita  so  uà  lor  cluarap.  franch  propi  payant  alla  deta  fradagla  forment 
quarta  una  ogaan  a  Santa  Maria  d'Avost,  si  lu  det  chiamp  si  clama  piera 
rota  iuxta  Martin  fìlg  di  Ser  Nichulau  di  Montegnl,  iuxta  Dumini  Michon 
di  Montegnil  etc.  Achest  fo  scrit  per  man  di  Mathi  in  la  stuva  di  Ser  Host. 

MCCCCXXX. 
spendey  per  1  afitison  dal  mulin  sol.  Viij; 
Per  zafaran,  sinaf  e  peverade  sol.  Viiij  ; 
per  malta  di  fa  araurà  la  iona,  sol.  Xiiij. 

MCCCCXXXI. 
Recepta  ■ —  Dalg  hares  di  Beltram  forment  St,  ',',. 

Expensa  —  Per  conselg  dalg  bong  humini  de  la  fradagla  diey  i<5  Pieri  a 
Pilin  camerar  de  la  glesie  per  allori  de  I-ancona  march,  di  sol.  iiij. 
Par  fa  ben  ad  un  povir  amalat  di  Cargna  sol.  Viij  ; 
Per  fa  iustizà  lu  pesonal  sol.  j  ; 
per  un  cesendeli  e  per  lu  siulin  sol.  XViiij. 

MCCCCXXXiij. 
Spendey  per  un  centenar  di  clauz  sol.  Viij; 
Per  fa  scrivi  lis  arason  sol.  X; 
Per  la  setimine  di  Stefin  Furtin  sol.  Lij. 


15.  Scongiuro  in  versi,  orazione  ed  esempj, 

che  si  leggono  in  calce  a  un  protocollo  del  1431,  di  Pre  Nicolò  di  Ceraseto, 

capellano  de'  Battuti  in  Udine  e  notajo. 

{Archivio  notarile  di  Udine.] 

Piripo  par  vie  al  lave  « 

En  tal  fel  dal  lof  chel  s'incontrava 
Ulà  chin  vastu  fel  dal  lof? 
Jo  mi  voy  a  la  verdure 
A  ciri  la  frue  ramagnude; 


Jo  voy  a  fa  dam  al  masar 
E  paura  al  pastor, 
El  corian  indegna 
E  la  chiarn  mangia 
El  sang  intorgolà 
Torna  torna  fel  dal  lof: 


Testi  friulani:  Secolo  XV.  215 

Jo  chi  ascriur  pai  pali  e  pai  cendal 

Che  Dio  fo  vistid  e  involuzat, 

Per  lu  bon  sent  innocent 

Che  Dio  fo  vistid  e  zent: 

Per  lu  pape  di  rome, 

E  per  la  sente  corone, 

Per  giù  predis  e  per  gl'abaz 

E  per  gl'uming  asegraz, 

Per  lis  mesis  chu  vignin  ditis 

A  pasche  e  da  nadal 

E  ogni  bon  ài  principal. 

Cha  vent  chu  t'es  vignut  tu  pueschis  torna,  chi  no  pueschis  fa  dara  al  ma- 
gar, ne  paura  al  pastor,  ni-1  corian  indegna,  ni  la  chiarn  mangia,  ni-1  sang 
intorgolà,  Dominidio,  e-1  bon  Sent  Martin  gles  nu  art  es  gnot  di  mal.  Dist  V 
pater  e  V  ave. 

Giù  peccaz  giù  qualg  a  deletat  fa  in  questa  vita  el  acreserà  alis  nuestris 
animis  in  l'atre  si  Dio  no  avara  misericordie  di  noy. 

Peccatorum  que  delectavit  nos  committere  in  hac  vita,  reddebit  nostras 
animas  in  altera  si  Deus  non  miserebit  nostrum. 

Als  virtuos  apartignir  usar  paciencie  e  dar  exemplo  alg  atris  di  virtut. 

Virtuosorum  esse  uti  paciencie  ac  exemplum  dare. 


16.  Bando  di  Matrimonio  di  Biagio  di  Chiarmazis  e  Lescolla  di  Precenico. 
[Bibliot.  di  S.  Daniele,  Voi.  XLIX:  Varia  Mss.;  edito  nel  1864.] 

1432. 
Honorabilis  et  honestis  personis,  la  cason  per  la  qual  no  sin  chi  vignus  e 
congregas  cescheduna  persona  lu  debia  savé  per  veritat,  et  inpertant  i6  vi 
voi  preà  per  la  vostra  bontat  chel  vi  plasa  a  indindi  et  ascolta.  Principal - 
mentri  no  sin  vignus  chi  e  congregas  par  vole  lauda  lu  nom  del  nostri  Signor 
Jesu  Christ  e  la  so  dolze  mari  Madona  Santa  Maria  e  dut  li  seys  Senz  e 
Sentis  e  duta  la  cort  celestia;  et  etiamdio  noi  sin  vignus  per  cason  de  volle 
compii  quisti  matrimoni  lo  qual  é  stat  comenzat  infra  di  chisti  dos  personis 
li  qual  sum  chi  in  vostra  prisincia  presentaz  cum  voluntat  di  lor,  d-una  pari 
Ser  Blas  di  Tondons  di  villa  di  Uarmat,  de  I-altra  part  Lescolla  figlia  de 
Jachim  de  Prossinis  per  voleysi  aconpagnà  in  veyr  matrimoni  segunt  cu  si 
debia  di  rason  fay:  et  inpertant  si  vi  prey  ceschaduna  persona  chi  olt  e  in 
vostra  prisintia  chi  saves  per  qualchi  dilFerentia  quisti  patrimoni  no  si  in- 


216  Joppi,  • 

tint  chi  podes  fa  e  dilivril  per  compatranza  o  per  parentat  overaraintri  chi 
lu  zovin  0  la  zovina  aves  ad  altruy  inpromitut  per  voleysi  amaridà,  lu  debia 
ài  chi  ad  alta  vos  e  manifesta,  chi  sei  lu  dires  for  di  chi  el  no  seris  cridut 
se  non  per  un  bosar  dislial:  mo  vàrdise  ogni  homo  cho  che-I  dio  la  vertat, 
che-1  no  dises  la  falsitat  per  la  veritat. 


17.  Dal  quadekno  di  M."  Beltrame  pellicciajo  in  Udine. 
\Coll.  Joppi,  Udine.] 

1437. 

27  de  otober.  Mi  de  dar  Grabiel  chaligar  che  sta  in  borch  di  demone  per 
une  flodre  de  lo  so  vistit  di  pelle  de  agnello,  lire  de  soldi  12.  Ricevei  de  lo 
dito  par  di  scarpis  ij  a  mio  pit  de  mi  e  anchora  un  par  di  doplis  scarpis. 

Itera  mi  de  da  Chulau  di  Coloret  di  Puschulo  per  une  pilice  asgnervade. 

Item  vendey  a  Ser  Zuan  di  Vendoy  lu  chastelano  une  pilizute  di  mamolete 
p«r  livre  4  e  anchora  ave  de  mi  per  un  ducato  in  aur  mens  soldi  40  per  la- 
■vorir  che  lo  avi  de  mi  e  uno  pilizut  per  soldi  60  perché  lui  era  piculg  la 
dito  pilizut. 

Mi  de  dar  la  moglir  de  lu  sclaf  di  Vischon  per  une  ghone  di  ruchinis  '. 


18.  Quaderno  della  Fraternità  di  S.  Gervasio  di  Udine. 
[Museo  Civico  di  Udine.] 

In  MCCCCXXXViiij  adi  XXVij  di  agosto. 

Spendey  per  far  portar  la  chros  in  tor  la  tauvele,  S.  Viiij. 

Spendey  per  ala  in  propision  in  tre  oris  s.  Xiij. 

Item  spendey  per  ala  ad  Aulege. 

Questo  é  lu  spendut  di  me  Zuan  di  Dorli  e  Domeni  Chamerar  de  la  fra- 
dage  di  Sent  Gervas. 

Spendey  per  li  ceris  di  dà  a  li  fradis  lu  df  di  Sente  Marige  di  chandelis  e 
doy  ceris  in  lis  glovis  11.  [libbre]  di  cere  XViij  '/i  i  monte  11.  di  S.  [  lire  di 
soldi]  Xiiij  e  S.  XVj. 

Spendey  per  lavureiacion  di  Paschut  di  Chosul  e  di  Fosche  for  di  Chosul  ^ 
lu  campo  che  reventà  S.  Lij. 


'  In  altro  luogo  è  detto  :  chona  di  pelle, 
^  furono  [figli]  di  Coscio. 


Testi  friulani:  Secolo  XV.  217 

Spendey  per  la  chostion  di  Ramanzaz  per  stima  lu  terent  S.  X. 
Spendey  per  chonza,  lu  lent  del  cesendeli,  moute  S.  X. 
La  doraenige  d'olive  S.  ij  pour  rames  de  ulives. 


19.  Dagli  atti  di  Giorgio  q.  Sign.  Giacomo  di  Maniaco, 

NOTAJO  IN   VaLVASONE. 

[Archivio  Notarile  di  Udine.] 

Anno  1453,  die  XVIII  junij.  Actum  in  Valvasono,  coram  Nobili  viro  Ser 
Antonio  de  Meduno  Potestate  Valvasoni  sedente  cum  tribus  juratis  etc. 

Nicolò  q.ni  Martino  di  Valvasone  presenta  la  seguente  denuncia: 

Questo  si  é  lu  mio  articul,  ch'io  sint  in  lu  chiamin  di  Stephin  a  circha 
un'  bora  di  notte ,  io  domandai  al  Chargnel  soldi  40.  Mestri  Mis  si  é  li  e 
rispuint  e  si  disé:  Ghulau  ven  là  di  casa  me  che  io  ta  li  darai.  Io  li  rispon- 
dei, lasfn  a  doman  eh' a  l'è  massa  tart.  Lui  risponde:  se  tu  no  vens,  io  no 
ta  li  darai  doman  che  io  voi  fora  de  casa  e  cussi  io  zei  davur  de  lui  e  si  lu 
clamai  circha  tre  horis  o  veramente  quattro  e  dis:  Mestri  Mis,  io  soi  chi, 
daimi  li  denari. 

Lui  non  fas  altri  ch'ai  mi  sburtà  la  puarta  par  miz  e  fasmi  chi  chiadé 
in  terre.  Al  prisint  denancì  la  puarta  si  era  Toni  de  Arta,  Zuan  de  Musset. 


20.  Quaderno  delle  spese  fatte  per  la  Chiesa  di  S.  Elena 

DI  MONTENARS  PRESSO  GeMONA. 

[Da  una  copia  che  è  nella  Colles.  Pirona,  ora  nel  Museo  Civ.  di  Udine.] 

1463. 

Memoria  chome  io  Michel  si  foy  ponet  chamerar  di  Santa  Lena  di  Mon- 
tanars  lu  di  d.  Santa  Crose  del  meis  di  may  per  vostra  memoria  e  per  mia. 
Io  Michel  non  recevey  de  la  uferta  che  fo  schududa  lu  di  di  S.  Lena  si  fo 
schududa  per  lu  chumon,  el  chumon  si  la  porta  la  dita  uferta  in  dipuesit  per 
fin  a  Udin  e  a  ly  chel-a  fat  lu  dipuesit  io  noi  say.  E  del  di  di  S.  Lena  a 
S.  Zuan  de  zugno  non  mi  impazai  de  la  uferta  de  la  gleisia. 

Spesa  del  an  prisint  ;  prima  spendey  barils  di  olio  cinque  e  lira  una  di 
olio,  li  quals  barils  amonti  soldi  60  1-una  mens  soldi  uno  che  raontin  ala  suma 
di  soldi  15  in  dut. 

Spendey  soldi  10  che  io  diey  a  doy  predis  furistirs  eh?  diserin  messa  lis 
fiestis  di  nadal  in  la  glesia  di  S.  Lena. 


218  .loppi, 

Spendei  lire  di  soldi  5,  soldi  trey  per  lu  tabernacul  che  sta  lu  corpus  do- 
miny  entri,  si  lu  feys  chel  mestri  des  taulis  che  sta  a  demone. 

Spendey  sol.  37  lu  df  che  noy  forin  a  Udin  a  presentarsi  denant  delg  pro- 
vededors  de  la  Signuria,  si  forin  trey  zoe  lu  nestri  predi  e  pieri  malia  e  io 
michel,  si  sterin  dis  trey. 

Spendey  sol.  6  per  un  centenar  di  claus  d-un  vorneis  l'un,  giù  quaig  forin 
spinduz  in  la  chase  che  sta  lu  predi. 

Spendey  sol.  24  per  la  spesa  del  nodar  zoé  Ser  ridolf  che  cerchà  una  charta 
chel  det  aridolf  debeva  aver  fata  e  non  la  chatà. 

Spendey  sol.  9  per  pane,  per  charn  che  io  comperai  per  aricevy  tony 
picul  nodar  e  per  pieri  che  forin  a  far  la  rason  di  Zuail  lacer  ed  agl-atris 
plusors. 

Spendey  per  spesa  di  bocha  che  io  feis  quant  io  foy  a  Udin  per  mostrar 
la  rason  alg  provededori  de  la  Signoria  zoé  per  la  entrada  de  la  gleisia  di 
S.  Lena  e  per  la  diesima  che  voleva  la  Signuria:  steti  dis  quatro  in  dos  oris, 
fo  adi  14  di  zenar  (1464)  che  io  foy  la  segonda  ora. 

Spendey  per  doy  ceris  grandi  e  doy  piculg  che  io  feys  per  la  gleisia,  giù 
qualg  feis  pieri  steronar  che  montarin  lis  faturis  chun  la  cera  che  el  mete 
entri  che  fo  so,  lire  7.  sol.  17. 

Spendey  sol.  14  per  spesa  di  bocha  e  per  lu  nauli  per  far  conzar  lis  vis 
del  broili  de  la  glisiuta. 

Spendey  che  io  diey  ad  un  predi  che  fo  ad  ajudar  far  lu  ufici  in  la  gleisia 
di  S.  Lena  la  setimana  Santa,  lu  qual  predi  io  non  say  lu  so  nome. 

Spendey  sol.  14  das  al  plevan  d-Artigna  che  mi  die  la  crisma  la  Sabida 
Santa. 

Spendey  sol.  8  das  al  muyny  d-Artigna  per  lis  ostiis  che  el  mi  dio  per 
quest  an. 

Spendey  solt  uno  per  seda  rossa  per  far  chusir  lu  parament  che  iera 
squarzat. 

Spendey  sol.  47  das  ali  preti  che  fazerin  lu  inaversari  per  Ulvin  di 
Prampero. 

Spendey  sol.  16  per  far  sapar  lis  vis  del  bayars  di  S.  Maria  la  bela  di 
Glemona. 

Spendey  sol.  4  das  alis  mes  feminis  che  lavarin  giù  mantilg  de  la  gleysia 
la  setimana  Santa. 

Spendey  sol.  47  das  a  pra  pieri  per  lu  so  salari  che  el  sirvf  sot  di  me 
michel. 


Testi  friulani:  Secolo  XV.  219 


21.  Dai  Quaderni  de' Battuti  di  Cividai.k. 
[Loc.  cit.] 

1463. 
31  de  luio.  Fo  difinit  che  Blas  sartor  zuri  per  sagrament  se-I  forment  lu 
qual  li  mancò  siando  Camerar  se  li  é  stat  involai  overamentri\;hel  diga  quel 
chel  sa:  lo  qual  zurà. 


22.  Quaderni  della  Chiesa  di  S.  Pietro  d'Alnico. 
[Mus.  Civ.  d'Udine.\ 

1470. 

adi  14  ài  mai  ìó  Sabadin  ai  fat  la  me  reson  in  plen  Curaon,  io  Sabadia 
si  day  in  chianive  a  Zuan  di  Bertul  lire  di  soldi  10  a  non  di  Sent  Pieri. 

Spendey  in  lu  di  di  Sent  Pieri  chulg  predis  sol.  18. 

Par  l'iniversari  sol.  10.  —  Quant  fo  vendemade  Tue  par  chiarn  fresca  sol.  33. 
Per  2  lires  di  ueli  sol.  12. 

Rezeve  per  lu  vuasel  del  vin  Tuindut  de  glesie,  lires  20. 


220  Joppi; 


III. 

SECOLO   XVI. 


1.  Lettera 
d'Antonio  Belloni,  notajo  udinese,  al  pittore  udinese  Giannantonio   Cortona, 
nella  quale  è  dato  l'elenco  dei  Castelli  della  Patria  del  Friuli,  perchè   il 
Cortona  se  ne  giovi  in  un  suo  disegno  geografico  di  questa  regione'. 

[Da  una  copia  di  mano  del  notajo  Nicolò  di  Fontanabona, 
che  è  in  un  volume  della  Bibl.   Civica  d'Udine,  intitolato:  Castelli  ecc.] 

Toni  Bellori  Nodar  a  M.  Zuantoni  di  Cortone  dipcntor  da  Udin  S. 

Ve  mi  domandas  cun  grande  instantie,  chu  fazint  vo  un  dissegn  di  tutte 
cheste  Patrie  di  Friul  io  Tuegli  daus  in  note  gliu  Chystielg  duch  hieria  den- 
tri agi  timps  dagl  Patriarchys  et  non  si  chiatin  Tuedì  se  no  ruinaz.  Io  azò 
chu  vo  sai  podes  cumpU  vus  agi  meterai  a  chi  un  daur  l'altri  par  Alfabet 
seiont  ch'io  hai  chiatat  in  scritturis  et  instrumenz  antichs. 

In  Chiargne:  Agrons,  Arnonay,  Biellhort,  Chystiel  dea  Domblans,  Colle, 
Chystiel  Nuf,  Cesclans,  Feltron,  Fors  di  sore  et  di  sott,  Fratte,  Guard  chu 
si  clamava  Emonie  là  chu  nasse  S.  Pellagi,  Invilin,  Impez,  Lauch,  Moschiart, 
Nonte,  Noijarijs,  Riutij,  SoclefF,  Sampquell,  Sudri,  S.  Pieri  zoè  Zugl,  S.  Lau- 
rinz,  Verzegnis. 

In  Friul:  Azzan,  Blessaie,  Brazan,  Buie,  Barbana,  Buri,  Chystiel  Paian 
over  Feletan,  Chiarisà,  Chystellut  là  chu  «è  Flambri,  Cernegrat,  Chialminis, 
Cuchagne,  Chiastellir,  Chiassa,  Ciraolaijs,  Flavugne,  Forgiarle,  Groagns,  Go- 
tenech,  Grasperch,  Intercisis  sot  Cormons  et  Achlu,  Chystiel  di  Cormons  sin 
ten  poch  vuei  di,  Luserià  un  poch,  rechinzat  pagi  Chiandiz,  Mochumberg,  poc 
da  vie  di  Fratte  et  ijere  Chystiel  chu  partignive  a  Ruigne,  Mizze  dongie 
Mania,  Manzan,  Morsan,  Mosse,  Marzinis,  Puzugl,  Prate,  Prion,  Ravistayn, 
Rutars,  Siat  sot  Chiampegl,  Savorgnan,  Solunbergh,  Sutperch,  Sacilet,  S.  Sten, 
Sdriche,  Topalich,  Varian,  Urusperch,  Vendoij,  Versola,  Zuccule,  Zoyose. 

Des  Cittaz  di  Friul  vo  saves  cho  chu  sta  Auleie  et  Cuncuardie:  ben  us 
arevuardi  chu  Udin  è  Cittat  e  Tiare  di  Vescovat  seiont  chu  si  viot  pagi  Pri- 


*  Il  Belloni  fu  a'  suoi  tempi  famosissimo  notajo  e  uomo  assai  dotto.  Morì 
in  patria  nel  giugno  del  1554.  Il  Cortona,  del  cui  pennello  nulla  piti  ci  ri- 
mane, morì  in  Udine  nel  1559. 


Testi  friulani:  Secolo  XVI.  221 

vilegijs  di  Carlo  Magno  et  di  Otton  Imperador.  Et  Cividat  è  Tiare  di  Studj, 
seiont  cliu  appar  pai  Privilegi  di  Carlo  4  Imperator.  Io  bavevi  aggrumat 
d'Instrumenz  antichs  qualchi  bielle  memorie  des  chiosis  de  Patrie  chua  fan- 
tasie di  fa  un  Chudisut,  ma  io  mi  tollei  iù  dell'imprese,  astret  d'altris  impaz 
et  dubitant  di  piardi  lu  timp  si  chun  pijart  plui  chu  sta  a  petenà,  chianuz 
di  domans  fine  a  di  seris.  Vuardasi  vuò,  chu  lis  vuestris  lunghis  fadijs  intor 
lu  dissegn  senze  stil,  no  fazij  vaij  la  vuestre  briaduze  chu  vul  alg  di  metti  iù 
pe  gole;  ch'io  non  stimi,  ch'ai  se  ben  fatt  che  1' hom  s'afFadij  d' honorà  la 
Patrie  chun  sos  scritturis  o  dipinturis  et  lassi  in  chest  miez  la  so  briade  di 
chiase  muri  di  fan,  chu  nissune  rason  dal  mont  patiss  che  par  un  puchitine 
di  glorie  vane  nus  lassìn  vigni  sul  nestri  sangh  tante  ruine.  Massime  quant 
chu  servint  a  coraun ,  si  servis  nissun,  che  chun  timp  si  porà  ben  chiatà 
qualchi  persone,  chu  senze  alcun  so  signestri  farà  tal  uffici  par  so  aplasè  et 
cum  galantarie;  et  la  Patrie,  si  vuedì  vul  iessi  servide,  ha  ben  lu  mut. 
Stait  san. 


2.  Due  sonetti 
di  Nicolò  Morlupiuo  di  Venzone  (1528-1570). 

[Dall'autogr.  nella  Collez.  Pirona,  al  Museo  Civico  d'  Udine. 

a.   Al   Colle   di   Rosazzo. 

Rosazzis,  lu  da  ben  to  Murlupin 

Chiarvuedul  e  vuargnach,  chiargnel  toschan, 

Poeta  che  par  cest  plaidaut  furlan 

Revereatraentri  ti  faas  un  inchlin. 
Da  pò  io  benedii  lu  Pandolfìn  ' 

Cu  ti  governa  cun  iudizi  san. 

Fra  Benedet,  Fra  Gi-ior  e  Fra  Zuan, 

E  chel  spirit  zintiil  dal  Sivulin. 
Io  scunzuri  lis  viespis  e  i  scussons. 

Tramontane,  garbin,  buerre  e  tavans, 

Aghe  salse,  secchiarie  e  torteons, 
E  prei  Dioo  chel  tigni  a  se  lis  mans 

E  no  traii  di  claps  iù  par  chesg  Ronchs, 

Ma  fazzi  ridi  iu  quei,  lis  raonz  e  i  plans. 


Questi  era  governatore  dell'abazia  di  Rosazzo,  tenuta  in  commenda,  dopo 
il  1565,  dal  card.  Alessandro  Farnese,  I  nomi  che  segUQUo  sono  di  frati  di 
quel  monastero. 


Joppi , 
h.   In  laude  del  primo   d'Agosto. 

Tu  soos  lu  ben  vignuut  e  '1  ben  chiattaat 
Di  benedet,  dì  sent,  dì  glorioos, 
Di  duchg  iu  bogu  compangns  ad  alte  voos 
Dal  levant  al  ponent  desideraat. 
Prim  di  d'  avost,  tu  sool  sees  chel  beaat 
Chu  faas  ch'ogni  pizzochar  ven  goloos, 
Stuarz,  struppiaz,  redroppichs  e  mendoos, 
Etichs,  tisichs  e  ogn'un  ch'è  smagagnaat. 
Ogn'un  par  te  si  sfuarze  di  chiattaa 

Vin  d'aronch,  vin  di  quei  ch'ebi  intellett, 
Par  fati  honoor  duquang  vuelin  saltaa. 
Ju  Todeschs  van  chridant  doos  vain  ist  guett^ 
Ju  Sclaas  ang  loor  si  vuelin  biscbiantaa 
Daitime  dohra  vina  e  poi  dis  pett. 

Al  fò  fatt  un  difìett 
A  no  ti  metti  ang  te  sul  calendari 
E  scriviti  di  ros  sul  breviari; 

Lu  to  aniversari 
Ven  celebraat  ogn'an  pardut  lu  mont 
E  la  to  sipulture  è  in  Tauz-i-lont  *. 

Ogni  marchees  e  cont 
Ti  spiette  cun  pipponis  e  melons 
E  iu  vilaans  cun  lade  e  chialzoons 

Schialdansi  iu  taloons 
Cu  lis  sgrif)pis  in  su  disgiambassaaz 
In  chei  soreii  si  cu  purciei  ittaaz; 

E  quant  che  son  sglonfaaz 
Ai  tossin  par  dauur  a  fozze  muss 
Ch'ai  paar  ch'ai  sarin  banchs  ed  avria  l'uss. 

In  fente  iu  cattuss, 
Zuss  e  zuittis,  alochs  e  barbezuaans 
In  chel  dì  bevin  vin  fuur  da  vagaans: 

Iu  cleris  e  i  plevaans, 
Fraris,  chialunis,  vescui  ed  abbaaz 
Son  in  chel  dì  si  cu  fulzizz  sglonfaaz. 

Al  si  vioot  remondaaz 
In  chel  dì  benedett  dugh  iu  boccaij 
Ed  han  un  grant  daffaa  iu  urinali. 


JDeutschland,  Germania. 


Testi  friulani:  Secolo  XVI.  223 

Salsiz  e  modeaij, 
Pirsuz,  àmis,  bradoons  e  zavelaaz 
Pur  culis  verzis  vignin  cusìnaaz. 

Ai  forin  tre  cugnaas 
In  seri,  Sea  Martin  e  '1  prim  d'avost, 
Coraparis  dal  via  doolz  e  dal  bon  most. 


3.  Due  altri  sonetti, 
probabilmente  dello  stesso  autore. 

[Dal  codice  stesso  in  cui  sono  i  due  precedenti.] 

a.  Accompagna  un  Ercole'. 

Lu  Paladin  chu  trionfa  dal  taur 
E  pianta  i  columiti  a  Zabiltierre, 
Dopo  havè  damassat  par  mar,  par  tierre, 
Vus  ven  a  presenta  lu  miluz  d'aur; 

Parzè  chu  si  chului  là  sul  lid  raaur 
Al  dragou  foropà  le  gran  panzerre, 
Cussi  '1  vuestrì  valor  eh' ogn' altri  attierre 
In  Trent  doma  il  Miscliz  e  '1  Minotaur. 

Lui  chuUe  matarusse  e  cun  fortezze 
Vuidrigà  lu  leon,  e  vo  l'haves 
Dismesteat  sì  ben,  ch'ai  vus  chierezze. 

Signù,  chul  gran  Baron  le  diestre  vie 
Misurat  a  bon  pas,  che  montares 
Sore  iu  siet  planets  in  compagnie. 

b.   Libertà   de'gusti. 

D'amor  la  zuvintut  e  d'aur  l'avar. 

Un  merchiadant  di  trafichs,  e  d'intrichs 
Un  avocat,  e  un  bon  villan  di  spichs 
Favelle  e  d'interes  un  usurar. 


*  S'era  trovato  nella  Cargna  un  Ercole  di  rame,  con  la  clava  in  una  mano 
e  i  pomi  esperidi  nell'altra,  e  si  donava  al  Patriarca  di  Aquileja,  Giov.  Gri- 
mani,  col  presente  sonetto,  che  ha  molte  allusioni  alle  fatiche  di  Ercole  ed 
alle  persecuzioni  del  cardinale  da  Mula,  delle  quali  il  Patriarca  era  riuscito 
vittorioso  nel  Concilio  di  Trento  (1564). 


224  Joppi, 

Di  chiastrons  e  di  bus  zanze  uà  bechiar 
1']  un  povar  si  complas  di  di  dai  richs, 
Di  sclopez  un  soldat  d'archs  e  di  pichs, 
Di  barcbis  e  di  vinz  un  marinar. 

Di  cators,  di  parnìs  e  di  chiapons 

Dirà  mo  un  altri  chu  see  un  ver  golos 
E  cbu  i  plasaràn  i  bogn  bocons. 

Di  comediis,  di  giostris  e  di  spos, 
Di  mascheradis,  fiestis  e  chianzons 
Celebrares  in  seri  un  hom  gratios 

A  tal  mo  chiaf  e  dos 
Di  bettoles,  mangions  e  di  vreas; 
Non  altri  è  chu  lauda  chel  chu  plui  plas. 


4.  Tre  sonetti 
dell'abate  Girolamo  Sini  di  S.  Daniele  (1529-1602). 

a.  Sunet  dal  za  Sior  Jaroni  Sin  mandai  cun  alguns  uccillutz  vijfs. 

Là,  cui  gran  clap  fas  spalis  al  Ziman  ' 

E  '1  Tijiment  tiol  la  so  Ledre  in  sen. 

D'un  grand  amor  us  manda  un  pizzul  pen 

Pur  dal  so  bosch  lu  spiluchit  Silvan. 
Signor,  lu  vuestri  trop  cun  giestre  man 

E  cu  i  voij  cervirs  rezis  sì  ben 

Che  fra  pastors  furlans  ognun  vus  tea 

Di  cheste  nestre  Arcadie  un  altri  Pan. 
Di  vedeus  ca  sii  no  "viod  mai  1'  bore 

E  di  tante  allegrezze  si  ten  ben, 

Ce  faran  ij  altris  se  Silvan  v'honore? 
Vedet  chu  ogni  uccillut  cussi  preson 

No  pudint  plui  vede  la  bielle  aurore 

Si  rallegra  a  vede  sì  biel  Titon. 

h.  In  laude  de  lenghe  furlane. 

Al  par  al  Mont  chu  cui  chu  scrif  in  rime 
Al  sei  tignut  a  falu  par  Toscan; 
Seij  pur  chui  cu  compogn  Napolitan, 
Lombard  o  d'altre  tiarre  o  d'altri  dime, 


*  Colle  presso  S.  Daniele. 


Testi  friulani:  Secolo  XVI.  525 

Io  l'hai  par  un  abùs,  parco  eh' un  stime 

Chu  chel  cil  soci  seij  rich  e  vebi  a  man 

Dut  chel  di  biel  ehu  chiaat  in  cur  human, 

Ni  chu  ad  altri  Parnaas  mostri  la  cime. 
Id  no  soi  di  paree  che  in  tal  Friul 

La  frase  sei  mior,  sint  sparnizade 

Di  Tali'an,  Frances  e  di  Spagnul: 
Par  chest  1'  historie  ven  tant  amirade, 

Lu  mont  è  biel,  havint  par  cui  chu  vuul 

Tante  varìetat  in  se  siarrade. 

e.  Si  domande  di  quattri  mai,  qual  sei  lu  piòr. 

Lu  spiettà  cun  gran  brame  e  mai  vignij, 

Lu  no  podè  durmì  issint  sul  iet. 

L'amor  no  sei  gradit  tant  eh' un  palet, 

E  '1  ve  gran  fam  e  no  ve  ze  murfij, 
Chesch  quattri  mai  fazin  ciart  1'  hom  murij, 

Qual  eh' è  di  lor  lu  mal  plui  maladet, 

Dumble  zintijl,  ma  dimal  in  t'un  sclet 

Cumò  vores  che  mi  savessis  dij. 
Dimal  Signore  vo  che  ves  inzen 

E  che  pai  Mont  pur  assai  timp  sees  stade 

E  che  ves  Iet  1'  historie  dal  Mont  nuf. 
Un  miluz  ros  vus  donarai  o  un  uuf 

E  vus  farai  un  biel  inclin  par  strade 

E  prindis  spes  cua  un  muzul  biel  plen. 
E  io  '1  farai  da  san, 

Ma  dilu  dar,  qual  chu  dà  plui  dolor 

E  qual  dai  quattri  sei  lu  mal  piòr, 

Che  quant  ch'io  '1  sai  d'  humor 

Io  farai  la  ricette  de  mattane, 

Fazinle  spes  al  bot  d' ogni  chiampane. 


5.  Proverbj. 

[Da  un  ms.  della  metà  del  secolo  XVI,  contenente  Proverbj  in  piii  lingue; 
Collesione  loppi.] 

A  poch  a  poch,  si  va  un  bon  strop. 
Biat  a  chel  chu  haverà  ben  seraenat. 


226  Joppi , 

Brutte  ia  fazze  e  bielle  ia  piazze. 

Chel  chu  ven  di  buf  ia  baf,  va  di  ruf  in  raf. 

Chui  chu  dut  vul,  di  rabie  mur. 

Chui  chu  nudris  guazze  o  nevot,  nudris  lu  so  dolor. 

Chui  chu  dà  lu  det  al  mat,  al  vul  lu  det  cun  dut  lu  braz. 

Chui  chu  vul  pijà,  lu  gut,  al  bisugne  ch'ai  si  bagni  '1  cui. 

Chui  chu  faas  merchiadantie,  faas  la  scquacharie. 

Chui  chu  vul  vedo  un  trist,  gli  dee  la  lum  e  '1  stiz. 

Colui  chu  mint,  la  so  borse  lu  sint. 

D'avost  ognun  mangie  a  so  cost. 

Fevrarut  piòr  di  duch. 

Giambe  cervine  e  potè  asinine. 

La  botte  dà  del  vin  che  l'ha. 

Là  chu  va  la  tovaie,  là  va  battaie. 

Lune  di  sabide,  lune  ladine. 

La  prim  di  d' inseri  è  San  Pas,  lu  seiont  San  Creper,  lu  tiarz,  San  Sclop. 

Marz  sut,  Avril  bagnat,  Mai  temperat. 

Minazzie  non  è  lance. 

Mur  d'inviarn,  mur  di  fiar. 

No  bisugne  impazasi  ni  cun  maz  ni  cun  baraz. 

Ogni  lette  s'acette. 

Par  dut  Avril,  no  issi  dal  cuvil. 

Sossedà  no  vul  minti  o  fan  o  seet  o  san  di  là  a  durmì  o  qualchi   chiosse 

ch'ai  no  olse  di. 
Spore  e  mont,  faas  lu  cui  taront. 
Vite  d'entrade,  vite  stentade. 


6.  Versi 

di  Gerolamo  Biancone,  udinese;  1571. 

[Da  copia  del  tempo,  nella  Collez,  Caiselli,  Udine.] 

a.  Avvertimenti  cristiani. 

Su  noo  no  volijn  lessi  solamentri 
Parsore  vie  e  christiaans  di  noom 
E  su  noo  no  volija  credi  altrimentri 
Di  chel  che  pur  fazijn  profession: 
Di  Christ  noo  credarijn  sinceramentri 
Al  Vogneli  veraas  e  al  Sent  Sermoon, 
E  che  plui  prest  lu  cil  mancghi  e  la  tierre 
No  chu  la  soo  peraule  no  see  verre. 


Testi  friulani:  Secolo  XVI.  227 

Par  bocchie  adoncghie  al  nus  disciare  e  dijs 

Di  Zuan,  di  March,  di  Luche  e  di  Matthioo, 

Ch'ogni  luuch,  ogni  tierre,  ogni  paijs 

Vignarà  a  credi  in  tal  Fij  sool  di  Dioo: 

E  chu  mittude  ogn' altre  lez  so  ij  pijs, 

Ubbidide  sarà  sole  la  soo, 

E  sarà  infijn  un  sool  pastoor  a  poont 

E  scoi  un  chiap  des  soos  pioris  al  mont. 
Ma  prime  chu  see  chest,  si  Tedaraan 

Di  vuerris  par  dui  moont  stranis  rumoors  : 

Regnam  quintre  regnam,  di  maan  in  maaa 

Ijnt  quintre  ijnt,  mezzaans,  grangh  e  menoors, 

Peste  crudeel  e  dispietade  faan: 

Di  terramoz,  spavenz  e  granch  treraoors: 

Duquant  chest  maal  è  sta  viduut  fijn  chi 

E  provaat  angh  par  noo  cai  è  cusì. 

E  prime  s'  ha  "VÌduut  tirribil  vuerre 

Tra  Signoors  e  Gran  Mestris  christi'ans, 

Lamagne,  Franze,  Spagne,  l' Ingilterre 

Sote  e  sore,  Lombarz  e  Taliaans. 

Ogni  ville  in  dirup  no  ch'ogni  tierre 

Pes  garis  di  Strumijrs  e  Zarabarlaans  •  ; 

E  see  l'essempli  sool  d'un  timp  in  chà 

Lu  biaat  Friul  par  chest  cemuut  cai  sta. 
E  dapò  s'  ha  viduut  mortalitaaz, 

Pestis  e  simils  altris  malatijs, 

Pettecghis,  raaals  mazzuchs,  maai  disperaaz. 

Da  faa  duul  fijn  ei  claps  chu  soon  pes  vijs, 

Qnintre  dei  quaai  chu  la  loor  art  soon  staaz 

Di  band  i  miedis  e  [lis]  spiciarijs; 

In  plui  luuchs,  in  plui  viers  no  si  pò  dij 

L'infinitat  chu  s' ha  viduut  murij. 

E  sì  gran  chiaristijis  da  plui  bandis 

Al  nuestri  timp,  ai  nuestris  dijs  soon  stadis. 

Cai  s'  ha  viduut  pes  faans  fuur  di  muut  grandia 

Colaa  la  biade  ijnt  muarte  pes  stradis: 

E  par  vivi  a  mancghiaa  jerbe  e  vivandis 

Chi  m'arrjzi  che  seijn  nominadis; 

E  mil  e  mil  foor  dal  settante  chei 

Chu  mancghiaar  cijbs  da  stomeiaa  purcei. 


'  Nomi  delle  fazioni  udinesi. 


228  Joppi,. 

Tramoolz  di  lijnip  in  tijmp  e  tangh  e  tangh 
Soon  staaz  cai  no  si  pò  rijndi  boon  coont, 
E  sì  dismisuraaz  e  cut-1  graugh 
Cheì  han  fat  spaventaa  duquan  lu  moout, 
E  chiasis  e  palaz  e  Tierris  angli 

.    Han  schiassaat,  scantinaat,  mandaat  al  foont, 
Ferrare  e  Cathar  l'an  settanta  e  un 
Pei  grangh  tramoolz  no  restaar  quasi  ad  un. 

Dei  cancilijrs  di  Chrìst  in  tai  zornai 

Fijn  chi  duquand  lu  maal  chu  si  conteen 
Staat  e  viduut  e  tangh  dal  cijl  segnaai 
Chi  mi  strimìs  s'  a  revordaa  mi  veen  : 
Taal  ch'ai  è  fuarze  alfijn  daspò  tangh  maai 
Cai  see  segoond  chu  veen  discrit  lu  been: 
Davur  lu  maal  par  ordenari  appaar 
Lu  been:  uè  pò  duraa  sijmpri  un  contraar. 

E  za  lu  been  cha  da  vigni]  nus  mostre 

La  tierre  e  '1  maar  plens  d'allegrezze  e  '1  cijl: 
La  tierre  a  miez  inviern  nus  fas  la  mostra 
D'un  biel,  d'un  verd  e  d'un  vistoos  avrijl, 
E  quant  chu  plui  doves  comparee  in  giostre 
La  glazze  e  '1  freet  segoond  lu  propri  stijl: 
Air  hore  s' è  viduut  cecghiaa  lis  vijs 
E  di  floors  e  di  frutz  ij  arbuj  vistijs. 

S'ha  viduut  di  december  sul  rosaar 

Lis  roosis  in  tal  chiamp,  flurijz  iu  spijz, 

lu  brugnui  soon  nassuuz  sul  brugnulaar 

E  finalmentri  sul  fiaar  iu  fijs: 

E  quant  chu  chest  si  vioot  pur  Christ  dijs  claar. 

Cai  é  segnaai  cai  see  1'  estaat  da  cijs, 

E  fazijnt  fuur  di  tijmp  si  biell  ufiSci 

La  tierre  d'allegrezze  e  si  no  indici. 

Lu  maar  gran  tijmp  di  Turchs  tirannizzaat 
E  di  corsaars  serraat  sot  la  loor  claaf, 
Par  merachul  de  Sente  Trinitaat 
Liber  al  dut  chumò  fatt  è  di  sclaaf, 
E  s'  ha  di  Turchs  taalmentri  vindicaat 
,     Chu  Turchs  non  alzaraan  mai  plui  lu  chiaaf, 
Tante  Vittorie  e  si  no  cert  segnaai 
Dal  been  ch'à  da  vignij  passaat  lu  maal. 


Testi  friulani;  Secolo  XVI. 

Chun  tree  pijz  une  stelle  comparude 
Parecghis  dijs  tas  lampizzaant  e  bielle 
Viers  l'orient  mai  par  denant  vidude 
Sì  eh' un  soreli  al  paar  d'ogni  altre  stelle 
AI  timp  chu  fò  la  gran  vittorie  hibbude 
Pe  qual  ai  Turchs  in  maar  no  resta  velie, 
Significhe  allegrezze  e  gran  conteent 
AI  la  fideel  Leghe  in  Orieent. 
Quant  chu  dal  moont  la  Redentoor  nasse 
E  si  visti  de  nuestre  debelezze, 
La  stelle  in  orìent  angh  si  vede 
Chu  deve  al  mont  de  soo  saluut  certezze: 
Cusì  la  gnove  stelle  a  noo  faas  fé 
Di  been  universaal  e  d'allegrezze 
E  mi  denote  d'Orient  l'acquijst 
Chul  vignij  dut  lu  moont  e  Fé  di  Chrijst. 
Lu  timp  adoncghie  é  chà  chul  sen  veraas 
Vognèli  a  dovee  iessi  nus  disciare 
E  zamai  d'ogni  bande  e  d'ogni  laas 
Si  vioot  di  chest  biel  tijmp  certe  capare: 
lu  Princips  christians  soon  dutgh  in  paas 
Conzoonz  in  saanch  e  muarte  ogni  loor  gara 
E  sì  quiet  è  '1  popul  Christian 
Cai  paar  tornaat  lu  tijmp  d'Ottavian. 
Altri  romoor  no  reste,  altri  garbuj 
Chu  di  sterpaa  lu  Turch  in  so  dispiet 
0  di  reduul  e  Fé  di  Christ  angh  lui 
Dispresiant  la  lez  dal  so  Maumet; 
Lu  maar  l'ha  si  purgaat  cai  non  ha  pluj 
Speranze  e  la  tierre  angh  tant  ij  promet 
E  conquistaat  chest  chiaan  si  porà  dij 
Che  l'etaat  d'aur  sei  chu  no  da  vignij. 
Allegrinsi,  Signoor,  za  chi  vidijn 
Lu  ben  dacijs  e  l'allegrezze  a  pruuf: 
Chestgh  signai  mostrin  allegrezze  infijn 
Sì  chu  l'aier  boon  tijmp  quan  chu  no  pluuf; 
E  sperija  cert  in  Christ  e  in  lui  credijn 
Cai  s'ha  da  vedee  prest  un  mont  da  nuuf, 
E  la  chu  soon  chumò  Turchs  e  Paians 
Cai  marcghiarà  lu  nom  di  Christians. 

Archivio  Riottol.  ital..  TV.  j^ 


229 


230  JoppiV 

Povar  Blancoon  ad  i  chest  pas  vignuut 
là  mi  "vioot  in  te  rnee  plui  bielle  etaat 
Chi  •vioot  0  pooch  o  uuie  havijnt  viduut 
Tant  cli'oga'ua  altri  ch'ai  mio  tijmp  see  staat; 
Al  non  è  chest  deffiet  mio  pruciduut 
Par  iessi  di  nature  magagnaat 
De  vijste,  ma  par  mees  mineghionarijs 
Fattis  da  zovijn  in  plui  muuz  e  vijs. 

Anzi  da  boon  e  da  veer  chrisfian 
Savijnt  di  iessi  staat  gran  fallidoor 
E  ch'hai  di  tijmp  in  tijmp  di  maan  in  maan 
Disubidijt  e  lez  dal  mio  Fattoor 
E  ch'in  pijt  di  laudaal  sere  e  domaan 
Io  soi  staat  dal  so  Noon  blastemadoor 
I  confessi  plui  prest  ch'ogni  maal  ch'hai 
D' altri  no  see  causaat  chu  dai  miee  fai. 

Parcè  chul  just  Misser  Dominidioo 
Vidijnt  chi  no  temijn  pooch  lu  so  Noon, 
Par  demostraa  justitie  quintre  noo 
Spes  al  nus  mande  gualchi  afflition, 
E  dut  proceet  de  gran  clementie  soo 
E  de  soo  viers  di  noo  dilettion, 
Ch'ai  ij  plaas  in  chest  moond  chu  noo  patijn 
La  pene  ch'in  chel  alti;-!  i  meretiju. 

E  i  soon  alghuns  chu  vivin  in  chest  moont 
Vinturaaz  d'ogni  chiose  e  tas  contenz, 
Dut  iur  va  been,  duquand  iur  coor  seiont, 
Di  l'oobe  e  di  fiijs  rijchs,  saans  e  potenz 
E  tamen  al  si  vioot  che  i  faas  pooch  coont 
Dal  Noon  di  Dioo,  di  Christ  e  dei  siee  Senz. 
Ce  si  vul  dij?  chu  Dioo  see  partiaal? 
Chu  dà  dal  maal  al  boon,  dal  been  al  maal? 

No  no,  noo  no  volijn  chest  favellaa, 
Chu  la  cause  dal  dut  sool  di  chi  veen: 
Qualchi  pooc  been  custoor  han  puduut  faa, 
E  Christ,  chu  d'infinijt  mierit  è  pleeu. 
In  cent  mil  doplis  sì  iur  vul  paiaa 
In  cheste  vite  chel  loor  pooch  di  been, 
E  si  reserve  pò  di  faa  judici 
E  soo  tornade  al  raoond  d'ogni  loor  vici. 


Testi  friulani:  Secolo  XVI.i  231 

E  par  tant  provand  io  mo  chest,  me  cliel 
Contrai'i  in  te  mee  vite,  mens  di  ce, 
Dei  siee  comandaraenz  sì  eh'  a  l'ibel 
Ogni  pene,  ogni  maal  sta  been  in  me, 
E  lu  ringraci  d'ogni  so  flagel , 
Chi  hai  vere  speranze  e  vere  fé 
Chu  si  di  chà,  la  vite  al  mi  tormente 
A  la  farà  di  là  tan  plui  contente. 

Tant  chi  sai,  sì  chi  debi  e  plui  chi  pues 
Io  rengracii  Signoor  la  too  clementi  e 
La  quaal  mi  dà  qualchi  castijgh  ben  spes 
E  mi  dà  similmentri  pacientie. 
Fruntumàmi,  Signoor,  la  chiarn  e  i  vues 
E  fayt  al  moond  dei  miee  pecchiaaz  sententie. 
Pur  ch'in  chel  ultijm  dì  par  gratie  vuestre 
Voo  mi  clamaas  chui  bogn  de  bandie  diestre. 

Sai  no  baste  chi  pierdi  lu  vedee, 

Sai  no  baste,  Signoor,  chi  resti  uarp, 
Marturizaami  a  boon  vuestri  plasee 
In  dutte  la  persone,  in  dut  lu  quarp, 
Chu  dut  lu  straz,  chi  voo  farees  de  mee 
Vite  mi  sarà  doolz  angh  cai  see  garp 
Ed  accettarai  sijmpri  par  segnaal 
Dal  vuestri  grand  Amoor  ogni  mio  maal. 

b.  Sonetto. 
Al  mirabil  Marach  '  lu  Biancori.  . 

Signoor  chi  sees  plui  prest  prijm  chu  seioont 

Di  mierijs  grangh  ad  ogni  gran  signoor 

E  meretaas  pai  gran  vuestri  valoor 

Ch'ogn'un  fazi  di  voo  gran  presi  e  coont. 
S'io  fos  chel  savi,  chu  fo  vuarp  a  poont 

E  fò  di  Grecie  cusl  gran  scrittoor 

I  vores  solamentri  faami  honoor 

Di  voo  scrivijnt,  chi  sees  1'  honoor  dal  moont. 
Ma  za  ch'ul  cijl  ha  tant  slarcghiaat  la  maan 

Des  soos  gracijs  chun  voo,  chu  '1  vuestri  noon 

È  da  se  tas  famoos  in  mont  e  in  plaan, 


*  Giacomo  Maracco  vicario  generale  del  Patriarca  d'Aquileja,  1560. 


232  Joppi  ,* 

E  no  sijnt  degn,  sì  chi  vores,  uè  boon 
A  dij  di  voo  lu  mio  gof  stijl  furlaan, 
Accetaat  lu  ban  anim  dal  Blancoon 

Lu  qual  US  faas  un  doon 
Di  chel  cai  ha,  savijnt  chu'l  bon  volee 
Vaal  doncghie  un  cuur  zintil  tant  chu'l  podee. 


7.  Sulla  fabbrica  dell' Escuriale, 

Sonetto  di  Luigi  figlio  di  Valterio  Amalteo,  di  Pordenone, 
cancelliere  e  notajo  in  S.  Daniele. 

[Archiv.  notar,  di  Udine.] 

1594. 
Cesar,  chel  grant  Imperator  roman, 

Quant  che  dal  traditor  ij  fo  portai 

L'onorat  chiaf,  di  lagrimis  lu  piai, 

Bagna  par  squindi  miei  lu  cur  di  chian. 
Filip*  des  falsis  Spagnis  dur  tiran 

Une  devote  Glesie  ha  consacrat 

A  Sent  Laurinz,  mostrant  pure  pietat 

Par  podà  squindi  miei  l'anim  maran. 
La  fabriche  è  ben  dutte  signori!  ; 

Ma  fra  lis  maraveis  mi  pare 

In  cheste  sole  havò  intrigat  iu  pia: 
Vedei  inzenoglat  Filip  humil 

In  cheste  glesie;  mi  parò  vede 

Un  guarp  in  cil  e  l'anime  in  abis. 


Filippo  II. 


Testi  friulani:  Secolo  XVI.  235 


8.  Travestimento 


del  I  e  di  parte  del  II  Canto  dell'Orbando  Furioso  di  Lodovico  Ariosto; 
d'anonimo  Friulano  della  seconda  metà  del  secolo  XVI  '. 

a.  Canto  primo. 

[Da  un  ms.  della  Collez.  Joppi.] 

ì  Lis  polzettis,  gl'infanch,  gl'amòrs,  lis  armis, 

Lis  balfueriis,  plases  e  i  gran  remors 
Chu  for  dal  timp  eh'  haver  in  cui  lis  tarmis 
E  zìr  cerchiant  chu  i  es  gratàs  iù  Mors, 
Currìnt  daùr  la  còlure  e  '1  fat  d' armis 
Dal  lor  Re,  chu  volè  porta  gì'  honors 
Di  vendichà  lu  ciil  dal  Re  Troian  , 

Chu  Carlo  gli  rompe  sot  Mont  dal  pian. 

ì  Io  vus  dirai  d'Orlant  dut  in  un  flàt 

Chel  chu  no  fò  mai  det  par  litirùm, 
Ch'ai  vigni  par  amor  mat,  insensat 
E  al  havè  simpri  inzen  di  vendi  un  grum, 
/  Su  chuiè  chu  m' ha  tant  imbertonat 
E  m'  ha  fat  là  lu  mio  cerviel  in  fum 
Mi  dà  pàs  e  intellet  altnens  un  pòch 
Parcè  chu  io  soi  chumò  miez  mat  e  groch. 

J  S'al  vus  plases  a  vò,  Signù  mio  dolz, 

Figi  di  vuestr'urae,  fale  di  chest  mont, 

D'udlmi  un  pòch  chumò  ch'io  grappi  e  molz, 

Tal  volte  fàs  formadi,  squette  et  ont, 

E  s'io  no  vus  puarti  robe  e  solz 

Contentasi  di  dut  anch  vo,  segout 

Chu  fas  ogn'  hom  zintil  eh  ...  , 

0  poch  0  trop un  gli *. 


'  Deve  il  nostro  anonimo  essere  stato  persona  colta  e  di  spirito,  e  molto 
probabilmente  udinese,  o  per  nascita  o  per  dimora.  Tutti  i  caratteri  del  co- 
dicetto,  in  cui  si  contiene  il  travestimento  del  primo  Canto,  lo  fanno  ascrivere 
al  declinare  del  secolo  decimosesto,  e  lo  stile  e  l'ortografìa  vengono  in  ap- 
poggio a  questa  opinione.  Abondano  in  questi  versi  voci  e  modi  mancanti 
al  Vocabolario  del  Pirona.  È  poi  estranea  al  codice  la  distinzione  della  vo- 
cale lunga  0  addoppiata  [5  ecc.),  che  la  stampa  qui  introduce. 

'^  Lacerazione  del  ms. 


234  Joppi, 

4  Vo  sintares  fra  Duchis  e'  Barons 

E  VHS  farai  vedo  sì  ch'in  t'  un  spieli 
Lu  bon  Lizer,  chu  fò  dai  vuestris  vons 
E  dai  strabasavons  iu  zoch  plui  vieli, 
E  i  lor  faz  d'armis,  vueris  e  custions 
Ch'io  vus  dirai  chi  chi  si  chu'l  vognèli 
Pur  chu  lassas  ogni  vuestri  pinslr 
D' une  bande  siarìit  in  t'  un  carnlr. 

5  Orlant  chu  fò  plui  di  tre  més  inant 

In  te  so  Busdilèche  inainorat 

E  in  Mangia  e  in  Miarde,  in  Puarte  vie  in  Levaut 

Di  bevi  e  di  cechà  havè  lassàt 

Par  zirassi  in  Ponent  e  zi  leccant 

Une  polzette,  ha  lu  cui  imbrattàt 

Là  chu  so  barbe  havè  di  dutte  Franze 

Ai  monz,  al  pian  gran  ijnt  in  ordenanze. 

6  Par  fa  a  Marforiu  e  al  Re  Sgraffant  murlon 

Dasi  in  tal  cui  dai  piz  e  pò  zupà 
Par  iessi  st^t  chussì  lizer  miuchion 
Di  vigni  chun  tang  Mors  a  ressaltà 
E   mena  ivi  Spadagnui  a  fa  custion 
Par  volò  iù  Franzos  aruvinà 
E  cussi  Orlant  riva  dret  in  che  norie 
Ma  pinti  lu  fee  sorte  traditorie. 

7  Che  ij  fò  trafuìde  la  polzette; 

Ghiaie  s'al  fo  merlot,  lizer  di  chiàf. 
Che  eh'  al  s'  havè  chul  spiot  e  la  crosette 
Quistade  in  slingie  di  valent  e  bràf. 
Glie  tiolèr  tra  gl'arals  fur  de  burette 
Senza  savè  s'al  è  todesch  o  sclaf. 
L' Imperador  par  distudà  un  gran  fùch 
La  fees  roba  e  mena,  in  un  altri  iQch. 

8  Pos  dls  denant  s'inzenerà  un  rumor 

Tra  '1  Cont  Orlant  e  so  cusin  Ribalt 

E  chest  vignìve  duquant  par  amor 

Di  che  chui  fees  suda  senze  havè  chialt. 

Carlu  eh'  havè  chesch  mazorenz  pai  fior 

D'ogne  gran  malandrin,  d'ogne  ribalt, 

Parcè  chu  iè  causave  dut  achest, 

A  un  Duche  par  sot  man  la  die  ad  imprest. 


Testi  friulani:  Secolo  XVI.  235 

9  Prumilìnle  fra  tanch  a  d'  un  brighent 

Chu  fos  plui  sclet  e  bolp  in  che  baruffe 
Di  iessi  chu  la  sable  plui  valent 
Schiampant  in  qualchi  cise  fur  de  zufFd, 
Ma  ili  Christians  no  haver  lu  so  content 
Che  lassar  zi  chiamèse  e  zi  la  schuffe 
E  '1  Buche  chui  soldaz  fo  fat  prisòn 
E  zi  chul  ciìl  in  sii  lu  so  casòn. 

10  A  tal  chu  la  polzette  chu  debève 

Jestri  muir  dal  plui  valent  soldàt 

Fuij  sun  un  runzìn  chu'  1  cilr  ial  deve 

Chu  '1  dam  sore  ì  Christians  sarès  allat, 

E  parcè  ch'in  che  furie  no  savève 

Su  '1  chiavài  zes  par  chiamp  o  ben  par  prat, 

Zè,  per  sorte,  in  un  bosch  e  in  une  strette 

Scoiitrà  un  soldàt  chiaminant  a  staffette. 

U  In  dues  lu  zach,  in  chiàf  la  so  celàde, 

La  sgnaruèse  de  bande  e  '1  bruchulTr, 
E  corrève  plui  prest  vie  par  che  strade 
Ch'ai  drap  revost  pastor  scholz  in  lizer, 
E  no  fo  mai  polzette  d'hora  chu  vade 
Par  ches  cisis  regnant  senze  braghir 
Si  prest  chu  Busdilèche  smuzà  vie 
Tuest  che  vede  '1  soldàt  vignint  pe  vie. 

12  Al  jare  chest  chel  hom  che  cussi  grant 

Fij  di  so  pari  stint  in  Mont  dal  pian 
Ch'ai  ij  jare  smuzàt  lu  so  Sbaiart 
Un  di  par  male  sorte  fùr  di  man, 
Subit  eh' a  la  polzette  die  un  stravuart 
Al  cognoscè,  ben  che  jare  lontan. 
Che  rausse  chu'l  tignive  'I  di  e  la  gnot 
Vilupàt  in  te  rét  si  eh' un  merlot. 

13  La  polzette  '1  chiavai  volte  in  daiir 

E  scemenze  a  zucca  vie  par  ches  fraschis, 
Senze  chialà  s'al  è  chiarande  o  mùr 
Ma  pe  plui  solette  ij  puarte  vie  lis  taschis 
Ch'ai  par  propi  chu'l  diaul  ij  se  daiir. 
Si  urte  in  chei  baraz,  bedechs  e  maschis 
E  zi  tant  par  che  selve  d' ogne  bande 
Che  riv;\  sore  al  fin  d'un  aghe  grande.     . 


'3'M^  .loppi,  * 

14  Sun  che  rive  si  chitite  Forecùl 

Plen  di  sudor  e  dut  impolverat 

Ch'a  une  custioa  devant  volta  lu  cui 

D'une  gran  set  e  une  gran  sum  tirat, 

Stiè  une  gran  dada  e  sta  plui  ch'ai  no  viìl 

Parcè  eh'  al  jare  chutant  assedàt, 

In  chel  chu  l'aghe  chu  la  bochie  al  ionz 

Gli  chiadé  la  celàdè  ih  in  tal  fonz. 

15  Quand  che  podè  plui  prest  vigni  cridant 

Vignève  Busdilèche  sbirlufàde, 

A  chel  ciulà  prest  e  zuppa  in  denant 

Forecul  e  si  fés  a  mieze  strade 

E  cognoscè,  tuest  chu  iè  ij  fò  denaut, 

Anchimò  eh'  ìare  smuarte  e  sgiatulàde 

E  ben  eh' un  nies  e  plui  no  havè  nuvielle, 

Che  iare  ciart  Busdilòche  la  bielle. 

16  E  par  iestri  zintil  schortes  e  bràf 

Inemorat  in  iè  tant  chu  Ribalt, 
Anchimò  ch'ai  no  havès  celade  in  chiaf, 
Al  tras  la  sable  'e  fés  un  zup  in  alt 
E  tant  chu  s'al  havès  di  taià  un  ràf 
0  scussa  un  pitiniz  chui  dinch  biel  chialt, 
Al  yen  là  chu  Ribalt  no  ij  volte  '1  cui 
Ma  al  la  farà  cun  lui  cimut  ch'ai  \ùl. 

17  Ai  comenzàr  sì  grande  rimissine 

Se  ben  ogn'un  di  lor  è  a  pTt  e  strach 
Che  havaressin  taiat  chu  la  squarcine 
Une  squette  o  polente  ni  chul  zach 
E  intant  chu  l5r  si  dan  la  discipline 
Di  tai,  di  ponte,  di  man  dret,  di  plach, 
Busdilèche  al  chiavai  dà  dai  talons 
Che  no  havè  ni  stombli  ni  spirons. 

18  Da  pò  che  scombatrr  di  baut  un  piez 

Tu  doi  soldaz  par  taiassi  'I  coreian 
E  chu  nissun  iu  pare  o  pon  di  miez, 
AI  fò  prim  lu  paron  di  Mont  al  pian 
Chu  dls  al  Sarasin:  sta  salt  e  lez 
Chu  no  stijn  cM  e  iè  nus  fui  loatan; 
E  chest  al  dls  dut  par  havè  tant  fiìch 
In  tal  magon  ch'ai  no  chiatàve  liìch. 


Testi  friulani  :  Secolo  XVI.  237 

19  Disè  '1  Paiau:  o  mat  tu  ch'has  pensSt 

Fa  mal  a  mi  e  t'has  fat  aneli  a  ti, 

Che  s'al  è  cause  di  chel  vis  beat 

Che  nus  ha  fat  scombàti  tant  a  chi 

Mostrimi  un  p^ch  ce  chu  vin  vodegnat 

Chu  s'tu  mi  haves  ben  discopat  chulì, 

Par  chel  tu  no  havarés  la  bielle  fie 

Chu  tant  chu  no  stijn  chi,  iè  schiampe  vie. 

20  No  sares  miei,  vulintgli  anch  tu  si  ben, 

Di  corri  intani  e  tuèligli  la  strade 

E  ritignile  sun  un  fas  di  fen 

Devaut  chu  plui  da  lunz  currint  e  vada. 

Quant  chu  no  purìn  di,  iè  chi,  ten  ten, 

No  la  dispidarin  pò  chu  la  spade, 

E  se  aulìn  sta  plui  scombàti  a  chi 

Nus  farà  si  no  dam  a  ti  et  a  mi. 

21  A  che  peraule  al  no  stió  a  stuarzi  '1  nas 

Lu  Forecul  e  '1  quel  si  chu  la  griuve. 

Ma  come  dls  Ribalt,  cussi  ij  plàs 

Ch'ai  fò  content  che  si  fazès  la  triùve, 

E  in 'tal  volè  volta  d'un  altri  làs 

Preià  Ribalt  ch'a  pTt  no  si  schiùve 

Ma  a  gli  zuppa  in  groppe  e  zir  pes  peschis 

De  màmule  che  jarin  anchimò  freschis. 

22  0  gran  boutàt  di  chei  soldaz  vedrans, 

Jarin  nimis,  un  Cristian,  un  Mor, 
E  sintivin  al  chiaf,  ai  braz,  es  mans 
E  alla  schene  pai  boz  un  gran  dolor, 
E  piir  par  sei  vis,  stradis,  raonz  e  plans 
Sin  van  senze  suspiet,  senze  rumor; 
In  un  stomblart  o  doi  lu  chiavai  rive 
Là  ch'une  strade  di  dos  bandis  zi  ve. 

23  E  parcè  ch'ai  no  san  pensa  di  qual 

Bande  che  vade  o  drette  o  man  sedò, 
I  Parcè  che  si  vedevin  bici  avuàl 

Di  chà,  di  là  lis  peschis  anchimò, 

Ei  si  pensar  di  zi  par  lor  mens  mài 

Un  par  cheste,  un  par  che  chiattansi  o  no, 

Forecul  cerchia  assai  pai  bosch  a  stime, 

Ma  al  torna  là  eh'  al  si  parti  di  prime.- 


238  Joppi,. 

21  Al  si  cbiatà  anchiniò  là  sun  che  roie 

Chu  la  celàde  ij  chiadò  sul  fonz 
E  parco  ch'ai  no  pò  pasci  la  voie 
Di  che  chu  gli  fui  e  '1  cùr  Ij  ponz, 
No  havint  venti  là  rimpìn  ni  soie. 
Un  gran  ramàz  iù  d'un  faiar  al  jonz, 
E  lu  dispede  e  va  pai  fonz  cerchiant 
La  celade  in  te  l'aghe,  ma  di  bant. 

25  Pur  chun  che  piartie  lunge  fine  insomp 

Va  talpassant  sul  fonz  par  ogni  bande. 
Ma  al  no  tire  mai  su  ni  fiùr  ni  plorap 
Che  jare  1'  aghe  trop  torgule  e  grande 
E  tant  eh'  al  sta  in  che  còllure  e  eh'  al  ronip 
Lu  len  di  stizze,  al  viot  d'  un  altre  bande 
Ijssìnt  da  l'  aghe  un  hom  in  fine  al  flanch, 
Di  bruschie  cere,  inculurit  e  blanch. 

26  Al  jare  armat  dai  spiez  in  fine  al  cui 

Chul  celadon  in  man,  dal  làs  la  daghe 

E  bave  propi  chel  chu  Forecùl 

Cerchia  une  dade  inant  sul  fonz  de  l' aghe, 

Lu  quàl  gli  dls:  ahi  lari,  ahi  mariììl. 

Ahi  zugiò  bausàr,  ahi  spongie,  ahi  baghe, 

Parcè  no  vustu  rindi  '1  celadon 

Ch'ai  è  mio  par  promesse  e  par  reson? 

27  Ravuài'dichi,  Paian,  chu  tu  mazzass 

Di  Busdilèche  1  fradi  eh'  io  soi  id, 

E  ch'ai  fò  pat  tra  no  chu  tu  iettass 

In  aghe  '1  celadon  pos  dls  daspò, 

E  su  la  sorte  t'  ha  iunzìit  al  pass 

Chu  tu  fas  no  volint  lu  dèbit  tò, 

No  ti  sta  a  stuarzi,  e  se  vus  stuarzi  '1  quel, 

Stuarzlu,  chu  t' has  mens  fò  no  ch'un  purciel. 

28  S' tu  vùs  pur  havè  tal  elm  chu  chest, 

Chiatichint  un  e  chiàtel  chun  to  onor. 
Al  puarte  Orlant  in  chiaf  un  tal  impresi, 
Un  tal  Ribalt,  s'al  no  è  anchimó  mior. 
Un  fò  d'Alraont  ma  Orlant  gl'ai  zuffa  prest 
E  un  di  Slambrln  lu  qual  non  ò  pior, 
Quiste  un  di  chei  e  lassimi  lu  mio 
S'tu  vììs  lessi  tignùt  un  hom  da  zò. 


Testi  friulani:  Secolo  XVI.  239 


29  Al  ijssl  di  che  anime  dal  flum 

A  Foreciil  fui  duquant  lu  sancii 

E  ij  pare  ve  quasi  s\  chu  in  sum 

Di  vede  l'orch,  la  strile  e  '1  zuppe  sancii: 

Ma  tuest  chu  la  paure  zè  vie  in  fum 

E  ch'ai  si  ravuardà  dal  dut  biel  planch, 

E  chugnussint  d' havò  manchiiit  di  fò 

Gran  dolor  e  dispiet  daspò  al  havè. 

30  No  pudlnsi  impensà  scinse  sì  prest, 

Ch'  al  vede  ben  d'  havè  lu  tuart  in  sume, 
Senze  rispuindi  al  si  tuelè  vie  tuest, 
Ma  al  zurà  ben  pe  potè  di  so  urne 
Ch'  al  no  volè  par  solz  ni  par  impresi, 
S'  al  podè  ben  cumpral  chun  une  piume, 
Si  no  chel  elm  eh'  Orlant  tolò  ad  Almont 
Scombatint  za  chun  lui  in  cime  un  mont. 

31  E  mantignì  plui  d' hom  chest  zurament 

Ch'  al  no  fazè  chel  eh'  al  zurà  denant 
E  si  partì  da  chi  tant  mal  content 
Ch'  al  si  zi  un  timp  dulint  e  lamentant 
E  no  gli  cessa  mai  chel  gran  torment 
Fin  eh'  al  no  si  zuflPà  chul  cont  Orlant. 
A  Ribalt  chu  volta  d' un  altre  bande 
Intravignì  une  sorte  un  pooch  plui  grande. 

'32  Ch'  al  li  vigni  devant  lu  so  Sbaiart 

Ma  no  '1  lassa  monta  mai  su  '1  spinai 

Ch'  al  lu  spietave  e  pò  corrò  vie  fuart 

E  si  posta  ve  sun  qualchi  rivai; 

Spiette,  disè  Ribalt,  eh'  io  soi  miez  muart 

E  senze  te  io  patis  di  gran  mal, 

E  lui  no  scolte  e  fui  e  svuinehie  e  rippe. 

Ma  zin  daur  Busdilèehe  chu  lippe. 

33  E  fui  par  selvis  scuris  di  faiàrs 

Là  chu  no  bette  si  no  '1  lof  e  V  ors, 
Chu  '1  sbrundulà  dai  ròui  e  dai  aunars 
Gli  fés  fallì  fuint  la  strade  e  '1  cors, 
S'  al  si  mòf  iu  baràz  o  iu  noiars 
0  che  sinte  currint  lisiarte  o  sbors 
0  s'  une  sole  fraschie  e  sint  si  mof, 
Gli  par  di  lessi  zonte  in  bocchie  al  lof,  ' 


240  Joppi,* 

34  Cussi  cliu  '1  zuchulut  o  chu  'I  agnel 

Quant  eh'  al  si  ten  pai  luvri  e  si  cunfuarte 
Chul  lof  s'inbatt  e  ch'ai  si  viot  lu  biel, 
Al  gaffe  r  urne  eh'  al  la  slambre  e  squarte 
Nette  di  chà  e  di  là  a  schiavazze  quel 
Là  chu  'l  timor  e  la  rivesse  '1  puarte 
E  'n  ogni  sterp,  ogni  bradasch  che  tocehie 
Li  par  chu  '1  mazariQl  la  crusti  in  bocchie. 

35  Chel  dì,  che  gnot,  o  'I  dì  daspò  sin  là 

Malabiant  senze  savè  in  ce  bande 

Tant  eh'  in  t'  une  lonbrène  e  si  chiatta 

D'un  vintulin  chu'l  fresch  al  cùr  gli  mande 

E  zive  aghe  eurrint  aventi  là 

Che  tìgnive  la  jarbe  freschie  e  grande 

E  corrève  pai  elaps  s\  dolcementri 

Che  fazè  sèn  di  slavazzassi  dentri. 

36  Chi  ch\  parìnt  a  iè  che  foss  lontane 

Cent  e  milante  mijs  di  Ribalt, 

S'inpensà  di  polsà  sun  che  tarbane, 

Stracche  di  sta  a  chiavai  e  dal  gran  chialt; 

Zuppe  di  sielie  sun  che  mazorane 

Ch'  al  no  fò  mai  vidut  lu  plui  biel  salt, 

E  '1  chiavai  zi  a  passon  par  sore  '1  flum 

Che  jare  venti  là  la  jarbe  in  grum. 

37  E  da  ij  dongie  ai  jare  un  sterp  flurìt 

Di  zuansalmin  e  pulizut  salvàdi 

E  11  zive  sbatint  lu  riu  da  pìt 

Si  eh'  aghe  chu  dal  tiet  in  tiare  cbiadi, 

E  si  pon  iìi,  fas  in  ta  che  iarbe  im  nlt, 

Cussi  foss  stat  a  covàlu  ij  mio  fradi 

Che  jare  tal  lonbrène  in  ta  che 

Ch'  al  no  nus  havarès  chiatat  lu  scrinz. 

38^  La  jarbe  jare  custl  freschie  e  dolze' 

Che  clamàve  a  ijtassi  iìi  in  tal  miez 

E  par  che  vueie  a  pont  eh'  un  si  stravolze 

E  elupi,  '1  voli  siari  e  duarrai  un  piez 

E  in  chel  eh'  in  sum  ij  par  eh'  algun  la  raolze, 

Sint  un  remor  denant  di  se  un  chiavez, 

Cit  cit  e  ieve  in  pTs  e  sore  I'  aghe 

Viot  un  hom  a  chiavai  chu  la  so  daghe. 


Testi  friulani:  Secolo  XVI,  241 


39  S'al  è  ami  o  niml  e  noi  conoss, 

Ma  stlè  a  pensa  sore  di  se  e  alfin 

No  pudintlu  conossi  chui  eh'  al  foss. 

No  za  che  ves  dolor  di  chel  mischin; 

Lu  povar  hom  eh'  altri  mal  ha  chu  tosa 

Dismontà  par  polsà  iù  dal  runzin 

E  si  mette  a  pensa  iù  chul  chiaf  flap 

Ch'  al  pare  propi  un  hom  stampat  di  clap. 

40  Lacrimos  'n  ore  e  plui,  chul  quel  in  Stuart 

Al  stiè  lu  povar  hom  disconsolat, 

Pò  al  scomenzà  a  vaij  e  cridà  fuart 

E  lamentassi  si  eh'  un  amalat 

Ch'  al  havarès  amòt  un  lèn,  un  muart 

E  indulcit  un  ors  invelegnat, 

Suspirant  al  valve  tal  eh'  un  flum 

Gli  para  ij  voij  e  spiéz  di  fùch  e  fum. 

41  PinsTr  pai  qual  no  stoi  mai  plui  alègri 

E  ses  cause  dal  mal  chu  mi  cunsume 
Ce  vuèio  fa  eh'  io  soi  stàt  masse  pegri 
Ch'un  altri  inant  di  me  la  citte  sbrume; 
D' un  sol  ehialart  dal  mio  mal  mi  rintègri 
Chu  i  altris  han  tochiàt  la  barbe  a  1'  ume, 
Ma  se  no  hai  tochiàt  ni  fi  ni  flor 
Par  iè  no  vuei  muri  za  di  dolor. 

42  La  zovin  bielle  è  propri  si  chul  lat 

Chaglàt  ad  un,  chu  infinte  eh'  al  è  fresch 
Ogni  vieli  pastor,  ogni  infanzat 
Si  freie  vulintlr  par  dongie  '1  desch. 
Ogni  buffon  si  iette,  ogni  gran  mat 
Pur  zuppant  e  si  fàs  dot  e  manesch, 
Ogn'un  ij  traij  de  sedon  e  dal  sgrif 
In  fine  '1  mulinar  s'  empie  lu  schif, 

43  Ma  tuest  eh'  al  è  viguut  smamit  e  lai 

E  eh'  al  no  n'  ha  savor  plui  di  chaglade, 
Ogn'  un  si  stroppe  'l  nas,  ogn'  un  lu  trai 
Par  disietàt  in  cort  od  in  te  strade, 
Par  chest  no  diebis  bielle  zovin  mai 
Lassa  chu  'I  timp  senze  giòldel  sin  vade, 
Chu  quant  eh'  un  no  ha  plui  amor  ni  sìich, 
Un  sta  su  la  cinlse  a  stizza  '1  fueh. 


242  Joppi,* 

•Il  Se  vii  agi'  altri»  e  di  chel  ben  vulùde 

Chu  gli  de  lu  confet  e  '1  smarze  pan, 
Ah  sorte  traditorie,  ah  sorte  crude  ! 
E  trónfia  gì'  altris  e  io  mùr  di  fan, 
Debbio  dismenteiàrai  se  s' inglùde 
Di  me  che  1'  hai  in  ciir  sere  e  doman, 
Ah  no,  eh'  io  vuei  plui  tuest  tira  lu  pTt 
Che  vivi  senza  ama  '1  so  vis  pulTt. 

45  S'  alguu  volès  cognossi  '1  cavalTr 

Chu  si  bruntìile  e  vai  e  cride  tant, 
Io  dirai,  eh'  al  è  un  hora  di  va  t'  al  cTr, 
Chel  sbirlufàt  d'  amor  Re  Scarpizant, 
Io  dirai  ehu  '1  so  mal  e  '1  so  pinsìr 
E  '1  so  lament  ven  par  amor  duquant 
E  pur  è  un  mazorent  di  cheste  chijce 
Chu  no  '1  lasse  russa  là  chu  ij  pice. 

46  Là  ehu '1  sorèli  la  sere  si  squint, 

Jare  vignut  par  fin  di  là  eh'  al  ieve, 

Ch'  in  Indie  uldl  par  ver  e  eiart  disint 

Chu  la  polzette  fin  in  Spagne  zeve 

E  pò  al  savè  in  France  eh'  ad  un  altre  ijut 

A  salvament  l' Imperador  la  dieve 

Azò  che  fos  massai'ie  dal  plui  bon 

Ch'havès  mazat  plui  Mors  in  che  custiou. 

47  Al  jare  stat  in  chiamp  e  havò  vualmàde 

La  face  chu  '1  Re  Carlu  havè  '1  di  inant, 

E  cerchia  Busdilèche  dilicàde, 

Ma  '1  domanda  e  cerchia  fò  dut  di  bant, 

Cheste  adonchia  è  la  gnove  dispietàde 

Chu  '1  fus  zi  su  e  iù  e  vaij  tant 

E  fas  tant  brontola  che  so  furtune 

Chu  par  pietàt  si  poste  in  eli  la  lune. 

48  Intant  ehu  '1  povar  hom  vaij  e  si  diil 

Chui  voij  d'  aghe  plens  sì  eh'  une  spongie 

E  trai  suspTrs  pe  bocchie  e  fCr  pai  eùl 

Ch'  al  no  '1  erot  ben  chui  chu  no  jare  dongie, 

La  so  furtune  benedette  vìil 

Chu  iè  uldl  duquant  par  iestri  dongie, 

Ch'  in  tant  chu  '1  mont  biel  dret  sarà  in  so  iestri 

AI  no  havares  hibìit  lu  plui  biel  diestri. 


Testi  fiiulani:  Secolo  XV.  243 

49  E  stiè  a  scolta  la  bielle  Bu&dilèche 

Lu  brontola  par  fine  un  pel  duquant 

Di  chel  chu  mur  e  cbu  '1  cerviel  si  sbeche 

Par  amor  so  lu  dì  e  la  guot  di  bant. 

E  dls  tra  se  in  cbel  sterp,  mai  zuppe  e  leche 

Chu  tu  no  havàras  mai  di  me  tant 

Chu  se  chierebaldan  o  fros  segont 

Che  chu  no  stime  un  pel  duquant  lu  mont. 

50  Pur  lu  chiatassi  sole  in  che  lorabrène 

Li  fés  pensa  di  tuelil  par  compagn, 

Chu  chel  chu  pò  tigni  *1  chiavai  pe  brene 

Al  è  mat  a  lassai  dà  di  calcagn, 

Se  lu  lasse  volta  cumò  la  schene 

E  no  lu  met  mai  plui  in  tal  argagn, 

Che  havè  provàt  custui  ben  tàs  inant 

Par  un  bon  mazorent  e  un  bon  infant. 

51  Ma  e  no  si  impense  di  sflanchiai  il  mài 

Ch'ai  ha  pattt  par  iè  di  treute  bandis, 

Né  di  lassa  eh'  al  i  alci  lu  grimàl 

Intant  eh'  al  schiasse  un  poch  lis  sos  mudandis, 

Che  pense  dì  prometti  e  pò  gabàl 

Fin  che  iessi  des  sòs  fortunis  grandis 

Par  fin  che  tome  in  chiase  so  siùre 

E  pò  gli  chiacce  in  tal  cui  une  cure, 

52  E  leve  su  biel  planch  di  chel  stirpùz 

Che  havè  stàt  sence  dì  ni  ceu  ni  beu 
E  chun  biel  garp  vigni  denant  planchùz 
E  d'in  tal  jonzi  a  dls  ah  Deu,  ah  Deu  ! 
Dio  ti  mantlgne  in  pàs,  lu  mio  fradùz 
E  vuei  preià  Misser  Dominideu 
Chu  no  ti  lassi  credi  ch'io  se  tal 
Chu  in  chest  luch  et  in  chel  io  faci  mal. 

53  E  no  corre  mai  cusì  prest  la  mari 

Inquintre  '1  fij  chu  vigne  da  lontan 

Che  lu  vaij  sì  eh' un  pichifit  par  lari 

E  chel  vede  tornàt  da  ben  e  san, 

E  no  havè  tante  legrezze  '1  pari 

Quant  eh' a  la  fie  '1  nuviz  romp  la  foran 

Ni  bolp  0  l'ors  quant  ch'in  te  mll  al  leche 

Sì  chu  havò  Scarpizant  di  Busdilèche. 


244  Joppi,* 

54  Plen  d'amor,  di  content  e  di  dolcezze 

E  zuppe  inant  la  so  chiare  sperance 
Tant  chu  '1  chiavai  smuzzà  fùr  di  chiavezze 
Parcè  chu  iè  '1  strenzè  par  mis  la  pance; 
In  chel  content  e  d'in  che  gran  legrezze 
Jè  subit  s'impensà  di  lassa  France, 
Torna  al  so  paTs  finte  in  Levant 
Daspò  che  11  ha  chiatàt  Re  Scarpizant. 

55  E  gli  rendè  lu  cont  pulTt  e  biel 

Dal  dì  chu  iè  l'abandonà  in  Levant 
E  ce  ch'ai  fes  chel  timp  fine  un  chiavel 
Cui  Re  di  Scalinbrane  e  dìs  duquant, 
Chu  di  rauart  e  di  mal  e  di  riviel 
La  ve  vuardàde  spes  lu  Cont  Orlant 
E  che  jare  cusì  virghine  in  sume 
Chu  chel  di  stes  chu  la  pissà  so  urne. 

56  E  podè  iestri  '1  ver,  ma  l'è  gran  dùbit 

A  d'  un  eh'  hebbi  cerviel  e  sai  in  zucchie. 
Ma  al  lu  credè  lu  bon  compagn  di  sùbit 
Parcè  eh'  al  no  si  dà  sì  prest  in  bruchie, 
Chel  chu  r  hom  viot,  amor  gli  pon  in  dùbit 
E  s' al  no  viot  al  cròt  ogni  furdruchie, 
Baste,  eh'  al  lu  credè  sì  chu  si  erot 
L'hom  eh' è  privat  chu  no  pense  e  no  viot. 

57  S'  al  savè  mal  lu  bon  soldàt  d'  Anglant 

Tuèlisi  'i  ben  chu  fui  sì  eh'  un  tarlup. 

Al  sarà  par  so  dan,  chu  da  chi  inant 

Al  no  porà  mai  fa  cusì  biel  zup, 

Cusi  disè  tra  se  Re  Scarpizant, 

Ma  io  no  soi  si  gof  e  sì  marlup 

Ch'  io  lassi  '1  ben  che  m'  è  vigniit  par  maa 

E  eh'  io  mi  stie  a  grata  pò  la  foran. 

58  Id  queiarài  la  rose  incnlurlde 

Che  se  sta  trop  e  ven  smaride  e  flappe 
Ch'  io  sai  ben  eh'  a  une  fèmine  di  uide 
No  si  dà  miei  eh'  un  bon  mani  di  sappe, 
Anchmò  che  trai  di  pls,  anchmò  che  cride 
E  che  barbòte  e  qualehi  volte  e  frappe, 
Io  no  vuei  sta  par  trai  di  pTs  o  spalle 
Ch'  id  no  noeti  '1  chiavai  un  poch  in  stalle. 


Testi  friulani:  Secolo  XVI.  245 

59  Cus\  s  iaipense  intani  eh'  al  met  in  ordin 

La  lance  par  fa  alraens  dei  o  tre  cors 
E  chu  dui  doi  a  pòch  a  poch  s'  accordio 
Par  zi  iù  inquintre  sì  chul  giat  o  l'  ors, 
Ai  sint  un  grau  fraclias,  uà  gran  disordia 
Cliu  gli  fes  rompi  ogni  so  biel  discors, 
Zuppe  a  chiavai  e  met  celàde  e  vuant 
Zaffe  lu  spiòt  e  pò  si  fàs  inant  *. 

61  Clio  ch'ai  è  dongie,  al  lu  dame  a  bataie 

Ch'ai  ci'edè  di  ietàl  chul  ciil  in  sii, 

L'  altri  chu  no  lu  stime  auch  lui  'ne  paie 

Veu  par  falu  chiadè  chul  chiàf  in  iù; 

DTs  Scarpizant:  purciel  nudrit  in  faie, 

Ce  astu  di  vigni  chenti  là  tìi  ? 

E  sence  plui  plaidà  vignlr  curriut 

A  chiàf  a  chiaf  inquintre  sì  chu  '1  vini. 

62  E  no  van  iu  moltons  o  i  bus  a  dassi 

Sì  grant  urton  chui  quars  iu  tes  mascellis 
Si  chi  vignlr  iu  soldìlz  ad  urtassi 
Et  ei  romper  dui  doi  lis  sos  rudellis: 
Pai  gran  rumor  scomenzàr  a  schiasassi 
Lu  mont,  lu  cTl,  lu  sorèli  e  lis  stellis 
E  s'ei  no  havevin  ben  armàt  lu  vintri 
Ei  si  dispantezavia  sastu  cintri. 

63  E  i  lor  chiavai  no  corrèrin  in  Stuart 

Ma  s'  urtarla  par  mis  sì  chu  i  chiastrons, 
Ma  chel  di  Scarpizant  chiadò  iù  muart 
E  no  zovà  a  tochiàlu  chui  spirons, 
Chel  altri  dio  su  iu  pls  pi'est  e  gaiart 
eh'  al  si  sintì  pochaat  chui  zingiglions 
E  chel  di  Scarpizant  resta  iù  in  tiare 
Del  so  paron  aduès  segont  eh'  al  jare. 

64  Lu  soldat  chu  stiè  dret  sì  chu  pilot, 

Chu  vede  l'altri  a  bas  sì  ch'uà  purciel 

No  tome  a  fa  eustiou  un  altri  hot 

Ch'ai  gli  parò  ch'ai  bave  trop  di  chel 

E  scomenzà  a  zi  pe  selve  di  trot 

E  a  corri  ch'ai  parò  un  svolant  ucel; 

Devaut  chu  '1  Zugiò  levi,  di  volop 

Al  zi  currint  plui  d'une  uiLo  e  d'un  strop. 

*  Manca  la  LX  ottava. 

Archivio  glottol.  ital.,  IV.  17 


246  Joppi, 

C5  Cusl  chu  '1  vuarzenar  e  chu  '1  beolc 

Daspò  passàt  lu  gran  rumor  si  drezze 
Di  là  chu  l'ha  iettàt  ia  tiarre  '1  foich 
Dongie  iìi  bus  muarz,  smarTt  sì  eh'  une  piezze 
E  eh'  al  viot  la  cumièrie  vuaste  e  '1  solch 
E  schiavazzat  lu  pin  su  la  chiavezze, 
Cusì  pare  a  cului  quant  eh'  al  ievà 
Chu  '1  so  iniml  aventi  al  no  chiatà. 

66  Suspìre  e  zem,  no  ch'ai  s'hebbi  ni  vues. 

Ni  zenòli,  ni  pìt,  ni  Stuart  ni  vuast, 
Ma  al  vigni  blanch  di  stizze  sì  eh'  un  zes 
Ch'  al  chiadè  iù  sì  prest  in  ehel  eontrast 
E  plui  chu  iè  ij  tira  '1  chiavài  di  dues 
Al  povar  hom  anch  eh'  al  haves  bon  tast, 
Ma  al  stiè  simpri  bea  senze  favela 
Se  no  gli  scomenzàve  iè  a  plaidà. 

67  E  disè,  deh  Signù,  dàisi  mo  pàs 

Ch'  al  no  è  vuestri  fai  che  ses  chiadùt, 
Ma  dal  chiavai  chu  sdurumà  in  làs 
Par  no  havò  polsat,  ni  pan  prindùt, 
E  no  vade  par  chest  stuarzìnt  lu  nas. 
Se  chui  eh'  al  tùI,  parcè  eh'  al  ha  pirdut 
Par  dret  e  par  reson,  eh'  al  è  lui  stàt 
Lu  prim  chu  di  scombatti  al  ha  lassàt. 

68  Intant  chu  iè  consòie  'I  Sarasìn 

Eceuti  un  armentar  chun  un  carnlr 
Chu  vignìve  quarnant  su'  n  un  runcin 
Ch'  bave  ciere  d'  havè  bielle  mulr 
E  cho  eh'  al  fò  iuuzùt  lì  da  visin 
Al  domanda  s'  al  iare  un  eavalTr 
Currùt  aventi  là  vistùt  di  gris, 
Armàt  duquant  di  fiàr  dal  ehiàf  ai  pTs. 

69  Dis  Scarpizant,  cusì  no  fòssal  stat 

Ch'  al  m'  ha  battùt  chumò  iù  dal  chiavai 
Ma  azzò  eh'  io  sepi  chu  eh'  ha  vuadagnat 
Chui  esal,  di  ce  ville  e  di  ce  vai: 
DTs  r  armentar  :  fraduz  e  t' ha  iettat 
Une  polzette  in  tiarre  iù  cui  spinai 
E  iè  par  ciart  stade  une  zovin  bielle 
Chu  t'  ha  paràt  in  tiarre  iù  de  sielle. 


Testi  friulani:  Secolo  XVI.  247 

70  E  ià  gaiarde  ma  plui  bielle  trop 

E  no  ti  vuei  tasè  lu  so  biel  nom, 

Jè  Sbravant  chu  ti  de  sì  mal  intop 

Chu  t'  ha  tuelèt  V  honor  e  '1  credit  d'  hom, 

E  si  chiazà  pò  a  corri  di  volop 

E  '1  lassa  revoiant  cusi  eh'  un  pom 

Ch'  al  no  sa  par  vergonze  ce  eh'  al  fàs 

Ma  al  sta  sì  eh'  al  haves  taiàt  lu  nàs. 

71  E  stiè  un  poch  a  pensa  sun  che  baruffe 

E  quant  eh'  al  ha  impensàt  al  chiate  e  vi5t 
Ch'une  chu  file  e  chus  e  puarte  schuffe 
Ha  abatùt  un  chu  dovre  zach  e  spiot. 
Monte  a  chiavai  e  stuarz  lu  nàs  e  sbuffe 
Ma  al  tasè  pò  pai  miei  segont  eh'  al  crot 
Di  tioli  Busdilèche  e  pense  e  zure 
Di  fa  pur  alch  sul  fen  o  in  qualchi  bure. 

72  E  no  zerin  dos  mijs  par  che  strade 

Ch'uldlrin  un  remor  dut  venti  intorn, 

Ch'  al  par  chu  '1  mont  duquant  in  frèulis  vade, 

Ch'ai  trlmuli  e  ch'ai  chiade  '1  cTl  dal  forn: 

Pò  al  die  fùr  un  chiavai  eh'  havè  quinzade 

La  sielle  d'aur  e  ce  ch'ai  ha  d' intorn 

E  salte  ogni  plantum,  ogni  fossàl 

E  romp  iù  in  ce  ch'ai  urte  dut  avuàl. 

73  Su  chei  bedechs  e  l'imbrunì  de  sere, 

DTs  la  zovin,  iu  voij  no  m'acèie, 
Chel  è  Sbaiart,  ch'io  '1  conos  a  la  cere, 
Ch'in  te  code,  in  tai  pls  al  lu  semèie; 
Al  è  ciart  lui  chu  ven  a  la  frontère 
Ch'ai  sa  cumò  chu '1  tò  al  si  scortele, 
Ch'  al  nus  ven  a  iudà,  eh'  al  sa  chu  chest 
Chun  doi  no  pores  zi  ni  planch  ni  prest. 

74  Smonte  '1  soldiìt  e  ven  senze  dì  nule 

Par  dongie  e  crot  di  dìx  di  man  sul  srauars 
E  lui  gli  volte  '1  cui  no  eh'  al  gli  fiiie 
Ch'  al  rippe  sì  chu  '1  diaul  ma  rippe  schiars. 
Scarpizant  smuzze  e  schive  la  chalzìiie 
De  more  par  no  metti  'I  ciart  in  fuars 
Ch*  al  ha  '1  chiavai  tante  fuaree  in  tai  calz 
Ch'  al  romparès  une  puarte  di  sbalz. 


248  Joppi , 

75  Po  al  ven  plaièul  quintre  la  bielle  puppe 

E  gli  fas  chiarizutis  si  eh'  un  chiaa 

Cli'  inlorn  lu  so  paron  s' alègre  e  zuppe 

Par  iessi  stàt  pirdùt  trop  di  lontan, 

Ch'  al  sa  chu  iè  ia  Levant  ia  vieste,  in  zuppe 

Lu  strigijave  e  '1  passève  di  so  maa 

Quant  ch'a'Ribalt  tant  ben  e  volò 

Ch'  al  contriir  a  chumò  noi  pò  vede. 

76  Jò  ij  pon  su  la  brene  la  man  zampe 

E  chun  che  altre  va  palpant  la  pance 
E  lui  eh'  have  cerviel  lasse  la  vuampe 
Palpassi  e  '1  chiaf  e  dut  ce  chu  ij  avance; 
Intant  za  eh'  al  no  scalce  e  eh'  al  no  schiampa 
Lu  Sarasin  su  la  schene  si  slance, 
Busdilèehe  chu  jare  in  groppe  e  ponte 
Lis  mans  sul  cui  e  d'in  te  sielle  monte. 

77  Po  volte  i  voij  e  chialle  e  viot  eh'  al  ven 

Sglinghignant  dut  di  fìàr  un  gran  soldàt  ■ 
Ch'ai  gli  mette  un  dolor  a  dues  e  un  sden 
Che  '1  conossè  tuest  che  1'  bave  vualmàt 
Ch'ai  ó  Ribalt  chel  chu  gli  vùl  tant  ben 
E  iè  lu  fui  ch'ai  par  ch'ai  se  morbat, 
Za  fò  chu  iè  lu  ama  plui  chu  so  pari 
E  lui  1'  odia,  cumò  al  è  '1  contrari. 

78  E  chest  vignlve  duquant  par  dos  aghis 

Di  rissurture  che  ha  cutàl  virtùt 
Chu  su  tu  befs  d'  une  di  lor  tu  incaghis 
A  chel  chu  puarte  l'arch  e  svole  nùt; 
Bivint  da  1'  altre  fra  mil  spioz  o  daghis 
Tu  zirès  par  amor  in  aghe,  in  briit; 
Ribalt  ha  biùt  d'  une,  amor  l' inflame, 
E  iè  da  r  altre  e  fui  lui  chu  la  dame. 

79  Cheste  aghe  è  intoseiade  di  raschos. 

Che  fas  rompi  ai  madors  la  massarie  ; 
Intorgulà  e  polzette  '1  vis  zoios 
Tuest  che  vede  Ribalt  vignint  pe  vie 
E  prèie  Scarpizant  chui  braz  in  eros 
Chu  par  so  zintilece  e  scurtisie 
Ch'ai  no  spieti  Ribalt  plui  dongie  nùie 
E  chun  iè  a  plui  podè  prest  al  si  fùie. 


Testi  friulani:  Secolo  XVI.  849 

80  DTs  Scarpizant  a  Busdilèche,  adonchie, 

Vo  m'  havès  par  un  zus  e  un  hom  di  stran. 

Ch'io  no  se  bon  cimi  spiot  e  chu  la  ronchie 

Di  fale  chun  custui  e  falu  grara  ? 

No  sòio  io,  no  è  cheste  la  conchie 

Chu  stiè  pini  salde  no  ch'ai  fùch  lu  ram 

E  tanch  pilòz  ch'io  stiei  quintre  un  trop 

E  i  fes  fui  di  trot  e  di  volop. 

81  lè  no  rispuint,  né  sa  ce  che  si  face 

Ch'ai  è  vignìit  Ribalt  trop  indenant  ' 

E  sint  vuemai  ch'ai  brave  e  ch'ai  manace 

Ch'ai  cognossè  '1  chiavai  e  Scarpizant, 

E  cognossè  la  so  màmule  in  face 

Chu  'I  fas  brusà  e  cunsumàlu  tant. 

Chel  chu  vìls  fas  dapò  pan  prendi  biel 

Vùs  chiantarà  duquant  fine  un  chiavel. 


6.  Canto   secondo. 

[Da  copia  antica  nella  Collcz.  Pirona,  voi.  Poesie  friul., 
ora  nella  Bibl,  Ctv.  di  Udine.] 

Deh  fais  Amor  ti  puessi  dà  saette 

Daspò  che  tu  ai  madoors  dàs  si  no  imbastì 

Dontri  ven,  brisighel,  eh'  al  ti  dilette 

Di  vede  fra  doi  curs  ITt  e  contrast? 

Tu  fàs  eh'  io  si  vuei  ben  a  une  polzette 

lè  ha  '1  cilr  quintre  di  me  dut  fret  e  vuast 

E  s'une  mi  viìl  ben  e  mi  bulpine, 

Tu  fàs,  eh'  io  vueli  mal  a  che  meschine. 

Busdilèche  tu  fas  plasè  a  Ribalt 

E  iè  no  'I  pò  vede  ne  mens  sintl  ; 
Za  fò,  zude  a  sares  cun  lui  al  salt. 
Lui  simpri  la  volè  smuzà  e  fui; 
Bisugne  batti  '1  fifir  quant  ch'ai  è  chialt, 
Mamui  mici  chiilrs,  s' un  no  si  vili  pinti; 
Chumò  '1  povar  Ribalt  fuart  si  lamente 
Ch'ai  lu  fui  .si  chu '1  diaul  dal  aghe  .s?nte. 


250  Joppi,  • 

3  Ribalt  al  Turch  dut  ravoiant  cridà: 

Discent  dal  mio  chiavai  chu  t'  hàs  robat, 
Chu  '1  mio  mi  so  chiolet  al  no  mi  va, 
Ma  il  ffis  a  cui  chu  '1  vùl  costà  salàt 
E  vuei  ste  Dumle  inant  cha  ziti  di  cha, 
Che  fares  a  lassate  un  gran  pechiat, 
Chu  sì  bielle  Domblan,  chiavai  sì  bon 
A  no  stan  ben  in  man  d'  un  tal  ladron. 

4  Tu  '1  minz  pe  gole  eh'  hebbi  mai  robàt 

DTs  lu  zugiò  sbuffant  sì  tàs  chu  lui, 
Ben  lu  mo  ehest  mo  chel  has  sassinat 
Par  mll  t'  al  provarai ,  eh'  io  sai  par  cui  ; 
Ma  chumò  '1  vederìn  chu  '1  fiilr  sfodràt 
Cui  la  Dumle  e '1  chiavài  merite  plui; 
Anehgmò  chu  '1  bataià  fra  no  par  iè 
Se  nuie  al  presi  grani  cbu  vai  cuscbiè. 

5  Si  chu  doi  chians  izàs  d'  alcun  de  int 

Chu  son  ehiatls  par  fuarze  e  mal  nudtTz 
Si  van  r  un  quintre  V  altri  i  dincgh  rinzint 
Chui  voi  plens  di  fùch  duchg  sburlufTz, 
Chui  sgrifs,  chui  dinchg  stizas  si  van  murdint 
Chui  spinai  sì  chu  riz  duehg  spiiuchTz: 
Cusì  al  romor  des  spadis  e  al  davoi 
Si  larin  a  chiatà  i  soldàz  duch  doi. 

6  Un  è  a  chiavài  e  l'altri  a  plt,  ce  sa 

Su  'I  Turch  plui  dal  Christian  ha  miór  pat, 
Fruzon  in  chest  al  mio  stima  al  non  ha, 
Ch'  al  pò  mens  d' im  pastor,  d'  un  infauzat, 
Parca  chu  chest  chiavài  di  nature  ha 
Chu  zi  quintre  '1  paròn  no  vùl  un  trat 
Chun  mans  non  è  bastant  uè  chui  spiroa 
Falu  movi  da  ì  pur  un  fruzon. 

7  Al  si  cesse  s' al  vùl  eh'  inant  al  vadi 

E  s'  alu  vùl  tigni  vùl  volopà, 

Sul  pettoràl  si  pon  lu  ebiaf  sforadi 

E  pò  si  met  chui  pTs  fuart  a  rippà; 

Al  fin  al  s' indaviot  cha  no  i  cadi 

A  sta  sun  chel  chiavài  a  mateià, 

Su  r  arzòn  di  davant  al  pon  la  man 

E  s' alze  e  zuppe  in  pTs  si  eh'  un  pavan. 


Testi  friulani:  Secolo  XVI.  251 

Scarpizant  distrigai  chul  salt  eh'  al  fós 
Di  che!  chiavài  raibos  e  dut  alegri. 
Si  tachia  a  custion  parcè  eh'  ofies 
Chusl  si  sint  lu  Tureh  chu  chel  eh' è  segri; 
Vaa  su,  mo  iù  li  sablis  di  grant  pes 
Chu  '1  mai  dal  battefiàr  ere  plui  pegri 
Quant  cha  1'  ha  1'  aghe  grande  e  tire  '1  fiàr 
Par  fa  palis,  sapons,  flibis  di  chiàr. 

Mandrez  fals  e  riviers  si  dan  par  dut 

Mostrant  ehu  '1  zùch  de  sgrime  il  san  duquant 
Mo  iu  vedes  su  rez,  mo  iù  crufuiut 
Platànsi  set  la  targhe,  mo  chucant 


E  cusì  la  chu  '1  pTt  un  ha  ibùt 

L'  altri  sclet  e  manesch  ha  '1  so  pugnùt. 

10  Ribalt  si  tache  sot  a  mieze  spade 

E  mene  al  Re  Cirehlas  fur  di  misure 
Lui  ite  sot  la  targhe  eh'  è  invuessade 
Chu  lis  lamis  d'  arzal  di  fuart  misture  ; 
La  sable  la  sciapa  e  pe  gran  dade 
Si  scudùle  il  plantum  e  la  pianure 
E  r  arzal  el  vues  dut  va  sì  eh  un  zucar 
E  '1  braz  duquant  lassa  iraraatlt  al  lutar. 

11  Di  fat  si  tulrainà  dut  la  Dumlutte 

Chu  vede  '1  eolp  iù  sdurumant  si  porch, 
Giambà  'i  biel  mostazut  e  vigni  brutte 
Sigont  chu  fas  di  gnot  un  chu  viot  l'orch; 
Disé,  s'io  stoi  a  ehi  une  dadutte, 
Ribalt  mi  gaffe  e  mi  pon  iù  in  tun  soreh. 
Ma  inant  chu  ehest  gaiof  mi  tochi  mai 
Io  mi  darai  lu  tuessi  e  '1  rassachai. 

12  Zire  'I  chiavài  e  in  tun  buschut  si  fichie, 

Si  chiaze  par  un  troi  stret  e  intrigat 
E  si  poschiale  e  di  dolor  s'  appichie 
Parint  d' havè  Ribalt  ai  flanchs  chiazùt; 
Poch  a  lunch  lu  chiavai  chui  spirons  triehie 
Che  'n  tun  Rimit  tSs  vieli  s'  ha  incontràt , 
Ch'  ha  chianude  la  barbe  e  lungie  im  braz 
E  par  un  Sent  Jeroni  in  tal  mostaz. 


252  Joppi  . 

13  Al  vigni  ve  bel  plancli  sun  un  mussut 

Flèvar  dal  viglitum  e  dal  zunà 
E  mostravo  di  lessi  e  ciere  dut 
Quintre  cliest  mont  e  no  volès  pechià; 
Ma  di  fat  eh'  al  vualmà  '1  biel  mostazut 
De  zovin  chul  '1  ven  rette  ad  incontra, 
Anchgmò  eh'  al  fos  tàs  trist  in  apparenzie 
I  eomenzà  a  tiià  la  cunscienzie. 

14  La  zovin  dls  a  Deu  tal  prim  riva 

E  domande  la  strade  di  zi  a  un  puart 

Che  fùr  di  ehel  franzum  si  vul  ievà 

Par  no  senti  Ribalt  ne  vlf  ne  muart. 

Lu  Frari  chu  saveve  scunzurà 

No  rafìne  di  dai  gran  cunfuart, 

Di  giavàle  d'impaz  simpri  bradaschie 

E  pon  la  man  dal  làs  a  une  so  taschie. 

15  Barata  fùr  un  biel  eodèr  chu  fès 

Meracul  grant  eh'  al  noi  sei  ì  dut  plen 
Ch'  al  zupà  1  un  Spirt  eh'  ognun  dirès 
Ch'ai  fos  stat  un  galup  d'un  honi  da  ben; 
Lu  Frari  chel  eh'  al  vùl  dut  i  eomès 
E  '1  Spirt  ch'ha  lu  magon  di  vizis  plen 
Va  ret  là  dai  soldaz  ch'in  tal  bosch  son 
E  'n  miez  di  lar  chun  un  biel  garp  si  poa. 

16  E  dis,  vus  prei  eh' un  di  to  doi  mi  die, 

Finide  la  etistion  chu  fra  vo  tove. 

Ce  vi  mereterà  la  gran  fadie 

Su  '1  cont  Orlant  va  senze  havó  une  brie 

E  senze  pur  havè  bude  une  sove 

E  volte  di  Paris  chun  che  polzette 

Chu  vus  ha  puesch  in  custion  si  strette  *. 

18  A  chel  mes  si  strimis  duch  iu  soldaz 

E  si  chiàlin  1' un  l'altri  e  no  si  movin. 
Disiasi  suarbonaz  chu  no  sin  sttiz 
A  lasàsi  roba,  di  Orlant  la  zovin: 
Ribalt  Tualrae  Sbaiart  cbui  vee  spietaz 
E  i  va  inquintre  chun  suspirs  chu  sbrovio 
Zurant  e  dinsi  al  diaul  s'al  zons  Orlant 
Di  giavai  il  polmon  cui  eiàr  duquant. 


*  Manca  la  XVII  ottava. 


^oppi, 

IV. 

SECOLO  XVII'. 


253 


1.  Squarci 

della  traduzione  del  quarto  e  quinto  Canto  àeW  Orlando  Furioso,  opera   di 

Paolo  Fistulario  (^Dottor  Turus')-. 

\CoUes.   Caisellif  Udine.] 

a.  Lu  Qiiart  Chiant  dal  Sioì'  Lidia  Ariosi, 
tradut  in  Furiati  di   Turus  D. 


57  E  su  lu  to  valor  cerchis  prova 

T'  has  clii  chiattade  la  plui  bielle  imprese 


'  Riferisce  correttamente  Nicolò  Villani,  nel  suo  Ragionamento  sopra  la 
poesia  giocosa,  stampato  in  Venezia  nel  1634,  che  nella  lingua  furlana  si 
distinsero  poetando:  Gaspare  Carabello,  sotto  il  nome  di  Rumptot;  Girolamo 
Missio,  sotto  quello  di  Lambin;  Daniello  Sforza,  di  Nator;  Brunellesco  Bru- 
nelleschi,  di  Mitit;  Francesco  de' Signori  di  Zucco,  di  Ritur;  Plutarco  Spo- 
reno,  di  Ruptum-,  Giovanni  Pietro  Fabiaro,  di  Ritit;  e  Paolo  Fistulario,  di 
Turus.  Eran  giovani  udinesi,  allegri  e  colti;  il  Carabello  e  il  Brunelleschi, 
notaj;  lo  Sforza  e  il  Fistulario,  avvocati;  pittore  il  Fabiaro,  preti  lo  Spore- 
no  e  il  Missio;  nobile  lo  Zucco  e  dei  primi  magistrati  cittadini.  S'unirono  in 
società,  al  cominciare  del  1600,  per  isfogare  in  rime  il  loro  buon  umore,  come 
allora  la  moda  portava  (  cfr.  Arch.  I  266-7,  421).  L'amore  è  l'argomento 
de'  loro  sonetti  o  canzoni,  che  molte  volte  non  mancano  di  leggiadria,  e  si 
contengono  per  gran  parte  in  un  codice  cartaceo  dei  tempi,  ora  nella  Col- 
lezione loppi,  mutilo  però  verso  la  fine  e  perciò  privo  d'ogni  componimenta 
del  Fabiaro.  Da  questo  codice  provengono  i  sonetti  che  raccogliamo  sotto  il 
num.  2.  Ma  al  Fistulario  (morto  circa  il  1630)  diamo  anche  un  altro  e  mi- 
glior posto,  sotto  il  num.  1.  Viene  poi,  sotto  il  nura.  3,  anch'essa  da  altro 
ms.,  una  bella  canzone  del  Missio. 

^  S' ha  la  traduzione  di  tutt' intiero  il  quarto  Canto  e  di  75  ottave  del 
quinto.  Negli  squarci,  che  qui  si  riferiscono,  la  dicitura  della  traduzione 
cori'e  più  spontanea,  o  meno  stentata,  che  nel  resto.     ' 


254  Joppi ,  • 

Chu  pai  passai  mai  si  sintl  conta 
E  eh' a  un  cavalir  puartas  la  spese. 
Si  ven  la  fie  dal  nastri  re  a  chiatta 
Cumò  in  bisugn  d'ajut  e  di  difese, 
Quintre  un  baron  chu  Lurcani  si  dame 
Chu  la  vite  i  vores  tioli  e  la  fame. 

58  Chest  Lurcani  a  so  pari  1'  ha  cusade, 

Fuars  par  odi  plui  prest  chu  par  reson, 

Chu  su  la  miezze  gnott  al  1'  ha  chiattade 

Suu  un  pujul  a  tira  su  il  berton; 

Ju  statutz  dal  regnam  1'  han  condanade 

Al  fuc  su  iè  no  chiatte  un  campion 

Ch'in  timp  d'un  mes,  eh' è  biel  dongie  a  finì, 

Chest  so  fals  querelant  fasi  minti. 

59  La  lez  dure  di  Scozie  e  maledette 

Vul  che  ogni  donne,  e  no  fas  altre  part, 
eh'  a  ci  no  i  è  marit  si  sottomette, 
S'al  -ven  in  lus  hebbi  subit  la  muart 
E  iè  no  pò  schiampà  cheste  vendette, 
S' al  no  compàr  qualchi  cavalir  fuart , 
Chu  tioli  la  difese  sustentant 
Ch'  a  dai  la  muart  al  sares  un  fai  grant. 

60  Lu  re  pe  so  Zanevre  dolorat 

(Chu  cussi  just  ha  nom  cheste  so  fie) 
Par  cittaz  e  chistiei  l'ha  pubblicat, 
Chu  su  la  so  difese  qualcun  pie 
E  chest  Lurcani  reste  superat 
(Purch'al  dessendi  di  nobil  zenie) 
E  sarà  so  mulr  chun  un  stat  tal 
Chu  basti  in  dote  a  dunzelle  real. 

61  Ma  s'in  t'un  mes  qualcun  par  iè  no  ven 

0  vignind  no  vodagni  e  sarà  muarte; 

A  te  plui  cheste  imprese  si  conven 

No  chu  là  in  boscs  là  chu  '1  chiavai  ti  puarte 

Che  tu  ti  pus  fa  onor  puartanti  ben 

E  di  fati  famos  cheste  è  la  puarte 

E  tu  vodagnis  la  plui  bielle  done 

Chu  mai  ai  nestris  diis  puartas  corone. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  255 

62  E  dongie  une  richezze  e  un  tal  stat 

Chu  simpri  ti  pò  fa  vivi  content, 
E  la  grazie  dal  re  chu  ritornat 
Si  Tedarà  '1  so  onor  in  t'  un  moment. 
Tu,  pe  cavalarie  soos  obleat 
A  vendica  custiè  dal  tradiment, 
Chu  i  ven  fat,  e  han  duch  upinion 
Che  sei  di  pudicizie  il  parangon. 

63  Rinalt  si  pensa,  un  poc  e  rispuindè,  • 

Une  polzette  donchie  ha  di  muri 
Parcè  chu  '1  so  madòr  e  si  tiolò 
Sul  so  jet  in  tal  braz  nut  a  durmi? 
Sei  maladet  cui  chu  tal  lez  mette, 
Sei  maladet  cui  chu  la  pò  pati. 
E  stares  ben  la  muart  a  une  crudel 
No  a  ci  dà  vite  al  so  madòr  fidel. 

64  Sei  ver  o  no  che  Zanevre  tiolet 

Si  hebbi  il  madòr  in  braz,  no  chiali  a  chest, 

Io  la  laudares  ben  d'  un  tal  effiet 

Quant  ch'ai  no  lu  saves  ni  chel  ni  chest, 

Di  volèle  difindi  al  Cil  promet, 

Daimi  pur  un  chu  mi  cundusi  prest 

E  mi  meni  là  eh' è  Taccusador, 

Ch'  a  Zanevre  torna  speri  1'  onor. 

65  Io  no  vuei  mighe  dì  :  iè  no  V  ha  fat 

Chu  no  '1  savint  jò  pores  dì  bausie, 

Ma  dirai  ben,  chu  par  un  simil  at 

Lu  re  no  debbi  chiastià  so  fie, 

E  dirai  eh'  al  fo  injust  e  che  al  fo  mat 

Chu  chu  metto  cheste  lez  di  ca  vie, 

E  che  si  debares  iù  scabazzà 

E  chun  plui  sai  in  zuchie  un'altre  fa, 

66  S'al  è  un  sol  desideri  e  un  sol  ardor 

Chel  cho  pi'ovìn  dentri  di  no  duquanch 

Chu  nus  inchine  e  sfuarze  al  fin  d'  amor 

Ch'ai  popolaz  paar  un  pechiat  dai  granch, 

Parcè  si  debbi  di  eh'  al  sei  error 

Se  fas  la  donne  mai  chun  doi  infanch 

Chel  chu  fas  1'  om  chun  tantis  eh'  al  pò  ave 

E  laude  in  pit  di  blasm  ven  a  gioldè? 


256  Joppi  ,• 

67  In  cheste  lez,  cliu  si  vìot  che  sta  mal 

E  TÌgnin  faz  es  donnis  masse  tuartz 

E  speri  ciart  di  podè  jessi  tal 

Cho  farai  dall'  error  duquanch  aquartz. 

Rinalt  Tè  lu  consens  univei^sal 

E  che  forin  injnsch  chei  chu  son  muarz 

A  consenti  tant  maladette  lez, 

E  il  re  fas  mal  chu  pò  e  no  chiatte  miez. 

68  Daspò  chu  In  bielle  albe  blanchie  e  rosse 

Lu  doman  jur  mostra,  lui  sclettamentri 
Lis  armis  e  '1  chiavai  chu  no  sta  e  mosse 
Si  tiolè  e  un  regaz  di  chei  là  dentri, 
E  chiaminant  pai  bosc  là  eh'  al  s' ingrosse 
Simpri  chiatant  lu  folt  orribilmentri 
Vadin  là  eh'  in  steccat  s'  ha  di  prova 
Se  la  polzette  s'  hebbi  a  liberà. 

69  E  cerchiant  di  scurtàle  un  puchittin 

Chiavalgiavin  pai  troi  lassant  la  strade, 

Quant  che  sentirin  un  vai  visin 

Ch' introne  dutte  quante  che  vallade, 

Un  ponz  Bajart  e  l'altri  '1  so  Runzin 

Quintre  la  vos  a  brene  relassade 

E  in  miez  di  doi  poltrons  une  polzette 

Vedin,  chu  di  lontan  tas  jur  dilette. 

70  Ma  e  jare  vaiulinte  tant  e  quant 

Chu  polzette  dal  mont  podes  mai  jessi 
E  doi  i  son  intorn  ognidun  grant 
Cui  pugnai  nutz  par  fa  chu  '1  fiat  i  jessi, 
La  muart  iè  chun  prejeris  va  slungiant 
Sperant  chu  dal  so  mal  pur  i  rincressi, 
Cho  chu  Rinalt  di  chest  s' inaquarzè 
Cridant  e  manazzant  subit  core. 

71  Ju  malandrins  no  vederin  la  strade 

Cho  chu  '1  soccors  sintirin  a  vigni, 
E  si  plattarin  ben  in  te  vallade, 
Ma  il  paladin  davur  no  i  volè  zi 
E  la  dunzelle  prest  ve  doraandade 
Chu  la  cause  di  chest  i  vueli  dì, 
E  par  vanzà  lu  timp  fas  che  il  regaz 
La  chicli  in  groppe  e  torni  al  so  viaz. 


Testi  friulani:  Secolo  XVil.  257 


72  E  vinsi  chiavalgiant  miei  dat  di  voli 

Al  viot  che  je  tas  bielle  e  galandine, 

Si  ben  trema  dal  chiaf  fin  sot  zenoli 

Pe  paure  de  rauart  che  ve  visine; 

Cussi  biel  tant  ch'ai  par  ch'ognidun  svoli 

I  domanda  ce  chu  la  fas  mischine, 

E  io  chun  umil  vos  scomenzà  a  di 

Chel  che  in  chest  altri  chiant  vuei  riferì. 


b.  Lu  Quint  Chiant. 


Ves  di  savè  chu  frutte  inchiraò  siut 
lo  vignii  al  servizi  d'  une  fie 
Dal  nestri  re  e  pò  chun  iè  crissint 
Chiaminavi  in  onors  pe  buine  vie. 
Amor,  invidie  dal  mio  stat  avint 
Mi  mala,  il  cur  cu  la  so  malatie 
Mostrantmi  chu  d'  ogni  altri  inamorat 
Lu  duche  d'  Albanie  fos  plui  garbat. 

Parco  chu  lui  mostrava  assai  d'  amami 
Io  chun  il  cur  mi  fasei  so  madresse, 
La  vos  s' olt  si,  la  man  podes  mostrami. 
Ma  in  tal  cur  no  si  rive  cussi  in  presse  ; 
Cridint  e  amant  io  no  vuei  mai  fermami 
Fin  eh'  io  no  1'  hai  in  braz,  nò  '1  volè  cesse 
Si  ben  io  jeri  in  chiamare  chu  lette 
Zanevre  sol'  ava  pe  plui  secrette. 

Chi  lis  chiossis  plui  biellis  di  puartà 

là  ten  e  ven  ben  spes  anchie  a  durml, 
Si  pò  d'  un  pujulut  dentri  passa. 
Ch'ai  discuviart  dal  mur  ven  a  issi, 
Lu  mio  madòr  là  su  fasei  monta, 
E  la  schiale  di  cuarde  di  vigni 
Là  su  di  chel  pujul  io  i  calai 
Quant  chu  di  vel  chun  me  desiderai. 


258  Joppi, 

10  E  tantis  voltis  lu  volei  ave, 

Che  Zanevre  mi  de  coramoditat 

Chu  di  jet  si  mudave  par  no  ve 

Trop  fret  d' iaviarn  o  masse  chialt  d' instat. 

Nissua  a  monta  su  '1  podè  vede 

Chu  chel  las  dal  palaz  no  ven  chialat 

Par  ciartis  chiasis  rottis  chu  son  1 

Chu  mai  passe  nissua  ni  gnot  ni  dì. 

1 1  Parechis  dis  e  mas  continua 

Tra  nò  secret  l'amoros  nestri  zuc 
Simpri  eresse  'I  mio  amor  e  vigni  là 
Chu  dutte  dentri  al  mi  fazò  di  fuc 
E  *1  mio  cur  dut  brusat  mai  no  pensa 
eh'  al  m' ingianas  araant  in  altri  lue 
Si  ben  chu  i  siee  ingians  tas  discuviartz 
Podei  vede  chun  mil  segnai  bea  ciartz. 

12  Si  mostra  fìnalmentri  nuf  amant 

Di  Zanevre  la  bielle,  ma  no  sai 
S'al  scomenzas  allore  o  pur  devant 
Chu  io  mischine  il  mio  eur  i  donai. 
Chialaat,  s'al  jare  fat  chun  me  arrogant, 
S'  al  jare  mio  paron  e  se  l'amai! 
Ch'  al  si  scruvl  chua  me  senze  rispiet 
E  ajut  mi  domanda  par  chest  effiet. 

13  Al  disè  che  la  plaje  pochie  jere 

E  poe  jare  l' amor  eh'  al  vee  a  custiè, 
Ma  chu  fasint  l'inamorat  al  spere 
Chu  par  muìr  lu  re  i  e  fasi  vò 
E  eh'  a  falu  fa  chest  sarà,  lizere 
Chiosse  ogni  volte  che  accunsinti  iè, 
Ch'in  dut  a  chest  regnam  di  sane  e  stat 
Non  é  dapò  dal  re  lu  plui  preseat. 

14  Al  mi  met  ia  tal  ehiaf  chu  s'  al  podes 

Cui  so  re,  par  mio  miez,  impareatassi 
(Ch'  io  viot  che  fasiut  chest  al  s'  alzares 
Dongie  il  re  tant,  che  ognun  podes  alzassi): 
Ch'io  vares  quintregiambit,  né  sares 
Un  tal  sarvizi  par  dismenteassi 
E  chu  di  so  muìr  sore  in  onor 
Simpri  pores  avelu  par  raadòr. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  259 


15  Io  chu  di  fa  a  so  raut  simpri  foi  strente 

Ni  savei  o  volei  fai  quintre  mai 
E  chei  soi  diis  o  iari  tas  contente 
Che  velu  complasut  io  mi  chiattai. 
Io  pii  l'occasion  chu  si  presente 
Di  di  di  lui  lu  miei  ch'io  pues  e  sai, 
E  doperi  ogni  sfuarz,  ogni  fadie 
Par  fa  dal  mio  madòr  Zanevre  amie. 

16  Fasei  cui  cur  e  cui  efiSel  ben  dut 

Chel  ch'io  podevi  fa,  ch'ai  lu  sa  Dio, 
Né  podei  chun  Zanevre  mai  fa  frut 
Che  cunsintìs  a  chel  eh'  olevin  nò 
E  chest  parcè  chu  lu  so  cur  ridut 
Vee  a  un  altri  e  a  lui  voltat  il  pinsir  so, 
Ch'  un  biel  cavalir  jare  e  cortesan 
Vignut  di  Scozie,  di  paìs  lontan. 

17  Chun  un  altri  so  fradi  anchimò  infant 

Vigni  d' Italie  in  cort  ad  abita 

E  in  tes  armis  cui  timp  al  fo  da  tant 

Chu  nissun  chenti  i  podè  mai  riva; 

Lu  re  volintii  ben,  i  al  là  mostrant, 

Chu  di  gran  stime  al  i  vigni  a  dona 

Villis,  chistiei  e  iurisdizions 

E  r  agrandì  al  par  dai  granch  barons. 

18  Al  re  chiar  jare  tas,  e  fie  plui  chiar 

Ariodant,  che  il  nom  è  dal  cavalir. 
Ben  parcè  eh'  in  valor  al  non  vee  par, 
Ma  plui  za  eh'  al  l' amave  vulintlr. 
N'  arde  mai  tant  la  mout  eh'  ha  '1  fogolar, 
Né  Troje  quant  che  de  1'  ultira  susplr, 
Chu  Zanevre  savè  chu  chest  madòr 
Ardeve  in  t'  al  ardent  fuc  dal  so  amor. 

19  Chel  amor  donchie  eh'  a  custui  puartave 

Chun  cur  sincer  e  chun  fede  perfette 
Fase  chu  pai  mio  duche  e  no  scoltave 
Ni  mai  vai  'ne  speranze  maladette. 
Anzi  tant  chu  par  lui  io  plui  preave 
E  cerchiavi  fìi  so  cheste  polzette, 
lè  disiut  mal  di  lui  a  dutte  vie 
Di  di  iu  di  jare  so  major  nimie. 


260  Joppi, 

20  Io  ben  spes  cunfuartai  lu  mio  madòi' 

Che  bandoaas  clieste  so  imprese  vane, 

Ni  speras  di  tira  mai  al  so  amor 

Custiè  parco  che  jare  tas  lontane  ; 

E  i  fasei  vedo  chun  biel  lusòr 

Ch'ai  é  Ariodant  chel  chu  '1  condane, 

E  che  r  aghe  dal  mar  no  studares 

Tantin  dal  fuc,  chu  par  lui  i  art  in  dues. 

21  Avint  di  me  me  plui  voltis  Polines 

(Chu  cussi  ha  nom  lu  duche)  uldit  a  chest 

E  bea  considerat  dentri  se  stes 

Chu  chest  amor  tas  mal  i  lave  a  sest, 

AI  no  si  tuel  par  chel  T  amor  di  dues , 

Ma  sint  supiarbi  e  vidint  manifest 

Ch'  un  altri  i  zis  devant,  al  no  '1  suffrl , 

Ma  in  odi  e  in  raibe  dut  si  cunvirtl. 

22  AI  pense  fra  Zanevre  e  'I  so  madòr 

Metti  tante  discordie  e  lit  tant  grande, 
E  une  tal  nimicizie,  chu  tra  lor 
E  no  si  quinzi  par  nissune  bande, 
E  di  Zanevre  a  tal  riduu  1'  onor 
Che  sei  tignude  simpri  par  nefande; 
Né  di  chest  so  pinsìr  volò  chun  me 
0  favela  chun  altris  chu  chun  sé. 

23  Fat  lu  pinsìr,  Dalinde  me,  al  mi  dis 

(Che  chest  è  lu  mio  nom),  tu  has  di  savà 
Chu  si  eh' un  arbul  tome  di  ridris 
A  zermojà  da  uuv  di  ir  a  vuò. 
Cussi  si  ben  io  viot  chu  senze  pis 
Cerchi  di  chiamine  in  te  chiosse  me, 
Lu  mio  pinsìr  chiattiv  chiate  ogni  strade 
Par  dà  fin  a  l'imprese  scomenzade. 

24  E  no  lu  brami  tant  par  mio  dilet 

Quant  chu  di  podè  dì  di  vele  fatte, 

E  za  ch'io  no  pues  falu  cui  eOiett 

L'anime  imaginantsi  ò  satisfatte, 

Vuei  quant  tu  mi  vus  ve  chun  te  in  tal  jet, 

Che  è  ore  a  pont  chu  Zanevre  si  chiatte 

Dispojade,  tu  chiolis  lis  sos  viestis 

Che  veve  in  dues  e  dutte  tu  ti  viestis. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  261 

§5  Sì  chu  si  quinze  e  sì  chu  '1  chiaf  si  fas , 

Fai  sì  chu  iè  e  cerchie  a  to  possanze 
Di  semeale,  e  cussi  vignaras 
A  butta  jù  la  schiale  a  uestre  usanze, 
E  io  cridinti  che  chu  tu  varas 
J'  abiz  in  dues  e  la  so  someanze 
Prest  speri  me  biel  sol  cussi  ingianant 
Di  vigni  cheàt  amor  dismenteant. 

26  Chest  mi  disè:  io  chu  di  me  lontane 

Jari  plui  no  eh' un  crot,  no  dei  a  menz 

Chu  cheste  so  prejere  tant  umane 

Veve  tas  discuviartz  dai  tradiraenz, 

Di  Zanevre  ben  spes  cu  la  sotane 

I  dei  mut  di  vigni  ai  abbrazzamenz, 

E  no  m' iudaquarzei  mai  dall'  ingian 

Se  no  quant  chu  al  ve  fat  duquant  lu  dan. 

27  Lu  duche  veve  chun  Ariiodant 

Fat  a  chei  diis  o  chesch  discors  o  tai, 
Chu  granch  amis  e  jarin  stas  devant 
Che  deventassin  par  amor  rivai  : 
Mi  maravei  (scomenzà  '1  mio  amant) 
Chu  vinti  tignut  enfri  i  miei  avuai 
In  rispiet  e  chu  vinti  simpri  amat 
Io  sei  di  te  tant  mal  rimunerat. 

28  Io  soi  ben  ciart  chu  tu  comprenz  e  sas 

Di  Zanevre  chun  me  1' antich  amor, 
E  me  muìr  fuars  prest  tu  vedaras 
Ch'ai  la  farà  lu  nestri  re  e  signor; 
Parcè  venstu  a  impedirai?  chu  tu  vas 
In  custiè  senze  frut  mittint  l'umor. 
Io  vares  ben,  seugneli,  rispiet  io 
Su  tal  fos  lu  to  stat  che  è  cumò  '1  mio. 

29  E  io,  i  rispuindè  Ari'odant, 

Di  te  mi  maravei  maiormentri, 

Chu  io  soi  d' iè  r  inemorat  devant 

Chu  tu  la  ves  vidude  solamentri, 

E  tu  sas  su  r  amor  nestri  ò  indevant 

E  eh'  al  no  si  pores  là  trop  plui  dentri , 

E  si  no  par  marit  di  vemi  e  brame 

Chee  eh'  id  sai  chu  tu  sas  ciart  che  no  t'  anie. 

Archivio  glottol.  ital..  IV.  IS 


262  Joppi , 

30  Parco  donchie  no  m'  hastu  chel  l'ispiet 

Chu  pe  nestre  amicizia  tu  domandis 

Ch'  io  t'  hebbi  e  t'  avares  anch'  in  efBet 

Su  tu  ves  cun  custiè  chiossis  plui  grandis; 

Par  mulr  tant  chu  tu  io  me  promet 

Si  ben  tu  sos  plui  rich  in  chestis  baadis. 

Io  fuars  no  soi  di  te  taut  chiarezzat 

Dal  re,  ma  ciart  plui  da  so  fie  amat. 

31  Poh,  disè  il  duche  a  lui,  al  è  grant  chest 

Erroi',  al  qual  t'  ha  lu  to  amor  ridut! 
Tu  croz  di  jessi  amat  io  'n  d'  hai  pretest 
Di  chest  istes,  ma  si  pò  vede  '1  frut  ; 
Tu  chel  chu  par  iè  t'  has  fai  manifest 
E  io  lu  mio  secret  ti  dirai  dut, 
E  chel  di  no  chu  di  vee  '1  mens  si  vedi 
Cedi  al  compagn  e  d'  altri  si  provedi. 

32  E  soi  anch  pront  su  tu  voras  ch*  io  zuri 

Di  no  dì  chiosse  mai  eh'  io  t'  hebbi  uldide, 

Pur  chu  '1  to  zurament  al  mi  siuri 

Ch'  in  chel  eh'  io  dirai  t'  has  la  lenghe  fide. 

Par  eh' ognidun  di  lor  cerchi  e  procuri 

Di  zurà  prest,  e  quaut  che  ver  cumplide 

La  zei'imonie  tra  lor  di  zurà, 

Ariodant  scemenza  a  favela. 

33  E  al  no  si  ferma  mai  fine  chu  dit 

I  ve  dut  chel  eh' è  tra  Zanevre  e  lui, 
E  eh'  a  bochie  zurat  i  veve  e  in  scrit 
Di  volèl  par  marit  e  chu  di  plui 
S'in  chest  lu  re  mal  i  ves  contradit 
Che  altri  e  no  volè  mai  tioli  plui, 
E  chu  senze  volessi  maridà 
Sole  la  vite  so  volè  passa» 

34  E  ch'ai  jare  in  speranze  pai  valor, 

Ch'  a  plui  segnai  al  veve  za  mostrat 
E  eh'  al  vares  mostrat  in  sol  onor, 
E  benefizi  dal  re  e  dal  so  stat, 
Di  cresci  tant  in  grazie  al  so  signor, 
Ch'  al  lu  vares  biel  sol  par  degn  stimat 
Chu  cheste  fie  par  so  mulr  i  des, 
Quant  chu  di  chest  contente  al  la  vedes. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  263 

35  E  pò  disè:  io  soi  rivat  a  tal 

Ch'io  no  crot  chu  dal  ciart  nìssun  mi  rivi; 
Né  brami  plui  di  chest  n'  altri  segnai 
Dal  amor  che  mi  puarte,  e  anchie  schivi 
Di  brama  plui  si  no  si  chu  pò  dal 
Un  matrimoni  chu  di  Dio  derivi, 
E  sai  eh'  altri  nissun  pores  avo 
Cugnussint  la  bontat  che  regne  in  iè. 

36  Subit  che  vò  fìnit  Ari'odant 

Di  di  '1  premi  ch'ai  spere  e  so  fadie, 
Polines,  chu  si  vò  pensat  devant 
Di  fa  Zanevre  al  so  madòr  nemie, 
Scomenzà:  soi  di  te  tas  plui  indevant, 
E  vuei  chu  la  to  bochie  istesse  il  die, 
E  tu  vidint  la  radrls  dal  mio  ben 
Confessis  chu  io  soi  fìliz  da  sen. 

37  Tè  fenz  chun  te,  no  fame  e  no  ti  stime, 

Chu  di  peraulis  e  ti  ten  passut, 

E  lu  to  amor  raet  de  matterie  in  cime 

Quant  che  chun  me  pò  favela  a  so  mut, 

L' hai  ben  vidude  altre  certezze  prime 

Dal  grant  amor  chu  simpri  e  mi  ha  vulut. 

E  set  la  fò  in  secret  io  fai  dirai; 

Se  ben  tasint  fares  miei  pur  assai, 

38  Al  no  va  mes  chu  e  une  e  dos  e  tre 

E  ben  spes  anch  plui  gnoz  chun  io  no  passi 
Nude  sul  jet  par  chel  chu  fas  pare 
Chu  vigni  il  fuc  d' amor  a  mitigassi  : 
A  chesch  miei  spas  in  tant  tu  pus  vede 
Su  lis  zanzis  chu  f  has  puedin  vuajassi , 
Cidintmi  donchie  proviotti  algò, 
Vidinti  inferior  al  solaz  mio. 

39  No  ti  vuei  credi  chest,  i  rispuindò 

Ari'odant,  chu  tu  fai  raentz  pe  gole, 
E  f  has  pensat  chestis  chiossis  tra  te 
Azzò  chu  cheste  imprese  sei  to  sole  ; 
Ma  sint  l'infamie  so,  id  hai  parca 
Volè  chu  la  peraule  chu  ti  svole 
Tu  mantlgnis,  e  io  chu  bausar 
Sos  vuei  provati  e  un  traditor  tas  rar. 


264  '  Joppi, 

40  Ma,  disè  '1  duche,  al  no  sares  onest, 

Che  si  volessin  metti  in  custion 
Di  chel  eh'  io  t'  uffirls  par  manifest 
Mostrati  ai  voi  dal  quarp  e  de  resoD. 
Arìodant  resta  smarit  par  chest 
E  su  pai  fil  de  schene  un  sgrisulon 
I  core,  e  s'  al  i  ves  cridut  dal  ciart 
Sot  ai  sui  voi  ali  chiadeve  rauart. 

4).  Chun  cur  trafit  e  chun  la  muse  smuarte, 

Chun  vos  chu  trimulave  e  bochie  amare 

Rispuindè;  su  tu  a  cheste  viste  aquarte 

Faràs  vede  la  to  vinture  rare, 

Io  ti  promet  di  lassa  discuviarte 

Cheste  chu  t'è  tant  largie  e  chun  rae  avare; 

Ma  eh'  io  t'al  vuei  credi  no  fa  stime 

Se  chun  chesch  miei  doi  voi  io  noi  viot  prime. 

42  Quant  ehu  sarà  lu  timp  tu  '1  savaras, 

Dis  Pohnes  e  di  lui  si  partis. 

Doi  diis  no  van,  ehu  noo   ognun  dal  so  las 

Din  ordin  chu  la  guot  chun  me  al  durmis. 

Par  fa  donchie  succedi  il  chiattiv  cas, 

Ch'ai  vee  tramai,  cidin  chu  niun  sintis, 

I  dis  Arìodant,  va  isgnot  ti  squint 

In  ches  chiasatis  chu  no  sta  mai  int. 

43  E  i  mostra  lu  lue  eh' è  just  par  miez 

Lu  pujulut,  sul  qua]  prime  al  montavo. 

Arìodant  i  pensa  prime  un  piez 

Chu  ciart  di  tradiment  al  sospettave, 

Parcè  eh'  in  chel  lue  fuars  ehun  qualehi  miez 

Al  voles  dai  la  muart  al  dubitavo 

Sot  fente  di  volei  fa  chel  visibil 

Di  Zanevre  eh'  a  lui  par  impussibil. 

44  Di  volè  ì  vigni  pia  partii 

Ma  in  tal  mut  ehu  di  lui  no  sei  mens  fuart, 

Azzd  su  di  qualehun  fos  assalii 

Pos  tant  fornii  ch'ai  no  temes  de  muart; 

Al  veve  un  fradi  savi  tas  e  ardii, 

Lu  plui  valent  de  cori  e  lu  plui  fuart. 

Ch'ha  nom  Lurcani,  e  chun  lui  tant  sicur 

Al  è  chu  s'  dui  il  moni  al  ves  davur. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  265 

45  AI  lu  clama  chun  se  e  eh'  al  tioles 

Lis  armis  e  chu  prest  lu  seguitas; 
No  mighe  chu  '1  secret  al  i  dises 
Ni 'I  lu  dires  su  la  vite  al  i  las; 
Uà  trai  di  clap  lontan  volè  eh'  al  stes 
E  ch'ai  las  là  di  lui  s' al  lu  clamas: 
Ma  su  tu  no  mi  sintz,  no  ti  parti 
Di  chi,  chiar  fradi,  se  tu  m' us  sirvì. 

46  Va  pur,  lui  i  disè,  no  dubita; 

Cussi  di  1  si  part  Ariodant 
E  in  te  chiasatte  al  si  veu  a  piata, 
Ch  'al  pujùl  eh'  io  disei  jare  devant  ; 
Si  viot  dall'  altre  bande  prest  riva 
L'altri  chu  di  fa  mal  si  va  legrant, 
E  sì  chu  al  jare  solit  dà  il  segnai 
A  me  cho  no  pensai  mai  a  ehest  mal. 

47  Chun  une  vieste  blanchie,  recamade 

Pai  miez  chun  listis  d'  aur  e  par  da  pis , 
E  chun  d'  aur  une  ret  dutte  quinzade, 
Chun  flocs  sul  chiaf  si  chu  rosars  natis 
(Foze  chu  sol  fo  da  Zanevre  usade, 
E  no  niun  altre),  al  segnai,  chu  mal  dìs, 
Ven  sul  pujùl  chu  jare  fat  in  mut 
Chu  la  fazze  e  ogni  flanc  jare  vidut. 

48  Lurcani  intant  fra  se  stes  dubitant 

Chu  so  fradi  a  pericul  fuars  no  vade, 

0  pur  si  ch'ognun  brame  anch  lui  cerchiant 

Di  savè  chiosse  eh'  un  altri  ha  passade, 

Piane  piane  lu  jare  vignut  seguitant, 

Simpri  tignint  pai  major  scur  la  strade, 

In  che  chiasatte  istesse  alfin  vignut 

Dis  pas  lontan  di  lui  jare  squindut. 

49  Io  no  savint  di  ehest  chiosse  nissune, 

Ven  sul  pujùl  vestide  come  hai  det, 
E  si  ch'jari  vignude  za  plui  d'une 
Volte  e  di  dos  simpri  par  bon  effiet; 
Lis  viestis  si  vedein  pulit  pe  lune, 
E  semeant  anch'  io  in  tal  traviars  stret 
E  in  te  muse  Zanevre  \\n  fruzzugnut. 
In  fai  par  iè  mi  fase  tioli  ia  dut. 


266  Joppi,. 

50  Tant  plui  parco  eh'  al  jare  un  piez  lontan 

Di  ches  chiasatis  rottis  lu  pujul, 

Ai  fradis  chu  stein  là  chun  qualch'affan 

De  facilmentri  intindi  lu  mariul 

La  bausie  :  pensait  chun  ce  malan 

Arìodant  restas  e  chua  co  dui: 

Pulines  ven  e  su  pe  schiale  al  monte 

Là  su  di  me  eh'  ad  accetta  '1  foi  pronte. 

51  Subit  rivat  io  j  butti  i  braz  al  quel, 

Ch'io  no  credevi  di  lessi  vidude, 
Lu  bussi  in  bochie  e  di  chest  las  e  che! 
Sì  ch'io  fas  simpri  in  ogni  so  vignude: 
Lui  cbiarezzis  mi  fas  trop  plui  di  chel 
Che  al  sole  fami  e  lu  so  ingian  al  jude. 
Chel  altri  un  tal  spetacul  maladet 
Viot  di  lontan  mischin,  al  so  dispiet. 


2.  Sonetti. 

a.   Dello   stesso  Paolo   Fistulario. 

[V.  la  nota  1  a  p.  253.] 

Sunet  di  Turus,  fideel  no  inemoraat. 

Sfadijchi  puur  Amoor  di  trai  di  frezzis 
E  di  leij  fuur  chees  ch'heebia  mioor  ponte 
Chu  lu  to  maal  in  me  la  fé  no  sponte. 
Ne  pues  faami  madoor  d'altris  bellezzis. 

Io  za  par  prove  sai  lis  toos  prodezzis. 

E  sai  prest  s'al  è  veer  quant  eh' un  lis  conte 
E  vioot  spes  chu  s'ardijt  un  ti  faas  ponte 
Sclet  s\  eh' un  giat  altro  lu  pijt  tu  drezzis. 

Hai  staat  avonde  sot  la  to  bacchette, 
Chun  mio  dam  imparade  hai  la  to  sgrime 
E  cognos  lis  stoccadis  plui  secretis: 

Amarai  simpri  e  sirvirai  polzetis 

Cussi  parsoore  vie,  cussi  a  la  sclette. 
Ma  no  mai  plui  si  ch'io  fazevi  prime. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  261 

b.  Di  Plutarco  Sporeno. 
[Si    riveda    la    nota  citata   di    sopra.] 

Sunet  di  Ruptum  inemoraaf. 

Su  la  me  Ghetie  par  no  fami  tuart 

Ridint  mi  mostre  un  voli  biel  e  claar 

Chu  luus  tant  tas  eh'  in  tiarre  non  ha  paar, 

Id  speri  e  ra'inemori  in  iee  plui  fuart. 
Ma  su   chun  voli  brut  mi  chiale  in  Stuart, 

Io  mi  sint  la  persone  dutte  in  suaar. 

Io  mi  chiatti  in  furtune  in  miez  dal  maar, 

Trimuli  di  paore  e  soi  miez  muart. 
Par  chest  dal  chiaaf  ai  pijs  io  soi  dut  chialt 

S'io  speri  e  s'hai  paore  hai  brutte  ciere, 

Soi  glazzaat  e  patis  un  cruut  infiarn. 
Si  vioot  anch  chu  la  rose  a  miez  inviarn 

È  dutte  secchie,  e  pò  la  primevere 

Piccutide  la  met  chul  chiaaf  ad  alt. 


e.  Di  Gaspare  Carabello. 
[V.   ancora   la   nota    come   sopra.] 

ÀI  Dioo  d' Amoor  chu  l'ha  fat  inemoraa,  Sunet  di  Rnmtot. 

Amoor  tu  puur  pai  diaul  m' al  haas  fracade, 
No  m'ha  zovaat  lu  laa  scaramuzant, 
Tu  m'haas  firijt,  tu  m'haas  ridut  a  tant 
Chu  di  schiampaa  la  muart  no  chiati  strade. 

La  me  saluut  sta  in  man  d'une  ustinade, 
Biele  ma  plui  crudeel  di  Radamant, 
Plui  dure  dal  azzaal,  plui  dal  diamant 
Di  muud  che  la  mee  vite  è  biel  spazzade. 

Ma  tu  sool  Dioo  d'Amoor  di  chee  possanze 
Chu  nissun  ti  paregie  in  tiarre  o  in  cijl, 
Io  met  in  te  Signoor  ogni  speranze. 

Fàjle  mugnestre,  su  fàile  zintijl, 

Fai  che  mudi  custum,  che  mudi  usanze 
Ch'anchj  iee  zorni  in  too  laude  '1  mees  d'Avrijl. 


UOS  Joppi,. 

<l.  Di  Brunellesco  Brunellesclii. 
[V.  la  nota  come  sopra.] 

Qiiintre  Amoor,  Sunet  di  Mitit. 

Maladì  sestu  Amoor  ci  t'ha  fedaat, 
Maladl  see  lu  sen  chu  t'ha  nudrijt, 
Maladì  see  la  fasse  chu  '1  schialtrijt 
To  quarp  tigni  un  timp  invuluzaat. 

Maladl  see  lu  veel  chu  ten  bindaat 
Chel  to  zarneli  faals  e  chel  ardijt 
To  arch  sei  maladet  chu  m'ha  firijt 
Anzi  m'ha  '1  cuur  in  miez  lu  pet  passaat. 

Maladl  see  lu  fuuch,  maladì  see 

La  faretre  crudeel  ch'i  pent  dal  laas 
Di  te  supiarb  Arcijr  e  vagabont. 

Maladettis  voo  altris  chu  '1  portaas 

In  cheste  e  d'in  che  part  si  chu  lu  moni 
Prive  d'ogni  content,  d'ogni  applasee. 


3.  Canzone. 
di  Girolamo  Missio. 


[Tratta  da  un  ras.  del  tempo,  nella  Collez.  Joppi,  e  emendata 
sopra  un  altro  antico  esemplare  ] 

Chianson  di  Lambin^. 

No  mi  dà  plui  raartuèri, 
Crudél,  no  plui  dolor, 
Ahimè  chu  par  to  amor 

Sol  simpri  in  pene; 
Io  sint  par  ogni  vene 

Tante  flame  e  tant  fùc 
Ch'io  no  pues  chiatà  lìic 

Ch'in  se  mi  tigni. 
No  spieti  chu  mi  vegni 
Aiut  altri  chu  muart 
S'tu  no  mi  das  cunfuart 
Io  ies  di  vite. 


'  V.  ancora  la  nota  1  a  p.  253. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  269 

L'anime  è  tant  afflite 
Par  cosi  lune  stenta 
Ch'io  no  pues  plui  dura 
Pene  tant  dure. 
Tu  pììs  iessi  sicure. 

Ch'io  soi  par  te  in  chest  stat 
E  soi  tant  tormeutàt 

Pe  to  durezze. 
Dee  par  che  gran  bellezze 
Chu  si  viot  tante  in  te. 
Mostriti  viars  di  me 

Vuemai  pietose! 
La  pene  dolorose 

Mi  farà  al  fin  muri, 
E  tu  lu  pus  patì 

Crudél  sassine! 
Qua!  vite  tant  meschine 

Si  chiatta  in  tiare  mai, 
Qual  -vite  in  tant  travai 
Fo  mai  vidude  ? 
Sarastu  mai  tant  crude 
Chu  tu  no  vueis  havè 
Compassion  de  me 

Pene  incredibil  ? 
Saraial  mai  possibil 

Chu  iu  miei  chialts  suspirs 
No  mudin  iu  pinsirs 

E  la  to  voie? 
Donchie  la  crudel  doie 

Chu  par  te  simpri  o  sint, 
Mi  farà  là  zimint 

Senze  mercede! 
E  la  me  pure  fede 

Vorà  tal  guiderdon, 
Penis  lu  premi  son 

Des  mes  fadijs. 
No  fo  ma'  in  tantis  vijs 
Tormentai  un  amant, 
Nissun  no  ve  mai  tant 
Triste  furtune. 


270  Joppi,. 

No  fo  mai  sot  la  lune 
Hora  di  miseria  plen 
Com'  io  chu  nissun  ben 
Par  te  no  provi. 
Donchie  pietSt  ti  movi 
A  dami  qualchi  aiùt, 
Judimi  in  qualchi  mùt 
Vite  me  chiare. 
Tiolmi  la  vite  amare, 

Almens  deh  falu  prest, 
Che  tu  pus  ben  fa  chest  * 
Senze  discomut. 
Ti  tornai  fuars  plui  comut 
A  vedèmi  in  chest  laz, 
Sintstu  qualchi  solaz 

S' io  mi  lamenti  ? 
Hor  su,  io  mi  contenti 
Di  fa  ce  chu  tu  vils, 
Fai  pur  ce  chu  tu  pus 
Par  tormentami. 
Amanz,  donchie  chialami'', 
Chialami  ch'io  soi  fat 
Di  penis  un  ritrat, 

Cui  mi  console? 
Custiee  d'une  muart  sole 
No  pò  sintì  content, 
Par  chest  ogni  moment 

Io  vùl  ch'io  mueri. 


'Crudel  tu  pus  fa  chest. 
^Inemoraz  chialami. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  271 

4.  Rime 
d'Eusebio  Stella  di  Spilimbergo '. 


Io  Eoi  com'una  succhia  senza  vin. 
Come  senza  la  coda  ogni  pavon, 
Soi  conae  senza  mani  una  sedon 
E  come  senza  bees  borsa  o  taschin. 

Soi  come  un  compradoor  senza  un  quattrin, 
Soi  com'un  litigant  senza  reson, 
Io  soi  un  chiarbonaar  senza  chiarbon, 
Senza  mus  e  pì'oris  un'Asin. 

Soi  com'un' ingiestara  senza  cuul, 
Com'un  iet  commodaat  senza  linzool 
E  com'un  carnevaal  senza  trastuul. 

Soi  com'è  senza  bec  un  rusignool, 

Soi  vooli  chu  no  iood,  naas  chu  no  nuul 
E  com'è  senza  barchia  un  barcarool. 
In  summa,  si  stoi  sool 

Cusìn  gno  chiaar^  un  dì  chi  no  ti  iood 

Mi  disfaas,  mi  cunsumi  e  voi  in  brood. 


*  Nacque  lo  Stella  in  Spilimbergo,  nei  primi  anni  del  1600,  da  civile 
famiglia;  e  vi  divenne,  e  rimase  in  sino  al  1671,  cancelliere  de'  Signori  di 
quella  terra.  Poetò  in  spagnuolo,  in  italiano  e  nel  dialetto  friulano  del  suo 
paese  nativo,  maneggiandolo  con  rara  facilità  e  vivezza.  Ma  gli  argomenti 
della  maggior  parte  de'  suoi  carmi  vernacoli  essendo  lubricissimi,  hanno  sem- 
pre tolto  a  questo  brillante  poeta  gli  onori  della  stampa,  e  perciò  il  suo 
nome  è  sconosciuto  nello  stesso  Friuli.  Il  Codice  autografo  di  tutte  le  sue 
Rime  si  conserva  nella  Biblioteca  Comunale  di  Udine,  e  fu  già  dell'  abate 
Jacopo  Pirona.  Da  questo  codice  sono  trascritte  le  poche  poesie  che  qui  si 
offrono;  poche  e  non  le  migliori;  ma  il  buon  costume  vietava  che  di  più  e  di 
meglio  ne  fosse  dato. 

*Murosa  chiara. 


272.  Joppi  ,• 


b.  Ottavis  cu  si  chiantamn  denant  il  siò  balcon  par  fai  stizza. 

Nassi  pur,  vita  mee,  ce  cu  ti  vuul 
Che  mai  dall' amoor  chiò  mi  partirai: 
Anzi,  ch'ai  mi  sarà  com'un  trastuul 
Patij  per  amor  chiò  qualchi  travai. 
E  se  qualchun  mi  tetterà  in  tal  cuul 
I  sai  pò  io  in  chist  caas,  ce  chi  farai. 
No  sarà  mai  nissun  cu  podi  faa, 
Anima  mee,  ch'io  no  ti  vueli  amaa. 

Io  farai  ben  bonaa  la  mala  ijat, 

Chu  no  si  lassin  gioldi  in  santa  paas: 
No  dubitaa  che  si  zerìn  gioldint 
Prest,  che  nissun  ti  porà  daa  tal  naas. 
Taas  pur,  eh'  al  fin  lis  strazzis  van  al  vint, 
Amimi  pur,  coor  gnò,  com'i  tu  faas, 
E  sì  vuei  ale  di  te  dì  pur  di  sì 
Che  dal  restant  lassa  la  cura  a  mi. 


Fradi  gno  chiaar,  io  soi  tant'  occupaat 
E  mi  van  par  il  chiaaf  tanch  interes, 
Chi  tu  dires,  eh'  io  fos  (si  tu  '1  credes) 
Un  pulz  in  talla  stoppa  invuluzzaat. 

Dutt  il  pees  dalla  chiasa  sta  poiaat 

(E  tu  sas,  eh'  i  soi  debil)  sul  gno  duès, 
Terren,  spesis,  clientui,  sì  che  spes 
Jes  dal  gno  Studi  miez  imbarlumaat. 

S'i  non  haves  seh'lntrichs,  i  ti  promet 

Chi  zeres  qualchi  volta  anch'  io  in  Parnaas 
(A  bas  però,  eh' a  noi  pò  ascendi  un  zuet). 

S' i  no  scrijf  ogni  volta,  scusaraas 
Donchia  1'  amij,  pareè,  eh'  a  dital  sclet 
Il  poetaa  cumò  no  mi  confaas. 

Ma  tu  mo  (s' al  ti  plas) 

Mandimi  viers  e  lettaris  ben  spes 

Che  darai  raaior  gust  tu  no  pores. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  273 


d. 


Signor,  jee  che  cun  alta  e  regia  man 
Ha  r  haver  e  'l  domìni  dal  Friuul, 
E  che  la  soo  justitia  simpri  a  vuul 
Usa  tant  cui  Signor  che  cui  Villan, 

No  permetterà  mai  che  un  Publican 
Un  cert  hom  chu  no  vai  un  foracuul, 
M'  ebbi  par  siò  ludibri  e  siò  trastuul 
E  mi  trati  cun  mod  tant  inhuman. 

Custui  cuntra  la  lez  di  Jesu  Christ 
Vul  il  Just  faa  patij  pai  Pechiadoor; 
Cui  sintl  mai  un  att  simil  a  chist? 

Io  cun  tanta  fadla  e  tant  sudoor 
Hai  procurat  di  fò.  cognossi  il  trist 
E  sarai  io  stimaat  il  malfatoor? 

No  no;  sai  ben  Signoor 

Che  la  soo  gran  virtuut,  rara  bontat 

No  vuul  che  l' innocent  sei  chiastiat. 


Fradi  gno  chiaar  e  gno  fideel  Cusin, 
Il  vin  da  la  mee  breida  s'è  vuastaat 
E  '1  vascel  di  Siquals  al' è  scolaat 
Tan  eh' a  dijl  alla  scletta,  i  non  hai  vin. 

S'  al  mi  ven  in  sacchetta  un  bagatin 
Io  l'hai,  denant  ch'ai  vegni,  dispensaat, 
Ti  uei  mo  dij,  chi  1'  havares  ccmprat 
Ma  chist  a  noi  compuarta  il  gno  taschin. 

Tu  donchia,  eh'  una  volta  mi  disès, 
Chi  no  mi  stes  par  vin  a  disperaa, 
Cha  s'al  mi  fos  manchiaat,  tu  min  darès; 

Damint,  fradi,  un'urnuzza:  ma  no  staa 
Fluì,  se  però  tu  pos,  eh'  i  no  vores 
Che  par  me  tu  ti  zes  a  incomodaa. 
Intant  stoi  a  siettaa 

Rispuesta  s'tu  pos  darla  o  sì  o  nò 

Azzò  possi  provedimi  ad  altro. 


274         ^  Joppi, 

/. 

Chiara  Jacuma  mee,  tu  sos  pur  tu 
Chee  cu  mi  dà  dusiata  muarz  al  di, 
Tu  pur  SOS  chee  eh'  io  clami  gnot  e  dì, 
Ma  faas  crudeel  di  no  sintimi  tu. 

Id  no  crod  mai  che  quai  io  sint  ca  su 

E  chist  mai  par  l'amoor  eh'  io  puarti  a  ti, 
Tai  tormenz  sintin  chei,  no  cert  cusl 
Ch'  in  tal  infier  tormenta  Balzabù. 

Deeh,  chiara  vita  mee,  fai  che  content 
Resti  una  volta  chist  gno  povar  coor 
Deeh  giavilu,  ti  prei,  di  tal  tormenti 

Tu  saas  pur  vita,  s' io  ti  puarti  amoor 
E  chi  zeres  par  te  in  tal  Tijment 
E  cert  s' tu  no  mi  judis  prest,  id  moor. 


g.  Rispuesta  di  Jacuma  a  Menot. 

* 
Meni  gno  chiaar,  io  cert  ti  vuei  gran  ben 

E  azò  chi  tu  mi  credis  chel  chi  dij, 

T'has  da  savee  eh'  ij  gnee  duch  han  da  zij 

Doman  a  restalaa  no  sai  ce  fen  ; 

Tu,  com'a  son  partijc  adonchia,  ven 
Chi  tu  poras  senza  suspiet  vignij. 
Crostu,  eh'  anch'  io  no  mi  sinti  a  murij 
Par  te  ?  eh'  a  noi  see  fooch  in  tal  gno  sen  ? 

Ma  par  segnaal  ven  cà  plui  dongia  me 

Faiti  anch'  un  pooc,  eh'  i  ti  vuei  daa  un  bussart, 
Chiò,  vuarda  mo  si  t*  ami  anehia  io  te. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  275 

h.  Chianzon  a  certi  pulzitussis  chi  dal  looc. 

Gratiosis  polzettis 

Biellis  e  nemoradis 

Chi  vees  chee  bielli  vitis  tant  garbadis, 

Sintijt;  disin  a  voo  donzellis  mamulis 

Chi  zees  par  chischi  fors  menant  lis  gramulis. 
Voo  sees  simpri  crudeels 

E  noo  sin  tormentaaz- 

Per  araoor  vostri  e  vivln  disperaaz, 

Ne  mai  vi  podìn  dij  quattri  peraulis 

Chi  sees  cun  noo  crudeels  plui  no  cu  giaulis. 
I  zin  malabiant 

Pur  simpri  in  dentri  e   n  foor, 

E  cun  altris  finzìn  di  faa  I'  amoor, 

Ma  si  porìn  un  di  tochiavi  e  iòdivi 

Chel  che  fors  no  credees,  i  farìn  erudivi. 
Par  strada  i  no  vulìn 

Mostraasi  svisceraaz 

Azò  che  dalla  ijnt  no  sin  notaaz; 

E  cognossln,  eh' an  d'è  chu  van  di  smania 

Par  semenaa  fra  noo  qualchi  zizania. 
Di  gnott  mo  si  vorees 

Dassi  cumuditaat 

Che  cun  voo  podln  pascisi  di  flaat, 

Cognossarees  si  sin  masclis  o  feminis 
E  si  savln  faa  ben  li  nostri  seminis. 
Ma  si  no  vi  degnaas 
Voo  di  staasi  a  sintij 
Voleso  mo  chi  si  lascln  murij  ? 
Noo  sin  sfuarzaaz  in  altri  loocs  proiodisi 
Za  che  voo  vijs  o  muarz  no  voles  iodisi. 
Sai  chi  vi  pintirees. 
Però  fin  a  qualch'an: 
Ma  a  noi  vi  zovarà  da  Christian 
Quan  chi  no  varees  plui  che  vitis  raorbidis, 
E  varees  in  tai  vooi  pupillis  torbidis. 
Gioldit  donchia  o  curaò 
Chi  vi  fazln  l'invijt, 
O  almanc  in  altris  loocs  no  si  impidijt. 
Il  zij  zanzant  son  chiossis  da  pettegulis 
E  ai  nemoraaz  no  plaasin  chisti  regulis. 


276  ,  Joppi, 

Vitis,  vi  saludln, 
Fait  chi  si  volees  ben 
E  coaservaasi  in  tal  biel  vestri  sen. 


Ursula  vita  mee 
Anima  mee,  coor  gno,  dolc  il  gno  flaat; 
S'  Amoor  m' art  il  fiaat 
E  mi  consuma  il  coor  simpri  par  te, 
Parcè,  crudeel,  parcè 
Bramistu  e  vustu  mo  tu  la  mee  muart? 
Da  Christian  t'  has  tuart 
A  no  m'  amaa  cumò,  chi  tu  voraas 
Amaami  un  d\  che  fors  tu  no  poraaa. 


h.  In  talis  ottavis^  chi  sottoscrittis,  io  narri  un  gno  nemorament 
e  d'  un  amij. 


Sì  sì,  disessin  duch  ad  una  voos, 

Ch'ij  sonadoors  no  si  poran  manchiaa, 
Ch'  an  d' era  1\  tra  noo  di  virtuoos 
Che  divers  instromenz  a  san  tochiaa. 
Nissun  di  noo  si  dimostra  redroos 
In  chist  e  scomenzassin  a  tramaa 
Che  tella  che  m'ha  tant  invuluzzaat 
Chi  no  sarai  mai  plui  dispresonaat. 

Ognun  si  sfadià  plui  eh'  al  podè 
Ognun  li  soo  murosis  invida, 
In  summa  in  tun  subit  si  ridusè, 
Che  cusì  gno  Cusin  si  contenta, 
Culi  su  la  soo  salla,  dongia  me, 
Duquanti  li  pulzettis  eh' un  chiatta, 
Biellis  tant  eh'  al  pareva  all'  improvijs 
Ch'  a  fossin  anzuluz  dal  paradijs. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  217 

Fra  li  altri  polzettis  cliu  vigni 

(Ohimè,  chi  moor  o  chi  nome  a  pensaal) 

Jacuma  fo,  chee  chu  '1  gno  coor  tigni 

E  lu  ten  inchimò  par  tormentaal. 

Ogni  polzetta  a  iee  cedi  a  quignl 

Ch'ai  non  è  in  dut  il  mond  bellezza  taal, 

Jacuma  a  iè  tra  donnis  e  donzellis 

Com'un  altri  soreli  fra  li  stellis. 
Chei  siee  chiavei  chu  son  tra  il  neri  e  '1  biont 

Son  acc  a'nchiadenaa  duquanch  i  coors; 

Chee  spatioosa  e  turunditta  front 

A  ià  stanza  real  di  mil  amoors; 

Pazza  com'è  la  soo  non  è  in  chis  mont 

Ch'ebbi  plui  vijs  e  naturai  coloors, 

E  chei  siee  vooi  a  rindin  tanta  luus 

Ch'ogni  human  intellett  resta  confuus. 
Perlis  ij  dinch,  ij  lavris  son  rubins 

Vignuuc  da  chei  paijs  ori'entaai. 

Dai  plui  biei,  dai  plui  raars  e  dai  plui  fins 

No  crood  ch'ai  mont  in  see  nassuuc  di  taai. 

Aveva  al  quel  corais  e  furusins. 

Mei  sai,  chi  stei  un  piez  a  contemplaai, 

E  sì  ben  fatt  e  blanc  al  è  il  siò  quel 

Che  l'avoliu  d'India  è  mancu  biel. 
In  chei  biel  pett  ch'Amoor  forma  di  neef 

Al  si  vedee  ch'ai  zee  calant  un  troi, 

Cun  doi  biei  colisei  face  a  rileef, 

Id  non  d'hai  mai  viduuc,  da  chei  chi  soi 

(Cha  noi  vi  sei  chiari  polzettis  gi-eef) 

In  vita  mee,  plui  biei  di  chischi  doi: 

Ogn'un  di  lor  pareva  un  armilin 

E  blanc  e  ros,  iust  cumu  latt  e  vin. 


In  voo  simpri  si  iodin  a  suizzaa 
Bellezza  e  crudeltaat,  l'odi  e  l'amoor; 
La  gratia  è  in  voo;  cun  voo  sool  habitaa 
Vcnara.  Hor  di  speranza,  hor  di  timoor 
I  coors  dentri  dal  pett  fais  palpitaa. 
E  io  fra  tanch  tormenz  al  fin  no  moor? 
Ahimè,  no  chi  no  moor,  ch'ai  mi  ten  vijf 
Amoor  e  pur  dell'anima  soi  prijf. 

Archivio  glottol.  ital.,  IV.  i9 


278  Joppr, 


l.  Sonetto  che  accompagnava  il  Caas  amoroos,  capitoletto  in  ottava  rima. 

In  giambi  dal  libruz  chi  mi  mandaas, 

10  vi  mandi,  Signoor,  un  caas  seguijt, 
Chist  ò  caas  amoi'oos  non  plui  sintijt, 

Fin  mo  io  sool  i  hai  mituu  dentri  il  naas. 
Lèiiu  donchia  e  scriveeimi  s'a  vi  plaas 

11  suggett,  e  se  i  viers  corrin  pulijt, 
Accomodaal  dovent  ch'ai  è  falijt, 

Ch'ad  ogni  mood  anch  voo  sees  di  Parnaas. 
Vi  sai  a  dij  chi  vees  da  ridi  un  pooc, 

Voo  pò  in  particolaar  chi  cognosees 

Ogni  piz,  ogni  strada  di  chis  looc. 
Stait  san,  e  governavi  si  podees; 

E  se  qualchi  polzetta  vi  faas  zooc 

Buttavi  pur,  eh'  in  dutt  no  pierdares. 


5.  Rime 
di  anonimi  Udinesi  • 

[Da  un  ms.  del  tempo  ',  nella  Colles.  Joppi.] 


Horatio.  Daspò  ch'io  peni  par  te, 

Tuniuzze  vite  me, 
Daspò  che  ti  puarti  amor 
E  ch'io  vif  in  tal  brusor, 
Mo  no  vustu  havè  pietat 
Di  chest  quarp  anime  e  fiat, 
Refrigeri  di  chest  cur, 
Tuniuzze,  ohimè  ch'io  mur. 


•  È  un  codice  in-4'',  di  p.  135,  e  contiene  anche  delle  rime  italiane.  Qui  si 
stampa  un  buon  terzo  delle  vernacole,  badando  a  scegliere  le  più  spontanee  o 
le  meno  ammanierate. 

^  Con  le  varianti  del  Cod.  Caiselli. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  S79 


Tuniu22!e.  No  pensat  o  biel  Signor 

Par  fa  il  biel,  par  fa  '1  raador, 
Ni  par  fa  l'appassionat 
Di  robàmi  l'honestat, 
Che  no  soi  mighe  di  che?, 
Pensat  pur  chel  che  voles, 
E  tignit  a  vo  la  man, 
Sior  Horatio  stait  lontan. 

Jlor.  Dal  princìpi  eh'  io  chialai 

Dei  tiei  voi  m' inamorai, 
Mi  learin  ches  tos  strezzis, 
Poi  ferit  des  tos  bellezzis, 
E  cusì  cuntinuant 
Simpri  a  te,  mio  ben,  pensant. 
Si  consume  chest  mìo  cur 
Tuniuzze,  ohimè,  ch'io  mur. 

Tun.  M' indaquarz  che  vo  pensas 

Di  fa  dolz,  ma  s'ingianas. 
Io  US  uei  ben,  ià  us  puarti  amor 
Uei  salva  però  '1  mio  honor 
Che  piardut  mai  plui  chiatà 
No  si  pò,  né  raquistà. 
Domandai,  che  dug  lu  san, 
Sior  Horatio  stait  lontan. 

Hor.  Di  lontan  io  no  pues  sta 

Donge  te  mi  sint  brusà, 
Lu  mio  pet  è  une  fornas. 
Pus  smorzala  e  tu  noi  fas; 
A  te  sta  lu  dami  aiut 
Di  sanami  tu  has  lu  mut, 
In  te  spere  chest  mio  cur, 
Tuniuzze,  ohimè  ch'io  mur. 

Tun,  No  pensat  za  ch'io  sei  come 

Che  poltrone  di  Micene 
Che  bielsòle  lo  a  chiatà 
Chel  Signor  par  fasal  fa  ' 
Come  ogni  un  di  za  lu  sa: 
Mi  vores  plui  prest  mazza 
Di  me  stesse  e  dì  me  man, 
Sior  Horatio  stait  lontan. 


*  Cod.  Cais.:         Chel  Signor  senze  pen.<à, 


280  Jop{)i, 

Hor.  Deh  se  tu  vede  podes 

Chest  mio  cur,  tu'l  vedares 
Plui  d'ogne  altri  tormentat 
Cause  pur  la  to  impietat. 
Cause  tu  che  se  ben  t'ami 
E  d'ogne  altre  plui  ti  brami, 
No  ti  curis  dal  mio  cur, 
Tuniuzze,  ohimè  ch'io  mur. 

Ttiìì.  Vo  ses  bien  un  bel  infant 

Ch'ai  miei  voi  plases  cutant, 
Che  s'io  fos  di  vuestri  par 
Vo  saressis  lu  mio  chiar. 
Di  bianchezze  ses  un  lat, 
Di  rossezze  un  biel  scarlat, 
Ma  soi  £e  d'un  artisan, 
Sior  Horatio  stait  lontan. 

Hor.  Tizio  simpri  tormentat  * 

Dai  ucei,  Tantal  danat 
Chu  in  tal  miz  dal  vin,  dal  pan 
Mur  di  set,  crepi  di  fan, 
No  n'han  pene  ciart  custor 
Par  e  me  né  cu  major, 
Ch'  al  lu  disi  chest  mio  cur, 
Tuniuzze,  ohimè  ch'io  mur. 

Tim.  Crodit  ciart  che  s'al  mio  honor 

Compuartas  lu  fa  a  l'amor, 
Cu  la  vuestre  signorie 
La  me  chiare  compagnie 
La  me  vite,  lu  mio  ben 
Vo  saressis  sì  da  sen; 


Ma  che  mai  io  fares  chest, 
Murires  dal  ciart  plui  prest 
Biel  istesse  di  me  man, 
Sior  Horatio  stait  lontan. 

*  Cod.  Cais.  :      Par  te  soi  tas  tormentat, 

Ogne  dì  mi  manchie  el  fìat, 
E  in  tal  miez  dal  vin,  dal  pan 
Mur  di  set,  crepi  di  fan  : 
Né  crot  ciart  che  un  tal  brusor 
Sei  al  raont  né  meus  raaior. 


Testi  friulani:  Secolo  XVIL  281 


Ma  'I  mio  honor  no  sta  di  man  *, 
Sior  Horatio  stait  lontan. 

Hor.  È  possibil  che  in  beltat 

Regni  tante  crudeltat, 
Che  in  un  quarp  sì  gratios 
Vivi  un  cur  sì  disdegnos: 
Quant  a  chest  sot  biele  rose 
Sool  la  spine  ang  sta  nascose, 
Ma  no  fa,  ìude  chest  cur, 
Tuniuzze,  ohimè  ch'io  mur. 

Tun.  Io  US  avisi,  io  us  al  dij 

Mi  rencres  di  dius  cusì. 
No  vignit  par  cà  a  sunà 
Chu  tas  poc  US  pò  zovà, 
Onglis,  quardis  e  chitare 
Fruarès,  vite  me  chiare, 
Senze  para  vie  la  fan, 
Sior  Horatio,  stait  lontan. 

Hor.  Fossio  almens  in  chel  telar 

Che  tu  dopris,  ben  mio  chiar, 
Fossio  id  che  navisiele 
Che  tu  trais  fur  par  che  tele, 
Chu  feliz  in  dut  sares. 
Pur  che  man  io  tochiares 
Chu  sana  pò  chest  mio  cur, 
Tuniuzze,  ohimè  ch'io  mur. 

Tun.  Sepi  amor,  s'al  mi  rincres 

Io  US  vores  iudà  e  no  pues, 
Chest  US  basti  e  lu  mio  honor  " 
Cusì  ul  o  biel  signor, 
Però  plui  no  si  afanat 
E  di  me  plui  no  pensat, 
Che  la  fé  pensas  in  van, 
Sior  Horatio,  stait  lontan. 

Hor.  0  amor  crudel,  ingrat 

0  bastart  disgratiat, 


Cod.  Cais.  :  Ma  il  mio  honor  patires  dan, 

Ib.  :  Chest  us  basti,  o  mio  signor, 

Ch'  hai  a  chiar  lu  mio  honor. 


282  Joppi , 

Parco  fastu  chn  '1  mio  cup  ' 
Ami  chò  chu  no  lu  ul, 
Tu  par  me  fai  la  vendette 
Tu  chìastle  ste  polzette, 
Mof  pietat  in  chel  so  cur, 
Tuniuzze,  ohimè  ch'io  mur. 


b.  Cingaresca  ^. 

Còrit  duralis  ai  balcons 

Che  son  cà  iu  giaz  maimons 
E  de  Destre  mercancìe 
Sintares  la  malatle; 
No  di  giaz  a  diventa 
Marchiadanz  volèrin  za, 
Cospeton,  l' è  un  trist  mistìr  ! 
Trento  diaui  in  t'  un  carnir. 

An  passàt  di  carneval 
No  raangiàrin  biel  aual 
Fin  che  vèrin  duquang  no 
Pan  e  vin  e  ce  cu  fo 
E  di  fa  come  i  signors 
Pur  ang  no  vèrin  i'  umors. 
Vivi  al  mont  senze  pinslr 
Trenta  diaui  in  t'uu  carnir. 

Si  volèrin  pastizà 
Simpri  un  l'altri  e  solazà 
Legramentri  cui  bocal 
Fin  che  al  dura  '1  carneval, 
Fin  che  in  borse  fo  quatrins 
E  gazettis  e  suldins; 
Tràit  dal  vin  pur  sar  ostlr, 
Trento  diaui  in  t'  un  carnlr. 


Cod.  Cais.:         Parcè  fastu  ch'io  tant  brami 

Che  chu  mai  no  vul  ch'io  l'ami 


Met  pietat  in  che!  so  cur.... 
Fu  già  stampata  nel  1867. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  283 

Arivaz  che  forin  pò 
In  te  cresime  dug  no, 
Sef  di  Chìàndit  e  Straselle 
Ore  l'est  ore  l'ustère  • 

Manazavin  di  fa  mal, 
Di  manda  lu  chiavalar 
Come  ang  lu  festizTr, 
Trente  diaui  in  t'un  carnu-. 

No  alòre,  disperàz 

Senze  bez  dug  impazàz 
Si  adunàrin  a  consei 
Eleièrin  chest  pai  miei 
Di  lasà  cheste  citàt 
Là  che  ogn'un  disè:  paiàt, 
E  lontan  fa  altri  mistlr, 
Trente  diaui  in  t'un  caruTr. 

Nus  fo  dit  ch'ai  è  un  paTs 
Prif  di  gìaz,  plen  di  surls, 
Si  che  di  condù  là  vie 
Une  buine  marcancie 
Di  tal  sorte  d'anemai 
Si  acordàrin  dug  auai; 
Tal  d' ogn'un  fo  lu  pinsìr, 
Trente  diaui  in  t'un  carnìr. 

E  cusì  dug  di  briàde 
Cu  lis  feminis  in  strade 
Si  mettèrin  par  riva 
Al  pais  cu  giaz  non  ha, 
Ma  chiatrf  nestri  destini 
Si  soleva  Sar  Garbin 
Stint  no  in  mar  senze  pinsìr, 
Trente  diaui  in  t'un  carnìr. 

Si  leva  cutal  furtune 

Che  vot  dìs  nus  tigni  in  sumo 
Quatri  dez  lontans  de  muart 
Senze  mai  podè  pia  puart; 
E  manchiant  lu  mastià, 
Giaz  e  giatis  a  pesta 
Scomenzàrin  sul  talr, 
Trente  diaui  in  t'un  carnìr. 


284  Joppi, 

No  vidint-  cusì  a  là  vie 
La  gietesche  mercancle 
Cuu  chesg  pos  cu  son  restaz 


(Manca  il  fine). 


Son  iu  uestris  cliiavèi  Un  muuigin, 
La  front  cun  biei  rizòs  ò  rizulade, 
La  bochie  è  une  rusute  inzucarade, 
E  i  lavris  doi  picoz  son  d'amascliin. 

Fait  cont  cu  la  musute  ò  un  armilin, 
Cu  sei  quet  iù  dal  arbul  e  rosade, 
Cusì  dì  blanc  e  ros  ses  vergolade 
Si  cu  duquant[e]  ses  mai  lat  e  vin. 

Vo  vés  pò  no  sai  ce  gratiùte  in  vo 
Che  ves  costums  zintij  e  cusl  biei 
Ch'ogn'un  Qs  reste  sclaf  e  servitor. 

Cun  vo  sta  zugulant  lu  Deu  d'Amor 
Platansi  mo  in  tal  sen,  mo  in  tei  chiavei, 
E  là  eh'  al  mi  pò  dà  dolor  maior. 


d. 


Olà  Massarie  ven  a  bas,  ven  sclet, 
Puarte  cun  te  la  chiandelle  impìade, 
Fai  prest,  no  ti  tarda  che  mi  è  saltade 
Une  bisce  in  tal  chiàf  di  fa  un  sunet. 

Ce  diaul  stastu  a  fa  ;  see  maladet 
Se  mai  tu  vens:  o  fostu  scorteiade, 
Spidit  chiamine,  cor.  Cheste  pichiade 
E  tarde  a  pueste  par  fami  dispiet. 

Tu  sos  pur  chi,  met  in  tal  mio  mezat 
La  lun  e  ies  plui  in  presse  che  tu  piis, 
Che  uei  scrivi  un  sunet  che  m' hai  pensùt. 

Ma  cazu,  che  iè  biele!  intant  che  hai  stat 
A  spietà  che  mi  puarti  iù  la  lùs, 
Cospiet  di  1^00,  m'  al  hai  disraenteiilt. 


Testi- friulani:  Secolo  XVil.  285 

e. 

La  me  madresse  è  dute  faropade. 

Io  crod  ch'amor  vebi  cun  un  bolzon 

Fat  cbes  cavernis  par  sta  chest  giaton 

Dentri  sqindùt  a  sassinà,  a  la  strade. 
Ma  pò,  se  ben  cbe  iè  cusì  segnade 

D' amor,  o  par  dij  '1  ver,  dal  uaruelon, 

E  no  reste  però  di  pare  bou 

E  no  reste  però  d'iestri  garbade. 
E  ce  plui  dolz  è  d'un  piètin  di  mìl? 

E  ce  plui  biel  d'un  abit  ricamai? 

E  ce  plui  boa  d'un  formadi  zintll? 
E  pur  ognun  di  lor  ò  foropat: 

Ce  caad  a  dij!  al  saref  brut  lu  cTl 

S'al  no  fos  dut  di  stellis  uaruelàt. 

/. 

Bàrbure,  vite  me,  io  murirès 

Cert  s'tu  tuelès  un  fari  donge  te: 

Io  mi  consóli  però  un  poc  parco 

Che  no  pues  credi  mai  che  tu  '1  tuelès. 
Ma  se  tu  fos  risolte  e  tu  vuolès 

Un  fari  par  marlt,  deh  tuolmì  me 

Che  par  to  amor,  io  ti  zuri  la  fé, 

Puarti  une  farie  di  continue  aduès. 
La  fusìne  è'I  mio  pet  che  sirapri  al  art, 

Foij  iu  sospirs,  l'incùdin  è'I  mio  cùr, 

Lu  martiel  è'I  martiel  ch'ai  bat  su  fuart. 
Ste  voie  ha  di  dura  insin  ch'io  mùr 

Se  il  fiar  di  to  nature  in  qualchi  part 

No  si  mulificas  cu  è  cusì  dùr. 

a 

0  chiative  fortune  o  sorte  me, 
0  passion  che  io  provi  o  gran  torment, 
Ni  favela  no  pues,  nò  plui  vede 
La  me  Tinutte  biele  o '1  mio  content: 
Ghiadi  lu  mar  e  mont  e  ce  cu  io 
Che  plui  no  mi  pò  fa  gram  e  dolent: 
Io  soi  prif  d'ogni  ben,  d'ogni  speranze 
E  une  mìsare  vite  sol  mi  avanzo. 


286  Joppi, 

h. 

Vo  prisonTrs  dolenz  e  disperSz, 

Vo  galìoz,  [e]  vo  sclàz  in  chiadèae 

Dal  aguzin  batùz  e  tormeutaz, 

Ch'un  mufos  pan  biscot  us  dà  di  cene, 

Vo  di  fortezia  pedoglós  soldaz 

Co  fais  chel  chivalà  cun  tante  pene, 

Cui  mio  mal  consolasi,  che  maior 

Stimarés  (so  i  pensàs)  lu  mio  dolor. 

Io  vlf  gram  in  preson  stret  e  leiat 
Fra  dos  strezis  che  mai  i  pensi  issij,. 
Di  chea  soi  d'ogni  bande  inchiadenat. 
Amor  cu  iè  T  aguzin  mi  fas  pali, 
Lu  biscot  ch'io  mi  pas  è  crudeltat, 
Di  lagrimis  bagnat  iò'l  uei  pur  dij. 
Di  Tine  no,  ma  dal  mio  trist  destin, 
De  me  sorte  crudel  cu  non  ha  fin. 

S'io  arai  sepi  amor  e  s'i  uei  ben 
E  s'io  brami  vedo  la  so  beltat. 
Se  mi  ha  robat  lu  cùr  dret  fur  dal  sen 
Pur  feliz  senze  ciir  un  tirap  soi  stat, 
Un  timp  quand  che  discori  e  vede  a  plen 
La  podèvi  e  clama:  Tine  pietàt; 
Ma  cumò  senze  iè,  io  peni  a  tal 
Che  la  muart  stimares  un  manco  mal. 

Io  voi  di  sii  e  di  iù  malabiant 

E  lì  no  chiati  mai  lu  mio  cunfuart, 
Chel  bore  cu  mi  solève  plasè  tant 
Cumò  mi  fas  vigni  i  sudors  di  muart: 
A  chi  Steve  '1  mio  ben,  io  voi  pensant. 
Bore  d'ogni  mio  pinsìr  quiete  e  puart, 
Ma  cumò  prif  di  Tine  ahimé  ch'ai  è 
Un  infiar  spaventos  al  mio  pare. 

No  si  viòd  ai  balcons  plui  che  beltàt 
Chu  non  ha  par  e  chu  mi  sta  in  tal  cùr 
Di  vedale:  o  mischin,  cui  mi  ha  privati 
Cause  che  disperai  io  peni  e  mùr; 
No  za  di  Tine  sden  ni  crudeltat 
Che  iè  non  è  crudel  ben  soi  siiìr. 
Amor  sarà  fuars  stàt  lu  traditor 
Par  gioldè  dal  mia  mal,  dal  mio  dolor. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  287 

Amor,  se  pur  tu  sos  la  ciaf  dal  zuc 
Cause  che  io  non  hai  beu  ni  dì  ni  gnot, 
Se  tu  ti  giavis  spas  che  dal  to  fùc 
Io  resti  incenerlt  frit  come  un  crot, 
S'tu  vùs  che  sol  d'aspre  amareze  il  sue 
Cundlsi  lu  mio  cùr  chu  ti  è  devot, 
Fai  almens  che  chialant  Tinute  io  muèri, 
Dolce  sarà  la  pene  e  lu  martuèri. 


ffom.  Done  Lucie  vo  ses  tant  disgratiade 

Che  in  te  citàt  vo  no  -ves  parangon, 

E  veramentri  in  cheste  contrade 

No  chiatares  nisun  ch'us  dei  rason, 

Parcè  cu  la  vergonze  ves  mostrade 

A  Gurize,  a  Cormons  e  a  Monfalcon, 

E  par  dì  '1  vor  vo  ses  une  poltrone 

Che  un  par  vestri  non  è  in  bore  di  Glemone. 

Femine.  Tu  sos  un  bec  futùt  e  un  buzaron 

A  volè  di  co  sei  une  poltrone, 
Nisun  no  porà  di  pies  dal  mio  non 
Parcè  ch'io  soi  da  ben  tant  ch'ogni  done: 
Ma  io  ti  dij  ben  chest,  che  al  cospeton 
Di  Sant  Antoni,  se  ben  si  buffone. 
Che  un  dì  io  ti  vuei  dà  une  curtisade 
Par  insegnati  a  dimi  disgratiade. 

Hom.  Al  si  sa  par  dui  mont  ce  co  tu  sos 

E  anchimò  tu  has  front  di  dineià. 
Tu  sàs  che  ti  forin  dadis  lis  tos 
A  Cormons,  fin  che  tu  podès  chià; 
Anchimò  cui  to  front  àlcis  la  vob 
Pensant  che  ogn'un  credi  al  to  badala. 
Ma  ti  sai  dì  di  tant  ch'ai  no  ti  vai. 
No  spietà  altri  al  to  fin  che  l'ospedàl." 


288  Joppi, 

Fon.  Co  si  saial  di  mo  par  dut  lu  mont, 

Nisun  no  porà  di  che  io  sei  putaue. 
Là  ch'io  soi  stade  ogn'ua  di  me  tea  coni, 
Come  pò  confirmà  culi  Donne  Ane; 
E  no  pensa  cun  chest  di  fami  afront. 
Che  cert  no  larà  fùr  ste  settimane 
Che  di  pentiti  tu  has  a  to  mal  gràt, 
Quàr  di  Domini  stecum  disgratiàt. 

7/owi.  Al  si  pò  ben  savè  se  han  tlgnùt  cont 

Là  che  t'hàs  praticat,  che  fai  dij  in  fazze 
Che  a  Coi'mons  e  tes  derin  a  pont 
Publicamentri  in  tal  miez  de  piazze; 
E  di  putane  anchimò  tu  has  front 
Cui  dì  ch'hai  di  pentlmi  o  vachionazze, 
Mal  iare  ben  par  te  che  in  to  difese 
Tu  produsès  to  comari  Planese. 

Fem.  E  se  ben  io  clamàs  ang  mò  comari 

Io  crot  che  no  dirès  nome  lu  ver, 
Parcè  che  ha  cognosìlt  mio  marlt  fari 
Ch'ai  iare  fi  dal  quondam  mio  misor, 
E  ang  e  sa  cui  cu  iare  mio  pari 
Che  par  honor  al  strupìà  un'alfiér, 
Pense  tu  s'al  sentìs  a  strapazzami 
Ch'ai  Tores  cu  la  spade  a  vendicami. 

Hom.  No  mi  sta  a  reuardà  mo  muarz  a  tàule 

Cui  dimi  che  to  pari  sei  stat  braf. 
Che  io  noi  stimarès  tant  ch'une  chiàule 
Se  ben  fos  vTf,  parcè  ch'ai  iare  sclaf: 
Ce  dis  di  to  marlt,  o  done  giàule, 
Ch'ai  no  saveve  fa  niang  une  ciaf, 
Tu  i  scugnìvis  simpri  fai  la  spese 
Doprant  la  naturai  sot  la  chiamèse. 

Fem.  Ben  ben  va  pur  daùr  cun  ingiuriami 

Che  pòar  te  se  fòsin  chenci  i  miei, 
Che  tu  no  olzarèsis  niang  chialàmi 
Parco  ti  fai'èsin  cghiavà  i  budiei 
Se  ti  sentìsin  lor  a  strapazami. 
Che  tu  no  fos  nasiit  al  sàres  miei, 
Però  ten  pur  la  lenge  enfre  i  ding 
Che  in  bréf  e  saran  chenci  i  miei  paring. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  289 

Hom.  Al  no  ocor  che  tu  stèis  a  spietà  lor 

Parcè  che  cert  di  te  no  fàzin  stime, 
Che  tu  i  has  fat  avonde  disonor 
Cui  fatti  metti  in  te  foràn  la  lime, 
E  anchimò  tu  fas  lu  biel  humor 
Credint  fami  paure  cu  la  sgrime 
Che  cui  stiz  e  tu  l'hàs  mattine  e  sere 
Se  ben  che  iè  passade  priraevere. 

Fem.  Sì,  quàr  di  Domini  stecum  potent. 

Che  io  ti  uei  fatti  dà  tant  cun  un  len 

E  ti  uei  fatti  ve  ben  in  in  iment 

Tu  miei  paring  iu  quai  son  tant  da  ben: 

Anchimò  tu  t'hàs  dì  clama  dolent, 

Ma  cromai  che  io  tal  dij  dret  dal  bon  sen, 

Che  pai  to  dimi  vilaniis  d'ogn'ore 

Io  ti  uei  fatti  là  in  tante  malore. 

Hom.  Ma  mai  cumò  ch'ai  vignarà  lu  bon, 

Cetang  quàrs  hastu  faz  al  pòar  Tieli  ? 

Plui  d'un  miar  dal  ciart  io  crot  che  son 

Se  ben  che  no  si  vèdin  pai  soreli. 

Chel  frut  che  tu  hiis,  qual  Nart  al  ha  non. 

Di  chei  dal  ospedàl  al  ò  parèli, 

Parco  ch'ai  ha  plui  di  trezinte  pàris, 

Artisans,  butigirs,  predis  e  fraris. 

Fem.  Al  è  un  becconaz  cui  cu  si  vante 

Di  verni  la  me  vite  mai  tochiade, 
E  di  nisun  io  mai  soi  stade  fante 
Come  tu  dls  tu  bestie  squarnade, 
E  cheste  creature  é  so  duquante 
Di  sar  Domèni  e  lui  l'ha  inzenerade. 
Va  a  fa  dei  zeis  orsù  bestie  mulzùde 
Che  par  dui  mont  io  soi  ben  cugnusude. 


k. 


Sartor  parcè  seso  si  scorozàt 
Se  io  no  US  hai  fat  mai  niun  displasò, 
Io  US  hai  pur  simpri  rivcrlt  o  amat, 
Amami  ang  vo  ch'ai  è  cusl  dovè; 


290  Joppi; 


Mi  vcs  mostrai  gran  ben  za  pai  passat 
E  curaò  scorozàt  vo  ses  cun  me, 
Dimi  la  cause  e  dirai  lu  parcè 
Dimal,  misàr  sartor,  che  vuei  savò. 

Ben  spes  cun  me  za  favela  solóvis, 
S' io  jari  in  qualchi  lue,  vigni  vis  U 
E  Barbaruze  chiare,  mi  disevis. 
Ahimè  che  ti  ami,  ch'io  mi  sint  muri; 
E  pur  un  dì  ches  dis  cheuci  su  levis 
E  io  tiravi  sede  ahimè  chi,  chi; 
E  senze  di  bondl  né  saludà. 
Par  une  androne  io  us  vedei  volta. 

Mo  parcè  tante  còlure  ben  mìo, 

Parcè,  sartor  mio  chiar,  fàiso  cusl? 
Pensàso  fuars  che  ami  altri  che  vò? 
0  no  la  fé,  vorès  plui  prest  muri, 
Cho  saves  ben  chu  lu  mio  cùr  no  pò 
A  doi  madors  di  bon  amor  servì, 
Donchie  ben  mio  dulà  veso  chiatàt 
La  cause  che  cumò  ses  scorozàt? 

Se  ben  tal  volte  cun  qualcun  favoli, 
Io  burli,  io  fas  par  passa '1  timp  cusl: 
0  mio  sartor,  mi  brusi  lu  soreli 
Se  ami  altri  che  vo,  crédilu  a  mi: 
Vo  sartor  di  cuzl,  io  fàs  curdèlis, 
Cusl  lavorarìn  duquant  lu  dì 
Lis  fuarfijs,  la  gusièle,  e  '1  brazolàr, 
Vo  doprarés  e  io  lu  mio  telar, 
Donchie  fazln  la  pàs,  sartor  mio  chiàr. 


Io  US  ringracii,  misar  scodelar 
De  matinade  che  vo  mi  fazèris 
E  dei  garofui  che  vo,  ben  mio  chiar, 
Tacas  al  miir  sot  lu  balcon  metèris  ; 
Al  iare  di  quasi  lusint  e  dar 
Che  angimò  di  sunà  si  complasèris, 
Però  ringrat'ià  simpri  ni  mai 
Lu  garbàt  scodelar  io  dovarai. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  291 

Ben  US  promet,  o  dal  mio  ciìr  cunfuart, 
0  scodelàr  mio  chiàr  fidel  amor, 
Che  altri  che  vo  no  amarai  mai  ciart, 
Simpri  saros  vo  dal  mio  cùr  signor  : 
Lu  procèdi  mi  plas  e  la  uestri  art 
Mi  plas  co  mi  ves  fat  un  tal  honor, 
Però  0  mio  scodelàr  crédit  siùr 
Che  Rosane  donat  us  ha  lu  cùr. 

Vo  cu  la  gratie  e  cun  chel  favela, 
Cun  chel  biel  mùt  di  fa  sì  gratlos, 
Ogni  polzette  fais  inamorà 
Ogn'une  us  ùl  par  so  fidel  moros; 
In  bore  d'Aronc  altri  no  sai  chiatà 
Ni  in  altri  lue  io  puès  credi  cu  fos 
Un  cu  plui  merti  e  cu  mi  sei  plui  chiar 
Di  vo  misàr  Simon  mio  scodelàr. 


ni  '. 

[Manca  il  principio.] 

Ed  hai  altris  virtuz, 

Che  valin  cent  mil  scuz, 

Donchie,  Magrine  me,  no  mi  sprezza, 

Vebis  compassion 

Dal  to  madòr  cumò,  ch'ai  va  par  boa. 
Cur  mio  pietat  e  aiut 

Dal  vieli  ch'à  piardut 

Par  tè  '1  zerviel;  aiut  al  povaret, 

Aiut  che  pe  dulie 

Soi  muart  e  chel  eh' è  piees  la  set  va  vie. 
Devant  ch'io  fos  madoor 

Bevevi  par  siguoor. 

Scolavi  di  valent  quattri  beccai, 

E  cumò  un  sol  beccai 

Mi  faz  volta  'I  zerviel  e  mi  fas  mal. 
Senze  nissun  pinsijr 

Mangiavi  un  rost  intijr. 

Un  chiapon  e  dei  pans,  né  pues  cumò 

Mangia  rustìt  ni  less 

Soi  flach  e  stenti  a  pene  a  trai  un  vess. 


Da  altro  ms. 


292  Jopi^o 


Za  stovi  in  compagnie 

D'amìs,  ni  vevi  brie 

E '1  buttaz  mi  tignive  ogn'horo  allegri: 

Io  stevi  simpri  san 

Dal  biel  principi  fin  al  fin  da  l'an. 
Cumò  no  pues  plui  ridi, 

A  duch  ven  in  fastidi, 

Magrine,  soi  coraat,  brami  la  muart, 

Io  soi  duquant  piardut 

Par  te  Magrine  mee,  Magrine  aiut. 
Stoi  sol,  mi  chiali  in  spiali 

E  dij,  no  Eoi  za  viali 

Sì  ben  ch'hai  sessant'agn,  soi  zovenet 

Di  fuarzis  e  di  cur, 

Donchie  no  mi  lassa,  Magrine  sur. 
No  bandonà,  Magrine, 

No  lassa  fantuline 

Lu  vecchiarel,  lu  to  fidel  raador, 

Lassiti  un  poch  vedee. 

Lassiti  chiare  vite  un  poch  gioldee. 
Chu  ciart,  amor  mio  fin. 

Un  nobil  prasentin 

Ti  vuei  dona  di  presi  e  di  valor  : 

Fammi  un  dì  consolaat, 

Lassiti  un  dì,  cur  mio,  nuUìti  il  flaat. 
Cusì  '1  vecchiet  sustave, 

Vaìve  e  suspirave 

Lontan  de  bielle  ma  crudel  Magrine  : 

Quant,  iù  dal  taulin 

Fazè  chiadè  '1  so  giat  un  fiasc  di  vin. 
All'hore  il  vecchiarel 

Piardè  quasi  '1  zerviel, 

E  '1  vin  spandut  vidint  resta  svinijd, 

E  cridà  cun  furor: 

Maledette  Magrine  e '1  Dio  d'amor, 

Lu  fin. 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  293 


n.  Disperade  chiamoe  '. 

Za  che  io  cognos  che  tu  no  mi  us  plui  ben 
Ang  io  no  ti  uei  stati  plui  visin, 
Ma  uei  leià  une  scove  in  cime  un  len 
E  par  il  mont  uei  là  spacechamin: 
Io  mi  contentarai  durmì  sul  fen, 
Mangia  poch  pan  e  bevi  mancho  vin, 
Ma  tu  chrudel  ses  cause  dal  mio  mal, 
Prei  amor  chu  ti  inpiri  chun  un  pai, 

Moschis,  musons,  tavans  e  galavrons, 
Zupez,  gris  e  furmiz  ti  salti  a  tor, 
Ti  pici  giespis,  ragns  e  scorpions, 
Ti  vigni  in  quintri  ogne  nemal  chu  cor  : 
Vores  vedeti  piene  di  glendons, 
Che  par  macaiu  tu  schugnis  là  in  tun  for; 
Revoch  ti  fos  ogni  bochon  tu  gloz, 
Quant  che  tu  bes  ti  vigni  lu  sengloz. 

Vo  zoris,  vo  curnilis,  vo  crovaz, 

Svolat  in  frote  a  cepola  chuschié  ; 
Còrit  in  ti-op  ang  vo  los  e  chianaz, 
Tachassi  a  rosela  da  prus  di  iè  ; 
Unisi  insieme  ang  vo  suris  e  giaz, 
Vaile  a  mangia  sul  iet  che  mai  si  so  ^ 
Se  ben  vo  ij  roseassis  fin  iu  vues, 
Farce  che  iè  m'  ha  mitut  il  fuch  adues. 

Vores  vedeti  il  nas  lunch  une  spane 
E  che  to  bochie  fos  dute  sdentade, 
E  pares  che  to  muse  une  quintane, 
Chul  march  in  miez  dal  front  tu  fos  bolade  ; 
Vores  vedeti  un  dì  par  setimane 
Chul  anel  de  berline  al  quel  sposade, 
E  duquanch  ti  traies  alla  rifuse 
Naranz  e  miluz  freiz  iu  che  to  muse. 
La  prime  volte  che  al  to  nemorat 
Tu  ij  riz,  ti  salti  far  la  lus  d'un  voli 


'  Da  ms.  di  caratt.  del  sec.  XVII,  presso  il  dott.  V.  Tullio  in  Udine. 
^  Le  ultime  parole  sono  pressoché  illeggibili, 

Archivio  glottol.  iUl.,  IV.  20 


294  Joppt, 

E  chu  chel  altri  resti  schocholat, 
Sence  chiatà  nisun  chu  ti  consoli: 
E  ogni  qual  volte  tu  i  dis  mai  fiat, 
Io  prei  lu  cil  che  un  maselar  ti  coli; 
Se  in  to  prisinze  mai  des  suspirart, 
Ti  prei  eh'  al  si  trasformi  in  tun  rutart. 

6  Se  in  su  la  fieste  mai  vas  a  baia, 

Ti  salti  in  miez  dal  bai  la  schagarole 
Che  ognun  di  te  vebi  ce  fevelà; 
Magari  lestu  pur  fin  la  medole , 
Achei  to  umor  io  vederes  cala 
Vidinti  rosse  come  une  cevole; 
Ma  che  balas  cun  te  chel  to  mador 
Par  iesi  regalat  di  tal  honor. 

7  Fantasmis,  orchui,  venchuij,  mazariuij, 

Animis  che  la  gnot  lais  malibiant, 
Se  mi  lamenti  vo  saves  par  chuij, 
Vo  ben  lu  mio  interes  saves  duquant, 
Mentri  la  gnot  iè  spietarà  colui 
Che  sot  iu  siei  balcons  vadi  chiantant; 
Faile  in  orch  in  tun  trat  falle  spela 
Che  par  un  mes  no  puedi  fevelà. 

8  Vores  vedeti  in  compagnie  sul  iet 

Viparis,  magnis,  sbors,  madrachs,  uarbiz, 

0  dongie  te  par  to  maior  dispiet 

Fos  savis,  chudij,  croz  màlos  e  riz  : 

D'ogne  nemal  tu  ves  siet  voltis  siet, 

Ni  altri  tu  vedes  par  ogni  piz 

Che  cheste  sorte  e  par  plui  to  gran  mal 

Ogni  to  zondar  ves  un  furmial. 

9  Quant  tu  ti  viest  alla  dominichal 

Vores  vedeti  dute  petolons 
Senze  piece  di  spalis  né  grimal, 
Che  tu  mostras  la  chragne  sui  talons, 
In  sume  io  vores  vedeti  a  tal 
Che  tu  no  ves  né  scharpis  né  chufons, 
Là  che  tu  chiaminis  fosin  baraz, 
Buralis,  stechs,  urtijs,  tu  fos  mai  sgraz. 
10  L'aghe  chu  tu  ti  lavis  lu  mostaz 

Vores  che  deventas  une  tinture, 

Come  un  chiarbon  tu  ves  lis  mans  e  i  braz 

E  chei  chu  ti  vedes  fazes  paure 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  295 

In  sume  io  no  havares  maior  solaz 
Quant  che  a  vedeti  brute  compusture, 
Cliancar  ti  vignìs  tant  biele  tu  sos 
Che  schugnin  spasamà  come  raibos. 


6.  Dialogo 
tra  una  pinzochera  e  il  confessore,  del  conte  Ermes  di  CoUoredo  *. 

Proteste  daW Autor. 
[Dal  Codice  Caiselli,  p.  432  seg.] 

La  Comedie,  par  che  disia  diviars  Autors,  no  fo  inventade  solaraentri  par 
ricrea  i  circostanz,  ma  di  plui  anchie  e  principalmeutri  par  che  podessin  ap- 
profittassi e  correzi  ju  costums,  parcè  che  al  dì  di  Ciceron  la  Comedie  e  jè 
une  imitazion  de  nestre  vite,  un  spiali  de  consuetudine  e  un'  imagine  de  vere- 
^at,  e  second  un  altri  Autor  e  jè  uue  spezie  di  favole,  de  qual  s' impare  a  co- 
gnossi  ce  cu  sei  util  in  te  vite  umane  e  ce  cu  sei  in  te  vite  umane  d'abburl 


'  Nacque  e  morì  nel  castello  di  cui  portava  il  nome  (1622-1692);  e  fu  capi- 
tano, di  fanteria  imprima,  poi  di  cavalleria,  ora  ai  servigi  dell'Austria,  ora  a 
quelli  della  Serenissima.  Durante  gli  ozj,  si  dava  alle  lettere  e  in  ispecie  a  far 
versi  nella  favella  natia.  Il  suo  Canzoniere  friulano,  in  due  volumi,  fu  stam- 
pato la  prima  volta  nel  1785,  la  seconda  nel  1818.  Già  toccammo  del  primato 
che  egli  tiene  fra  i  contemporanei  (p.  186),  e  si  potrebbe  anzi  dirlo  il  più 
classico  fra  tutti  gli  scrittori  friulani.  Ne  offriamo  un  Dialogo,  che  l'argo- 
mento un  po'  geloso  mantenne  inedito  sin  qui;  e  conserviamo  l'ortografia  del 
tempo,  che  nelle  citate  edizioni  fu  arbitrariamente  alterata.  Potremmo  anche 
aggiungere  un  capitolo  inedito,  in  quartine,  che  s'intitola  II  mont  al  dì  di 
vuè,  0  //  mont  presint  (è  in  due  eodici  Caiselli,  e  in  un  ms.  della  Bibl.  Civ.  di 
Udine).  Ma  il  mal  costume  vi  è  flagellato  con  una  licenza  di  linguaggio,  che 
riesce  alla  sua  volta  un'alti'a  offesa  al  buon  costume.  È  forza  perciò  star 
contenti  alla  piccola  parte  che  ora  qui  se  ne  estrae: 
Il  tribunal  è  fat  un  marchiadant, 

Ju  ministros  seusars  e  senza  fede; 

Tradit  il  mercenari  te  mercede 

Dall'avvocat  sassin,  trist  e  furfant. 
Cui  cu  ha  da  havè  o  di  dà,  no  è  rimiedi 

Di  fa  cognossi  il  dar  alla  giustitie, 

Parcè  cu  chesg  ladrons  plens  di  malitie 

Us  mazzin  la  reson  cun  lunch  assedi. 
A  la  fin  dut  è  ingian,  dut  tradimenti 

Ogni  chiosse  si  fas  par  il  vuadagn, 


296  Joppi, 

com'impropri,  disonest  e  vizios.  Anzi  par  chest  i  Romans,  al  di  di  Scaligero,  e 
permetterla  ai  siei  Poez  di  schiadenà  la  so  maldicenze  e  di  scherni  a  so  bene- 
placit  i  vizis,  acciochè  ju  Popui  sul  timor  d'uà  chiatif  concet  voltassia  do 
buine  bande  i  siei  anims  dissipaz  e  scorrez,  che  erin  traviaz  des  virtuz.  Onde 
par  tant  anchie  io  in  tal  forma  chest  Intermiez,  no  hai  intindut  solamentri 
d'esponi  un  divertiment,  ma  anchie  insieme  cui  metti  in  burle  il  contegno  fa- 
miliar  des  Chittinis,  di  dà  mutif  di  ravediment  a  ches  che  usin  ste  indiscre- 
tezze. Il  volgo  insensat  ai  dà  il  nom  di  Chittinis  non  solamentri  a  ches  bac- 
chetonis  che  aflfetin  di  jessi  tignudis  par  buinis  animis,  ma  anchie  a  ches  ani- 
mis  onoradis,  che  realmentri  son  buinis,  parco  che  menin  une  vite  innocen- 
tissime.  Io,  par  altri,  soi  di  massime  assai  contrarie,  parcè  che  il  nom  di  Chit- 
tinis  io  lu  adotti  singolarmentri  a  ches  ippocritis  esecrandis,  che  non  haa 
altri  di  virtuos  in  sé,  se  non  la  sole  apparenze  dongie  di  chei  che  no  lis  co- 
gnossin,  e  sot  la  mascare  d'une  finte  pietat  e  han  un  anim  plen  di  malizie. 
Chestis  donchie  io  intind  di  dismascherà  cun  cheste  Oparette  e  di  mettilis  in 
berline,  acciò  che  imparin  a  reformassi  e  usa  major  contegno.  Par  altri  il 
Confessor,  che  qualchi  volte  ven  nominat  in  cheste  Oparette,  no  s'intind  mighe 
come  sogget  di  Comedie,  che  io  no  soi  cussi  empio  di  fa  derision  d'un  Mini- 
stro che  merte,  viodint  che  lls  Chittinis  s'abusin  de  so  persone  cui  frastornalu 
continuamentri  cura  mil  sortis  d'impertinenzis  e  di  petez.  Finalmentri  cui  cu 
ha  judizi  al  savarà  ben  discerni  l'intenzion  di  chest' opare  e  distingui  lu  bon 
dal  trist,  sua  chest  avis  che  nus  da  Plutarco:  Sapienlior  est,  qui  per  fictas 
fabvilas  discit  quid  sit  turpe,  quid  sit  honeslum. 


Dialogo  d' une  Chitine  cui  Confessor. 
[Dal  Cod.  Caiselli,  pag.  476  e  seg. ,  e  dal  Cod.  Castelli.] 

Chitine.  Deo  gratias  bon  Sior  Padre? 

Padre.  Bondl  Fie. 

Chit.  E  ce  miracul  Sior  Padre  co  lu  chiati  sol;  sei  laudai  il  Sigoor,  io  varai 


Ogn'  un  procure  di  gabà  il  compagn, 
La  vergonze  è  biel  lade  a  salvament. 

Libertat  di  conscienze  ognun  pritint, 
No  si  rispiete  plui  festis  né  sant, 
J'  ordins  del  pape  si  dan  all'  inchiant, 
Lis  sos  medais  par  soldons  si  spint. 

Ai  perdons  al  si  va  par  fa  bordel, 
A  la  messe  si  va  iust  par  là  a  spas, 
La  femine  va  in  glesie  par  fa  chias 
0  par  dà  ai  siei  moros  gust  o  marte). 


Testi  friulani:  Secolo  XVIL  297 

par  un  poc  di  timp  di  dii  quattri  peraulis,  eh'  al  è  tant  timp  co  lu 
brami. 

Padre.  Ves  fortune  dal  ciart  par  cheste  volte,  ma  sbrigaisi  biel  prest. 

Chit.  Po  caspite,  Sior  Padre,  Dio  vuardi  a  tignilu  plui  dal  necessari,  io  vares 
di  rindi  cont;  sai  ben  ch'ai  è  il  dovè  ch'ai  consoli  anchie  iu  ai- 
tris  che  la  sietin. 

Padre.  Juste  Fie,  dit  su  vo,  no  piardit  timp. 

Chit.  Ma  Padre,  io  mi  legri  duquante  quand  che  lu  viod,  e  no  ores  mai  ch'ai 
fos  aflSet  disordinat  il  mio  ne  so  persone. 

Padre.  E  ce  oleso  ch'ai  sei?  vo  si  fidais  di  me  come  dì  Direttor  e  confidais 
eh'  US  meni  pe  strade  drette  al  Gii  semplicementri. 

Chit.  E  pò  Sior  sì  dal  ciert,  dut  par  salva  che  anime  cun  fin  di  profitta, 
ma  io  hai  qualeh' inquietudine,  quand  che  no  lo  pues  vede. 

Padre.  Mai  si  sei,  finile  cheste  bibie,  o  pur  ehiataisi  un  altri  di  legrassi  cun 
lui,  che  ses  parone. 

Chit.  Ah  Dio  vuardi  Sior  Padre,  io  raurires  di  passion:  io  sai  ce  anime  di 
Dio  che  lui  al  è,  e  ce  solef  ch'ai  ricev  il  mio  spirt  de  so  assi- 
stenze. Il  Signor  pur  mal  conservi  pai  mio  ben. 

Padre.  Fazi  pur  Dio,  Fie  chiare,  chel  cu  i  plas  a  Lui  e  vo  dit  su  ce  ch'us 
occor,  ma  lassait  la  proposte  dall'afiìet  che  no  la  vuei  sintì. 

Chit.  Sior  si,  Sior  sì,  Sior  Padre.  Ah  Signor,  io  ores  lessi  sorde  e  vuarbe, 
plui  prest  che  no  vede  e  sintì  chel  cu  si  viod  e  cu  si  sint. 

Padre.  Po  no  ne,  chiare  Fie,  anzi  ringraziali  Iddio  ch'us  lasse  i  sentimenz 
par  podelu  servì. 

Chit.  E  Sior  Padre,  s' al  saves  quand  eh'  io  passi  devant  a  chei  doi  luchs  dal 
Ridut  e  de  Rachette  e  cu  si  viodin  simpri  cierz  Fraris  e  chesg  Re- 
ligios,  mi  sint  propri  a  passa  il  cur  dal  mal  esempli  che  dan  a  la 
Cittat;  e  s'al  sintis  ce  che  disin:  ahimè!  mi  dan  pene  nome  a  re- 
vuardami. 

Pad.  Ecco  subit  in  pront  il  pensa  mal.  Il  zuch  no  l'è  pechiat,  ma  une  chiosse 
indifferent  de  so  nature.  E  ce  saveso  vo  che  stein  lor  simpri  a  lì, 
veso  fuars  qualche  spie  ch'us  rindi  i  conz?  Eh  Sur  me  chiare,  plui 
simplicitat,  e  plui  raccogliment  in  vo  stesse,  senze  sta  a  tigni  a 
menz  i  faz  d'altris. 

Chit.  Ma  cazzo,  Sior  Padre,  bisugne  savè  ce  che  mi  han  dit  ir  l'altri,  quand 
eh'  io  passai,  e  chest  senze  nissun  motif.  Io  credei  di  selopà  di  pur 
svergonzament.  Baronaz,  insolenz,  che  soi  par  dial,  Sior  Padre. 

Padre.  Nuje  vìe,  taset  là,  dait  la  cause  a  vo  stesse,  che  poc  mortìficade  e 
maliziose,  chiolis  sinistramenti  lis  lor  burlis:  io  sai  ce  che  oles  dì; 
e  son  miors  di  vo,  e  par  supera  chest  vuestri  judizi,  inzenoglaisi 
quand  che  iu  vedes. 

Chit.  Eh  Padre,  ch'ai  mi  scusi,  io  soi  ben  pecchiatrizze,  ch'io  lu  sai,  ma  no 


298  Joppi, 

però  di  mettimi  cun  lor.  Pofar  di  mi  Sior  Padre,  e  mi  n'oressin  di 
mo  di  quettis  e  di  crudis  s'io  fazes  cheste  cliiosse;  e  cui  cu  mi  ve- 
des  mi  daressin  de  matte.  Pensait  mai,  a  vedemi  a  iuzenoglà  devaut 
chei  mazzulas  e  morbedons,  oressin  chiolmi  vie. 

Padre.  Oje,  olà,  Sur  me  chiare,  cussi  mi  favelais  dei  Sacerdoz?  dulà  ise  la 
caritat,  che  scuse  dut:  mi  maravei  di  vo;  attìndit  a  fa  i  faz  vue- 
stris,  mortificait  chei  voi,  svarbazaisi,  e  credit  manco  mal  dal  vuestri 
prossin:  ricèvit  il  rivuart  che  us  doi  e  stait  cun  Dio. 

Chit.  Ah  chiar  Sior  Padre,  no  hai  dit  inchimò  nuje. 

Padre.  Ves  dit  pur  masse,  ch'io  no  hai  timp  di  sintì  mighe  il  proces  dai 
Fraris;  che  si  distrighin  lor.  Ce  vino  da  fa  no?  pur  nuje  afFat.  Ce 
veso  di  dimi,  distrigaile  ? 

Chit.  Pazienze  chiar  Sior  Padre,  che  trattànsi  di  spirt  e  di  cuscienze,  no  Tè 
mistir  mighe  di  butta  in  stampe;  al  bisugne  ch'ai  sepi,  ch'in  chei 
di  che  chei  Religios  mi  diseriu  ches  peraulis,  io  ridei  e  hai  paure 
di  ve  pecchiat. 

Padre.  E  pò  vedeso  Donne,  il  cur  m' al  deve,  che  jeris  stade  cause  vo  di 
dut  il  mal.  Vo  ses  senze  virtut,  Fie  chiare,  e  dai  vuestris  capriz, 
che  disis,  dais  la  cause  a  chei  altris.  Oh  baste,  lassali  là  cheste 
storie  e  stait  pai  avignl  sore  di  vo,  veso  intindut:  veso  altri? 

Chit.  Po  capi.  Padre  si.  S'al  si  revuarde  di  verni  coucedut  quindis  dizuns  di 
pan  e  aghe:  ju  vevi  za  scomenzas,  ma  un  gran  dolor  di  stomi  mi 
fazè  tralassà  e  soi  restade  cun  timor  d'ave  fat  pecchiat. 

Padre.  E  chesg  no  son  pecchiaz,  oleso  intiudile.  Al  è  ben  ver,  eh'  un  opere 
pie  e  buine  tralassade  è  prive  dal  mert  che  si  podeve  acquista  cui 
fale,  ma  quand  che  no  si  pò,  baste  il  bon  cur,  desideri,  e  rasse- 
gnazion. 

Chit.  Ma  io  no  pues  ve  cheste  rassegnazion,  né  no  mi  fidares  che  fos  mai 
buine.  And'  è  tantis  e  tantis ,  che  cun  chest  biel  pretest  lassin  la 
penitinze ,  mangin,  bevin,  duarmiu  ben,  e  pò  crodin  di  meretà.  Si 
dan  spas  e  bon  timp,  e  minchionin  il  Confessor  cun  tant  zemi,  e  si 
fazin  compatì  e  dispensa  d'ogni  penalitat.  Ah  s'  al  saves  di  dos  o 
tre,  eh'  io  lis  cognos. 

Padre.  No  mi  stait  a  là  plui  indevant,  e  chest  a  l'è  pecchiat;  frenait  la  len- 
ghe;  sebben,  par  veretat,  senze  comparazioh  plui  meritorie  e  jè  la 
rassegnazion  che  lis  austeritaz.  La  volontat  di  Dio  devi  jessi  adera- 
pide;  e  cui  cu  no  ha  fuarzis,  si  devi  consola  de  so  buine  intenzion 
e  abbandonassi  a  chei  che  Dio  dispon. 

Chit.  Ma  intant  no  si  fas  nuje  pai  Paradis  in  che  vite  poltrone  ;  che  mi 
compatissi  Sior  Padre,  che  io  no  crod  che  sei  cheste  la  buine  strade. 
Al  busigne  pati;  onde  la  prei  a  concedimi  da  chi  indevant  tre  di- 
zuns par  settemane  e  tre  disciplinis,  dos  gnoz  di  veje  e  quattri  di 


Testi  friulani:  Secolo  XVII.  299 

cilici  almanco  i  ultins  dis  di  Carneval  pai  puars  ppcchiators,  che 
fuars  e  zovaran  anchie  a  chei  Fraris  che  mi  stan  tant  sul  cur. 

Padre.  Prime  d'ogni  altre  chiosse,  esercitait  chel  che  us  hai  dit  cua  dolor, 
e  pò  tornait  pai  rest  ch'us  sintarai. 

Chit.  E  ma  no  ne  dassen  che  no  pues  falu.  Ce  pochie  discrezion  di  Diret- 
tor,  io  vuei  plui  tost  zunà,  disciplinami  e  sta  in  orazion  vot  dis 
intirs. 

Padre.  Oh!  chi  us  vuei,  Sur  chiare!  ce  crediso  di  fa,  cui  fa  al  vuestri  mut? 
■vo  ses  mal  instradade,  us  cognos.  Ubidienze  Sur  e  sacrifizi  de  vue- 
stre  volontat,  e  sì  se  oles  plasò  al  Signor,  che  senze  cheste  dut  al 
è  piardut. 

Ghie.  Sintìt  chiars  Fis,  cui  mai  vares  credut  di  sintl  de  so  bocchie  chestis 
chiossis  :  si  fas  cussi  poc  coni  de  penitiaze,  si  dà  non  di  pacchiai  al 
zelo  di  ben  vivi  dal  so  prossin.  E  ce  ajo  dit,  Sior  mio,  quintri  la 
caritat?  Ah  cimut  ch'ai  va  il  mond  ;  anchie  chei  che  son  sanz,  pur 
tant  s'ingianin.  No  vuei  altris  conseis  d'  umign  mortai,  che  za  il  Si- 
gnor no  mi  porrà  manchià.  Sior  padre,  lu  riveris. 

Padre.  Lait  mai  cun  Dio,  compagne,  che  il  Signor  us  e  mandi  buine.  Cognos 
il  vuestri  spirt,  e  miei  il  vuestri  chiaf  dur;  lait  pur  lontane,  fie  me, 
a  pettàlu  in  tal  mur. 


300  Joppi , 

V. 

SECOLO  XVIII 


1.  Versi  di  Giorgio  Comini, 

nella  varietà  vernacola  di  Cordenons  e  dei  vicini  paesi, 

provincia  di  Pordenone  ^ 

u.  Plait  de  barba  Blas  e  de  Tane  so  nevot  da  Cordenons ,  per  la  partemia 
de  So  Celenzia  Alberto  Romieri,  Providitour  e  capitani  de  Fordenon  (1754) 

[Colles.  Joppi.] 

Tone. 

1  Ce  vasel  baduchiant,  me  Barbe  Blas, 
Ca  parentra  piane  piane  cussi  biel  soni , 
Malincronich,  sauturne  e  col  chiaf  bas, 
Coma  al  puartàs  un  peis  da  vour  el  coul  ? 
Chel  tant  russasse,  e  tant  soffiasse  el  nas, 
L' eìs  un  sen  ch'ai  se  sint  calche  gran  doul, 
Cha  r  eis  alliegre  come  un  alliegria, 

Né  mai  r  hai  vist  a  sta  in  malincrunia. 

2  Me  agna  e  la  so  vacchia  Sarasina, 
Grazia  Dio,  no  han  pi  sorta  de  mal, 
Né  chela  lufonona  de  Ciliua  ' 

A  lui  mo  no  l'ha  fat  dan,  per  la  qual. 

St'  au  a  r  ha  una  bielezza  de  farina 

E  puoch  vai  la  sustanzia  del  bochial. 

Donchia,  ce  asel  mai  che  lo  tavana  ? 

Mi  mo  me  vuoi  ghiavà  un  puoc  sta  pavana. 


•  Per  questo  secolo,  che  potrebbe  dare  una  messe  abondante,  specie  di  prose, 
ci  limitiamo  a  pochi  testi  rimati  (v  p.  186),  che  rappresentano  due  varietà 
diverse  dall'udinese. 

2  Cfr.  Arch.  I,  479-80,  492,  ecc.  Nacque  il  Comini  in  Pordenone,  ove  morì 
nonagenario  nel  1812,  avendo  sempre  vissuto  in  iscarse  fortune.  Verseggiava 
con  buona  facilità;  ma  non  si  sono  potute  raccogliere  se  non  23  ottave  in  dia- 
logo e  tre  sonetti,  che  sicuramente  provengano  da  lui  (cfr,  il  num,  2). 

'  11  torrente  Cellina. 


Testi  friulani:  Secolo  XVIII.  301 

0  barba,  barba  Blas,  ce  mai  a\eo? 
Sevo  muart,  sevo  vif,  che  Dio  n'invarda? 
Me  pareit  propria  aflit  coma  un  abreo, 
E  aveit  un  colorido  da  mustarda. 

Barba  Blas. 
0  Tone,  o  chiar  nevoud,  o  cbiar  fi  meo, 
Ce  fala  mai  la  muart,  che  tant  a  tarda 
A  tuoime  da  sta  lagrema  de  vale. 
Piena  de  cosse  da  no  soportale  ? 

Prest  el  Pruviditour  nuostre  va  via, 
E  anchiamò  te  domande  chel  che  hai  ? 
Chista  l'eis  ben  por  me  'na  malattia 
Che  me  manda  a  fa  tiare  da  buchiai. 
Prencipo  benedet,  e  cussi  sia, 
Vos  seit  paron,  e  vos  voleit  eh'  al  vai, 
Ma  ve  die  la  vertat  che  mi  no  hai  Iena 
Da  podè  pazienta  tant  granda  pena. 

Hai  jodut  tempestone  grandonone 
Nel  meis  de  Mai,  eh' a  leis  propria  un  flagel, 
Spidemle  e  varuole  sfondradone. 
Che  no  le  m'han  lassat  feda  né  agnel  : 
Hai  judut  a  morì  me  barba  Tone, 
Ch'ai  era  un  om  ch'aveva  un  gran  cerviel. 
Ch'ai  ghin  saveva  tant  che  un  Reverenda 
De  litera  e  scritura  e  de  legenda. 

E  pura  dute  quante  chiste  cosse, 
Ch'a  erin  tant  tiribole  e  triminde, 
Le  m'han  fat  sintl  anguosse  e  non  anguosse 
Vuoi  mo  dì...  mi  no  sai  se  ti  m'intinde; 
Ma  ades  manchià  me  sinte  e  gambe  e  quosse, 
E  dut  el  sentenar  del  dì  me  tinde 
A  burtolà  comuòdo  fa  una  vachia 
Quant  ch'ha  el  mal  del  lauch  o  quant  ca  eis  strachia 

La  nuot  me  pogne  ju  come  un  Cristian, 
Ma  druml?  pò  de  qual,  Dio  Signour  nostre! 
E  se  anchia  drome  un  fregol,  1'  eis  me  dan, 
Jode  cosse  pi  scure  del  vingiostre; 
Jode  la  muart  co  la  so  ronchia  in  man, 
E'I  boja  che  la  forchia  e  '1  laz  me  muostre, 
E  pesta  e  fan  e  liberamus  domine, 
E  tant  altre  cossates  che  no  nomine. 


302  Joppi , 

8  Varda  un  puoch  se  mi  pout  mai  vive  truop, 
Propriamintre,  nevout,  me  sinte  ia  chiaf... 
Vai  mo  via  che  console  de  galop, 

Né  me  mauchia  altre  che  de  pogne  el  chiaf. 
Ah!  partenzia,  partenzia,  un  gran  sirop 
Te  dà  a  un  puòre  vechio  e  un  gran  pataf! 
Ah!  partenzia,  dolorousa  partenzia! 
Dulà,  dulà  mai  asto  la  cunscienzia? 
Tone. 

9  Oh!  compatime,  deit  in  farnesia, 
Che '1  vuostre  mal  al  poul  ave  remiede; 
E  siben  che  de  chista  marcanzia 

M' intinde  giusta  tant  che  le  lamprede. 
Ascoltarne,  ve  pree,  un  Ave  Maria. 
Chi  sa,  che  mi  no  sèipe  el  vuostre  miede; 
EI  fiàr  d'  un  orbo  al  poul  trova  un  chiavai , 
Spes  vai  pi  un  sold  de  pevro  de  un  grimal. 

10  Avant  al  nuostre  Prencipo  in  comun 
No  podaressin  zi  con  Sanquarin, 
Rurai,  Val,  Villanuova  e  duz  in  grun, 
E  duz,  duz  dal  pi  grant  al  tininin 
Domandai  in  zenoglon  prima  pardun, 

E  pò  preàlo  e  suplicàlo  inchin 

Che  in  tun  mout  o  in  tei  altre  al  ne  licenzia, 

Col  lassane  o  col  tòine  So  Celenzia? 

11  E  se  coventarà,  mi  mi  per  duz 
Slatinarai  calcossa  de  malmoria: 

«  Prencipo,  vermingrazia,  sen  piarduz, 

»  Se  no  ne  lo  lassat,  chista  eis  l' istoria. 

»  Tolène  i  chiamps,  i  bous,  lassane  nuz, 

»  Ma  lassane  zi  a  chiasa  cun  vittoria; 

»  Ch'  al  stei  nos  triech  ains  almanco  ancour, 

»  Po,  sei  cun  Dio,  ch'ai  vada  col  Signour. 

12  »  Nos  uchi  starem  saldo  inzenoglaz 

»  Inchina...  veramintre...  voi  mo  dì...  » 

Blas. 
Tas,  tas,  che  chist  a  1'  eis  parla  da  maz. 

Tone. 
Ma  doveàde  lassarne  mo  fini. 

Blas. 
Ma  no  te  sas,  che  quant  eh'  a  son  passaz 
Sedes  meis,  a  no  pòlin  pi  sta  uli, 


Testi  friulani:  Secolo  XVIII.  303 

Che  alora  a  l'eis  finìt  el  Regimiot? 
Cussi  el  Principo  voul,  cussi  al  la  sint. 

13  E  pò  un  Providitour  d'una  tal  fata, 
Cussi  plen  de  bontat  e  de  giustizia, 

Che  quant  ch'ai  parla  propriamintre  un  lata 

(Al  dis  cosse,  eh'  a  son  una  delizia), 

L'  eis  doveir  eh'  al  fai  coma  una  piguata 

Che  duta  la  faraegia  a  benefizia; 

E  cussi  lui,  le  sove  qualitat 

Al  le  ha  da  spande  in  dute  le  citat. 

14  Un  ben  di  Dio  de  cussi  buna  sorta 
Noi  ha  da  sta  ucà  saldo  in  sta  contrada: 
La  Republica,  cha  a  spartis  la  torta, 

A  voul  che  a  duz  ghin  tocchie  una  bochiada: 
Han  de  chei  puochs  in  bocchia  1'  aga  muarta, 
Cha  spietin  coma  uciei  la  so  bochiada; 
Né  per  nos  a  l'eis  pi  Santemarìe; 
Sai  ben  mi,  quant  che  parie,  chel  che  die. 
Tone. 

15  Barba,  bisugna  dila,  seit  un  on, 

E  r  eis  dut  giust  chel  che  diseit  aucuoi, 
Ma  se  poi  mete  sot  un  bon  paron, 
Per  ave  na  dì  almanco  un  de  so  fioi  ; 
Ch'ai  dis  bonsior  plovan:  da  un  arbol  bon 
A  no  puoi  nasse  mai  se  no  fasuoi; 
Al  "voul  mo  di:  fruz  boins  e  dilicaz, 
Second  eh' a  l'eis  la  pianta  che  li  ha  faz. 
Blas. 

16  Moja  inchin  ca,  ti  no  te  parie  mal  ; 
Ma  chista  l'eis  na  cessa  tant  lontana, 
Che  per  me  de  sigura  no  la  vai, 

Che  soi  pi  vechio  de  la  tramontana  : 
Ma  pur,  pazienzia,  no  me  1'  hai  per  mal, 
Ch'a  puosse  ancbia  daspuò  la  me  chiampana 
Jode  sta  vila  e  la  me  descendenzia 
Sto  ben  de  la  divina  providenzia. 

17  Belzamò  al  coltivia  chel  pi  granduz, 
Col  dai  na  scuola  assidua,  biela  e  santa, 
Coma  chel  ortolan  che  voul  dei  fruz. 
Che  dut  el  di  al  sta  intor  alla  so  pianta. 


304  Joppi, 

E  chei  che  'I  jot  disutilez  ramuz 
A  la  buna  stagion  el  zoncla,  el  sclanta: 
E  col  coventa  el  la  cuolta  e  bagna, 
E  cussi  l'ha  al  so  tìmp  una  cucagna. 

18  Ti,  che  te  sos  ancora  polzetat, 
Tel  vederàg  na  dì  cressut  e  biel, 
E  somejasse  al  pare  dut  affat 

In  purdenzia,  in  bontat  e  anchia  in  cerviel: 
Ma  alora  de  dut  quant  chìsto  cuarpat 
No  ghin  sarà  p\  nuja  diaul  in  che), 
Che  per  me  Teis  sunada  la  completa, 
Né  me  manchia  che  dà  l'ultima  streta. 

19  La  me  malmoria  l'eis  la  me  sfurtuna 
Pi  che  no  son  i  setant' ains  ch'hai  mi, 
Parcè  mi  jode  dute  a  una  a  una 

Le  gran  finezzes  chu '1  m'ha  fat  uehl, 
No  l'eis  no  sot  la  capa  de  la  luna 
Un  zintilon  che  '1  meriti  de  pi, 
Che  '1  saipe  fa  che  duta  le  persone 
Dut  l'amour  e  '1  respiet  a  lui  ghe  done. 

20  Ah!  che  me  passa  ades  per  la  malmoria 
Quant  ch'ai  -vigniva  ucà  per  visitane  ! 
Che  ben  te  sas  che  mi  aveve  la  groria 
De  sta  con  lui  per  dut  dulà  andeàne. 

Al  me  contava  serapro  calche  istoria 
Al  proposit  de  chel  che  parleàne, 
E  mi  stave,  te  poul  imaginate, 
Justa  comout  un  fantulin  ch'ai  late. 

21  Tal  vuolta  al  me  bateva  su  la  spala 
(Chi  sares  co  un  par  mio  che  se  degnas  ?), 
E '1  me  diseve:  Biasio,  come  vaia 
(Biasio  in  latin  se  dis  impè  de  Blas)? 

Mi  alora  me  sbassavo  e  col  chiaf  bas 
De  la  so  viesta  ghe  bussave  un'ala, 
E  diseve  :  al  comando,  so  Celenzia, 
Dut  che!  ch'a  l'eis  de  nuostra  pertìnenzia 

22  Quant  che  me  coventava  calche  cossa, 
0  per  la  me  persona,  o  per  la  vila, 
Bastava  che  una  siliba  aves  muossa, 

0  un  fregulin  di  moto,  per  surtila.... 
Ma  la  parola  in  bochia  se  me  inguossa, 
E  '1  cour  in  plant  e  in  doul  se  me  distila. 


Testi  friulani:  Secolo  XVIII.  305 

A  pensa  che  un  tant  ben,  che  mi  hai  avut, 
Per  seculoru  marne  V  hai  piardut. 
Tene. 

23  Via,  no  ve  desperat  mo  tant,  chiar  vos, 
Propria  ve  dizzipeit  l'amena  e  '1  cour  : 
Saveit  pur  che  '1  mazzasse  de  per  nos 
L'eis  un  dispiet  tiribol  al  Signour. 

E  vos  cussi  ve  lavorat  el  fos 
Con  el  badil  d' un  desperat  dolour  ; 
E  pò  de  dame  a  erode  intendereit 
Che  saveit  chel  che  feit  e  che  diseit? 

24  Consolàve,  su  via:  chi  sa,  chi  sa, 

Che  noi  puosse  torna  anchia  un'altra  vuelta, 
Che  dut  chel  che  l'eis  stat  al  poul  torna. 

Blas. 
Ah  !  Tone,  pajarès  una  racuolta  ! 
Chisto,  ades  che  ghe  pense,  al  se  poul  dà. 
Te  dis  na  cossa  che  la  me  devuolta 
Dal  desperame  e  dal  butame  via; 
Te  m'  has  dat  un  crodial  de  speziarla. 

Tone. 
§5  E  intant  me  par  ch'ai  seipe  un  gran  cuntint, 

Sintl  di  quant  in  quant  la  buna  nova, 
Ch'ai  se  fazze  adora  da  chela  zint 
Dove  che  Podestat  al  se  retruova. 
Sta  cossa  la  soul  dà  del  argumint 
A  chi  per  un  luntan  del  doul  al  prova. 
Barba,  me  par  che  ades  feit  el  buchin, 
E  feit  moto  de  ride  un  tanti  ni  n. 

Blas. 

26  Tone,  ades  un  penseir  biel  m'hai  pensat; 
Zin  subii  via  de  cà  de  chista  strada, 

Zin  a  trova  el  plovan,  o  un  ragionai, 
E  fense  fa  una  biela  spiferada. 
De  chele  in  ciarte  gran  solenitat, 
Che  de  ciarta  se  fan  granda  stampada, 
Cu  'n  biel  anzol  ch'ai  sune  la  trorabeta 
Co  le  ganasse  sglonfe  e  bochia  streta, 
Toae. 

27  Sì  de  chei  sfuoi  de  ciaita,  che  mi  hai     ■ 
Vist  four  de  le  boteghe  al  ruur  tachiaz, 


306  Joppìi 

Che  parin  taìnz  fazzuoi  o  pur  grimai, 
Metuz  al  soul  iuchin  che  sein  sujaz. 

Blas. 
Giusta  de  chei;  ma  el  vero  innon  noi  sais; 
Sai  che  con  chei  se  lodin  podestaz, 
Munie,  pardichiatours  e  altre  cosse, 
Ora  in  litere  negre  e  ora  in  rosse. 
28  Nos  li  Yolèn  fa  fa  in  litera  scura, 

Per  dimostrai  un  sen  del  nuostre  afan, 
Ma  per  fa  scrive  una  tal  scritura 
Ades  l'eis  tarz,  podera  spietà  doman; 
E  intant  che  data  chista  nuot  a  dura, 
Sora  sto  fato  vuoi  pensa  da  chian, 
E  doman  vuoi  dì  cosse  da  spavint, 
Buna  nuot,  e  doman  sarera  darint. 

h.  Sonetto. 
[Dall'autografo  nella  Collez.  Oliva  del  Turco,  in  Aviano  ] 

Se  se  podès  coi  braz  e  cola  pena 
Laudave,  bonsior  Padre  reverenda, 
Mi  vorès  frabichiave  una  legenda 
Cha  fus  almanco  lungia  quant  l'altena. 

Ma  chiaf  ghe  voul  e  un  chiaf  co  la  man  piena, 
No  el  meo  che  '1  eis  pi  ligol  de  una  tenda, 
Dona  mare  ignoranta  in  sta  facenda 
E  m'ha  fat  col  cervici  in  te  la  schena. 

Se  vei'mingrazia  ades  mi  fus  pirit  ', 
In  tal  incontro  sì,  per  Sant'Antone, 
Vores  fame  sintì  da  ca  a  San  Vit. 

E  prubichià  per  dut  a  le  persone 

Che  mai  pardichiatour  no  aven  sintit 
Che  miei  de  voi  combate  col  demoni. 
No  eis.  Sante  Madone, 
Daspuò  che  ha  fat  la  barba  Pordenon 
Mai  tant  sto  pulpit  s'ha  tegnut  in  bon; 

E  mi  tal  pover  on, 
Se  prometeit  torna  ca  un'altra  vuolta, 
Sia  cun  Dio,  ve  impromete  una  racuolta. 


*  Variante:     Se  de  litera  un  puoch  mi  fus  pirit. 


Testi  friulani:  Secolo  XVIII.  307 

e.  Altro  sonetto. 
[Dall'autografo  come  sopra]. 

Bonsior  Pre  Tai'uscelli  bedeuet, 

Si  ben  che  seit  in  tanta  luntananzia, 

Co  la  mint  io  ve  jode  net  e  sclet 

Coma  fussiz  ucà  in  t'ia  me  stanzia. 
Pi  zovin  me  pareit  dut  slis  e  net, 

Vistìn  in  ponto  e  bianco  con  creanzia, 

E  co  un  bultrich  davant  con  bon  rispiet, 

Co  sares  a  dì  l'an  de  la  bundanzia.     < 
No  ve  podeva  nasse  una  facenda 

Che  pi  ve  coventas  de  chista  mai, 

Ch'ai  seipe  fat  Plevau  chel  reverenda, 
Chel  reverenda  che  dai  e  pò  dai 

Al  era  saldo  la  vuostra  legenda 

Dut  quant  el  sentenar  del  dì  a  Rurai. 
Mete  pen  do  anemai 

Che  no  barateàde  sta  zornada 

Per  una  pussission  biela  e  coltada. 

Cha  no  l' eis  co  la  trada 

Liada  la  micizia  tra  de  vos 

Ma  co  un  vench.  cha  cioleis....  * 

Tant  che  seit  un  de  dos, 

El  Plevan  come  a  dì  l'eis  el  telar 

E  vos  seit  la  so  polpa  e  la  so  chiar. 

Donchia,  Pre  Piero  chiar, 

Anchia  vos,  se  l'eis  ver  che  che  mi  die, 

Seit  Plevan,  che  no  F  eis  Sante  Marie. 


il.  Terzo  sonetto. 
[Dall'autografo   come   sopra.] 

Prencipo  benedet!  dut  chel  che  feit 
E  chel  che  stabilit  l'eis  dut  ben  fat, 
Ma  tuoine  ades  un  ben  che  vos  ne  deit, 
Scusami  no  la  eis  duti  ci^iltat. 


'  Non  si  son  potute  leggere  le  parole  mancanti, 


308  Joppl, 

Mi  za  soi  chel  che  vos  respondereit, 
Che  sto  crodiàl  voleit  companizzat, 
Che  l'eis  just  che  ghiu  tochie  almanco  un  deit 
Auchia  a  chei  che  anchiamò  no  l'han  gustat. 

Aveit  rasoD,  ma  nianchia  mi  no  hai  tuart; 
E  se  al  comando  vuostri  no  fus  chel 
Che  con  un  piez  de  cuarda  al  fa  el  cuoi  Stuart, 

Volessan  sequestralo  in  tei  chiastiel 
E  ulà  tignilo  inchina  che  '1  sei  muart  * , 
Ma  lassalu  zi  via,  nò  Diaul  in  chel. 

Ma  cugnìn  sta  in  cervici, 
Tignila  e  sbassa  el  chiaf  al  voleir  vuostre, 
E  planz^  e  suspirà  dut  el  timp  nuostre. 

El  doul  che  sint  e  mostre 
El  nàs  anchia  per  no  podè  sperà 
Chu  mai  sto  ben  de  Dio  retorne  ca. 

L'eis  nat  per  gujarnà 
Altre  barbe  che  nos,  altris  paeis, 
Sto  zintilom  de  vero  nimbro  e  peis. 

Per  altri  sedes  meis 
Se  se  tratas  d'avèlo  un'altra  vuelta, 
Vade  un  par  de  neraai  e  una  racuolta. 


2.  Una  Monacazione  -. 

[Da  una  copia  dell'anzidetta  Collezione.] 

Ulif. 
Cerchia  via,  cerchia  ulà  di  Maddalena 

Par  Sclavons,  par  Romans  e  par  Curtina  % 
Clama,  sivila  pur  di  duta  lena, 
Né  jot  a  comparì  gial  né  gialina; 


'  Variante  di  altro  ms.:  che  soi  moart. 

•  Il  signor  Pietro  Oliva  del  Turco  di  Aviano  trascrisse  il  presente  Dia- 
logo danna  lezione  viziosissima,  scritta  a  modo  di  prosa.  Rifece  egli  i  versi  man- 
canti, mettendo  a  profitto  i  frammenti  che  restavano,  e  li  distinse  con  le 
virgolette.  Anche  questo  Dialogo  è  nella  varietà  friulana  che  ancora  si  parla 
dai  contadini  sulla  sponda  destra  del  Tagliamento,  cioè  in  Cordenons  e  nei 
dintorni;  e  lo  stile  e  altri  caratteri  inducono  a  attribuirlo  allo  stesso  Comini 
di  cui  sono  i  quattro  componimenti  che  a  questo  precedono. 

^  Frazioni  del  villaggio  di  Cordenons. 


Testi  friulani:  Secolo  XVIII,  309 

Domanda  a  Blas,  a  Toni,  a  Pieri,  a  Lena, 
Al  chian,  al  luf,  al  diaul  che  la  strascina, 
Nissiin  sa  dame  niova  né  arabassada 
Di  tang  che  riscontrave  par  la  strada, 
E  adess  che  sarès  timp  de  prendessane 
In  santa  pas  come  '1  Signor  comanda, 
A  no  l'eis  par  fa  fouc  legne  ne  chiane 
Da  cuoi  la  providenzia  che  Dio  manda, 
Femina,  sint,  io  del  sigur  me  dane 
Se  'na  dì  no  te  scuarze  una  vivanda 
Zìi  per  el  chiaf  con  una  manovella 
E  te  sparnizze  in  tierra  la  cerviella. 
Maddalena. 
Diseit  chel  che  voleit,  deme,  copame, 
Scuarziàme  pur,  feme  in  fregui  e  duta. 
Che  dezà  four  de  spine  a  no  altris  grame 
De  lagreme  sta  vai  altri  no  fruta; 
Su  via,  ce  feo?  saziait  la  vuostre  brame, 
Soi  ca  che  spiete  come  un'agneluta. 
Che  dut  el  mal  Io  feit  a  sto  cuarpat 
Che  di  pantan  e  polvara  l'è  fat, 
Ulif. 
Ce  mai  vuol  dì,  vuè  te  sos  tant  buna, 
Ne  ores  che  voltessane  la  barila, 
Parchiè  se  a  sorte  mai  mi  tin  die  una 
Se  sint  el  solve 'l  seculum  favila: 
Par  mi  mo  ades  l'eis  una  gran  fortuna 
Che  no  te  albe  soUevat  la  vila, 
Che  '1  sai  per  esperienza  e  del  sigur 
Che  sane  no  poul  vigni  four  da  sto  mur. 
Maddalena. 
Soi  ca  a  contavo  dut:  Barba  Jerone 
Me  ha  dit  che  sta  doman  «  per  vocazion 
De  lassa  el  mont  'na  bielle  polzetone  » 
A  se  faseva  Munia  a  Pordenon  : 
Mi  me  sintive  el  fouc  de  Sant  Antone 
Se  saldo  no  corevo  a  sta  funzion, 
Soi  stada  donchia  e  mi  ve  lo  pous  dì, 
Credemelo  Marit,  no  soi  pi  mi. 
Ulif. 
Jode  dulà  che  va  a  fini  la  istoriai 
L'opera  sta  doman  che  tu  as  viodut 

Archivio  glottol.  ital.,  IV.  2Ì 


310  Joppi, 

A  te  ha  levat  duta  la  to  bakloria, 
Vuoi  mo  dì  che  la  ha  fat  in  te  del  frut, 
Madalena  te  pree  de  dì  a  malmoria 
Come  fan  a  fa  Munie,  che  imbatut 
A  jode  ste  facende  mai  no  soi, 
Chel  che  fan  no  lo  sai  tan  che  in  tei  voi. 
Maddalena. 

La  glesia  ha  una  finiestra  bassa  e  biella, 
Dentre  le  Munie  han  la  so  chiasa  santa, 
De  four  e  lassin  vuoda  una  stradiela 
Inter  intor  sierada  duta  quanta, 
Bonsior  Plevan  soul  pour  passa  par  chela 
Con  la  so  compagnia  che  con  lui  chianta; 
«  E  parchiè  che  la  glesia  era  tant  piena  » 
«  Cui  fruzava  la  panza  e  cui  la  schena.  » 

Ce  te  non  è  si  sint  lontan  lontan 
Chiantà  lis  laude  sante  benedetis, 
Ce  te  non  è  si  jot  di  man  in  naan 
In  prucision  le  Munie  e  le  polzetis, 
«  A  fevin  riverenzia  a  Sior  Plevan  » 
«  E  a  sbassavin  pò  i  vuoi  che  povaretis,  » 
La  Nuvizza  devant  el  Crucifis 
A  slatinavo  che  ere  un  paradis. 

E  la  aveva  i  chiavei  zu  par  le  spale 
Luncs  e  slis  che  parevin  'na  palada, 
Vistuda  come  fos  là  ca  si  baie 
Cun  abiz  che  valevin  una  entrada  ; 
Di  flocs  e  flours,  de  viole  rosse  e  zale 
La  avea  la  piturina  infrisotada. 
In  soma  a  era,  che  bisuin  in  eis, 
Dal  chiaf  una  belezia  insin  ai  peis 

E  daspò  che  preat  ha  tant  di  cour 
In  part  in  peis,  in  part  in  zenoglon, 
Chel  vistit  cussi  biel  a  giavà  four 
E  zèrin  flocs  e  flours  in  t'un  chianton, 
Una  viesta  ha  vistit  de  un  sol  colour 
Come  chel  verbigrazia  del  chiarbon, 
E  una  goletta  al  cuoi  in  su  voltada 
Che  i  e  platava  mieza  la  fazzada. 

E  una  di  chele  Munie  che  io'^ei 
Co  una  fuorftì  mentila  a  l' ha  tosada, 


Testi  friulani:  Secolo  XVIII.  311 

Pavchiò  là  entra  no  vuàlin  chiave!, 

«  A  si  tira  daspuò  dongia  la  grada  » 

«  Che  fiona,  serant  i  siò  -vuoi  biei,  » 

«  E  a  se  ha  pognet  là  sot  una  sfilzada  » 

«  Par  fa  jodi  che  al  mont  muorta  liee  era,  » 

«  Ma  che  muart  finta  a  ne  pareva  vera.  » 
No  puoi  dì  '1  lagremà  che  lagremava 

La  int,  ma  in  glesia  lo  faseva  a  piane. 

Ma  de  four  burtulà  eh' a  burtulava 

Come  un'armenta  co  l'ha'l  mal  del  lane: 

Planz  a  pensa  sora  sta  tosa  brava 

Che  me  par  proprio  avela  saldo  al  flanc, 

Che  par  timp  a  è  mituda  a  salvamint 

Dal  Demoni,  dal  mont  e  fin  dal  vint. 
Ulif. 
Femena,  hai  fan  e  io  no  puos  pi  sta 

Che  fan  no  vuol  sentì  predichiadura. 
Maddalena. 

Vai  subit  a  fa  fouc  «  ma  prin  ven  cà,  » 

«  Prometìn  de  no  fa  plui  musa  dura  » 

«  E  in  santa  pas  vivìn  d'ades  in  là,  » 

«  Cussi  nanchia  del  diaul  no  avìn  paura,  » 

Che  dulà  che  la  pas  ha  la  so  stanzia 

Idfia  el  Diaul  el  cuin  aveir  creanzia. 


3.  La  Ricetta. 


Strofe  del  secolo  XVIII,  attribuite  a  un  prete  De  Canova, 
di  Liariis  in  Cargna, 

[Da  una  copia  che  è  nella  Collezione  Pirona,  al  Museo  Civico  d'Udine. 

Dulà  dulà  sin  sino 

A  dulà  sino  rivatz! 

Cemot  mai  sì  vivarino 

Cusì  mal  disconsolatz! 
Si  pò  ben  dii  ch'é  finida 

La  ietat  da  buina  int; 

Che  la  feda  jè  fallida. 

L'è  finit  dut  il  bon  timp. 
Alla  buina  d'una  volta 

Chiamiùava'l  mont  sancir, 


312  Joppi, 

E  cùmd  dutt  si  stravolta. 
Non  si  chiata  un  bon  pinsìr. 

Benedetta  V  antigaia, 
Benedet  il  timp  passat, 
Malignada  sei  la  vraia 
Che  '1  forment  ha  dissipat  ! 

E  biel  muarta  la  coscienza, 
Il  rimuars  plui  no  si  sint, 
La  justizia  e  l'innocenza 
Si  las  compra  a  pees  d'avint. 

Da  chest  mont  a  jè  bandida 
La  perfetta  caritàt 
E  cun  iè  a  è  partida 
Anchia  la  sinceritat. 

La  malizia  soprafina, 
Sot  la  spezia  di  bontàt. 
Va  gabant  cui  che  chiamina 
Par  il  troì  da  veritàt. 

Ogni  volta  non  è  buina 
La  raoneda  eh' è  lusint, 
Qualche  volta  è  marcassita 
E  si  crot  che  sei  arint. 

Cei'ta  razza  di  gentaja 
E  cumò  vignuda  fur, 
Come  gran  che  nella  paia 
Fas  lu  neri  e  pierd  il  cur. 

Puàrtin  four  dal  cuarp  de  mari 
Chest  e  chel  che  no  i  voi  dì 
La  malizia,  mi  diclari, 
Simpri  cress  sin  al  muri. 

La  passion  par  me  tant  granda 
Plui  di  chel  che  no  pues  à), 
È  che  di  nessuna  banda 
No  si  chiata  un  bon  ami. 

Nessun  ben  plui  in  sostanza 
No  si  chiata  in  chest  pais  ; 
Sol  il  vizi  ha  fatta  stanza, 
L'è  un  gran  savi  che  lu  diis. 

Trop  si  viod  in  apparenza  ; 
Ma  se  ben  esaminìn, 
Son  cadavers  in  essenza 
Lis  virtuz  che  chiatarìn. 


Testi  friulani;  Secolo  XVIII.  313 

Ogni  chiossa  è  viziosa 

E  dut  è  falsificat, 

Una  lenga  virtuosa 

Me  l'ha  det  par  veritat. 
Una  lez  dutg  vuèlin  fasi 

A  so  mot  cbestg  quattri  dls, 

E  cemot  porrà  mai  dasi 

Che  chest  mont  plui  steti  in  pìs? 
L'ambizion,  lis  prepotenzis, 

L'amor  propri  e  l'interes 

Son  lis  tristis  conseguenzis 

Che  nei  curs  han  fat  l'ingres. 
Si  contenta  il  so  caprizi, 

Si  soddisfa  la  passion, 

E  poi  resta  a  preiudizl 

Del  dar  lum  della  rason. 
Una  ment  preiudicada 

Da  oggets  peccaminos 

No  sa  vó  par  camerada 

Bong  pinsii"s  e  virtuos. 
In  sin  mai  nel  Santuari 

Chest  malor  ha  ciolt  posses, 

Cussi  nò,  che  il  Breviari 

Si  pospon  all'interes. 
E  cui  zug  della  basseta 

Del  trionfo  e  del  trisiet, 

Si  traspuarta  la  completa 

In  sin  mai  dopo  las  siet, 
Zazzarina  cultivada, 

Sottanin,  abet  frauces, 

Azion  trop  afFetada 

Chest' è  poc,  se  noi  foss  pies, 
Cussi  va  la  vuestra  Setta, 

0  San  Pieri  benedet, 

Ha  la  eros  sulla  baretta 

E  nel  cur  il  van  dilet; 
La  pazienza  è  dai  Fraris, 

Cussi  dls  il  volgo  sclet, 

Ma  io  dls  ca  jè  das  maris. 

Dai  artisans,  dai  poveretz. 
0  la  gran  biella  pazienza, 

No  dirai  di  San  Francese! 


314  Joppf, 


Nei  conventz  ogni  licenza, 
Si  in  Italia  che  in  Todesc. 

A  gusta  a  son  di  chiampana, 
Ese  forsi  povertat? 
Poi  alza  'ii[a]  gran  civana 
lu  sin  mai  che  cor  il  fiat. 

E  la  vestra  Compagnia, 
0  Gesù  mio  Redentor, 
Di  chest  raont  la  signoria 
Stima  plui  ch'I  vestri  onor. 

Si  sa  ben  che  un  Gesuita 
No  dovres  tesaurizà, 
Pur  acorda  trop  la  dita 
Che  al  vores  anzi  regna. 

Nellas  cortz  è  fiera  franchia 

Cui  cu  ha  betz  vadi  a  marchiat, 

10  parcè  che  betz  mi  manchia 
No  hai  stola  nò  '1  quadrat. 

Marcanzia  condanada 
Dallis  letz  del  Paradis, 
Simon  Mago  l'ha  lassada 
Ai  plui  dotz  di  chest  pais. 

La  buttega  e  l'osteria 

Son  les  maris  dell' ingian, 

11  mezzàt,  la  spedarla, 
Dei  paìs  son  il  malan. 

Nei  convitz  e  sulla  taula 

No  l'ha  gust  il  trattament,  - 
Se  non  entra  Donna  Paula 
A  servì  par  cuudiment. 

E  la  plui  buina  pietanza 
Si  la  dispensa  al  grimàl, 
A  sares  un' increanza 
L'oiferila  a  un  Cardinal. 

La  sbiraglia  e  soldateschia 
Pies  dal  diaul  il  mal  san  fa, 
Cusì  la  marinar eschia 
Pies  d' ognun  sa  blestemà, 

Chesta  solata  di  canaia 
Se^a  fede  e  religion 


Testi  friulani:  Secolo  XVIII.  315 

È  za  scritta  nella  setta 

Di  Proserpina  e  Pluton. 
In  chest  secul  fìnalmentri 

Dut  il  mont  è  malignai, 

Us  el  dls  sinceramentri 
•  Quasi  dutg  sin  in  mal  stat. 
Dio  nus  viod  in  so  prisinza. 

Sin  ciadutz  in  criminal, 

Vuoi  par  chest  fa  penitinza, 

Vuei  pensa  pai  di  final. 
Pàs  cun  Dio,  o  camerada, 

E  pintìsi  nus  conven, 

Se  volìn  batti  la  strada 

Che  condùs  al  sommo  Ben. 
Se  stais  mal,  chestis  sanguettis 

Accettailis  par  purga, 

Se  stais  ben,  saran  ricettis, 

Per  podesi  preserva. 
Simpri  mal  fas  che  lancetta 

Che  sul  \if  si  fas  sintì, 

Perdonait  int  benedetta, 

Vivit  miei  par  ben  muri. 


316  Joppi; 


VI. 

SECOLO    XI X^ 


a.  Costumanze  e  tradizioni  della  Valcalda  in  Cargna, 
descritte  nell'idioma  del  paese  natio  da  Pre  Leonardo  Morassi  di  Monaio. 

[Ms.  autografo  della  CoUes,  Joppi  in  Udine.] 

L'Ascenso. 

Vevi  dis  ang,  lavi  a  passon  cullas  vachias  tal  bosc  in  companio  di  diviers 
di  lor  0  pin  grang  o  pin  pizzui  di  me.  Tornatz  viers  chiaso  la  sero  a  oro  di 
niirindins,  fermarin  ju  anemai  tal  paso  in  somp  la  Claupa  spietant  cui  soreli 
finis  di  entra.  Fasino  l' ascenso  chest  an?  al  disò  un;  o  via!  rispuinderin  dug 
t'una  vos,  fasinla.  Ce  vino  di  fa?  Mesto  quinzado,  frittulas  e  sopos,  e  si  im- 
pegna ognun  di  provedò  ce  cu  lava  pa  vicina  joiba,  ta  qual  debevo  jessi  la 
fiesto.  La  nott  da  vizilia  non  vegniva  mai  dì.  Si  jevo,  si  ven  a  messo  primo, 
e  dopo  gustat  a  para  four  las  vachias  pin  a  buonore  dal  solit.  Radunatz  tal 
paso  cullas  provistas,  là  vino  di  là  a  impianta  la  coglierla?  Su  dal  Chiastell 
di  Vaschianazias,  e  si  dirizè  l'arment  da  che  bando  dulà  che  lats  su  pa 
ribo,  si  chiato  un  grand  pian  cercenat  da  bosc  neri.  Diu  vuejo  mo  che  viu 
bielo  vito  e  che  las  vacchias  no  mosgi!  Rivats  dal  Chiastiell,  si  pojà  la  fa- 
rine, la  frisorio,  lu  chialdarin,  las  scudielas  e  plateji,  si  fichio  un  pai  di  cà 
e  di  là,  si  leo  con  tuartos  in  somp  di  chei  una  stangia  da  tigni  su  ilu  chial- 
darin cun  l'ago  per  fa  la  mesto  e  dospò  s' iraplo  il  fouc.  Cuetto  ca  è,  si  la 
cuinzo  culla  scuetta  e  cu  l' ont  e  si  mangio  la  mesto  cuinzado.  Si  sbatt  ju 
ous,  si  mesceda  cun  lor  farina  di  forment  senzo  cisum,  si  butta  una  sedon 
alla  volto  jù  pel  ont  buint,  si  giavo  i  boccons  e  inzuccheratz  si  ju  chiafoltz 


*  Questo  secolo  vanta  un  poeta  vernacolo  giustamente  famoso,  Pietro  Zorutti 
(v.  p.  187),  i  cui  versi  popolarissimi,  e  più  volte  divulgati  per  le  stampe,  possono 
anche  valere  a  rappresentare  le  condizioni  odierne  della  varietà  principale,  cioè 
dell'udinese.  Le  differenze  tra  la  lingua  di  Ermes  Colloredo  e  quella  di  Pietro 
Zorutti  si  riducono  tuttavolta  a  ben  poca  cosa.  -  Io  qui  mi  limito  a  pubblicare, 
per  questo  secolo,  due  componimenti  in  prosa,  egregiamente  scritti  dall'ab.  Leo- 
nardo Morassi  (morto  nel  1863)  in  una  curiosa  varietà  della  nostra  ling,ua,  che 
si  parla  a  Monaio  e  a  Solars,  piccoli  paesi  della  Valcalda  in  Cargna. 


Testi  friulani:  Secolo  XIX.  317 

daveutatz  fritulas.  Si  taja  a  grandas  fettas  lu  pan,  si  lu  intengs  tei  ouff,  e 
frittas  ta  menado  cuu  succher  si  davuelt  las  sopos.  Si  stè  un  atim  a  daupà 
su  l'Ascenso.  Così  pasutz,  cui  correva  a  zujà  di  bendol,  di  sitz,  di  purcito, 
di  altolà,  di  tricul  tracul,  di  giato  vuarbo,  di  von,  di  batt;  altris  stava  dongio 
las  bulifas  a  conta  ale.  Culi  diseva  chel,  al  à  dett  gno  cuignat,  al  era  un 
chiastiel  dai  Conts  diLuint,  come  ch'an  d'era  un  in  Frata  sott  Zuviel.  Chei 
Contz  erin  tristg  e  bisugnà  cu  lu  Patriarchia  di  Aquilea  ju  fases  copà  dai 
siei  soldatz.  A  lì  là  che  buso  ai  ei-a  rimagnutz  ju  betz.  Il  Predi  Prezzo  al 
vigni  una  not  cum  omps  di  curaso  a  sconzurà  i  brauji,  ju  tuchuji,  ju  ^- 
monis,  cai  stevo  a  possess.  Fase  primo  lu  cercen  cun  Ago  santo,  cun  ulif 
benedet,  cun  triangul.  Fat  lil  cercen  denti  dal  qual  no  podeva  entra  lu  Giani, 
né  lu  Grandinili,  si  metterin  denti  dutg  quantg  e  lu  Predi  scomenzà  ju  scon- 
zurs.  Un  tignivo  lu  Crist  in  somp  la  mazo  cun  tre  ceris  di  Triangol  impiatz 
e  chei  altris  sapavo,  e  quanta  lu  Predi  ve  benben  lett  sui  ju  Esorcismos,  t'un 
moment  comenzà  a  trimà,  a  sbulujà  lu  terreng,  vierzisi  grandas  gozzeuas  e 
andronas  di  ca  e  di  là  di  lor,  a  sglevasi  e  sradicasi  jui  pezz,  a  vigni  jù  dal 
bosc  e  dal  mont  maserios,  cretz  e  dutg  quant  in  ruvis.  Joi!  ce  più  più  cai 
debevo  vò.  E  lor  durs  a  preà,  a  sconzurà,  a  g1avà  four  tierro  senza  dà  un 
zitt,  parcè  s'ai  ves  chiacherat,  o  s'ai  foss  schiampatz,  ju  betz  sares  sparitz. 

Intant  ai  scuvietz  la  chialderio  dai  betz  culla  laverò  di  fierr  par  soro.  In 
che  volta  ju  tuchui  ai  si  lassar  vede  neris  comò  lu  chialin  da  fumario,  cullas 
giambos  e  ju  peiss  di  vacchio,  culla  codo  di  madrac,  culla  bochia  di  lof,  cui 
cuars  di  cerflf,  cun  'na  gran  forchia  ta  man,  culla  michia  tal  altra  man  par 
schiarià  lu  canon,  in  fin  pai  voi,  pas  vorelas,  pai  nas,  pa  bochio  ai  sclizzava 
lu  fouc  das  fònderas  dall' infierr.  Las  monts  pareva  cas  chiades  soro  di  lor: 
la  gran  serpo  e  duttas  las  bestiatos  eran  par  saltajur  a  dues  e  sbi^anaju  coma 
cnrdelas,  e  custors  durs  comò  pai  di  clutorio,  seben  ch'ai  vevo  la  trimarolo, 
ch'ai  streceava  ju  chiavei,  la  zazzera,  ai  travanava  di  sudor  ju  abetz  pa 
sbigulo  e  pa  fadijo.  Ma  la  chialderia  ai  giavar  dopo  dispossessat  lu  Braul;  tun 
lamp  si  cidinà  dutt  e  ai  lar  a  chiasa  lor  siors. 

Savevei  nuestris  besavons  cai  era  chei  bezz?  Sì,  ai  saveva.  —  Parcè  no 
giavaju  lor?  —  No  for  migo  bongs  di  resisti  dur  ai  tucul,  e  lu  predi  non 
vola  vigni  cun  lor.  Hai  sintut  che  Toni  da  Duga  al  fo  un  an  da  tom  cun 
furetsg  e  ch'ai  dovè  schiampà  da  pouro:  dungio  and'è  engimò  bezz  a  chi  chi, 
e  chei  no  ju  portar  via  dug,  parcè  dut  no  le  cidinat. 

Salta  su  un:  oh  eh' a  è  bielo  ve,  jo  mo  i  sai  cemot  ca  è.  Ai  vignir  cun 
chel  matt  di  Toni  da  Duga  cui  Crist,  ai  faser  lu  lor  cercen,  al  comenzà  a 
lei  una  chiartata  dutta  infuraulado,  ch'ai  vevo  comperado  via  par  da  Soclev. 
Nard  di  Nont  e  altris  di  lor  ai  lavo  devant  di  in  mont  culla  jolza  a  tira  fen, 
ai  sint  a  tal  sit  dal  Chiastel  a  sapà,  a  brundulà,  a  mugnulà,  a  mungulà,  al 
si  vicina  pian  pian  enfi-a  ju  arboi  e  al  si  indacuarz  ca  l'èra  Ju  Magu  Toneat 


318  Joppi,. 

da  Duga  cuq  diviess  forestg  par  scuuzurà,  al  si  ritiro  u  cui  coinpangs  al 
principia  a  bela  di  becc,  a  fa  vosatos,  a  sberla,  e  chei  lasar  dutt  impiantai 
e  ai  schiampar  come  jevers  e  ai  for  struzinatz  da  dutto  la  vilo,  e  lu  nuestri 
Plevan  al  cridìi  bea  ben  al  Dugat,  cai  noi  ven  det  Mago  di  bant. 

Dista  can  seti  striàs  tu?  eh  altri  c'andà.  Son  ches  cas  fas  la  tempiesto. 
As  van  in  Val  Segia,  ta  ches  fontanas  fredas,  dulà  ca  no  sint  la  Chiampauo 
grauda,  e  là  as  sbatt  in  che  ago,  as  fas  ches  balos  di  glazzo  e  as  van  tas 
nuvolas  a  butalas  jù  cui  drazz.  Dopo  as  balla,  as  mangia  di  biel  e  di  bon  e 
as  torna  a  chiaso.  No  si  daccuàrzin  chei  di  chiaso  cas  manchio  no,  parcè 
cas  lasso  la  inghernario  a  fa  ju  servisis  par  lor,  e  la  inghernario  intaut  a  par 
una  femeno  comò  lor.  Ju  predis  tal  orate  fratres  e  ta  benediziou  ai  las  jouc, 
ma  ai  no  pon  pandilas,  si  nò  a  ju  fruzzarès  corno  lu  tabacc. 

Sastu  nuja  dal  Vencol  tu?  Giani  chi  sai!  al  è  stat  sora  di  me  e  al  no  mi 
lassava  vigni  il  flatt  quand  chi  dormivi.  Me  mari  s'iraparcevè,  mi  strinzè 
lu  dett  pizzul  e  al  schiampà  via.  Me  mari  disè  chi  no  stess  ati  a  durmì  colla 
panzo  in  su,  ma  di  boss. 

Al  è  enchia  lu  mazzarot  di  bosc,  ma  chei  noi  fas  mal,  uomo  cun  t  'una  ma- 
zarota  al  batt  ju  claps  e  ju  arboi,  e  al  romp  legnas  e  bruschias.  E  lu  Or- 
culatt?  Eh  lu  Orcolatt  ve,  ai  lu  àn  tant  vidut.  Al  è  un'omenon  grand  pin 
che  un  gigant,  al  no  chiamina  mai  pai  pian,  ma  pai  colms  das  chiasas  lon- 
tanas  una  dall'altra,  al  sta  cun  t  'un  pè  sul  qual  da  mont  di  soro  e  cun  chyl 
altri  sulla  creta  di  misdl  a  mont  di  sott,  e  al  ritt  cai  fas  risunì  las  monts 
corno  cai  tonàs. 

E  las  Aganas?  una  volta  as  era.  As  stava  in  doi  loucs,  sott  lu  nuestri  cret 
das  Aganas  e  sott  la  creta  das  Aganas  di  Ravasclett  in  somp  Valchialdo. 
Qualchi  volto  as  si  lasavia  vede,  as  udava  a  fa  fen,  e  pò  a  fulvo;  quant  cas 
quejevo  e  trespedavo,  as  buttavo  las  popòlas  lungias  davur  las  schialas  par 
ca  no  jur  ingredeàs  ju  peis. 

Lassìn,  ingludln  chestos  falopos,  nus  disè  Tito,  si  no  s'insumiln  di  nott. 
L'ò  mior  fa  la  vento  e  rafanà,  e  al  salta  un  cuc  corno  un  chiamozz.  AI  chiappo 
Toni  pa  piturino  da.camisola,  si  butta  jù  devant  devour,  e  chiadut  culas  spal- 
las,  alza  ju  peis,  jeis  pronta  tal  stomi,  lu  travuelt  dall'altra  banda,  e  chei  cai 
credeva  di  là  soro,  si  chiata  sott  e  vint.  Lu  viut  volèvasi  rimettisi,  gira  di 
ca  e  di  là,  ma  noi  fo  mai  capazz. 

Fatta  la  venta  e  rafanat,  faserin  la  corso:  vevin  un  biel  cori  e  schiampà, 
Tita  di  Banc  nus  chiapà  dutg  quantg. 

Stracatz  cusì,  sentàrin  ta  ombreno  di  un  lartz.  Voròs,  diseva  un,  un  pochias 
di  zaresias  cumò  vò  di  mangia:  eh,  tu  las  slaufarès  ben  tu!  disevo  un  altri. 
Astu  zinzàrios?  sì,  ma  as  son  ingimò  sedàs,  las  insedà  gno  fradi  ce  fa  doi 
ang.  Jo  i  ài  propri  zinzàrios  insedados  cas  an  las  zaresias  di  bott  maduras, 
Gno  von  al  là  a  Zurzuvint  a  tueli  ju  pulius  e  las  insedà.  Intant  las  via  noo. 


Testi  friulani:  Secolo  XIX.  319 

Voi  enchia  jò  metti  zinzàrias,  nujars,  peràrias,  e  melàrias  e  insedàlas.  Distu 
cas  vegno  tu  ?  as  veri  tancu  ce.  Mettìn  cumò  chi  sin  zovins,  e  quant  chi  sin 
grang,  nus  saran  buinas.  Ce  gust  alloro  a  fa  most,  a  secchia  su  pai  for,  a 
mangialas  dapu  cens  e  miriudins.  Gno  pari  al  dls  che  a  Udin  ai  vent  las  za- 
resias,  ju  pers  e  ju  mei.  Là  jù  ve,  al  è  biell.  Tas  strados  non  d'è  clevos,  né 
ribos,  né  claps;  las  chiasos  son  di  tre  ,di  quattri  puartaments,  glesios  grandos 
e  bielos  comu  lu  Paradis,  al  è  lu  Vescom  Lodi  '  vistit  da  Predi  con  un  bareton 
sul  chiafF  e  lu  Pastoral  in  man;  biei  siors,  bielis  sioris  cai  dan  da  voro  ai 
nuestris  cai  van  vintijìi  d'invier  a  travajà  di  sertors,  tessedors,  chialiars, 
marangons,  pettenadors,  faris,  muradors,  slossers,  e  laress  anchie  jò  voluntiir, 
ma  a  l'ha  dett  gno  fradi  cai  sbefo,  minchiono  e  stùzino  s'ai  nus  a  sint  fa- 
vela tal  mot  chi  chiachei'in  noo,  e  jo  par  chest  no  voi  là  gint.  Cemot  favèlei 
lor  pò?  ai  favelo  pulit  pulit  fruzzò  latin,  un  tic  francin,  un  toc  talian  e  un 
poc  venezian:  un  in  t' uno  lengo7  chel  ati  in  che  ata  e  ju  nuestris  a  lajìi, 
squen  tignisi  dur  cui  taliau.  Lu  talian  mo  esel  un  uomp  di  sest?  Ma  sì  cusl. 
Gno  fradi  a  Udin  al  si  ten  dur  a  di  chel,  parcè  quant  cai  fò  lu  Predi  Pi- 
rono-  ta  nuestra  Ostarla  al  chiama  gno  fradi  per  chiacherà  ale  cun  lui,  e' 
chel  predi  di  Udin  favellavo  come  noo,  ma  gno  fradi  svuelt,  al  voleva  lui,  al 
disè  dospò,  tirami  cui  chiargnel,  ma  jo  soi  tignut  dur  cui  talian. 

Joi,  grams  mai  no  !  stin  a  chi  e  las  vacchias  saran  ladas  in  dam.  Anìn 
anln  a  burilas  four.  Tu  va  su  pa  palo,  tu  pai  agar,  tu  su  pa  biochio,  tu  su 
pai  vial  das  tajos,  tu  su  pa  questo;  fait  chiapajur  la  volta,  fait  rastiel  e  voi- 
tailas  jù.  Jo  a  chi  las  fermerai.  Radunat  ju  anemai,  tolerin  su  armo  e  fagot 
e  vegnlrin  viers  chiaso  cuU'ascenso  fatto.  Tal  e  qual  a  fo  che  bielo  zornado 
e  maghari  ca  tornàs  e  chi  ves  cun  me  qualchidun  di  Udin  da  rafanà  e  chia- 
cherà chestas  e  altras  falopas  cun  lor,  par  cai  stess  enchia  lor  cui  chiar- 
gnel e  no  simpri  cui  fiirlau. 


b.  La  parabola  del  figliuol  prodigo, 

esposta  da  Pre  Leonardo  Morassi  nell'  idioma  di  Monajo  e  Solars, 
nella  Valcalda  di  Cargua. 

[Dal  ms.  autogr.;  v,  il  num.  l.J 

Parla  '^ Ambrogio  delle  Storie''  (lu  storie):  Ben,  su  contarai  la  storio  dal 
fii  prodic. 

Uo  pari  al  vevo  doi  fiis,  e  lu  pin  zovin   di   culor  disè  :  pari ,  dàimi  in  cà 


*  Morto  nel  1845. 

-  L'ab.  Jacopo  prof.  Pirona,  autore   del    Vocabolario  friulano,  morto  nel 
1870. 


203  Joppi; 

chel  cai  mi  ven.  E  lui  fasó  da  so  robo  tre  parlz.  E  da  11  a  poos  diis  lu  pin 
zoven  fagotà  dutta  la  soo  in  t'uno,  e  là  vio  lontanon  lontanon,  e  cun  puems 
plens  di  vizis  e  cuu  puemos  viziosas  al  fruzzà  dut  quant,  un  tic  in  zucgs,  un  tic 
in  danzas,  un  altri  tic  in  pacbiocà  a  panzo  pieno  e  trop  ingimò  in  mil  ma- 
tedatz.  Quant  cai  lassa  so  pari,  al  ero  un  biel  funtat,  vistit  con  t'uno  bielo 
camisolo,  un  ping  biel  pettoral  di  scarleet,  braghessos  curtos  di  pann  fin 
cuUos  rincbios  d'arint  dapé,  scufons  blancs  corno  lu  lat,  scars  lustros,  la 
zazzero  ben  sgredeado;  da  chiaf  a  peis  al  ero  corno  un  biel  dì  '.  Chialailu 
cumò  a  no  l'è  ping  a  cheli.  Ala  lu  chiapiell  rot  e  da  cragno,  ju  chiavei  in- 
gredeatz,  la  muso  sporchio  e  magro  corno  uno  strio,  la  camisolo  slambrado, 
lu  pettoral  rot  e  senza  battons,  las  braghessas  sbradinados,  ju  scufons  plens 
di  buccbèros  senza  leams  di  tiguiju  su,  par  cui  al  mostro  las  polpos  das 
giambas  brusadas  dal  soreli  e  ju  scars  ai  i  sbeleo  cun  tantas  di  bochiatas. 

Lait  a  là  vede;  a  vede  chel  fiat  cai  volè  a  puesto  impianta  so  pari  par 
no  abadalu  e  par  buttasi  malamenti.  Ma  a  no  finis  migo  cusì  par  lui. 

Al  ve  di  vigni  in  chel  ann  disesiet  di  grandissimo  miserio  -,  e  abbandonat 
da  dutg  ju  sie  colegos,  sì  ridusè,  a  preà  un  paron  ca  lu  lassas  là  a  pason 
tal  so  bosc  cui  purcitz  par  magna  grand,  e  a  no  i  lassavin  mangia  avondo 
nencbio  di  cbest. 

Una  dì  pin  dal  solit  sì  lu  vedevo  malìnconi,  sentat  sot  un  rovol,  pojat  cui 
comedons  sui  zenoi,  cui  cernelì  in  tal  puing  e  denti  di  so  al  rumiavo:  «  Soi 
«  propri  stuf  di  faa  chesto  vito.  In  cbiaso  di  gno  pari  son  tang  operaris  cai 
«han  avondo  ce  mangia,  e  parcè  àje  jo  di  crepa  da  fan  a  chi  chi?  Curazo, 
«  disè,  nujo  poùro,  voi  torna  da  lui  e  voi  dii  :  pai'i,  jo  bai  fat  malamenti,  no 
«  pues  pratindi  di  jessi  clamat  vuestì  fii  ;  tignimi  almancul  comò  un  dai  vue- 
«  stris  lavorantz.  »  Al  jevo  su,  si  met  in  strado,  e  dopo  qualchì  timp  e  fadijo, 
vedèlu  za  rivat  da  vicin  alla  cbiaso  dal  Pari.  Lu  pari  che,  o  par  gust  o  par 
desideri  dì  vedèlu  a  tornaa  una  volto  da  lui,  al  stavo  chiauland  pa  cam- 
pagno  da  uno  lindo  da  cbiaso,  al  vede  nà  sì  né  nò  da  lontan  a  avicìnasi  un, 
e  par  ordin  cai  si  vicinavo,  si  daquartz  e  si  imparces  ca  l'ero  propri  lui.  Al 
pensavo:  saressel  mai  cbest  lu  gno  fii?  ven  jù  pa  scbilinados,  e  va  a  ìncon- 
tralu  sulla  strado.  Il  fiat  al  jouc  che  chel  ca  i  ven  al  vìers  a  l'è  propri  so 
pari:  «cumò  stoi  ben  ve,  al  disè,  al  mi  ba  sigur  cunusut.  »  Al  resto  a  1 
implantat  comò  un  pai,  ìmpalidìs,  ai  salto  la  triraarolo.  Chialait  doos  per- 
sonos  pari  e  fii  che  van  a  incontrasi,  il  fii  trimo  da  poìiro,  il  pari  al  è  dut 
alleri.  Ma  chialait  il  bon  vieli  cemot  cai  sfuarzo  lu  pass  par  incontralu,  e 
incoutrat  ca  lu  à:  «tu  sees  pur  tornat   o  fii!»,  «Pari,  disè  il  fii,  soi  stat 


'Variante:  la  chiameso  blanchio  corno    un   dint   di   chian  cullos  tripos  di 
foor  dal  pettoral  e  cui  manins  cai  cuviarzevin  miez  lu  puing. 
^  Il  1817,  anno  di  carestia. 


Testi  friulani:  Secolo  XIX.  321 

«trist,  perdon.  »  «  Jevo,  i  rispuint  il  pari,  chi  gi  imbrazi.  »  E  senza  lassai  di 
dì  uno  peravolo  solo,  ai  salto  da  pruf  di  lui,  lu  chiappo  a  braz  a  cuel,  e  lu 
busso  e  lu  torno  a  bussa,  e  lu  bagno  cullas  lagremos.  Po  dopo,  voltat  ai  ser- 
vitors  che  erin  biel  a  lì  daur  di  lui,  jur  disè:  «  Lait  in  pressa,  davrìt  lu  gno 
«grand  armar  e  puartait  ju  ping  biei  vistiment[s],  parcè  chi  hai  da  vist\  lu 
«gno  fii.  Lait  in  tal  chiot,  dispeait  da  trisef  lu  pin  gras  vigiel ,  mazzailu, 
«  squarteailu,  fait  un  bun  past  di  nozos  e  di  sagro:  farès  gnocs,  chialsons,  lo- 
«sagnos,  joto  di  risis,  rost,  specs  sulla  gradelo,  crostoi,  frittulos  e  sopos. 
«  Prechiàt  la  tavolo  in  ta  stuo,  jo  uee  soi  dutt  in  t'  uno  legrezo  parcè  cest 
«fii  l'ero  rauart  e  a  l'è  risuscitat,  lu  vevi  piedùt  e  lu  hai  chiatat.»  L'or- 
den  ven  pandut.  Van  dugh  a  ghioldi,  a  parechià  pai  gran  past  di  sagro  e  di 
nozo,  tant  ju  servitors,  che  las  voros,  che  ju  lavoradors  del  Sior  Paron. 

Lassin  di  seà  e  di  volta,  lu  reonaz,  di  spandi  las  solz  e  di  trespedaaju 
remìs,  di  implantaa  lu  midili  da  medo.  In  menuus  implàntin  las  tajos  e  la  lisso 
al  cridà,  bauf  !  dal  lor  condutor.  Corrin  viers  la  bergerio  a  pojà  lu  sapìn,  lu 
angheir,  la  lado,  ju  grifs;  lu  scotton  lasso  di  fa  la  polento,  ju  pastors  lògbin 
las  vachios,  las  pioros,  las  chiaras:  van  ta  casèro  e  tal  celar,  pàrin  da  bando 
lu  musso  culla  gran  chialderio  pieno  di  lat,  parin  ben  denti  lu  tappò  tal  sizzal 
parcè  cai  no  si  spandi  lu  siz;  voltin  lu  formadi  e  la  scuoto  sul  tabio;  im- 
plàntin la  fedario  e  di  gnavà  la  menado  da  pegno,  e  dutg  corrin  viers  la 
chiaso  del  bon  paron  uzzinant  da  legrezo. 

Las  voros  e  las  mamolos  mettin  su  ju  biei  cass  e  fazzoletz,  giàvin  las  dar- 
bedos  e  metin  ju  scars  e  lu  grimal  ros.  Ju  fameis  e  ju  zornadeirs  si  viestin 
anchio  lor  biei  biei  colla  robo  das  fiestos,  e  ju  maridatz  coi  abetz  nuvizzai. 
Qualchidun  e  qualchiduno  dai  ping  raorbinoos  van  a  balaa  tal  stali  là  ca  si 
suno  lu  viulin  e  lu  liron  e  si  baio  minuvetz,  sbòlzeros,  e  sclavos  tant  ca  si 
voul.  Qualchidun  chianto  bielos  raganizzos  ta  cort  e  sot  ju  balcons;  qualchidun 
che  san  fa  las  bielos  smorfios,  stan  a  chiacherà  cui  Sior  Paron  e  cui  so  fii, 
intant  ca  si  fas  lu  past.  Eh!  ce  biel  vedee  chei  cogus  e  ches  cusinarios  e 
ches  mamolos  a  fa  dut  biel  in  chiaso,  e  a  parechià  lu  mangia  e  ju  golosetz. 

Sulla  lars  art  un  biel  fouc  no  migo  di  legnos  tarondos,  o  di  sclausers,  o  di 
bruschios,  ma  di  legnos  di  vespol  sclapados,  secchiados  sul  legnar  cas  ar- 
devo corno  chiandelos  e  fasevau  un  biel  borostaì  ;  ta  gran  rimino  boi  la  chiar; 
ta  techio  lu  togh  di  vigel;  suUas  gardelos  ai  fumo  iu  specs,  in  somp  pizouC 
al  cor  attor  lu  rost.  Menio,  sul  desc,  sbat  ju  cocs  par  fa  las  fritulos  e  las 
soppos  indorados,  Marto,  sul  taulèir,  culla  mescolo  distiro  la  pasto  di  forment 
par  fa  crostui,  fritulos,  gnocs  e  chialsons  e  losagnos  e  pizzacocoi.  Mark), 
culla  ingernario  biel  novo  no  vial  ingerno  la  stuvo,  saldo  con  un  coni  ju  peis 
da  lunghio  tavolo  e  distiro  su  ju  biei  mantij  e  mett  sore  ju  tonts  di  stang, 
las  furchitos  e  sedons  d'arln.  Par  rivaa  sulla  musolero  m.et  lu  bredol  sot  ju 
peis,  e  tira  jìi  ju  muzoui.  Nissun  ha  padira  e  dutg  han  pouro  di  ingludaa 
ale  e  di  no  fa  content  lu  paron  e  ju  invidatz. 


322  Joppi, 

Ven  l'oro  di  gusta;  a  soh  preparados  ping  di  uno  tavolo,  uno  pai  Sior  Pa- 
ron  e  fii  toriiat  e  pa  fameO  coi  siors  e  sioros,  l'altro  pas  voros  e  operaris  e 
pastors;  uno  altro  pai  sunadors  e  balladors.  Oh  si  vessis  vidut  ce  bons  man- 
giàs,  ce  legrezzos,  ce  fiestos  e  davuais! 

Al  torna  intant  da  campagno  lu  grand  fii  dal  Paron.  «  Ce  batiboi'esel  mai 
«  chest,  al  disè,  esel  negozi  che  gno  pari  seti  daventat  mat?»  «No,  rispuint 
«  un,  dut  chest  al  è  par  la  reson  ca  l'ò  tornat  vuesti  fradi,  eutrait  enchio  voo 
«a  gioldi»;  e  lui  noi  volevo  migo  entra  chel  mattuzzel,  e  fo  bisigno  che  lu 
pari  al  vignis  fourtacort  a  prealu!  E  lui  rispiendè  a  so  pari:  «  Ese  chesto  la 
«  maniero  di  tratta  cun  mee?  Jò  stàus  tang  ang  simpri  soget,  strusià  corno  un 
«  chian  la  me  vito,  fa  ogni  je?"bo  un  fas  par  tigni  cont,  e  mai  da  Diu  no  ses 
«  stat  bon  di  dami  un  vigiel  dispopat  e  gras  chi  ves  podut  gioldi  cui  mie  col- 
«legos;  ce  un  vigiel?  nienchio  un  zocul  né  una  bimo;  torno  four  chel  straz- 
«  zou  di  vuesti  fii  dopo  di  vee  dut  davualdut  cullas  soos  femenatos,  si  mazo  lu 
«  ping  biel  vigiel  e  si  met  dutto  la  chiaso  sot  soro  da  vers  matz.  »  No  la  verès 
finido  chest  dottoron,  ma  so  pari  lo  confond  ;  «  Fii,  ai  disè,  chiar  tu,  no  staa  a 
«  dii  cusì.  Ce  cu  è  gno  l'è  enchio  to;  ma  l'ero  ben  lu  percè  fa  un  bon  past  e 
«  fa  legrezos;  dapò  che  chest  gno  fii  l'ero  muart  e  al'è  tornat  a  vivi,  l'ero  pier- 
«dut  e  al'è  tornat  a  chiatà.  » 

Vedeso  fantatz,  vedeso  puemos  dulà  che  la  laressis  a  finì  se  volessis  im- 
pastanà  vuesti  pari,  che  ìnchimò  dopo,  par  ve  un  poc  di  ben,  dovaressis  torna 
pintitz  e  squìntiatz  da  lui  ! 

Al  disevo,  vede,  lu  Razidiacono  di  Guart,  chel  bon  vieli,  che  quant  cai  fas 
la  predichio  se  la  torno  a  conta  in  filo,  parco  cai  chiàchero  par  chiargnel  e 
no  par  latin,  al  disevo:  Chel  pari  bon  al  è  lu  Signor,  chel  fiat  sin  no  poc  di 
bons.  Tornln  da  lui,  pintìs,  cai  nus  trattarà  ben  e  al  farà  fa  fiesto  lassù  in 
Paradis. 

Si  chiatarìn  chi  chi  Domenio  dopo  giespoi,  e  su  dirai  su  ju  proverbios  che 
disevin  gno  von   e  me  vavo. 

TJno  degli  uditori  chiede  a  un  altro  di  Stalis,  che  è  dello  stesso  Comune  di 
Monajo:  «E  tu  frutat,  ai  disè,  parcè  mo  astu  ridut  quand  chi  disevi?  »  E  un 
terzo:  «Parcè  chi  dìsln  in  as  e  lor  dlsin  in  es.  »  «  No  voi  chi  si  struzinais  par 
«  chest,  rispundè  lu  Storie.  Ju  nuestris  vons  e  las  nestras  vavas  nus  han  in- 
«  segnat  a  favela  cusl.  No  altris  Salaress  dìsin  par  esempli,  las  nolas  e  las 
«cocolas,  vo  altris  Stalarees,  seben  nassutz  un  sol  quart  d'ora  plui  in  là, 
«diis:  les  noles  e  les  cocoles;  chei  quinci  su  di  Rigulat  e  Culina  e  Sigilet 
«disia  invezo:  las  nolos  e  las  cocolos  ',  e  chei  dal  Chianal  di  S.  Canzian 
«in  louc  di  dii:  noo,  disin:  wwo,  in  louc  di  dì:  "ooo ,  disin  vuo,  cun  un  uu 
«strett  franceis-;  chei  jù  pai  Friul  ai  spudis  lu  is ,  js ,  iis  come  guselas^  e 


*  Cfr.  Arch.  I  502  n. 
'  Cfr.  Arch.  I  498. 
=  Cfr.  Arch.  I  502  n. 


Testi  friulani:  Secolo  XIX.  323 

«par  chest  no  Tè  di  ridi;  par  dugh  quantg  al  è  onor  a  conseivà  la  lor  lenga. 
«  Quand  chi  si  sia  fatz  intindi  ce  chi  vin  tal  chias,  via  favelat  beu  avondo. 
«  Magari  che  a  chei  cai  van  pai  raont  no  vessia  dissipai  lu  nestri  lengaz,  me- 
«  sedaalu  cui  taliaa,  cui  furlaa,  cui  frauzeis,  parcè  cai  disevo  gno  besavon, 
«che  a  chi  cM  si  chiacheravo  una  volto  spagnool  biel  e  bon  ».  ' 


*  Poiché  è  accaduto  che  iu  questa  collezione  di  testi  inediti  non  potesse  aversi 
alcun  saggio  della  varietà  friulana  del  mio  paese  natio,  si  condonerà  che  tra 
i  saggi  del  secolo  XIX  io  qui  ristampi  un  sonetto  di  quell'egregio  pa- 
triota goriziano  che  è  Carlo  Favetti.  Fu  scritto  e  pubblicato  a  Venezia,  nel 
1869.  G.  I.  A. 

Chel  me  pais,  che  l'Alpe  Giulia  siara 
E  cui  Lisunz  va  fin  nella  marina, 
Quand  vioderai?  Quand  busserai  che  tiara, 
Che  nassi  mi  ja  viodut  e  là  in  ruina  ? 
Lontan  di  te,  o  me  Guriza  chiara, 
Uaa  vita  jo  meni  errant,  meschina; 
Quand  finirà?  E  il  leu  della  me  bara 
Dulà  sarà  tajat?  Cui  lu  iuduviaa? 
Le  ver,  soi  esiliat  nel  paradis, 
In  patria  me,  cui  mei,  e  li  ber  soi, 
E  speri  simpri  ia  plui  alegris  dis  ; 
Ma  tantis  voltis  che  pensand  io  stoi 
A  chel  che  jai  lassat  nel  me  pais. 
Mi  chiatti  cullis  lagrimis  nei  voi'. 


324  Joppi , 

VII. 

APPENDICE. 

Testi    italianeggianti,    scritti    nel    Friuli, 
dal    1290    alla   metà   del  secolo   XV. 


1.  Statuti  della  Fraglia  de' Battuti  in  Cividale. 

[Da  apografo  cartaceo  del  secolo  XIV,  néWArchivio  Notarile  di  Udine, 
Varia  Historica,  Voi.  I.] 

1890. 

Li  infrascriti  ordinamenti  e  statuti  fati  cura  conseglo  de  savi  frari  minor  e 
predicator  e  de  altri  savi  e  boni  horaini  de  Cividal  in  Millesimo  ce  e  no- 
nanta a  df  VII  intrant  Setembrio. 

Enfra  li  altri  ordinamenti  e  statuti  fo  ordinato  e  statuto  ni  nisuno  no  debia 
esir  rezevuto  in  la  fradalia  deli  batuti  de  Sancta  Maria  sotto  nisuno  pato  e 
condicion  si  no  lyberamentri  queli  chi  voi  observar  ly  statuti  dela  fradalia. 

Item  chi  zaschaduno  frari  debia  quant  el  pò  batir  lo  so  corpo  ogna  dorae- 
niga  e  ly  festi  di  tuti  ly  apostoli  e  per  ogna  fiata  chi  veu  fata  prosesione 
dir  XXV  paternoster  e  sxv  avemaria. 

Item  ogna  fiata  chi  alguno  dela  fradalia  mur  u  homo  u  femina  dir  xsv  pa- 
ternoster  e  xxv  avemaria  et  esir  personalmentri  alo  corpo  del  morto. 

Item  ogna  domeniga  chi  ven  fata  prosesion  per  zascaduno  frari  u  saror 
dela  fradalia  chi  sarà  Io  so  anevual,  dir  v  paternoster  e  v  avemaria  per  I-a- 
nima lor. 

Item  zascaduno  frari  e  saror  de'  pagar  ogna  anno  in  lo  df  de  Sancta  Maria 
de  candeli  denari  ij  in  aiutoiùo  deli  poviri. 

Itém  ogna  fiata  quant  alguno  dela  fradagla  si  è  infermo  ed  eli  sia  comandat 
a  veglar,  elo  de'  andar  u  mandar  per  si  a  veglar. 

Item  chi  nisuno  no  debia  esir  revuto  in  la  deta  fradagla  si  inanzo  no  à  la  sua 
capa  cum  la  qual  si  de'  batir. 

Item  chi  zaschaduno  de  la  fradaglia  de'  rezevir  una  ora  in  anno  lo  corpo 
nostro  Signor  Jhesum  Cristo. 

Item  chi  zaschaduno  dela  fradalia  de'  aver  pas  e  bona  volontat  cum  lu  so 
comfrari  e  per  quelo  chi  romagnes  de  aver  pas  e  concordia  sia  dislito  de  la 
fradagla  e  altri  plusor  ordinamenti  chi  é  di  grant  consolacion  e  hutilitat  aly 
animi  e  al  corpo. 


Testi  italianeggianti  del  Friuli:  Secolo  XIV.  325 


2.  Canzone  in  morte  di  Bertrando  Patriarca  d'Aquileja*. 

[Leggevasi  in  fondo  a  un  protocollo,  oi^a  smarrito,  degli  anni  1345  e  1346, 
il  quale  faceva  parte  deWArchioio  Comunale  di  Tolmezzo  ed  è  ricopiato 
neW Archìvio  Capitolare  di  Udine,  Voi.  XXXII,  Mss.  Bini,  Varia.] 

1350-1. 

AI  nome  de  Christo  e  de  Sancta  Maria 
Or  m'ascholtate  tenz  in  cortes]  a 
El  lamento  de  la  chasa  d'Aquileja 
tuti  quanti, 
D'una  dolosa  pena  congrua  e  plana 
Del  nobel  Patriarcha  Ser  Beltramo 
De  quel  Signore  ch'à  lu  so  sangue  sparto 
sul  camino. 


'  Bertrando  di  San  Genesio,  francese,  succedeva  l'anno  1334  a  Pagano  della 
Torre  nella  sede  patriarcale  di  Aquileja.  Benché  in  età  avanzata,  diede  prove, 
durante  il  suo  governo,  di  non  comune  energia,  congiunta  a  saggezza  e  bontà 
d'animo  singolari.  Volendo  egli  frenare  le  continue  guerre  che  i  Castellani  del 
Friuli  movevano  tra  loro  e  contro  il  Principe  comune,  s'attirò  l'odio  di  codesti 
ribelli;  i  quali,  uniti  al  Conte  di  Gorizia,  attesero  armati  il  loro  vecchio  Pa- 
triarca e  Signore  sui  prati  della  Richinvelda  alla  destra  del  Tagliamento,  il 
6  giugno  1350,  mentre  da  Sacile  egli  ritornava  a  Udine,  circondato  da  pochi  e 
fidi  amici.  Nel  breve  combattimento,  restò  ucciso  il  Patriarca  con  parte  de'  suoi 
seguaci,  altri  de'  quali,  come  Federico  di  Savorgnano  e  Gerardo  di  Cuccagna, 
de'  maggiorenti  del  Friuli,  rimaser  prigionieri.  Il  corpo  di  Bertrando  fu  rice- 
vuto in  Udine,  dal  clero  e  dal  popolo,  colla  massima  pompa  e  collocato  nel 
Duomo  dedicato  a  S.  Maria,  ove  ancora  si  venera  col  titolo  di  Beato. 

Nell'ottobre  del  1350,  papa  Clemente  VI  innalzò  alla  Chiesa  di  Aquileja  Ni- 
colò di  Lussemburgo,  fratello  dell'Imperatore  Carlo  IV.  Nicolò  non  ne  pren- 
deva possesso  se  non  il  21  maggio  dell'anno  seguente;  ma  sua  prima  occupa- 
zione fu  di  vendicar  l'antecessore;  e  prima  che  finisse  il  1352,  molti  castelli 
de'  nemici  di  Bertrando  erano  atterrati  e  molti  de'  suoi  aggressori  spenti  dal 
carnefice. 

La  lingua  della  rozza  e  toccante  Canzone,  che  oggi  vede  per  la  prima  volta 
la  luce,  sa  decisamente  di  friulano,  e  dovremo  perciò  attribuirla  a  autor  friu- 
lano. Fu  composta  sùbito  dopo  la  nomina  o  la  venuta  del  Patriarca  Nicolò,  e 
quindi  fra  l'ottobre  del  1350  e  il  maggio  del  I35I,  prima  che  questi  desse  prin- 
cipio alla  terribile  vendetta,  a  compir  la  quale,  dice  la  Canzone,  egli  era  stato 
eletto  dal  Papa,  per  eccitamento  dell'  Imperatore. 

Archivio  glottol.  itjxl.,  IV.  22 


326  Joppi; 

Cantar  ve-  vojp  del  Patriai'cha  fino 
Che  fazea  honore  al  gi-ant  e  al  pizinino, 
La  sua  persona  sempre  zeva  alegra 
A  quel  Signore 
De  li  soi  fratri  lu  bon  redemptore 
Per  mantenirse  in  pase  cum  honore 
Et  del  fomento  a  grant  tradisone 

A  cum  dolja. 
Quando  el  fo  presso  de  quella  gente  ria 
Misser  Beltramo  pien  de  cortesia 
El  pregava  Christo  e  la  Vergin  Maria, 
A  mi  perdona. 
Misser  Fedrigo  in  d'avia  grant  dolore 
Quant  el  vedea  ozider  lo  so  Signore 
Lagremando  el  dise  en  fra  lo  so  core 
Ay  me  dolente! 
Che  de  la  Glesia  sempre  fo  fervente 
De  mantegnerla  amico  chu  la  nostra  zente 
Sempre  la  mare  de  Christo  el  clamava 
En  veretade. 
A  quel  de  Chucagna  comenzó  a  parlare 
Misser  Gerardo  lo  fyol  en  veretate 
E  chu  la  spada  voglio  esser  liale 

al  mio  Signore. 
E  de  la  patria  sempre  fo  servitore 
Da  mantener  le  entrade  a  grant  honore 
La  chasa  d'Aquilea  cum  grant  valore 
a  mya  possanza. 
Ed  in  quel  di  fo  morto  l'humel  Patriarcha, 
Quando  a  Udene  zonse  le  novele 
Duta  zente  allora  lagremave 

Lu  so  Signore; 
Quel  padre  dolzo  plen  fo  de  cortesya, 
Quant  el  fo  morto  de  quella  zente  ria 
Lu  povul  d' Udene  chu  la  cheresya 
Suspirava, 
Cavalgaudo  a  quel  nobel  Signore 
Del  raes  de  jugno  fo  la  tradisone 
Quando  el  passò  clamai  a  Dio  Signore 
Su  lo  camino. 
Lu  povul  d' Udene  si  se  pareclave 
Per  tor  lu  corpo  suso  in  quella  fyata 


Testi  italianeggianti  del  Friuli:  Secolo  XIV.  327 

A  Sancta  Maria  lu  corpo  portava 

de  quel  Signore. 
Lì  prelati  e  li  soy  dependenti  in  quella 
Cantar  le  vesperi  cum  devotione 
Orava  Dio  e  la  Vergin  Maria 

che  li  perdone, 
Che  della  glesia  imperator  corona 
De  la  casa  d'Aquilea  terra  bona 
Per  tuto'l  mondo  si  fo  rnenzonato 

in  ogni  parte. 
Quant  le  novelle  zonse  al  pare  Santo 
Del  Patriarcha  ch'à'l  so  sanguo  sparto 
Li  gardinali  en  fazfa  gran  pianto 
e  lamento: 
Lu  Santo  Papa  en  d'avia  dolya 
De  quel  patron  de  la  virgin  Maria 
Che  delli  tre  del  monto  a  quello  d'Aquilea 
era  clamato. 
L'emperadore  disse  al  pare  Santo 
Un  altro  Patriarcha  sia  levato 
Che  li  traditori  vada  gastigando 
per  rasone. 
Imantinent  el  fo  levat  Signore 
Misser  lu  Patriarcha  Nicoloe 
E  de  le  glesie  el  manten  rasone 

cum  posanza. 
De  la  chasa  d'Aquilea  francha  lanza 
La  plui  leal  che  sia  en  Pranza 
Che  in  questo  porta  nomenanza 
de  prodeze. 


3.  Poesia  amorosa. 


[È  sul  rovescio  di  tin  atto  d'ignoto  notajo  udinese, 
della  metà   del  secolo   XIV,   neW  Archivio   notarile   d' Udine.] 

Zovenita  sta  segura  sei  ti  piaci  alguna  cossa  ven  a  me  senza  pavura  no  star 
malancuniosa  di  dinar  io  no  ti  digo  darotini  com'ostagi  si  chi  ben  saray 
fornita  raegl  chi  tu  fossi  zamai  e  si  tu  mi  crederay,  nata  situ  invia- 
turosa. 


328  Joppi*, 

Camarelli  puy  di  milli  doneróti  alto  do  milli  e  Castelli  et  palafreni  quant  tu 
andaray  per  camini  sì  chi  ben  saray  fornita  di  zo  chi  ti  fay  ministeri 
e  di  barcheti  e  di  speronerò  deletando  a  ti  zuyosa  *. 

Tropo  mi  retorna  in  noya  T  impromessi  che  tu  mi  fay  e  dinari  no  mi  besugna, 
arica  son  corno  tu  say,  si  duto  '1  mondo  tu  mi  dessi  no  mi  tocheria  za 
may,  in  altruy  som  inamorat  va  cum  Deo  pensando  lu  vay  [sic]. 

Tu  mi  passi  [pasci]  pur  de  rissi  [risi]  e  di  veti  paroleti  pasorete  etu  [sei  tu] 
deventata  de  li  volta  pluy  di  sete  [sette]  ben  non  crederia  mintir  se  disesi 
vintisete  o  creti  che  sia  zudeu  o  cretu  che  sia  menzonero. 

Zovenita  ora  m'intende  sei  ta  gravass' il  venire  doneróti  girlandeta,  vistiróti 
ben  vestita  e  sei  ti  piazanl  corona  e  cofeneti,  per  cuvrirsi  e  caputo  al  fio- 
rentina tosto  ti  farò  aver  soy  ministeri  si  chi  men  saray  fornita  di  zo 
chi  ti  e  di  falcheti  e  di  livreri  deletando  a  ti  zuyosa. 


4.  Celebrazione  di  matrimonio. 

[Dagli  atti  del  notajo  Ermacora  Bonomo,  di  Billerio,  anno  1354; 
neW Archivio  notarile  d'Udine.] 

Verbum   quod    fit   quando   aliquis    desponsat   usorem. 

In  nomine  Patria,  Filij,  et  Spiritus  Sancti  amen.  In  prima  mentre  e  lo  si 
e  divignudo  da  Dio  e  dala  sancta  mare  madona  sancta  Maria  e  de  li  xii  apo- 
stoli e  di  tuti  li  sancti  e  di  tute  le  sancte  e  di  tuta  la  cort  di  cel,  da  li 
quali  si  diven  tuti  li  donoi  e  tul  [sic]  beni  e  tute  le  gratie  chi  noi  avemo 
in  questo  mondo  e  pò  si  e  stado  piasamento  dali  amisi  da  una  parte  e  dal 
altra  a  qua  al  honor  di  Dio  e  dela  mare  soa  congregadi  e  asunadi  e  si  che 
ve  digo  e  prego  chi  sei  fosi  nisuna  persona  a  qua  od  altro  che  savese  per 
nisun  modo  over  causone  d'  enzegno,  da  rasone  over  di  fato  o  per  paren- 
tado 0  per  impromisioue  che  alguni  de  lor  avese  impromitudo  a  nisuna  altra 
persona:  per  le  qual  chose  lu  matrimonio  non  podese  divignir,  che  Io  debia 
dir  a  qui  et  in  presente  di  caschun  omo  e  chi  se  lo  lo  dise  da  qua  inanzi 
e  lo  no  li  vignirà  cridudo  e  dir  noi  pregaremo  Dio  e  la  soa  mare  vergine 
Maria  che  lu  dia  gratia  di  viver  un  con  l'altro  a  lungi  tempi  e  di  far  con 
le  cose  che  sia  honor  dal  corpo  e  salvamento  da  la  anima  e  di  far  fioli  e 
fiole  chi  sia  servidori  di  Dio.  —  Et  tunc  die  sic  :  —  Dona  Berta  laudavo 
Martin  fiolo  di  Sabadin  per  vostro  legitimo  sposo  e  marido  segondo  comanda 


'  A  questa  strofa  sono  aggiunte  le  seguenti  parole,  forse  a  guisa  di  varianti, 
senza  che  si  veda  come  debbano  andare  collocate  :  e  di  iascheti  e  di  fiori  da- 
rotini  milli  paghi. 


Testi  italianeggianti  del  Friuli;  Secolo  XIV.  329 

la  rasone  de  la  Cort  da  Roma  e  la  Cha   d'Agulea   e  la   usanza  di  Friul  un 
ora,  l'altra  e  la  terza  etc:  et  similiter  de  viro:  —  Martin  laudavo  etc. 


5.  Lettera 

di  Mainardo  di  Villalta  ad  Artrusino  di  Cividale, 
sull'incendio  della  villa  di  Villalta  fatto  dai  Signori  di  Uruspergo. 

[Arch.   Municip.  di  Cividale.] 

1358  «. 

Amigo  so  Karissirao  Artrusino  de  Civitat. 

Al  amigo  so  Karissimo  Artrusino  de  Civitat  io  Meginardo  de  Vilalta  si  ti 
saluto  cum  bono  amore  e  si  ti  mando  mostrando  sopra  a  qui  de  Wspergo 
chi  e  stado  in  la  villa  de  Vilalta  bora  trasora  de  note  e  si  hanno  brusada 
e  robada  la  villa  e  si  anno  presi  li  mei  servitori  io  te  prego  per  lu  mio 
amore  chi  tu  lu  debi  mostrar  a  li  boni  homini  de  Civitat  e  che  li  faza  con- 
tra  de  mi  si  comò  noi  s'avemo  impromesi  e  deba  displaser  a  tuti  voi. 
Data  in  Vilalta  di  iiij  de  Bruma, 


6.  Lettera 

dei  Capitani  Patriarcali, 
scritta  durante  l'assedio  del  Castello  di  Ragogna. 

[In  atti   di  Leonardo  di   Gorizia,   notajo   in   Gemona; 
Arch.  notar.  d'Udine.] 

1365,    agosto   o   settembre. 

Al  Capitani  e  del  Conseglo  di  Glemona. 
Al  Conseglo  del  cumun  di  Glemona,  no  chi  semo  in  per  lo  patriarca  ca- 
pitani de  la  bastia  -  respondemove  sovra  una  letera  la  qual  voi  mi  mandase 
per  le  arme  e  per  le  cose  di  Zuanuto  e  di  Perozo,  sovra  questo  ve  respon- 


*  Manca  in  questa  lettera  l'anno,  come  si  usava  in  que' tempi,  ma  lo  si 
desume  dalla  deliberazione  del  Comune  di  Udine,  4  dicembre  1358,  di  soste- 
nere Mainardo  di  Villalta  contro  le  violenze  de'  Signori  di  Uruspergo  (Arch. 
Mun.  di  Udine). 

^  Bastia  fatta  per  assediare  il  Castello  di  Ragogna. 


330  Joppi, 

demo  chi  noi  no  avemo  cosa  nisuna  del  loro  salvo  che  una  coracina  e  un 
slopo  lo  qua!  era  di  Perozo,  sapia  chi  per  lor  zoe  Zanuto  e  Perozo  non 
manca  chi  la  bastia  non  fo  presa  chi  siando  dentro  de  la  bastia  intrambi 
due  eli  si  arenderono  agli  inimisi  zoe  a  Cola  de  Regogna:  no  semo  vostri, 
voi  save  ben  quel  chi  vo  ave  a  far. 


7.  Lettera 

al  Comune  di  Cividale, 
nella  quale  s'annunzia  una  scorreria  degli  Udinesi. 

[Da  una  copia  che  è  nella  Collezione  Portis-Guerra  in  Cividale.] 

Nobilibus  ac  Sapientibus  viris  Gastaldioni,  Consilio  Terre  Civitatis  Austrie 
Dominis  meis  carissimis  in  Civitate  '. 

Ogni  debita  recomandation  inanzi  metuda.  Sapia  che  un  vostro  e  mio  amigo 
si  me  manda  her  alle  xxiv  hore  digant  com  lo  marasalch  ^  a  Uden  con  una 
grant  brigada  esf,  debba  entrar  està  notte  in  Cividal  a  fare  non  bone  et 
honeste  cose  a  instantia  de  chui  quel  amigo  soradetto  e  mi  non  lu  savem: 
onde  io  ve  n'aviso.  Se  io  pos  far  alguna  chosa  per  vuy  e  per  lu  bon  stado 
comun  di  Cividat,  io  son  sempre  presto  a  ogni  vostro  chomandamento. 

Dada  in  Chastelut  a  di  xxviii  de  Setembre. 

El  vostro  in  dut  Virgili  di  Cividat. 


8.  Lettera 

del  tempo  della  lega  de'  Veneziani  col  Conte  di  Virtù. 

[Da  una  copia  come  sopra.] 

1387  \ 

Al  nobil  homo  Nicolò  de  Anzello  in  Cividat  sia  dada. 

Nicolò  di  Anzello  yo  Ulvino  ti  saludo  et  sapi  che  yo  ày  favellai  ad  una 
femina  di  Zucho,  la  qual  si  é  stada  in  Udino,  chi  elio  si  diseva  in  Udino  per 
agli  boni  homeni  chi  gli  Veniziani  non  volevin  triuva  ne  pace  per  nissuno 
modo  e  specialmente  dopo  chi  fo  fatta  la  lega  chu  lu  Conte  de  Virtude  del 
qual  gli  homini  da  Udine  mostra  da  esser  grami  e  faravin  volentiero  triuva 


'  Risaliamo  sicuramente  al  1386-87,  epoca  delle  grandi  differenze  tra  Civi- 
dale ed  Udine. 

*  Maresciallo  Patriarcale. 

^  La  lega  risale  a  quest'anno.  N 


Testi  italianeggiauti  dui  Friuli:  Secolo  XIV.  331 

no  fossi  per  discomplaser  agli  Veneziani;  e  disin  gli  boni  homini  si  egli  vor- 
ressin  a  quegli  da  Cividado  e  di  Savorgnano  ti'iuva,  no  da  Udino  la  conve- 
gneressimo  far  pei*  forza,  e  no  varavi  chi  elgi  facessin  altro  si  no  taglar  lu 
nasso  di  fin  a  X  femini  li  quali  esin  di  fora  da  Udino  chi  in  chel  hora  nis- 
suna  femina  no  oseravi  esir  per  paura  chi  elio  no  gli  fossi  tagliado  lo  nasso; 
elgi  no  podevan  ben  seselar,  ni  legni,  ni  erba,  ni  carbon,  ni  nissuna  chossa 
in  Udin  portar  e  si  disin  a  quelgi  da  Udino  chi  li  poveri  femini  si  hanno 
mantignudo  e  mantegnino  ancora  Udino.  Prego  ti  Nicolò,  chi  tu  mostri  que- 
sta latira  agli  Deputadi  chi  egli  pigliassino  alguno  arimedio  s'ello  ti  par- 
Prego  ti  chu  tu  mi  scrivi  chi  triuva  sia  tosto.  Dio  sia  cun  tey. 

Ulvinus  de  Chanussio. 


9.  Poesia,  d'amore. 


(Si  legge  appiè  d'un  atto  di  pugno  del  notajo  Nicolò  di  CoUeprampergo,  in 
data  d'Udine  27  febbrajo  1397;  Arch.  notar.   d'Udine.] 

Queli  ochi  honesti  pien  d-amore 

Si  m'àn  ferito  a  morte  en  lu  mio  core. 

Ed  timi  ferito  d-un  dardo  mortale  che  m-à  pasato 
Nisuna  midisina  no  mi  vale  che  da  amore  son  invelenato 
Se  no'l  piacer  dì  voy  viso  arosato  sempre  m'apello  servitore; 
Queli  ochi  ecc. 

Per  mio  servitor  may  no  t'appellar  de  questo  sono  certa 
Che  se  per  me  porti  pene  e  guay  di  questo  son  contenta 
Quasi  per  certo  tu  m'avia  averta  *  far  no  sapesti 
Unde  porto  pene  e  dolore. 

Dolor  ne  voy  portar  dona  poy  che  vi  piace 
May  lu  mio  cur  sempre  é  vostro  servo  veraze 
May  io  vi  prego  dona  se  vi  piace  che  perdonò  a  chesto  peccatore. 

Né-'l  to  dire,  nó-'l  to  fare,  né-'l  to  marze  chiamare 
Non  ti  vai  niente,  tu  debevi  l'atro  ben  pensare  che  io  no  era  curente, 
May  volo  che  tu  sapia  certamente 
Che  deli  ochf  miei  no  averà  rigore. 

Queli  ochi  soa  che  m-àn  conducto  a  morte  unde  non  posso  scampare 
A  mi  non  vale  aiuto  ni  conforto  ne  anche  marze  chiamare 
Se  no  la  morte  che  me  dò  iudare,  or  mi  lamento  a  Dio  nostro  Signore. 


'  Parole  incorte. 


332  Joppi* 

Amor  no  ti  poss-'io  più  celar  lu  nostro  inamorameuto 
Duta  e  son  tua  el  no  ti  pò  raauchar  al  to  intendimento 
Io  farò  se  vivo  che  tu  saray  contento 
Però  ti  prego  non  fare  più  remore, 
Queli  occhi  ecc. 


10,  Parafrasi  poetica  dell' Aue  Maria. 
[Dagli  atti  di  Gio.  Paolo  de  Prioribus,  notajo  di  Venzone;  Arch.  noi.  d'Udine. 

1430. 
Ave  Regina  Celi  superni  celi 
Maria  voleste  parturire  quel  fructo, 
Grada  per  dar  a  tuti  noi  fedeli. 
Piena  tu  fosti  d'ogni  don  perfecto 
Dominus  volse  per  tuti  noi  salvare, 
Teeum  habitare  nel  tuo  ventre  delecto, 
Benedicta  sei  sopra  noi  exaitata, 
Tu  produxesti  vita  si  che  simille 
In  mulieribus  mai  non  fo  trovata 
Et  benedictus  ben  se  pò  chiamare 
Fructus  producto  senza  algun  peccato 
Ventris  tui  ussl  per  morte  portare 
Ihesus  superno  el  to  fiol  dilecto, 
Sancta  mazor  tra  li  beati  sempre 
Maria  vocata  ananzi  el  tuo  conspecto 
Ora  prò  nobis  o  dolze  mare  pia 
Nunc  et  in  hora  perfin  a  la  partita 
Che  de  la  eterna  vita  ne  dia  la  via. 


11.  Lettera  d'affari 
di  un  Cividalese  al  Consiglio  di  Cividale. 
[Dall'orig.  in  carta,  Collez.  Joppi^ 
1437  '. 
[A  tergo.]  Onorevoly  e  circumspecty  Singory  Provededory 

e  li  Singory  del  Chonseglo  in  Cividal  detur. 
OnorevoUy  e  circumpechty  [sic]  Singory  Pi'ovededori  el  ]y  Sigory  del  Con- 
seglo,  o  receuda  una  vostra   letera  '1  qual  me  face  chomandamento  che  io 


*  La  data  di  questa  lettei-a  si  desume,  oltreché  dal  carattere  e  dall'  epoca 


Testi  italianeggianti  del  Friuli:  Secolo  XIV.  333 

ilebja  pagar  el  degan  di  Sent  Stefano  d'uni  porcij  li  qualy  e  tolsi  de  Maur 
de  Sulcit.  Singory  e  o  fata  la  mia  rason  cum  Maur  e  cliun  lor  in  la  chaneva 
de  lu  Blanch  presente  Ser  Tomas  di  Ser  Adam,  lu  Blanch  bechar,  el  lu 
fiol  Chulau  di  Blas  di  Burul  Drega  di  Masaroly,  Lorenc  de  Blacen;  io  Chu- 
lau  si  restai  a  dar  a  Maur  o  a  li  merchedanty  marche  di  soldi  xi  e  for- 
toni  tre  ed  a  questo  si  e  lu  vero  e  di  questi  denari  si  diey  al  Chranger  marche 
ij  lu  lor  compango  presente  Ser  Francil,  Simion  di  Ser  Pauly.  Itera  si  diey 
a  Jancil  lu  fiol  di  Jost  di  Zegla  marche  ij  per  chomandament  del  det  Degan 
di  Sent  Sciefin  el  luni  a  fo  prisint  Ser  Francil,  Simion  di  Ser  Pauli,  Nicholo 
0  Sar  Daur  bechary  che  io  lur  diey  de  lu  resto  io  si  lur  hai  vogludo  dar  ad 
esso  in  Plez  quando  ely  vengir  de  Sant  Martin  marche  iiij  in  menary  e  Io 
resto  un  vasel  de  vino  e  questo  se  fo  de  pato  chel  y  devessy  tuo  menarii'. 
Singorij  de  quel  che  io  deba  far  mi  per  la  parte  mia  zoe  de  marche  vii  e 
fortoni  tre  non  se  ne  partirà  da  me  chel  voglo  pagar  e  li  dise  che  li  non 
ano  da  far  chun  mi.  Prego  li  gracij  vostry  sei  ve  piase  che  el  vogla  ricever 
questi  denary  zoe  marchi  vii  e  fortoni  tre  venga  soo  che  el  voglo  achordar 
senza  nesuna  chustione.  Singory  e  seravi  vengudo  chun  luy  su  e  speto  lu 
Retor  de  Rosacy  marty  de  sera  el  me  chonven  esser  chun  luy  per  far  ly  pocs 
di  e  per  sentar  a  rason  in  perzo  che  so-  lor  Degan  e  se  questo  non  se  pò 
chordar  e  sero  de  li  poc  dì  lasù  zoe  Sabeda.  Prego  li  gracij  vostry  che  me 
abia  per  schusado  per  questa  rason. 


in  cui  vissero  i  Signori  Tommaso  di  Adamo  e  Simone  di  Paolo  Formentìni 
di  Cividale,  da  note  di  mano  di  ignoto  notajo  di  Cividale,  fatte  sul  rovescio 
e  segnate:  1437,  19  decembre. 

*  Comperare  (togliere  =  pigliare)  mannaje. 

=*  Sono. 


334  Joppi , 


Vili. 

Aniiotììzioni  e  Frammenti. 


1. 


Le  voci  0  forme,  che  qui  si  dichiarano,  mancano  per  "la  massima  parte 
al  Vocabolario  del  Pirona.  Le  cifre  e  lettere  richiamano  il  secolo  e  il  docu- 
mento a  cui  spetta  l'esempio.  S'omettono  le  riduzioni  burlesche  dei  nomi 
proprj  ariostei  (sec.  xvi,  num.  8,  a  e  &),  come  Lizèr  Ruggiero,  Forecùl  Fer- 
rati, ecc. 

dbetz  abiti  xix  ò.  alto  là  nome  d' un  giuoco  xix  a. 

aganas  Fate  dell'acque  xixa.  *  andoy  ambidue  xiv  13. 

Agolea,  Aulea,  Oleja,  Aquileja,  aras  rape  xv  13. 

XIV  3,  7.  arasons  ragioni  xv  13. 

al  aglio  XV  13.  arefuidd  rifiutare  xv  13. 

alhìarc  albergo  xv  3.  arciavol,  arciaul,  arziavul,   ar- 
allàt  andato  xvi  8  a  (10).  donasi,  arcidiacono  xiv  5. 

alUri  allegro  xix  a.  ares  eredi  xv  9. 

almens  almeno  xvi  8  a  (2).  aribola  riboia  xiv  5. 

almuesino  elemosina  xv  2.  ariceu  ricevere  xiv  5. 


*  Questa  denominazione  mitologica  è  ben  diflfusa  anche  fra  le  genti  ladine 
e  semi-ladine  della  sezione  centrale  della  zona.  Se  ne  veda  il  beli'  articolo  : 
aiguana,  nell' 'Idioticon'  dello  Schneller  {Die  roman.  volksmundart.  in 
Sùdtìì'.,  I  106),  la  cui  ricostruzione  etimologica  (aquanae)  ha  nuova  conferma 
dalla  voce  friulana  o  carniella.  Ma  egli  ha  dimenticato  il  verso  di  Fra  Gia- 
comino da  Verona: 

Né  sirena  né  aiguana  né  altra  consa  he  sia 
(MussAFiA,  Monum.  ant.  d.  dial.  it.,  30,  103),  che  a  me  è  ricordato  dal  Rajna, 
cioè  dall'editore  del  'Bovo  d'Antona',  nel  quale  è  quest'altro  verso; 

Eia  é  più  bela  de  fada  ni  d-ayguanà 
(Rajna,  I  Reali  di  Francia,  I  566).  E  l'Aquana  si  accompagna  fra  i  Ladini 
col  Silvanus  (v.  Schneller,  o.  c,  106  173);  il  quale  però  ricorre  anche  fra 
i  Lombardi  e  i  Subalpini  (v.  Flechia,  Arch.  II  10;  e  pur  Mussafia,  Bcitr.  z. 
kunda  d.  nardi t.  mundart.,  78  n.).         A, 


Testi  friulani:  Annotazioni  e  frammenti. 


335 


ariquile  reliquie  xiv  5. 

ariziet  ricevuto  xiv  9. 

aronc  ronco  xvi  26. 

art:  nu  art  (egli)  ci  guardi  xv  15. 

arudandg  rovinacci  xv  13. 

aruvind  rovinare  xvi  8  a  (6). 

Ascenso     festa    dell'  Ascensione 

XIX  a. 
asgnervade  snervata  xv  18. 
Aulea,  V.  Agolea. 
aulta  vogliamo  xvi  18  a  (20). 
aventi,  venti,  là  intorno  xvi  8  a 

(65). 
Avenzonas  Venzonesi  xiv  5. 

balfueriis  bravate  xvi  8  a  (1). 

hatem  battesimo  xiv  5.* 

batt:  di  hatt,  nome  di  un  giuoco 
('di  battere'),  xix  a. 

hauf:  cridd  bauf,  grido  usato  dai 
boscaiuoli  della  Cargna,  a  in- 
dicare che  un  lavoro  sì  sospen- 
de, XIX  b. 

bendol,  giuoco  che  consiste  nel 
lanciar  lontano,  il  più  che  si 
può,  uno  stecco  che  si  tiene  tra 
le  dita  di  una  mano,  per  mezzo 
d'un  altro  stecco,  tenuto  dal- 
l'altra; XIX  a. 

bette  abita  xvi  8  a  (33). 

bichirigis  beccherie  xiv  9. 

biochio,  beorchie,  terreno  incolto 
XIX  a.  ** 

bochasin  n.  di  stoffa  xv  13. 

borostai  mucchio  di  brace  xix  a. 

boss:  di  boss,  di  fianco  xix  a. 

bosc  neri  bosco  di  abeti  xix  a. 

bradoons,  cosa  mangereccia,  come 


si  vede  dal  contento,  ma  è  voce 
oggi  sconosciuta;  xvi  2b. 

brasagl  bersaglio  xiv  8. 

brani,  brauij,  folletto  xix  a. 

briglient  accattabrighe  xvi  8  a  (8). 

brisigkell  furfantello  xvi  8  6  1. 

bruchidir  brocchiero  o  scudo  xvi 
8  a  (11). 

bulifas  pignatte?  xix  a. 

bulpine  martella  xvi  8  b  (1). 

bus  bue  XIV  4;  v.  Ann.  gramm. 

caraduris  carreggi  xiv  7. 

cechd  mangiare?  xvi  8  a  (5). 

chalzicie  (la)  calci  xvi  8  a  (74). 

chargele  cargnella  xv  13. 

chiaf  sforadi,  capo  bucato  o  vuoto 
XVI  8  b  (7). 

chialart  sguardo  xvi  8  a  (41). 

chidmire  camera  xv  23. 

chierebaldan,  erba  o  primo  fieno 
XVI  8  a  (49).  Leggo  schiabal- 
dana,  per  'cosa  di  poco  valore', 
nella  li  Nov.  del  Sermiai.*** 

chió  cosa  XV  1. 

chona,  o  ghone,  cintura  di  pelle 
XV  18. 

chu  che  XVI  8  a  (1). 

chu  'l,  che  il,  XVI  8  a  (4). 

chun  con  xvi  8  a  (6). 

churtigiduris  quarti   d'agnello? 
XV  13. 

cintri  qui  entro  xvi  8  a  (62), 

dar:  a  dar,  chiarificato,  xvi  7. 

cocs  uova  XIX  b. 

codér  quaderno  xiv  8,  xvi  8  b  (15). 

con  quando  xiv  3. 

corre  correva  xvi  8  a  (32). 


*  Cfr.  Ardi.  I  24  64. 

**  Cfr.  Arch.  I  517  e  545  a. 

***  V.  Arch.  I  298:  chiahaldana. 


336 


Joppi , 


crosette  un'arme  xvi  8  a  (7). 
crous  croci  xiv  5. 
cruvir  coprire  xiv  4. 
cu  quando  xvi  8  a  (34). 
cuì^aso  coraggio  xix  a. 

daceuarztn  accorgiamo  xix  a. 
ddrbedas  zoccoli  xix  5.*    , 
daupd  mangiare  in  fretta  xix  a. 
davuais  scompigli  xix  b. 
davualdut ,   dipanato ,   e  metaf.  : 

dilapidato,  xix  b. 
davuelt  compongono  xix  a. 
diespul  vesperi  xv  13. 
dio  dica  XV  17. 
disietdt  nausea  xvi  8  a  (43). 
dispantezavin,  da  pantez  tritume, 

XVI  8  a  (52). 
dispopat  slattato  xix  b. 
dispidarin   disputeremo  xvi  8  a 

(20). 
dividison  divisione  xv  2. 
doneson  donazione  xv  2. 
dui  tutti  xvi  8  a  (62). 
dus  conduce  xvi  3. 

entrefado  ingresso  xv  b. 
[esendo  uscendo  xiv  1  ;  v.  gisint.] 

faie  fango  xvi  8  a  (61). 
fedesor  fideiussore  xiv  7. 
fertuli  frittelle  xv  13. 
fiergis  ferri  xiv  7. 
fitison  affittanza  xv  10. 
flévar,  fievole,  debole,  xvi  8  b  (13). 
fonderas  fondi  xix  a. 
frisachensi ,    danari    aquilejesi, 

XIV  2. 
francin  francese  xix  a. 


franzùm^  frangio,  metaf.:  imba- 
razzi, XVI  8  b  (14). 
fruzzó  briciolo  xix  a. 
fu  fuoco  XV  1. 
fumario  cucina  xix  a. 
furchitos  forchette  xix  b. 
furimielg  fornimenti  xiv  10. 

giani,  diavolo  o  altro  spirito  ma- 
ligno, XIX  a. 

gisint  uscente  xiv  3. 

gnavd  cavare  xix  a. 

gozenas  caverne  xix  a. 

grand  ghianda  xix  b, 

grandinili,  folletto  che  porta  la 
grandine,  xix"a. 

gustar  pranzo  xiv  4. 

gustdt  id.  XIX  a;  in  Cargna,  il 
'gustare',  ossia  il  pranzo,  si  fa 
alla  mattina. 

ibut  avuto  XVI  8  a  (48). 
iestri  essere  xvi  8  a  (10). 
imbertonat,  innamorato,  da  ber- 

ton  drudo,  xvi  8  a  (2). 
imparces  (si)  s' accorge  xix  b. 
inculurU  incollerito,  xvi  8  a  (25). 
indacuarz  accorgo  xix  a. 
infanch,  infanzat,  giovanotti,  xvi 

Sa  (1,  42). 
infinte  in  fino  xvi  8  a  (42).** 
infumidado  affumicata  xix  a. 
inghernario,  granata,  scopa  (m- 

ghernà  scopare)  ;  xix  b. 
ingnostri  inchiostro  xvi  3. 
innovai,    ineval,     anniversario, 

XVI  5. 
inoleid  dar  l'olio  santo  xv  13. 


*  Cfr.  per  ora:  Pirona  s.   ddlmine\  Schneller   o.  c,  s.   dambra  137  e 
ddrmole  232.        A. 
**  Cfr.  Arch.  II  446. 


Testi  friulani:  Annotazioni  e  frammenti. 


337 


injKntidor  pittore  xiv  2. 
intantesim  trentesimo  xiv  5. 
iottho,    una   certa   broda   (jote), 

XV  11. 

isgnot  questa  notte  xvii  1  b  (42). 

ite  gittó  XVI  8  ò  (10). 

ittaaz,  gettati,  sdrajati.  xvi  2  b. 

jestrì  V.  iestri. 

jevers  lepri  xix  a. 

Jolza  slitta  da  fieno  xix  a.  * 

jouc  vedono  xixa. 

ladOf  ascia  da  squadrare  travi, 
XIX  J.  ** 

larts  lardo  xix  a. 

lartz  larici  xix  a. 

las  Iato  XV  11,  xvi  8  a  (21). 

laverò  lastra  xix  a. 

tavureiacion  lavoro  xv  18. 

legnar  legnaja  xixa. 

lent  legno  xv  19. 

letevane  puerpera  xv  13. 

lippe  fugge  XVI  8  a  (32).*** 

lìsso  canale  formato  di  travi,  per 
farvi  scivolare  le  grosse  piante 
tagliate  sui  monti,  xix  6. 

littirum,  Metterume',  letteratura, 

XVI  8  a  (2). 
lus  l'uscio  XV  1. 


lus  luoghi  XV  1. 

lutar  luterano  XVI  8  b  (10);  e  di- 
cesi d'ogni  non  cattolico. 

mdmul  (fem.  nidmule)^  servo  e 
giovanetto,  xiv  5,  xvi  8  a  (81), 
XIX  b. 

may  albero  di  maggio  xiv  5. 

raagl  pes,  cattivi  o  scarsi  pesi, 
XIV  8. 

malmuerio  memoria  xv  2.  f 

marlup  sciocco  xvi  8  a  (57). 

matarusse  mazza  xvi  3  a. 

mazarota  mazza  xix  a. 

mazzarot,  mazzarul,  folletto,  che 
si  credeva  vagare  per  i  monti, 
battendo  gli  alberi  con  una 
mazza,  xix  a.ff 

melg  milium  xiv  3. 

mels  meli  xix  a. 

menade  da  pegno,  siero  da  zan- 
gola {pigne),  xix  a. 

-menSf  v.  almens. 

mesto  cuinzado,  pasta  molle,  fatta 
con  farina  di  melgone  e  aqua 
calda,  e  poi  condita  col  burro, 
XIX  a. 

meytat  metà  xv  8. 

wiecZri  misura  per  l'olio  xv2.  fff 


*  II  bormiese  ha  lolza  slitta;  e  di  altre  voci,  che  consuonano,  si  veda  per 
ora  lo  ScHUCHARDT,  TJeb.  einige  falle  bed.  lautw.  im  churw.,  42.         A. 

**  Forse  T'ascia  larga'.  I  riflessi  del  lat.  'latus  lata'  sono  sempre  ben 
vivi  nei  Grigioni  {lad  lada  ecc.),  v.  Arch.  I  9  100  146  164.  A. 

***  Cfr.  il  com.  slipà  sdrucciolare,  fuggir  di  soppiato,  sguizzare,  nap.  allip- 
pare  svignarsela,  e  altre  voci  che  consuonano,  in  Mussafia,  o.  c,  106n.      A. 

f  Cfr.  Arch.  I  423. 

-J-J-  Cfr.  Mussafia,  o.  c,  s.  mazaruol,  e  Flechia  nel  1.  e.        A. 

■\-\-\-  miedri  non  può  non  corrispondere  a  'metro',  ed  è  ben  notevole,  com'è 
ben  regolare,  questa  elaborazione  vernacola  dell'antica  parola  (metro-  aérpo-). 
Quanto  alle  norme  della  riduzione,  v.  Arch.  I  489  506-7.  Vero  è,  che  secondo 
la  regola  dell'ultima  evoluzione  friulana,  il  d,  poichò  succede  all'accento,  do- 
vrebbe tacere  (viéri  *vel[e]r-o,  2«'('''<'  petra,  allato  a  vedràn  pedrctd,  ecc.;  ib,, 


338  Joppi, 

ìnirindins,  merenda  o  refezione, 
tra  il  pranzo  e  la  cena,  xix  a. 

moìiastet  monastero  xv  10. 

Mori  {Seni)  San  Mauro  xv  10. 

mosgi  inf.  ;  dicesi  degli  animali 
che  prendono  la  fuga  mentre 
sono  al  pascolo,  perchè  mole- 
stati dalle  mosche  ;  xix  a. 

mot  modo  xv  1. 

vnurlon  zuccone  xvi  8  a  (6). 

musolero  rastrelliera  xix  a. 

musso,  grue  di  legno  che  serve  a 
sostenere  la  caldaja  sul  fuoco, 
invece  di  catena,  xix  b. 

muzoui  piccoli  bicchieri  xix  a.  * 


nòrie  punto?  xvi  8  a  (6).  In  una 
canzone  di  quel  tempo: 
Disé  Toni  in  che  norie, 
Fradis  stait  a  sinti  dutte  l'historie. 

Olejo  V.  via  e  Agoleja. 
orcolat,    peggiorativo    di    orcul, 

orco,  XIX  a. 
oris  fiate  xv  13. 
otom  autunno  xv  6.  ** 
ouss  uova  XIX  a. 
oy.  ch'io  ylu  pagarcs  xv  1. 

palo  prato  in  pendio  xix  a. 

pali,  palit,  palio,  xiv  12,  xv  15. 

pagnarogl,  fuochi  di  gioia  che  si 
facevano  col  bruciare  delle  for- 
melle bucate  {colag),  di  sego, 
XIV  8. 


pan  prendi,  refezione,  xix  5,  xvi 

8  a  (81). 
pani  panicum  xv  2. 
pedonagla,  compagnia  di   soldati 

a  piedi,  XIV  8. 
pers  neri  xix  a. 
picùl  ceci  XV  13. 
pilot  palo  XVI  8  a  (64). 
piloz  freccio  xiv  8:  fiate?  xvi  8 

a  (80). 
pin,  ping,  più,  xix  5. 
pirvidorio  officio  de' Provveditori 

XV  1. 
pizoue  V.  somp. 
pit:  in  pit  invece  xv  1. 
pividresso    moglie    del    pivatore 

XV  2. 

pizzacocoi  manicaretto  in  forma 
di  picecùl,  il  frutto  della  rosa 
di  macchia,  xix  b. 

plantùm  'piantume',  piante,  xvi 
8  b  (10). 

playt  placito  xiv  5. 

plovijs,  V.  vigijs. 

popólas  mammelle  xix  a. 

poschiale  (si),  si  guarda  indietro, 

XVI  8  b  12. 
prendi  v.  pan  prendi. 

prandi  lunedì,  v,  Pirona;  xv  1. 
prindut  preso  xvi  8  a  (67). 
priolo  de  la  zelo,  Priora  del  Mo- 
nastero della  Cella,  xiv  3. 
privai  preso?  xiv  8  a  (56). 


527);  ma  è  ben  consentaneo  all'età  di  questo  documento,  che  il  d  ancora  vi 
persista  (cfr.  vyedri  xiv  11,  e  così  viadro,  allato  a  viaro,  nel!' antica  Vene- 
zia, *vet[e]r-o,  Arch.  I  455;  e  anche  v.  le  analogie  che  ivi  si  adducono  a 
p.  513  n,  e  514-15).  Circa  poi  all'uso  di  'metro'  per  misura  di  capacità,  che 
è  quanto  dire  all'  uso  di  'metro'  nel  significato  di  metreta,  si  consideri  per 
ora  l'esempio  che  è  nel  Du  Gange:  l'edimatur  metro  vini.        A. 

*  Cfr.  Arch.  I  511  497. 

**  Cfr.  Arch.  I  507  520. 


Testi  friulani:  Annotazioni  e  frammenti. 


339 


puing  pugno  xix  a. 

Puschido,  villa  di  Colloredo,  fuor 

di    Porta   PoscoUe,    una   delle 

porte  d'Udine,  xv  17. 

guai  da  moni  colle  della  monta- 
gna XIX  a. 
quartueis  quarti  di  agnello  xiv  5. 

raganizzos  canzonette  xix  b. 
raschos  veleno?  xvi  8  a  {79j. 
rassachai,     sostanza     medicinale 

per  levare  i  calli,  xvi  SS  (11). 
razidiacono  di  Guari,  Arcidiacono 

del  Canale  di  Gorto,  in  Cargna, 

XIX  b. 
recliinzat  ecc.,  racconciato  dalla 

famiglia  de'  Candido,  xvi  l. 
ressaltd  assaltare  xvi  8  a  (6). 
revoiant  rosso  xvi  8  a  (70).* 
riho  riva  od  erta  xix  a. 
riduic  ridurre  xvii  1  b  (22). 
rimino  ramino  xix  b. 
rimissine,   metaf.   per    zuffa  xvi 

8  a  (17). 
rinzint  ringhiando  xvi  8  a  (65). 
rissurture  scaturigine  xvi  8  a  (78). 
rivesse  ribrezzo  xvi  8  a  (34). 
romanige  vino  di  Romania  xv  3. 
romans  rimase  xiv  2. 
rudellis  rotelle  o  scudi  xvi  8  a  (62). 
rumagnutz  rimasti  xix  a. 

sagint  essendo  xv  1. 
saladic  carni  salate  xiv  7. 
sdrin  serrino  o  chiudano  xvi  2  b. 


sbeche  rompe  xvi  8  a  (49). 

sbeffo  beffano  xix  a. 

sbólzeros  pi.  di  Walzer*  (walzer) 

XIX  b. 
sbulujd,   brulicare,   qui    di    cose 

inanimate,  xix  a. 
scars  scarpe  xix  b. 
schialas  spalle  xix  a.  ** 
schilinados  scalinate  xix  b. 
schortés  cortese  xvi  8  a  (16). 
sclausers  scheggie  xix  b. 
scrinz,  XVI  8  a  (37),  voce  che  piti 
non  s'intende;  e  parrebbe  ricor- 
rere anche  in  un  madrigale  di 
G.  D.  Cancianini,  che  fa  parte 
d'una  Raccolta  in  lode  del  luo- 
gotenente    Nicolò     Contarini, 
stampatasi  in  Udine  nel  1598  : 
Daspò  cu  fo  mai  Udin 
E  son  staaz  Lutignintz, 
No  fo,  s'io  dises  scrinz 
Un  tal  Culau  divin: 
Mu  sì  doman  lu  sie  lauz  Coutarin.^'^* 

sedass,  alberi  innestati  da  poco 
tempo  e  quindi  non  ancora  da 
frutto,  XIX  a. 

sedo:  man  sedo,  mano  sinistra, 
XVI  8  a  (23). 

selo  secctiio  xivll.**** 

sent  cinto  xv  15. 

seri:  in  seri,  ultimo  dì  di  carne- 
vale, XVI  2  b. 

seseledó,  mese  di  luglio  in  cui 
si  miete  {seséle)  il  formento, 
XIV  3. 


*  Parrebbe  dipendere  da  ravojd  saracinare,  'rubicare'.  A. 

**  V.  PiRONA  s.  s?hàble,  e  Arch.  I  515  (513). 

***  lu  scrins,  che  è  ne' 'Testi',  è  forse  lu  scrizz  dell'odierna  parlata 
friulana:  'il  pettirosso',  uccello  che  ha  il  vizio  d'esser  molto  curioso,  come 
tutti  sanno         A. 

****  V.  PiRONA  s.  sèle,  e  Arch.  I  514, 


340 


Joppi , 


setdl,  setimvm,  settimo  dì  dalla 
morte,  xv  14,  xiv  5. 

setor  di  prat,  estensione  di  prato, 
quanta  se  ne  poteva  sfalciare 
da  un  uomo  in  un  giorno, 
XV  10. 

seugneli,  santo  vangelo,  xv  1  i 
(28).* 

sglevà-si  =  sglovd-si  xix  a. 

sgnaruese  spada  xvi  8  a  (11);  sa 
di  furbesco. 

siel  suggello  xv  1. 

sigela  segala  xiv  7. 

signu  signore  xvi  8  a  (3). 

sinix  sindaci  xv  14. 

sitz  un  giuoco  XIX  a. 

siulin  cordicella  xv  14;  cfr.  soie. 

slaufarés  =  slofarés  xix  a. 

slingie  fama?  xvi  Sa  (7). 

slossers  fabbri  da  serrature  (voce 
ted.)  XIX  b. 

soie  corda  xvi  8  a  (24). 

somp:  in  scmps  pizouc,  in  fondo, 
XIX  b. 

spanga,  porre  la  'Spanga'  o  croce 
di  legno,  cioè  un  segnale  che 
si  collocava  sui  beni  seque- 
strati, XIV  11. 

specs  lardelli  (voce  ted.)  xix  b. 

spensaris  spese  xiv  3. 

spernorigis,  Contrada  degli  Spe- 
ronarj,  in  Udine,  xv  11. 

speruàr  astile  xiv  8. 

spiez  petti  XVI  8  a  (25). 


spinai  dorso  xvi  8  a  (32). 
spiot  spiedo  XVI  8  a  (7). 
stazons  stazi  xiv  9. 
stomblart  Ja  lunghezza  di  un  pun- 

getto  (stombli)  xvi  8  a  (22). 
storiga    stuoja    xiv  8,    v.    ann. 

gramm. 
streceava^  gocciolava,  da  slregci^ 

gocciolatojo  de'  tetti,  xix  a. 
strop  tratto  di  strada  xvi  8  a  (64). 
struzinatz^   da  struzind,    dar  la 

baja,  XIX  «,  b. 
stuvo,  stuo,   camera   da   pranzo, 

detta  così  perchè  ha  la   stufa, 

XIX  b.  ** 
stùzino  stuzzicano  xix  b. 
su  se  XVI  8  a  (2). 
suarbonaz  ciechi  xvi  8b  (18). 
suanpugl  punto  di  unione  de'  tubi 

XIV  8. 
Suez  soccida  xvJ.*** 
svinchie  svincola  xvi  8  a  (32). 
svuelt  svelto  xix  a. 

tace,  sostantivo  che  va  col  verbo 
taccia,  tagliare  a  fette,  far 
strage,  xvi  Sa  (47). 

tappo  o  tapón,  coperto,  xix  a. 

tàs  tanto  xvi  Sa  (30). 

terent  terreno  xv  19. 

termit  termine  xiv  7. 

tiet  tetto  XVI  8  a  (37). 

tom:  da  toni,  d'autunno,  xixa; 
V.  atom.. 


*  Può  vedersi  il  Pirona,  s.  v.  ;  ma  vanno  veramente  confrontati  l'ant. 
padov.  sienti  guagneli  e  l'ant.  venez   sente  vagitele,  Arch,  I  457.  A. 

**  V.  PmoNA  s.  stue;  e  tacendosi  delle  voci  tedesche,  sieno  ricoi'dati:  sttiva, 
stiva,  stanza,  dei  dialetti  grigioai,  e  sitia,  stanza  calda,  dei  lombardi.      A. 

***  Suez  è  notevole  e  regolare  elaborazione  vernacola  del  lat.  'socio-' 
non  meno  notevole  e  regolare  di  quel  che  sia  il  tose,  soccio;  v.  Arch.  I  496 
5?3.         A. 


" 


Testi  friulaai:  Annotazioni  e  frammenti. 


341 


trafuide  trafugata  xvi  8  a  (7). 

tramoolz  terremoti  xvi  6. 

iravuelt  travoglie  xix  a. 

trejo,  XV  10,  voce  estinta,  che  dal 
contesto  pare  che  dica  'sen- 
tiero'. In  Udine  s'  ha  il  borgo 
di  Trejìpo,  e  questo  stesso 
nome  è  di  due  villaggi  friu- 
lani,* 

trichie  tocca  o  punge  xvi  8  ò 
(12). 

tricul  tracul  altalena  xix  a,  - 

triseef  presepio  xix  h. 

triuve,  trivis,  tregua,  tregue,  xv  3, 
XVI  Sa  (21). 

trizera  treccia  xvi  o. 

tronfìn  =  sironfìn  xvi  8  a  (44), 

iuchw'j  folletti  XIX  a. 

tulmind  sgomentò  xvi  8&  (11). 

udava  aiutavano  xixa. 
uldi  udì  XVI  8  a  (46). 
ustirige  osteria  xv  3. 
usues  V.  sues. 

uzzinant  mandando  grida  di  al- 
legrezza [ucant)  XIX  b. 

vaiulinte  piangente  xvii  1  a  (70). 


vamis  vernice  xv  1 

vendemis  il  mese  di  settembre 
XIV  8. 

vento  il  giuoco  della  vincita  o 
lotta  XIX  a. 

vescom  vescovo  xix  a. 

via  d'Olejo  strada  o  viaggio  ad 
Aquileja  xiv  3. 

vial  das  tajos,  strada  per  condur 
le  taglie  o  fusti  d'alberi  giti 
dai  monti,  xix  a. 

vyedri  vecchio  xiv  11, 

vigijs  2ilovijs  {e  publicis)  vie  pub- 
bliche XV  11.** 

viglitum  veglie  (v.  littirum  ecc.) 
XVI  8  b  (18). 

vignons  mazzi  xv  13. 

viliis  veglie  xiv  4. 

vintijil  colà  giti  XIX  a. 

Vito  (vita)  :  che  no  avin  bielo  vito, 
che  godiamo  una  bella  gior- 
nata, XIX  a. 

vognéli  vangelo  xvi  8  a  (4). 

vognian  ogn'anno  xv  2. 

volò  e  podé  vorrebbe  e  potrebbe 
XVI  8  a  (30). 

von:  di  von^  nome  di  un  giuoco, 


*  Il  lat.  'trìvio-'  poteva  dare  un  friul.  tì-cp,  così  come  'Quadruvio-'  ha 
dato  Codróip,  o,  meglio,  come  'Jovio-'  ha  dato  Joppi  (.\rch.  I  510,  493);  e 
'trivio-'  diceva  anche  strada  o  luogo  pubblico  in  generale.  La  riduzione 
toscana  ci  è  offerta  da  trebbio^  di  cui  è  sinonimo  il  moden.  trep.  Vedine  il 
MUSSAFIA,  0.  e,  116.         A. 

**  La  forma  dì  questo  aggettivo  a  prima  vista  apparo  strana.  Ma  plóvie 
è  l'esatto  riflesso  friulano  di  plwbica  (Arch.  I  499  521  529),  cioè  della  forma 
metatelica  di  publica,  cfr.  napol.  prubbeche  eoe ,  tose,  piilvico.  Il  mascolino 
plìibico  ha  poi  anch'esso  la  sua  normalissima  risposta  nel  fnul.  piòvi  che 
ancora  s'adopera  col  significato  di  'opera  pubblica  prestata  dai  villici  al  Co- 
mune od  al  Signor  territoriale',  o  non  ha  nulla  a  che  faro  con  l'omofono 
2ìlóvi  piovitojo  (piovere),  insieme  al  quale  il  Pirona  Io  manda.  Quel  piaci  sta 
a  pHtbico  così  come  micdi  a  medico  ecc.  (Arch,  I  523),  e  il  sinonimo 
pióvego  è  alla  sua  volta  l'esatto  riflesso  veneziano  dello  stesso  plwb  io  o.         A. 


Archivio  };lottol.  ital.,  IV. 


23 


:^42  Ascoli, 

nel  eguale  si  tenia  di  far  cadere  vuming  uomini  xv  1. 

una  pietra  messa  a  star  ritta, 

dietro    alla    quale   son   noci   o  zavelaaz  cervellati  xvi  2  b. 

monete,    premio    a    chi    riesce  zep  ceppo  xiv  5. 

XIX  a.  zcsera  cicera  xiv  4. 

vos  volle  XV  6.  zinzarios  ciliegi  xix  a. 

vuant  guanto  xvi  8  a  (59).  ziriuz  piccoli  ceri  xiv  3. 

vicarfino  orfana  xiv  3.  zuansalmm     gesolmino    xvi  8  a 
vuidì'igd,   par  che  dica  'guidare'  (37). 

XTi  3o.  zucca  correre  xvi  Sa  (13).* 


2. 


•f* 


Si  vedrà  a  suo  luogo,  fra  non  molto,  il  profitto  che  possa  ritrarre 
dai  'Testi  friulani'  l'indagine  che  versa  intorno  alle  forme***.  Qui 
intanto  giova  che  si  raccolga  quanto  ne  guadagni  la  indagine  che 
versa  intorno  ai  suoni,  come  a  continuazione  e  a  complemento  della 
descrizione  che  s'è  avuta  nel  primo  volume  àeìV Archivio  (pag.  474- 
535),  e  già  s'accresceva,  nel  secondo  (p.  441-2),  di  qualche  osser- 
vazione ch'era  suggerita  da  un  testo  venzoneso  del  secolo  XV,  puh- 
blicato  dal  prof.  Wolf  ****.  Ma  tuttavolta  non  ci  dorremo,  se,  come 
suole,  la  fonologia  ci  condurrà  a  anticipare  pur  qualche  osservazione 
morfologica;  e  sarà  in  ispecie  al  num.  137  (e  235). 


*Errata-Corrige:  p.  189,  1.  13,  d;-  I.  19,  Donat;-  p.  193,  1.  36,  Percut;- 
p  204,  1.  1,  novela;-  p.  205,  1.  13,  In;-  p.  213,  1.  24,  mens  sol.;-  p  225,  l.  5, 
mo  sci;-  p.  227,  1.  29,  Quintre;-  1.  35,  ch'ai  (e  cosi  in  più  altri  luoghi  di  que- 
sto componimento);-  p.  228,  1.  17,  ch'à;-  p.  229,  1.  17,  chu'l;-  1.  18,  discia- 
re;- p.  231,  11.  17,  18,  s'al;-  p.  241,  1.  38,  gioldèl;-  p,  251,  1.  23,  e'I;-  p.  285, 
1.  13,  sares;-  p.  335,  1.  11,  aulln;-  p.  340,  1.  7,  xvii;-  1.  34,  (26). 

-**  Le  illustrazicni  che  ora  seguono,  son  tutte  del  direttore  ùeWArchioio. 

^*^  Saggi  ladini,  C.  IH. 

****Nei  'Ricordi  bibliografici'  si  mostrerà  ancora  quel  che  sia  dato  di 
aggiungere  per  merito  delle  VilloUe  friulane  dell'ARBOiT  (Piacenza,  1876)  e 
dei  Proverbi  friulani  dell'OsTERMANN  (Udine,  1877). 


" 


Auuotaz'oui  ai  *  Tosti  friulani'.  343 

Occorre  appena  soggiungere,  che  pur  nella  composizione  di  queste 
note  si  mira  precipuamente  a  far  chiare  le  ragioni  storiche  e  coro- 
grafiche della  parola  friulana;  e  altro  piU  non  accade  qui  avvertire, 
se  non  che  sia  una  citazione  del  primo  volume  quella  che  segue  sen- 
z'altro ai  singoli  numeri  delle  presenti  annotazioni,  i  quali  rispon- 
dono, alla  lor  volta,  ai  numeri  progressivi  di  quello  spoglio. 

3  (486).  Le  vestigia  dell' e'  da  a,  s'accrescono  in  modo  ab- 
bastanza notevole  \  Imprima  abbiamo  ségra  {innovai  de  la  se- 
gra, annuale  [anniversario]  della  sagra)  xiv  5,  sicuramente  con- 
fermato da  ségri  xvi  8  &  8,  che  è  in  rima,  e  altro  non  può  dire 
se  non  'sacro',  per  'battezzato'".  Mercè  i  quali  esemplari  acquista 
una  qualche  importanza  anche  Ve  abbastanza  ferma  nella  for- 
mola  atona,  che  è  in  segy^à  sacrò  xiv  5,  asegràz  sacrati  xv 
15,  segràd  sagràd  sagrato  (cimiterio)  Pir.,  cfr.  sagrament  xv 
21.  Occorre  poi  due  volte:  sigéla  segala  xiv  7,  che  deve  avere 
l'accento,  non  già  sulla  prima  (tose,  segala  ecc.,  mil.  ségla  sa- 
gra, frc.  seigle),  ma  sulla  seconda,  com'è  nel  venez.  segala,  e 
nel  friul,  stesso:  stallo  xv  6,  sijàle  Pir.  È  tuttavolta  da  con- 
siderarsi, per  entrambi  gli  esemplari,  la  qualità  della  combina- 
zione {àgr,  'gà).  E  l'avvertimento  ancora  ben  più  vale  per  gli 
altri  due  che  mi  restano:  fréiz  fracidi  xvii  5n  (cfr.  fràid  Pir.), 
hreida  xvii  4  e  poderetto  chiuso  [hràide  Pir.). 

9  (484-5).  Notevole  la  vera  elaborazione  vernacola  di  'con- 
trario': contraar  contrdr  xvi  G  (228),  8  a  75,  allato  a  con- 
trari XVI  6  (231),  8  a  11. 

10  (487,  545):  scholz  scalzo  xvi  8  «  11. 

23  (488-9):  miérit  merito  sost.  xvi  6  a,  pi.  miérijs  6  h;  cfr. 
num.  224,         Per  la  forraola  É  +  nas.  :   trlmo  trema  xix  b  (var. 
cargn.,  cfr.  nel  I  voi.  i  num.  22  e  23);  e  insieme   stieno,  co- 
munque vi  si  tratti  d'un  antico  i':  smaf  senape  xv  14,  e  Dii.-  > 
mìni  Domenico,  num.  107-8n  e  172  n  (cfr.  Mìni  allato  a  Meni 


'  Circa  contrést^  v.  ora  Arch.  IV  122n. 

-  S'aggiunge,  in  un  componimento  poetico  di  Tomaso  SabbaJini  (scc.  XVI), 
segre  per  'cucuzzolo',  ma  propriamente  la  'sacra',  la  cherica: 

Lis  bellezzis  ch'havees  de  i  piis  e  segros 
'Io  bellezze  che  avete,  dai  piedi  al  cucuzzolo". 


ZH  Ascoli, 

Boméni,  Pir.  644  642).  Quanto  a  trims  triegue  xv  3,  iriuve 
triegua  xvi  ^  a2\  (triuva  append.  8),  sto  incerto  se  vi  si  abbia 
una  elaborazione  veramente  friulana,  o  non  piuttosto  la  ridu- 
zione di  una  forma  veneta;  cfr.  Ardi.  I  364 n,  453 n. 

27  (490):  dìscént  scendi  (imprt.)  xvi  S  b  3,  desséndi  scenda 
XVII  1  a  60,  ascendi  inf.  xvii  4  e,  cfr.  Ve  tose,  di  scendere  ecc. 
Ma  ancora:  tu  comprénz  xvii  1  b  2S,  pent  T^enàe  xvii  2  d  (inf. 
pèndi  Pir.);-  e  contént  ecc.  xvii  4  f. 

28  I  (490),  cfr.  229  (531):  gésir  essere  xiv  9  (bis);  cfr.  gi- 
sÌ7it  essendo  xiv  3,  iss'int  xvi  4  e,  gisisin  uscissero  xiv  5,  ijssint 
uscendo  xvi  8  «  25;  e  il  nura.  230.  tiét  tetto  (cfr.  teit  Pir.) 
xvi  8  a  37. 

28  ìli  (491):  mini  egli  mente  xvi  5,  iit'l  minz  tu  il  menti 
XVI  8  0  4.  {tu  Val  mentz  xvii  1  b  39);  tu  no  mi  sintz  xvii  1 
b  42,  siìitsiu  XVII  3;-  la  mini  la  mente  e  salvamint  salva- 
mento xviii  1  e  e  2,  pordenon.,  cfr.  Arch.  I  492.-  E  per  la  for- 
mola  ÉNJ:  ti  mantlgne  xvi  8  a  52,  tu  mantlgnis  xvii  1  b  39, 
mi  tigni  xvii  3  (cfr.  tégni  inf.  Pir.  438);  chu  vigne  xvi  8  a 
53,  chu  vigni  xvii  1  b  38,  ti  vigni  xvii  5  n  {végni,  in  rima 
con  tigni  xvii  3,  e  ancora  végni  xvii  4.  e,  ven  1.  pers.  xvii  5  m). 

18-28  (492-3).  Il  dittongo  seriore  {ei)  da  é  friul.  di  fase  an- 
teriore :  teyn  tiene  xiv  5;  fei/s  feis  fes  fece  ib.  ;  meis  xv  20,  vor- 
neis  (cfr.  vomes  xv  13)?  ih.,  tre^j  ib.  pass.,  gleisia  bis,  gleysia 
(e  glesia),  ib.^  ;-  cum  tey  append.  8.  Var.  porden.  (sec.  XVIII)  : 
voleir  D,  aveiì^  2,  peis  (peso)  a  1,  d,  meis  a  5,  12,  d,  paeis  d; 
deit  dito  D,  ai  peis  (ai  piedi)  2,  in  peis  2;  penseir  a  26.  Var. 
cargn.  (sec.  XIX):  franzeis;  peiss  peis  piedi  (ma  al  sing.  :  pe, 
cfr.  tre,  vede);  zornadéirs  'giornatieri',  tauléir. 

55-5G  (496).  I.  tuel  toglie  xvii  1  &  21,  suez  soccida,  v.  p.  340  n. 
-  II.  qual  colle,  v.  p.  339  ". 

46-56  (497-8).  Il  dittongo  seriore  {ou)  da  ò  frinì,  di  fase 
anteriore,  manca  di  esempj  nei  documenti  qui  addotti  dei  sec. 
XIV-XVI,  tolto  il  caso  che  spetta  al  nura.  61  ".  La  varietà  di 


*  Notevole  che  si  tratti  di  documenti  gemonesi;  e  cosi  ci  rHCCOstiarao  al- 
l'ei  del  testo  venzonese,  Arcb.  II  4-11. 

-  Cfr.  Cuéll  in  Pir.  vocab.  corogr.,  e  forse  pur  Cudls  ib. 
'  V.  all'incontro  lo  spoglio  del  testo  venzonese,  Arch.  II  441, 


Annotazioni  ai  'Testi  friulani'.  345 

Spilimbergo  (sec.  XVII,  4),  o  meglio  la  ortografia  di  Eusebio 
Stella,  ci  dà,  per  questo  dittongo,  il  doppio  o;  e  ne  va  princi- 
palmente considerata  la  serie  in  cui  l'udinese  ha  Vu  da  uà 
(Arch.  I  494-5).  Alla  quale  spettano  i  seguenti  eserapj:  riisi- 
gnool  A,  coor  f,  i,  k,  coors  K,jo  moor  f,  k,  foor  ii,  looc  h,  l, 
loocs  H,  zooc  L,  mood  h  [mod  d),  hrood  a  \  Del  restante,  lo  Stella 
concorda  col  tipo  udinese  in  vuul  vuole  b,  d,  oltre  che  in  [■^;]we^ 
voglio  B,  E,  G,  vueli  io  voglia  b;  a  tacer  dei  casi  di  posizione 
sentita,  come  ris^mesta  e,  quel  collo  k,  jo  puarii  f,  ecc.  Ma 
fors  H,  I,  si  sottrae  al  dittongo.  Per  la  varietà  pordenon. 
(sec.  XVIII)  s'aggiungono  ora  alle  liste  del  primo  volume: 
flours  2  (bis),  colour  2;  fouc  2;  davour  num.  126\  E  una 
varietà  cargnella  (sec.  XIX)  ci  dà  ou ff  noYo,  pi.  ous,  si  voul, 
muzóiii  (v.  Arch.  I  511),  ecc.,  ma  insieme  da  prwfCda  pruovo', 
accanto)  e  zucgs  giuochi.  Ivi  resiste  al  dittongo  la  combina- 
zione interrogativa  ge-mot  come  (che-modo);  cfr.  gemót,  a  so 
mot,  nel  saggio  cargnello  del  secolo  precedente  (XVIII  3),  e  7not 
XV  1.  'L'uó  (  =  iié  fri.),  finalmente,  pel  quale  si  distingue  la 
var.  pordenon.,  ha  qui  nuovi  esempj  in  cuòi  cuocere,  vuol,  puos 
posso;  CUÒI,  fuòrfe\  vuoda;  xviii  2.  Ma  insieme  ivi  balena  il  vero 
dittongo  friulano:  viié  oggi,  cuarpàt  corpaccio,  e  anche  vuàlin 
vogliono. 

61  app.  (500)  :  crous  xiv  5,  e  perciò  ancora  da  un  documento 
gemonese;  cfr.  num.  46-56  e  18-28. 

68  (93):  chiolsis  cose  (cause)  xv  14;  s'oU  s'ode  xvii  l  b  8, 
uldit  21,  uldkle  32,  uldl  xvi  8  a  46,  48,  uldirin  72. 

70.  vognèli  vangelo  xvi  6  bis,  8  «  4,  cfr.  seugnéli  xvii  l 
&  28  e  p.  340;-  vodegnàt  xvi  8  a  19,  ecc. 

71-72.  Per  l'affievolirsi  dell'^  protonico,  aggiungo  :  indegna 
"^indamnjà-  danneggiare  xv  15,  cfr.  incondegnàt  ecc.  condannato 


'  Quando  all'incontro  siamo  ad  amoor  b,  pechiadoor  d,  sudoor  d,  sool  a, 
voos  K,  redroos  k,  l'ortografia  dello  Stella  viene  a  coincidere  con  quella  delle 
scritture  anche  udinesi  che  danno  oo  per  5,  ee  per  e,  ecc.;  cfr.  xvi  2  b,  xvi  6, 
xvH  2,  a,  b,  e,  d.  Ma  i  saggi  di  Maniago  (Arch.  I  497)  ci  davano  nitidamente: 
flour  (sudour)  ecc.,  come  cour  ecc.  Quello  di  Spilimbergo  che  è  in  Pap.  528-9: 
onov,  mood;  ma  tra  le  strofe  attribuite  a  Spilimbergo,  in  Leicht,  Prima  e 
sec.  centuria  di  canti  pop,  frinì.,  p.  GG,  G8:  colour,  flour,  morous  amoroso, 
lacrimous,  vous  voce. 


3-16  Ascoli, 

X.IV  8;  [cescìieduna  xv  lOj;  ch'ai  viis  cJtierézzc  carezza  xvi  3  a; 
m'inemóri  xvii  2  b,  nemoràdis  xvii  4  h,  ecc. 

Quanto  ai  riflessi  dell'-A  e  dell'-AS,  va  imprima  notata  la  fre- 
quenza con  la  (|uale  \'-o  s'avvicenda  con  V-a  nei  documenti  ci- 
vidalesi  del  sec.  XIV  e  del  XV;  fra' quali  documenti  ora  ve- 
diamo che  possano  andare  entrambe  le  poesie  che  danno  co- 
stantemente -0  = -A  (p.  192-3,  205-7),  onde  già  s'ebbero  esempj 
nel  primo  volume  (502n).  Lasciate  or  queste  in  disparte,  qui 
s'aggiungano  dagli  altri  documenti  cividalesi  dì  quei  secoli: 
aveno,  la  vigno,  cero,  uno  vio,  mcso  (messa),  xiv  3;  la  tiargo 
paga  xiv  9;  selo  d-arihuelo  secchia  di  riboia,  Gurizo,  xiv  11  ; 
Bono  Ziiano,  la  vito  so,  mestìH  dello  schuello,  afro  chiarto, 
la  fontano,  piero  pietra,  Bologno,  xv  1  ;  ^o  intrado,  uno  chiaso, 
soro  lo  braydo,  xv  2;  la  clianpano,  plazo,  xv  4;  ogno  atro 
chioso  (bis),  una  chialdìruzo,  la  vachio,  entello  me  chianivo, 

XV  6;  glesio,  l-orno,  iignevo  egli  teneva  (bis),  payo  egli  paga, 
payavo,  xv  10.  Ma  il  plur.  sempre  in  -is:  setemànis  xiv  3, 
chiàsis  XV  2.  Anche  in  un  documento  gemonese,  ma  par- 
camente: I-ago  l'acqua,  fadio,  cliaso,  la  tavolo...  soro  indau- 
rado,  XIV  5.  Nei  testi  di  varietà  cargnella  (sec.  XIX),  fre- 
quente quest'-o,  e  insieme  V -os  del  plurale  (cfr.  p.  322):  una 
femeno,  dutta  in  t'uno  (p.  323  pr.),  la  sero,  bochio;  debevo, 
si  j evo  leva,  ecc.;  cullas  giambos,  las  vachios,  ecc.;  o  altri- 
menti s' hanno  V-a  e  V-as,  come  già  si  sentiva  per  l'articolo 
e  ancora  ci  possono  mostrare:  fòrchia,  bóchia,  vizilia\vegnìva, 
chiàras  capre,  vàchias  ecc.  (cfr.  XVIII,  3).  Nella  varietà 
spilimb.  siamo  fermi  aW -a,  ma  il  plur.  va  in  -is:  féminis,  vi- 
tis,  ecc.  Circa  la  pordenon.,  v.  Arch.  I  519 n,  aggiungendo:  no 
altris  grame  2,  mimie  monache  ib.  E  finalmente  si  notino: 
scrituras,  las  charaduras,  las  messas,  xiv  2;  rames  de  uli- 
ves  (allato  a  chandelis  ecc.)  xv  18,  lires  (bis)  xv  22  \ 

76.  siimltiire  xvi  2;  sirvi  perf.  xv  13,  infin.  xvii  1  b  45, 
sirvirài  xvii  2  a,  stirpùz  xvi  8  «  52  (dimin.  di  sterp,  ib.  37), 
rimìt  eremita  xvr  8  &  12;  e  insieme  si  consideri  ij tassi  gettarsi 

XVI  8  6?  38  [iettai  ib.  65  69;  cfr.  num.  28  I),  e  pur  biut  bevuto, 
allato  a  befs  bevi,  ib.  78,  malgrado  che  qui  trattisi  d'«  lat. 


*  U -es  anche  a  S.  Daniele:   las  oféses  fates,   tànlcs,  chestes  campdnes, 
puarld-les;  Pap.  527,  cfr.  Arb.  o.  e.  191  segg-. 


Annotazioni  ai  'Testi  friulani'.  347 

86.  catòrs  cotorni  xvi  3  &;  anche  in  Pir.  :  cotòr  catòr  534. 

93.  Per  l'Ai  neolatino  che  fuor  d'accento  passi  in  i,  s'ha  un 
esemplare  importante  nel  partic.  perf.  di  'avere'.  Partiamo  cioè 
da  ahiiito  (cfr.  l'ant.  venez.  ahiudo  Arch.  Ili  267  ecc.,  e  ahhiuio 
nel  'Saggio'  del  Nannucci,  p.  185),  onde  aihùt,  giusta  il  num.  235; 
e  questa  forma  occorre  intatta  :  aybutxv  6  (bis).  Le  sta  accanto: 
cìbut  XIV  3;  e  indi  si  passa  a  hWut  xvi  8  a  48,  ibut  ib.  b  9, 
hibbnde  xvi  6  (229)  \ 

97  (508-509  508  n^  LJ.  Questa  combinazione  si  vede  ben  re- 
sistere anche  nel  sec.  XV  {gì  -Ig):  muglir  xiv  5,  7,  II,  xv 
13, 17,  cfr.  num.  125,  figle  figlia  xv  II,  nuglo  *nùUia  (v.  Arch.  I 
546,  e  cfr.  qui  sopra  il  num.  71-2)  nulla  xv  6,  melg  milium 
XIV  7^  iugl  XIV  8,  lugl  ib.  pass.,  famelg  xv  I,  lu  cìionselg  ib., 
fìlg  XV  II,  14;-  gli  besognàvin  xv  6;-  magi  pes  mali  pesi  xiv 
8,  pesonalg  (pi.  di  pesonàl,  una  misura  di  capacità)  xiv  7,  doy 
chiavalg  xv  1,  bens  mòbilg  xv  14,  chegl  quelli  xv  I,  degl 
dalli  XIV  8,  alg  alli  xv  14;  ecc.  Solo  nel  sec.  XVI  vien  preva- 
lendo la  risoluzione  (J).  Nel  primo  documento  di  quel  secolo  ab- 
biamo ancora:  jo  vuégli  io  voglia,  chystielg  castelli,  agi  dagl, 
Zugl  lì.  1.  (Pir.  Ziij).  Ma  nel  secondo:  piirciei  porcelli,  ecc.  E 
nell'ottavo  (a)  :  /igl  3,  /Ij  12,  53,  vulmt-gli  volendogli  20,  tuéli- 
gli  togliergli  ib.,  miei  meglio  ib.,  par  che  vueie  par  che  vo- 
glia 38,  ij  par  gli  pare  ib.;  ecc. 

105.  TJ  in  e:  ravuàrdi-chi  ricordati  xvi  8  a  27,  chiàti-chint 
(*càtta-te-nde)  trovatene  ib.  28;  sfadij-chi  affaticati  xvii  2  a; 
chi  gi  imbrazi  che  io  ti  abbracci  xix  (p.  321  pr. ,  cargn.). - 
Quanto  agli  esemplari  che  si  possano  aggiugnere  per  il  plurale 
in  i-i  {tj  e)  anziché  in  i-s,  avremmo  imprima  il  sicuro  infanch, 
XVI  S  a  \,  XVII  I  a  66.  I  Saggi  spiliraberghesi  ci  danno  poi: 
acc  atti,  capaci,  k,  face  ib.,  vigìiuuc  vidiiuc  nassuuc  ib.,  par- 
tijc  G,  allato  a  tormentaaz  dis'peraaz  notaaz  sfuarzaas  ne- 
moraaz  h  (e  così  miiarz  mortes  f,  raortui  h,  tormenz  f,  k); 
onde  parrebbe  avervisi  costante  la  figura  nominativale  nei  par- 
ticipj  che  non  sieno  della  prima  conjugazione,  e  costante  l'obli- 


*  iszàs  aizzati  xvi  8  è  5,  è  esempio  tutt'altro  che  sicuro,  la  voce  friulana 
potendo  dipendere  dal  verbo  senaplice  (-izzare)  anziché  dal  composto. 
-  al  =  alj  aglio,  xv   13. 


348  Ascoli , 

qua  ili  quelli  della  prima;  cfr.  Ardi.  II  420.  Pure,  ia  cosa  è 
tutt'altro  che  certa;  poiché,  a  tacer  d'altro,  l'ortografia  di  quei 
Saggi  ci  dà  il  -eh  in  duch  dindi  tanch,  tutti  denti  tanti,  k. 

118.  121  (513-14):  ti  paregle  *pariclat  appariglia  (t'assomi- 
glia) XVII  2  e,  cfr.  Muss.  Mon.  114.-  Zegla  n.  1.,  app.  11,  rispon- 
derà a  Cele  Pir.  589.-  È  gr  =  gl  in  grand  xix  b. 

125.  Son  più  esempj,  nei  sec.  XIV  e  XV,  del  -r  di  -ór  -àr 
che  taccia  nel  nome,  sia  all'uscita  nuda,  sia  dinanzi  al  -s  del 
plurale:  seseledó  luglio  (mietitore)  xiv  3,  allato  a  seselador 
XIV  7;  sirvidó  xv  7  (fuor  di  rima;  cfr.  Arch.  I  516 n)  ;  signó  xv  1 
(ter),  allato  a  signoor  xvi  6;  saròs  (serór-is)  suore  xv  14;  dina 
e  dinar  danari  xiv  3,  dinas  e  denàrs  xv  1  ;  cameràs  came- 
rarj  xv  2.  È  -6  =  -or  =  -ovri,  in  d-otò  d'ottobre  xv  1  (bis),  al- 
lato a  d-otór  xiv  8,  cfr.  Arch.  I  529  ;  ed  è  -ù  =  -ùv  =  -vors  in 
indaù  XV  1,  cfr.  num.  126\  Ma  anche  accenteremo,  pressoché 
sicuramente,  dello  mogli  della  moglie  xv  1  (bis),  moglll  ib.  'ò, 
e  sarà  un  esempio  di  -i  da  -ir  nel  nome;  v.  muglir  al  num.  97.' 
La  perdita  del  -r  di  'signor'  si  continua  anche  nel  XVI:  signié 
3  a,  8  a  3,  67. 

126'':  davór  qui  non  si  afferma  se  non  per  il  pordenon.  davóur 
A  1  e  pel  cargn.  devant-devóur  rovescioni  p.  318  (v.  num.  46-56); 
ma  è  frequente  davùr:  xiv  5  {daùr  xiv  8),  xv  2,  11  (ter),  19, 
XVII  1  «  71,  &  44,  e  pur  cargn.  p.  318.  Di  rs  in  ss  sarebbe 
esempio,  non  so  quanto  sicuro  :  diviéss  diversi,  allato  a  diviérs, 
XIX  cargn.;  cfr.  ib.  scuviè[r'\tz  e  'pie[r]dùt. 

130.  Vigelm  Vugelm  Vulgelmin  ecc.  xv  1,  TJgelmin  xv  4; 
sui.zzaa  xvii  4  k. 


*  I  documenti  dei  sec.  XIV  e  XV  ia  cui  si  tace  il  -r  di  -ór  ecc.,  son  tutti 
cividalesi,  eccetto  uno  che  spetta  a  Tricesimo  (XV,  14). —  Non  accolgo  in 
questo  paragrafo  :  fra  fratello  xiv  3,  7  (bis),  malgrado  frari  che  dura  nel  si- 
gnificato di  'frate'  e  l'analogia  di  otó  =  oto[v]ri.  In  tutti  e  tre  i  luoghi,  se- 
gue, o  meglio  si  stacca,  un  di;  e  altro  per  avventura  non  si  sarà  voluto  scri- 
vere se  non  frodi,  che  è  la  voce  friulana  per  'fratello'.  Circa  la  mancanza 
della  nota  del  genitivo  che  in  due  dei  tre  luoghi  così  resulterebbe,  cfr.  nevot 
martiri  nipote  di  Martino,  e  altri  esempj,  nel  secondo  di  quei  documenti,  ellissi 
che  ha  la  sua  ragione  nell'uso  notarile  del  latino.  Una  lettera  'italianeggiante' 
del  1361,  scritta  a  un  charo  fradelo  udinese,  dimorante  a  Trieste  {Tresto), 
porta  tuttavolta  la  sottoscrizione  Antonio  io  fra. 


Annotazioni  ai  'Testi  friulani'.  349 

13?.  Questo  del  -s  è  il  numero  che  implica,  di  continuo,  più 
questioni  morfologiche,  e  di  non  lieve  momento. 

Doménis  pistor ,  xv  6,  s'aggiunge  ora  a  Forhmàs  e  a  un 
altro  esempio  di  Domenis,  che  ci  occorrevano  nel  testo  venzo- 
nese  (v.*  Arch.  II  448)  ;  e  sempre  si  fa  maggiore  la  probabilità  che 
in  codesti  esemplari  si  debban  riconoscere  dei  nominativi  fos- 
sili. Altri  importantissimi  esempj  sarebbero  lu  bus  il  bue  xrv  4  ^ 
e  lu  lus  il  luogo  XV  1  (cfr.  num.  167-8).  La  forma  dell'articolo 
spetta  sicuramente  al  singolare  (cfr.  p.  e.  xiv  6:  lu  plevan, 
allato  a  giù  apòstoli;  xv  12:  lu  util,  allato  a  gliu  dinar s,  gliu 
qualg;  xv  18:  giù  lens);  e  s'aggiunge  che  dos  tutt' intero  pas- 
serebbe, come  caso  fossile,  nelle  derivazioni  seriori,  se  corretta- 
mente si  legge,  presso  il  Pirona:  hos-àtt  dos-ón  bos-ùtt  (cfr. 
Arch.  II  423  n).  Nondimeno,  non  vorrò  ancora  mettere  questa 
bella  serie  di  cimelj  fra  le  cose  appieno  accertate  ". 

Ma  dovremo  noi  reputare  più  certo  l'esempio  per  il  -s  tema- 
tico di  sostantivo  neutro,  che  or  pare  che  si  scuopra,  e  sarebbe, 
per  cotesta  regione,  il  primo  1  Alludo  a  làs  latus,  che  occorre 
nei  seguenti  passi:  dal  las  di  sora,  par  del  las  di  sot,  xv  11, 
ogni  laas  xvi  6  (229),  d'un  altri  làs  xvi  S  a  2\ ,  dal  làs  ib.  26 
e  h  14,  m  làs  ib.  a  67  ^  chel  las  xvii  1  h  10,  dal  so  las  42, 


*  boi  occorre  quattro  volte  nel  7  del  XIV,  due  in  funzione  di  singolare  e 
due  di  plurale.  Meriterebbe  che  l'originale  fosse  riveduto. 

^  Sarebbe  poi  cosa  avventata,  almen  per  ora,  l'addurre  senz'altro,  fra  gli 
esempj  nominativali,  anche  chias  capo  (XIX  &,  cargn.,  p.  323),  confrontandolo 
coi  nominativali  cab-s  chiés  del  provenzale  e  dell'antico  francese.  D' altro  forse 
non  si  tratta  se  non  d'un  mero  sbaglio  (cfr.  ib.  da  chiaf  a  peis  p.  320).  Ma 
all'incontro  confesserò,  che  io  pi^opendo  a  vedere  una  figura  nominativale  nel 
friul.  curtiss  coltello.  Questa  curiosa  voce  risalirebbe  cosi  a  curtiél-s  (cfr. 
prov.  coutel-s).  Circa  Vie  in  U  cfr.  Arch.I  491;  e  circa  il  prevalere  del  -s 
sul  -Z-,  il  friul.  us-uns  Pir.  457  e  tas  in  questo  stesso  nostro  numero,  e 
ancora  la  pronunzia  frane,  fìs  -  fils  -  filius,  pur  questo,  come  ognun  sa,  un 
isolato  esempio  nominativale.  Un  nominativo  fossile  che  s'appiatti  in  un  nuovo 
derivato,  e  perciò  un  esempio  analogo  a  quel  di  hos-àtt  ecc.  che  di  sopra  si 
recava,  riconoscerei  finalmente  in  infanzàt  (infant-s+àt)  giovanotto,  xvi  8  a 
42,  h  6,  che  sarebbe  un  caso  affatto  parallelo  a  quello  del  tipo  purtonza  (pur- 
tant-s+a)  ne'  Grigioni.  Vedi,  per  ora,  Arch.  II  423 n,  e  di  più  nei  Saggi  la- 
dini, III,  1,  2. 

'  S'aggiunge  per  questo  secolo:  d'ogni  laas  e  par  laas  nella  bella  Canzone 
del  1572,  ristampata  dal  Leicht  nella  sua  Terza  Centuria. 


350  Ascoli, 

di  chest  las  e  chcl  51,  dal  laas  xvii  2  d.  Questa  di  Matus'  nel 
Friuli  parrebbe  così  una  vita  nonainale  più  rigogliosa  e  pro- 
lungata di  quella  che  egli  avesse,  sotto  le  sembianze  di  lez  o 
latz ,  nelle  Francie  (v.  Ardi.  II  422).  Ma  qualche  dubbio,  e 
tutt' altro  che  lieve,  deve  pur  turbarci.  Il  testo  venzonese  ci 
offriva  a  lat  e  doi  las  (v.  Arch.  II  442).  Or  dovremo  noi  am- 
mettere che  4atus'  vivesse  a  un  tempo,  e  sotto  la  forma  di  lat, 
nella  combinazione  preposizionale  o  avverbiale,  e  sotto  quella 
di  làs  nella  funzion  nominale?  0  non  dovremo  piuttosto  pen- 
sare che  il  -s  di  las  sia  d'aggiunzione  neo-latina?  Nella  seconda 
delle  quali  domande,  si  contengono  due  ipotesi  diverse;  poiché 
potrebbe  chiedersi  se  il  -s  di  làs  sia  il  fattore  neo-latino  di  par- 
ticole e  in  ispecie  d'avverbj  (p.  e.,  nel  friul.:  domans  di  mat- 
tina), 0  non  sia  piuttosto  il  generale  esponente  del  plurale  '. 
Entrambe  le  ipotesi  possono,  a  prima  vista,  parer  singolari  o 
stentate;  ma  un  fatto,  il  quale  sùbito  le  lumeggia  e  legittima, 
è  intanto  questo,  che  ladi,  per  'lato'  al  singolare,  sia'  dell'an- 
tico veneziano,  come  resulta  assai  nitidamente  dagli  esempj  che 
seguono  e  provengon  dalla  Cronaca  pubblicata  dal  Fulin 
(v.  Arch.  III  245,  e  cfr.  IV  367):  da  l'altro  ladi  22^  né  da  j 
[un]  ladi  ni  da  l'altro  32%  da  ogno  ladi  45''".  Nella  stessa 
Cronaca  si  legge  ancora:  non  obstante  che  li  Zcnoexi  da 
nanzi  e  li  Zenoexi  che  iera  seradi  in  Cloza  da  ladi  se  affor- 
zasse cum  bombarde  offender  le  galle  nostre.  Qui  da  ladi 
appare  contrapposto  a  da  dianzi,  appare  insomma  un  avverbio  ; 
e  avvien  di  chiedere  se  Y-i  vi  sia  analogico,  promosso  cioè,  contro 
le  ragioni  della  diversa  base  morfologica,  dal^-^  avverbiale  che 
pur  nel  veneziano  risuona  per  es.  in  tardi  e  davanti,  o  se  non  sia 
piuttosto  ^-^  di  plurale.  S'aggiugne,  del  resto,  che  le  ragioni 
dell'avverbio  e  quelle  del  plurale  possono  toccarsi  e  confondersi 
(cfr.  p.  es.  il  friul.  a-moment-s,  venez.  ecc.  a-momenti,  frap- 
poco  ^  ;  e  DiEZ  gr.  IP  457).  Ma  nell'ordine  ideologico,  è  egli  l'av- 


*  Circa  làs,  anziché  laz  (-t+s),  comunque  s'abbia  a  dichiai'are  il  ~s,  v.  Arch. 
I  517. 

^  S'aggiunge,  in  un'annotazione  a  11'':  meso  el  quinto  ladi,messo  al  quinto 
lato  (lato,  pagina,  Ful.). 

'  Si  noti  in  ispecie  :  di  domans  fine  a  di  seris  da  mane  a  sera  xvi  1  (cfr. 


Annotazioui  ai  ^Testi  friuluui'.  351 

verbio  od  e  il  plurale  che  men  difficilmente  riesca  a  venire,  in 
un  caso  di  tal  sorta,  alle  funzioni  di  sostantivo  singolare"?  Par 
manifesto  che  sia  l'avverbio.  Si  consideri,  a  cagion  d'esempio, 
il  friul,  a-menz  adamenz  (ment-s),  formazione  avverbiale  che 
dice  'a  memoria'  {impara  a  mcnz  ecc.),  ma  che  poi  in  ve  a 
menz  (avere  a  memoria,  ricordarsi),  e  simili,  riassurge  vera- 
mente alla  funzione  di  sostantivo  e  di  sostantivo  singolare  ^ 
Similmente  potremmo  porre:  a-lat-s,  da  las,  da  ogni  las  ecc. 
Ma  e  questo,  e  qualche  altro  fatto  congenere,  domanda  ancora 
nuova  luce  di  notizie  e  di  studj  ". 

Ben  sicuro  stimo  intanto  un  esempio  d'altra  specie  pel  s 
d'uscita  neutrale,  e  nuovo  anch'esso.  E  m^?2s  =  mi nus  (prov. 
raens,  lad.  e  ant.  frc.  meins  ecc.),  che  occorre  nei  seguenti 
passi:  mens  4  sot  men  quattro  soldi  xv  13,  mens  sol.  V,  xv  1-^, 
un  ducato  in  aur  mens  soldi  40,  xv  17,  ìnens  soldi  uno,  xv  20; 
mens  di  ce  xvi  6  a  (p.  231  pr.;  il  significato  non  m'è  ben  chiaro); 
par  lormens  mal  xvi  8  a  23,  t'hàs  mens  fé  27,  ne  mens 
sinti  ib.  h  2,  pò  mens  6;  vee  'l  ìnens  avere  il  meno  xvii  1  &  31, 
mens  fuart  44,  né  mens  maiór  xvii  5  a  var. 

Si  vede  che  anche  l'uso  di  codesta  voce  mal  consentirebbe 
di  supporre  nella  sua  desinenza  il  -s  neo-latino  fattore  d'av- 
verbj;  ipotesi  che  sarebbe  all'incontro  stata  ammissibile,  e  pru- 
dente, quando  non  si  fosse  offerto  alla  nostra  osservazione  se 
non  il  -mens  del  composto  almens  almeno  xvi  8  a  2,  59,  xvii 
3,  5  a,  h.  Un  avverbio   in   -5,   che  manca  al  Pirona  (ma  che 


sere  e  doman  xvi  8  a  44).  Qui  ancora  traluce  schietto  il  plui'ale.  Ma  domans 
diventa  schietto  avverbio:  uè  domans  oggi  mattina  (Pir.). 

'  V.  Pir.-  Nei  nostri  testi:  no  dei  a-menz  non  diedi  attenzione,  xvii  1  h  26: 
e  in  rima:  ve  ben  ininimcnt  ricordar  bene,  xvii  5  i. 

^  Un  caso  al  quale  or  si  presenta  molto  analogo  questo  del  friul.  Ids^  ant. 
ven.  ladi,  entrambi  in  funzione  singolare,  è  quello  del  friul.  fonz  (fond-s),  il 
fondo,  allato  a  fondi,  fondo,  di  qualche  odierna  parlata  veneta,  che  ha  il  suo 
riscontro,  come  tosto  vediamo,  in  un'antica  scrittura  (v.  anche  Arch.  I  437 
e  IV  367).  Dovremo  noi  rinunziare,  malgrado  le  continuità  storiche  e  geogra- 
fiche, a  vedere  in  fons  un  nominativo  fossile  (v.  Arch.  II  423  n),  e  pensare  a 
un  anello  avverbiale  come  a-fonds  in-fondsì  L'antico  esempio,  a  cui  allu- 
devo, sa  appunto  d'avverbio:  andeva  una  ora  a  fondi  (Trist.).  Il  Canello  pro- 
pendeva, un  tempo,  alla  sentenza  che  fonds  e  fondi  fosser  plurali,  e  s'ado- 
perava a  legittimare  il  trapasso  del  numero. 


352  Ascoli , 

dee  pur  vivere  ancora  in  qualche  parie  del  Friuli),  ò  tarz  = 
tard  +  s,  XVIII  a  in  f.  (porden.).  Di  ias,  tanto,  dice  giustamente 
il  Pirona  medesimo  che  fosse  in  uso  frequente  fino  al  tempo 
d'Ermes  CoUoredo  (sec.  XVII),  e  non  sarà  superfluo  che  ora  in 
nota  si  raccolgano  gli  esempj  che  ne  sono  offerti  dai  ^Testi'. 
Ma  circa  la  ragiono  etimologica  di  questo  tàs ,  mi  par  molto 
dubbio  che  vi  s'abbia  a  vedere  tant+s.  Malgrado  il  moderno 
ian  =  iant,  che  il  Pirona  ci  mostra,  mi  par  difficile,  e  senza 
esempio,  che  taccia,  nell'antica  forma,  tutto  il  nesso  nt.  Sarebbe 
come  supporre  un  ment-s  o  menz  che  si  riducesse  a  mes.  Al- 
l'incontro non  presenterebbe  alcuna  difficoltà  la  riduzione  di 
tal-s  a  tàs  (cfr.  la  n.  2  a  p.  349,  e  anche  /js=:*vuls  vuoi);  e, 
nell'ordine  del  significato,  ognun  vede  che  'talmente'  si  tocca  e 
si  confonde  con  Hanto'  in  quant'è  avverbio.  S'aggiunge,  in  fa- 
vore di  tal-s,  che  questo  è  uno  degli  avverbj  in  -s  che  real- 
mente occorrono  anche  altrove  (catal.  tals)^. 

Non  lasceremo  questo  numero,  senza  permetterci  un'altra  bre- 
vissima punta  nel  campo  morfologico,  a  proposito  di  'uni  une' 
per  'alcuni  alcune',  o  quasi  per  articolo  partitivo,  come  avvien 
nello  spagnuolo,  caso  perciò  ben  diverso  da  quello  di  vuns  chulg 
atris  XV  1  e  6,  dove  anche  l'italiano  direbbe  'gli  uni  cogli  altri'. 
Agli  esempj  che  il  testo  venzonese  ci  ha  offerto  (Arch.  II  442), 


*  Ecco  gli  esempj:  tas  lampizzanl  e  bielle^  tas  contem,  xvi  6  (p.  229  pr., 
230;  allato  a  tan  plui  contenie,  tant  chi  sai,  p.  231,  e  appunto  in  questi  due 
luoghi  non  converrebbe  'talmente',  e  ci  vuole  'tanto'),  tas  famoos  xvi  6  b  (al- 
lato a  ha  tant  slarcghiaat  lamaan;  e  dello  atesso  secolo,  nella  Canzone  già 
citata  in  n.  a  p.  349:  tas  famose  allato  a  tant  sanguinose  e  tant  potent),  si 
tas  chu  lui,  tàs  viéli,  tas  trist,  xvi  8  6  4,  12,  13  (cfr.  tant  ib.  a  19,  45),  ben 
tas  inani  xvi  8  «  50  (qui  per  vero  ci  vorrebbe  proprio  'tanto'  e  non  'tal- 
mente'); tas  jur  dilette  tanto  li  diletta  xvii  1  a  69,  tas  bielle  ib.  72,  tas  discu- 
viartz  ib.  &  11,  20),  tas  contente  ib,  15,  chiar  jave  tas  caro  era  tanto  ib.  18, 
tas  lontane  ib.  20,  tas  mal  i  lave  tanto  male  gli  andava  ib.  21,  tas  plui  ib. 
30,  tas  rar  ib.  39,  savi  tas  e  ardii  ib.  44,  tas  tormentai  xvii  5  a  (var.),  tas 
poc  ib.;  chu  luus  tant  tas  che  riluce  in  tanta  e  tal  misura  xvu  2  &,  ed  è 
una  combinazione  notevole.  Ma  più  notevole  ancora: 

Qual  chu  vali  plui  tas  jo  stoi  sospees 

0  la  belezze  o  la  bontaat  ch'havees, 
'quale  valga  di  piìi  (più  tanto?)  io  sto  indeciso',  che  ò  nel  già  citato  componi- 
mento del  Sabbadini,  insieme  con  buine  tas  buona  tanto. 


Annotazioni  ai  'Testi  friulani'.  353 

or  dunque  si  aggiungono:  d-unis  chopis  e  d-uns  chiandilirs  et 
de  unis  hiifòlis  xiv  10,  per  uns  furimegl  per  alcuni  forni- 
menti, ib.  Un  testo  italianeggiante  del  sec.  XV  ci  dà  analo- 
gamente: d'imi  porci)  (p.  333  pr.)  d'alcuni  porci  ('porcelli') \ 

150-1.  Un  buon  esempio  di  ND  in  n,  è  sinicc  sindaci,  xv  14; 
ed  ha  conferma  dal  dialetto  dell'ant.  Trieste  (v.  III). 

154:.  Di  -n  =  -M  che  resulti  all'uscita,  sarebbe  importante  esem- 
pio Von  (  =  om  uomo)  venuto  a  funzion  pronominale  in  chi  on 
la  debés  méti  xv  1,  che  altro  pur  non  deve  dire  se  non  'che 
sì  dovesse  metterla'.  Nello  stesso  documento  è  poco  prima:  che 
si^debés  tigne. 

156.  MN:  cfr.  incondegnàt  ecc.  xiv  8,  e  Arch.  I  520 n. 

167'':  seiont  avv.  xvi  1  (bis),  ordin.  5,  seiont  a  seconda  xvi  6  a, 
seioont  ordin.  ib.  &;  ma  segoond  avv.  e  prep.  ib.  a,  e  segoni 
avv.  XVI  8  a  3,  63,  71. 

167-8.  La  serie  si  compie  bellamente  per  gli  antichi  esempj: 
fu  fuoco  XV  1,  he  luogo  XV  2:  in  bon  lu,  puesto  in  lu  chi.,..,  in 
quel  lu  chu  vul,  e  11  :  in  lu  det  lu  ;-  cfr.  lus  al  num.  137 ^  — 
Poi  s'aggiunge  Jpan^  panico  (v.  p.  338);  laddove  Vo^WQvno  panizz, 
Pir,  504,  è  'paniciura'  anziché  'panicura';  e  à'ipani  si  può  chie- 
dere s'egli  vada  nella  serie  di  ami  ecc.  (tose,  panico),  oppure 
in  quella  di  salvàdi  ecc.,  poiché  i  dizionarj  latini  metton  pà- 
nicum^.-  Il  nome  di  persona  'Odorico'  ha  ancora  la  sua  gut- 
turale nel  testo  venzonese:  Bnrich^  ;  ma  ne' nostri  documenti: 
Sant' Adori  xiv  2,  Ser   Udurli  xiv  3,  come  Fidri  xv  1.   Così 


'  Ancora  sia  qui  notato,  come  fenomeno  non  affatto  privo  di  qualche  va- 
lore istorico,  l'aversi  ne' testi  italianeggianti  il  plur.  in  -i  di  feminili  della 
prima,  e  vuol  dire  la  forma  friulana  appena  sfrondata  del  -s  (cfr.  Arch.  I 
518-9  n,  II  405,  IV  362  n;  ecc.):  ly  festi,  de  candeli,  I  ;  femini  li  quali,  li  po- 
veri femini,  8;  menary  mendrii  mannaje,  li  gracij  vostry  (bis),  11. 

^  I  doc.  XV  1  e  2  son  cividalesi. 

^  Ma  quale  fondamento  ha  poi  questa  tradizione  lessicale  ?  Non  vedo  che  si 
citi  alcun  esempio  nel  verso  o  alcuna  testimonianza  d'antichi  grammatici;  e 
il  tose,  panico  e  il  mil.  panlg  ci  portano  entambi  a  panicum.  Lo  spagn.  e 
ven.  paniso,  il  fri.  paniz  e  anche  il  frc.  panis,  rivengono  a  'panicium';  e  se 
non  possono  far  prova  per  l'i  di  panicura,  pur  lo  favoriscono. 

*  rizut  (ricevuto)  per  Durich  e  Dumini.  Ma  Indrj  Indri,  in  quel  medesimo 
testo,  anziché  andare  con  Indrée  Andrea  (Arch.  II  442),  rivengono  qui,  e  deb- 
bon  valere  End  ri  co  Enrico. 


351  Ascoli, 

la  gutturale  si  regge  ancora  in  Lauzàc  xiv  7  (bis;  oggi  Lauzà 
stando  al  Pirona,  GOG,  Lauzàc  tuttora  stando  al  Joppi);  ma 
già  manca  in  Laijiiì  xv  14,  Montegnà  ib.  (bis)'. 

172.  Numerosi  gli  esempj  di  seni  sente  (san et-  saint-  sent, 
V.  Ardi.  I  457,  II  441).  Qui  ne  diamo  quelli,  che  portino  seco 
il  loro  pieno  accento:  la  di  d-ogna  sent  xiv  4,  viners  sent  xv  2, 
la  vilia  d  ognisent  14,  senz  e  sentis  16,  di  sent  xyi  2  h,  dei 
siee  senz  6  a,  aghe  sente  xvi  8  &  2.  Gli  altri  releghiamo  in 
nota^ 

173.  alleri  xix  d  cargn.,  ma  alegri  xvi  Sa  41,  alegro  f.,  xv  7  ". 
189-90.  siél  *sijél  sigillo,  xv  1;  cfr.  num.  230. 

200.  dr  =  TR  in  vyedri  e  miedrì,  v.  p.  337-8  n;  col  solo  r: 
indirer  4n-de-retro'  xiv  1,  voce  forse  non  indigena,  oltre  il 
solito  fraris  frati  xvii  6  (ter),  xviii  3- 

224-.  spiri  XVI  8  &  15  (bis),  xvii  6  (ter),  hlasm  xvir  1  a  (SQ, 
meri  sost.  xvii  6,  cfr.  num.  23,  larlz  larice  xix  a. 

227.  229.  Di  a  prostetico  sono  esempj  a  p.  334-5.  Di  s-\  spiéz 
petti  XVI  8  a  26,  40,  secondo  la  traduzione  del  Joppi  (p.  340)  ; 
schortès  scuìHìsie  ib.  16,  79. 

230.  Frequente  nei  documenti  dei  sec.  XIV  e  XV,  negli  udi- 
nesi in  ispecie,  un  g  {g,  j)  che  s'interpone,  o  dopo  o  prima 
àelVi  nell'iato.  Così  avremo,  almen  nella   scrittura:  -ige  -iga 


'  Pur  Fregala,  iu  quello  stesso  documento,  ma  non  vedo  se  debba  qui  stare. 

-  sento  Mario 'Sy  2  pass,  senta  Lucia  11,  senta  Maria  11,  la  sente  corone 
15,  sente  Marige  18,  de  sente  Trinitat  xvi  6  a  [santa  Maria  XIV  7,  sante 
Katarina  XV  11,  sancte  Maria,  sante  Maria,  14,  santa  Lena,  santa  erose,  se- 
Umana  santa,  2ò)\'  sent  Dumini,  sent  Filip,  sent  Dorat,  sent  31artin,  XIV 
3,  sent  Cancian,  sent  Marc,  sent  Michel  bis,  7,  sent  Jachun  e  Filip  II, 
sent  Pieri  XV  1,  sent  Pantaleon,  sent  Pieri,  sent  Dumini,  sent  Donat,  sent 
Michel,  2,  3  bis,  sent  Dumini  4,  sent  Pieri  5,  sent  Zuan,  sent  Blas,  6,  sent 
Mori  10,  sent  Jacum  11,  sent  Francese  bis  13,  sen  Grior  14,  sent  Martin 
15,  sent  Gervas  18,  sent  Pieri  22,  sen  Martin  XVI  2  h,  sent  sermoon  Q  a, 
sent  Laurinz  7,  sent  Jeroni  8  &  12  {sant  Adori  XIV  2,  sant  Jacu  5,  sanct 
Donat  bis  8,  sant  Jacum  XV  U,  san —  XVI  5).  Nell'Appendice:  sent  Stefano 
e  sent  Sciefin,  allato  a  sant  Martin^  II.  E  si  ricordi  finalmente:  ssuegneli, 
p.  340. 

'  S'aggiunge  Ieri  nel  componimento  rimato  dell'udinese  Sabbadini  (sec.  XVI): 
Ch'avees  la  vite  e'I  zij  plu  chu  mai  leiù, 
'che  avete  la  vita  e  l'andare  più  allegro  che  mai'.  Nello  stesso  componimcnfo 
è  il  femiu.  légre,  in  rima  anch'osso  (cfr.  ìpgri  ligrie,  V'ivT). 


Annotaziotii  ai  'Testi  friulaui'.  355 

da  -ie,  in  d-Ungarige  d-Ungarlga\  signurlgc,  iistirige,  xv  3 
(ustiria  x[v  12),  sente  Marlge  xv  18,  bichirigis  xiv  9;-  sto- 
riga  storea  xiv  8  {storia  xiv  12),  cópigis  copie  xv  3,  vigijs  vie 
XV  11  (bis);  e  qui  di  certo  spetta,  oltre  romunige,  un  vino  xv 
3,  pur  domenige  xv  18,  malgrado  l'apparenza  etimologica  del 
suo  ^  (cf.  Arch.  I  521)".  L'ortografia  è  diversa,  ma  il  fenomeno 
sarà  il  medesimo  in  einturge  (od.  ginthrie)  cintura  xv  13,  o 
in  cliorgàm  corame  xv  6  {coreian  xvi  8  a  18;  cfr.  Ardi  I  504). 
Più  strano  è  fiergis  de  la  chavala  ferri  xiv  7,  poiché  non  si 
vede  che  esista  un  sing.  '£iér-ie',  e  neppure,  in  questa  regione, 
un  verbo  'in-ferri[c]are'  (cfr.  inferadis  in  quello  stesso  docu- 
mento). Ancora  si  notino  lis  gallegis,  li  galegi,  le  galee,  xiv  8, 
Meginardo  Mainardo  app.  5,  e  spendegy  spendei  xv  3  (pass.), 
diegy  (cfr.  diey  xiv  8)  diedi  ib.,  pagagg  ib.,  e  sin  dogg  per 
'doi'  due,  ib.  Pure  in  d-arigint  d'argento  xiv  5,  xv  13,  sarà 
falsa  l'apparenza  etimologica  del  g,  e  vi  avremo  una  rappre- 
sentazione à'ariint  (cfr.  xiv  10,  e  Arch.  I  526  491).  Mi  resta, 
non  chiaro,  churtigiduris  xv  13,  cfr.  p,  335. 

Di  SR  in  str  è  esempio  importante  iestri  essere,  anche  per- 
chè ci  fa  sicuramente  risalire  all'età  in  cui  l'infinito  ancora 
manteneva  l'antica  sillaba  finale.  Ricorre  nei  doc.  che  seguono  : 
XIV  8,  XV  1  (quater),  xvi  8  a  10,  16,  48  (bis^),  56,  xvir  5  e; 
allato  a  iessi  xvi  6  pass.,  xvj  8  <j  6,  9,  28,  33,  75,  xvii  6,  ecc. 

L'epentesi  di  l  nel  noto  esemplare /?oc?re  xv  17,  inflodrà  x[v  5; 
cfr.  Arch.  I  533  n. 

SS'i''.  S'aggiungono,  per  l'epitesi  qui  descritta  :  leni  legno  xv 
18,  terent  ib.;  quintregiamhit  contraccambio  xvii  1  &  14;  e  si 
riproduce  térmit  X[V  7  (bis)*.  Tlanc',  piano,  si  riproduce 
anche  nel  verbo  aplanchà  xiv  5. 


'  Per  ga  ecc.  che  si  debban  leggei^e  ga  ecc.  o  ja  ecc.,  cfr.  si  garin  xiv  8 
(p.  196),  che  dovrà  pur  leggersi  si  jarin  s'erano  {no  iarin  xv  6),  e  gun  giu- 
gno XV  13  {iung  xiv  Q,  jugn  xv  14),  gul  Julius  ib. 

^  Anche  sigéi  sigillo  xiv  5  potrà  forse  qui  stare;  cfr.  siél  num.  189-90  -E 
giova  qui  ricordare  anche  gli  es.  di  je-  in  gè-  gi-,  che  sono  al  num.  28  I. 

^  Il  secondo  esempio  di  codest'ottava  è  in  funzione  di  sostantivo,  la  quale 
si  fa  più  notevole  nel  seguente  verso  del  Sabbadini  (sec.  XVI): 

Al  non  è  dipentoor  ciart  in  chest  iestri, 
'non  v'è  di  certo  pittore  al  mondo  (non  v'è  in  quest'essere)'. 

*  Non  va  confusa  con  cotesti  esempi  la  particola  finlc,  infinte,  xvi  8  rt  51, 
42,  e  tergest.  finta  Vam  pnsf^ó  Main.  05;  cfr.  p.  33C. 


35G  Ascoli , 

235.  Uno  splendido  esempio  ora  s'aggiunge  per  l'attrazione 
deWu.  Poiché  Vob,  che  ricorre  tre  volte  nel  3'  doc.  del  sec.  XIV 
(Civid.),  altro  non  può  dire  se  non  'ebbe'  :  aube  =  habuit.  È,  per 
qui  limitarci  a  un  solo  e  facile  riscontro,  il  correlativo  dello 
spagn.  hube  Imho;  cosi  come  lo  spagn.  siqie  supo  (prov.  saup), 
seppi  ecc.,  trova  la  sua  risposta  nell'ant.  venez.  e  lomb.  sope, 
Arch.  Ili  267 n. —  Per  l'attrazione  àeWi,  v.  aybut  ecc.  num.  93; 
e  si  confermano:  7^àibe  xvii  1  b  21,  raibos  xvi  8  &  8,  xvii  5  n. 


Ultima  appendice  ai  'Testi  inediti  friulani'  non  parrà  inopportuno 
che  ora  si  ponga  una  modesta  serie  di  cimelj  tergestini,  cioè  di 
reliquie,  più  o  meno  antiche,  dì  quella  varietà  friulana  ch'era  parlata 
a  Trieste  e  non  poteva  far  mostra  di  sé  nella  collezione  del  Joppi. 

I  Dialoghi  'tergestini'  del  Mainati,  sola  fonte  a  cui  i  dialettologi 
avessero  potuto  attingere  sin  qui  (v.  Arch.  I  479),  apparivano  come 
un  anello  divulso  dalla  propria  catena,  non  solo  nell'ordine  dello  spa- 
zio ma  ancora  e  più  in  quello  del  tempo.  Nulla  si  conosceva  di  co- 
testa  varietà  friulana  che  fosse  anteriore  ai  Dialoghi  o  li  seguisse; 
e  anche  poteva  parere  alquanto  singolare,  che  a  così  breve  distanza 
da  noi,  cioè  nel  1828,  ancora  desse  un  saggio  così  sicuro  e  abon- 
dante  della  propria  vita  un  vernacolo  che  pochi  anni  pili  tardi  sì 
sarebbe  spento  e  come  ignorato.  Sorgeva  perciò  abbastanza  legìttima- 
mente, massime  fra  i  lontani,  un  qualche  dubbio  che  forse  c'entrasse 
un  po' d'illusione  nell'attribuire  senz'altro  quella  parlata  alla  vecchia 
Trieste;  e  se  l'esame  un  po' accurato  dei  Dialoghi  stessi  e  dei  dia- 
letti o  dell'istoria  dialettale  delle  contrade  circonvicine,  di  Muggia 
in  ispecie,  pur  toglievano  forza  a  ogni  sospetto  circa  l'autenticità, 
piena  e  perfetta,  dei  saggi  del  Mainati,  e  se  insieme  s' aggiungevano, 
per  coloro  che  non  sono  estranei  a  quelle  terre,  testimonianze  tradizio- 
nali ben  valide  che  raffermavano  il  carattere  friulano  della    vecchia 


CimeJj  tergestini,  357 

favella  di  Trieste,  ò  tuttavolta  una  cosa  molto  bella  che  ora  si  possa 
largamente  risaldare  nel  tempo  codesta  friulanità  della  novella  re- 
gina dell'Adria. 

Di  ciò  i  dialettologi  debbono  saper  grado,  non  già  al  direttore  di 
questo  Archivio,  ma  all'ab.  Jacopo  Cavalli,  l'autore  benemerito  della 
Storia  di  Trieste*-.  Nella  quale  essendo  accennato  alle  scritture  in 
cui  si  contengono  i  cimelj  dell'antico  parlare  tergestino  e  anche  da- 
tone un  qualche  saggio  (p.  158  e  segg.),  V Archivio  glottologico  se  ne 
fece  molto  ghiotto;  e  l'egregio  uomo  s'è  tosto  compiaciuto  di  fargli  te- 
nere i  preziosi  suoi  spogli,  ed  anche  la  copia  integrale  di  qualche  do- 
cumento o  squarcio,  come  ora  in  nota  a  parte  a  parte  si  vede^.  Di 
codesto  materiale  or  dunque  ci  gioviamo,  incastonandolo  partita- 
mente  nel  quadro  che  anche  per  la  varietà  tergestina  era  preparato 
nel  primo  volume  àQ\VArchivio\  alle  pagine  del  quale  pur  qui  si  ri- 


*  La  storia  di  Trieste  raccontala  ai  giovanetti  da  Jacopo  Cavalli,  Trieste 
1877. 

*  Alla  descrizione  di  codesti  spogli  o  documenti,  aggiungo  Tindicazione  del 
modo  in  cui  son  citati  nelle  pagine  che  seguono. 

1.  Estratti  dalla  'Vicedomineria',  a.  1325-1466;  si  citano  per  T  e  il  num.  e 
foglio  del  volume. 

2.  Estr.  dal  'Banclius  MaleSciorum',  a.  1327-1500;  si  citano  per  31  e  il 
num.  e  foglio  del  volume.  La  corrispondenza  fra  i  volumi  e  gli  anni,  è  que- 
sta che  segue:  I  1327,  II  1338,  VI  1354,  VII  1359,  Vili  1359  e  1381,  IX 
1384,  X  1401,  XI  1445,  Xll  1473,  XIII  1487,  XIV  1496,  XV  1500. 

3.  Estr.  dai  'Camerarij',  a.  1330-1550.  Si  citano  per  C  e  il  num.  e  foglio 
del  volume:  I  1330,  II...,  V  1366,  VII  1387,  XI  1426,  XII  1440,  XIII  1449; 
poi  per  C,  l'anno  e  il  num.  del  'regim.' 

4.  Estr.  dai  'Testamenta',  a,  1342-1485;  si  citano  per  T  e  l'anno. 

5.  Dal  'Liber  Reformationum',  docum.  del  14 13;  si  cita  per  R. 

6.  'Nomi  antichi  delle  contrade  della  città  e  del  territorio  di  Trieste,  tratti 
dai  manoscritti  dell'Archivio  diplomatico'.  Questo  copioso  e  importante  spo- 
glio dell' ab.  Cavalli,  si  cita  per  ctr. 

7.  Squarcio  degli  'Statuti'  del  1421  ;  citato  per  st. 

8.  'Lista  di  patrizj  e  plebei,  coi  loro  sopranomi',  d'intorno  il  1550;  citata 
per  L. 

Inedite  tutte  queste  fonti,  tranne  il  num.  7,  pubblicatosi  nel  'Codice  diplo- 
matico istriano'  (donde  qui  si  cita  anche  un  doc.  del  1467),  e  tutte  nell'Ar- 
chivio diplomatico  triestino.  S'aggiunge  ancora: 

9.  Un  sonetto  del  1790,  riportato  dal  'Caleidoscopio'  di  Trieste  (anno  quarto, 
1815),  qui  citato  per  son. 

Archivio  ?lottol.  ital..  IV.  2» 


358  Ascoli, 

manda  con  la  citazione  che  segue,  senz'altro,  al  numero  correspettivo 

degli  articoli. 

Non  hanno  tutte  le  fonti,  alle  quali  qui  si  attinge,  uno  stesso  ca- 
rattere dialettale;  ma  anzi  si  divariano  non  poco,  secondo  la  loro 
tergestinità  piti  o  meno  spiccata.  La  corrente  veneziana,  che  finì  per 
assimilarsi  la  tergestina  o  friulana,  prevale  intanto,  pure  a' vecchi 
tempi,  nel  linguaggio  dei  cancellieri,  in  quanto  esso  non  sia  addirit- 
tura latino;  e  così  vene  zi  aneg giano  grandemente  o  letterateggiano 
le  fonti  che  nella  nostra  nota  portano  ì  numeri  2  (M),  5  (R)  e  7  (st). 
Duole  che  questo  sia  in  ispecie  della  prima,  nella  quale  abondano  le 
intiere  frasi  vernacole,  dove  nelle  piìi  genuine  ci  riduciamo  a  poco 
piti  di  meri  frammenti.  Così  quella  jfonte  (M)  non  dà  pure  un  solo 
esempio  per  l'una  delle  due  piti  spiccate  caratteristiche  tergestine  o 
friulane  (v.  il  §  160-65),  e  ne  dà  due  soli,  e  entrambi  adulterati,  per 
l'altra  (§  137:  -is  di  plur.  femin.).  Tuttavolta,  qualche  utile  elemento 
si  raccoglie  anche  dai  filoni  men  puri. 

Ma  poiché  nella  stessa  Venezia,  quando  risaliamo  a  una  certa  an- 
tichità, riabbiamo  dei  caratteri  che  son  friulani  o  coi  friulani  coin- 
cidono (così  per  es.  il  -s  di  seconda  pers.  sing.,  o  il  tipo  zudeg  zù- 
dig  giudice^),  ne  consegue  che  debba  incontrarsi  qualche  difficoltà  da 
ehi  aspiri  a  una  continua  distinzione  fra  quello  che  nelle  antiche 
scritture  di  Trieste  provenga  direttamente  dalla  fronte  friulana  e  quello 
che  vi  arrivi  per  la  via  di  Venezia.  Nondimeno,  acuendo  un  po'  lo 
sguardo,  ritroveremo  che  i  dubbj,  dove  pure  in  qualche  parte  si  reggano, 
non  portino  un  vero  disturbo  alla  dimostrazione  cui  s'attende.  Cosi 
nelle  serie  o  per  una  parte  delle  serie  che  son  considerate  ai  §§  87  ecc., 
e  114  ecc.,  ben  v'iia  coincidenza  fra  l'antico  veneziano  (o  veneto)  e 
il  friulano;  ma  son  fenomeni  che  in  Trieste  si  continuano  integral- 
mente sino  all'età  del  Mainati;  e  perciò,  cosi  nella  loro  insistenza 
come  nella  loro  estensione,  attestano  una  vitalità  maggiore  di  quella 
che  da  Venezia  potesse  rifluire  sopra  Trieste,  o,  in  altri  termini,  fanno 
testimonianza  che  nella  region  triestina  fossero  e  durasser  più  co- 
spicue, che  non  nella  veneziana,  le  proporzioni  del  substrato  ladino 
o  friulano. 

La  stampa  distingue,  col  carattere  più  minuto  e  le  righe  piti  brevi, 
(guanto  giovi  notare  di  propriamente  veneziano  (proprio  cioi  dell'an- 


•  Vedine  Arcb.  I  418-73  (120-33),  III  252  266. 


Ciraelj  tergestini.  359 

tìca  Venezia)  in  codesti  documenti  dell'antica  Trieste*.  E  insieme  si 
mira  a  distinguere  qualche  importazione  'istriota'. 

9  (485,  486-7,  de.  Ili  258):  bandéria  C  pass.;  cfr.  nura.  18-23. 

10.  57  (487).  ALT  ecc.:  'centrata  Rivaiti'  Rivu-alto  Riv- 
-auto  Rivu-aut  ctr.,  ed  ecco  a  Trieste  il  'Rialto'  di  Venezia  {riau- 
to, V.  Arch.  I  473);  'qui  fecit  mautam  C  I  53-'^;  'Valderivi  Bal- 
darivi'  Valderif  B andar iu  Bauderiu  ctr  ;  Bando  Ubaldo  (cfr. 
Arch.  I  473)  V  pass.;  'et  .fauces  feri',  falci,  M  vr  49^;  'Calcara' 
Chiauchiara  ctr.,  'Alberi'  Alber  (Albér?)  Auher  de-Audert 
ctr.-;-  poltron  poiUron  M  vii  44^. 

23  (489,  491):  viénari  bis  C  xii  26"  {veìiere  ib.  17^). 

mìédego  C  1537  III,  liévor  L,  vitapkri  M  vu  98";-  non  te  timo 
Cd.  dipi.  istr.  31  lugl.  1467,  cfr.  Arch.  I   142-3n,  IV  343. 

28  (490,  491-2).  I.  diei  belli  C  xn  92^  Tome  Ghiastiél  T  1474, 
Fontanellis  Fontaniellis  ctr.,  Farnadiél  ctr ,  'ctr.  Iselle,  Di- 
selle' Disiella,  Liguselli  -usiei  ctr.,  Musiella  ctr.,  Chiampi- 
delis  -diellis  ctr.,  'ctr.  Pradelli'  Pradiél;  Zanfaniestris  ecc. 
ctr.,  Salviestro  C  xii.  II.  a  iiemene  [sic]  a  termine  M  xi 
147^  san  Siarz  Sergio  ctr.,  cfr.  s.  Marie  de  Seris  e  de  Sia- 
ris  ctr.        III.  riendém  rendiamo  son. 

I.  barcha  viecha  C  xiii  130\  cfr.  Arch.  1  454-5.  III.  vindi 
vendo  bis  M  ii  S'^,  si  die  vindj  si  dee  vendere  xi  83'',  vinduda 
st.,  singa  senza  M  xi  16S''  e  altrove;  cfr.  Arch.  I  434 n,  443  n. 

18-23  {4Q2-^)\  pleina  M  vii  98^  Vena  Veina  ctr.,  'ctr.  Arene 
Reyne  Rene', 'domina  Leyna'  T  Ì46Q,  santa  Leyna eie  ;  Valese 
-leis  ctr.,  Marzes  -geis  ctr.;  canei,  farnei,  C  xiii,  caneto,  far- 
neto,  come  traduce  il  Cavalli,  e  con  questi  andranno:  Slerpey 
sterpeto  ctr.  (centrata  Sterpeti,   Sterpej),    Correi  cerreto  ctr. 


'  È  un  accenno  storico  in  questa  minaccia:  e  si  io  fosse  denangi  lo  doxe, 
io  li  difia...  M  X  73^(1401).  Si  tratta  d' un' imputazione,  che  deve  riferirsi 
al  periodo  in  cui  Trieste  era  soggetta  a  Venezia.  —  Degli  screzj  fra  Ter- 
gestini e  Slavi,  è  testimonio  l'uso  dileggiativo  o  anzi  ingiurioso  del  nome  di 
'ilavo':  M  xn  80'',  xiii  65'. 

'  Cfr.  'Carbonaro'  Chaubonare  ctr.  -  'De  aulenaro'  C  11  136\  de  aulenar 
C  1543  II,  ci  conferma  la  ragione  peculiare  di  codosl'cscmpio,  Arch.  I  487. 


360  Ascoli, 

(centrata  Cerreti,  Cerrei  ;  anche  nel  terr.  di  Maggia),  Iiivicha~ 
stegnei  Redechiastenei  (contr.  Rivi  de  castagneto)';  voy  me 
avey  ter  M  ix  70^...  e  no  voley  ib.  ;  treij  C  xr  40*,  48^  ven- 
titrei  son.;-  mugleir  mogleir  M  ii  8%  iv  47'';  vein  vieni!  v 
71'',  hein  xn  102*  (e  così  occorre,  come  nome  di  famiglia:  Del 
Beine  =  Del  Bene);  stadeira,  allato  a  stadiera  e  staldiera, 
C  xiii  139». 

56  (496-7):  I.  nuestro  nuestri  son,,  cfr.  Main.  96,  97,  109, 
113,  Cologna  Coluegna  ctr.  IL  'contr.  Ri-vistorti  Ristorti'  Ri- 
stuart.  46-56  e  61  (497-8,  500)  :  de  foura  C  xiii  45",  pou  ^  pò 
(può)  M  VII  132*  e  R;  goufa  M  xv  247^-  villa  santa  Crous  ctr., 
Ziistol  de  santa  Crous  C  xiii  86*. 

fuora  M  vi  ^&,  che  tu  può  x  161'',  fazuolo  xv  53%  de  nuovo, 
muodo,  C  XII  56'';  Griguór  M  xi  157'';  lo  muol  il  molo  C  xii 
88^  (bis)  e  C  1543  P;  tuo  tuo,  to',  prendi,  M  xi  16P,  li  tuo 
toglile  XV  53'';  e  anche  zuó  giti  (ven.  zo)  xii  61%  e  sin  ruóvol 
rovere  C  1537  II  {rovaio  C  1541  III).  Cfr.  Arch.  Ili  249.  — 
Maistro  Aulif  C  xii  59%  cfr.  Arch.  I  505,  e  a  formola  tonica: 
denante  la  paurta  de  Riborgo  T  1485,  e  una  contrada  ciamada 


•  S'aggiungono,  raeu  chiari:  couti'.  Spino'eti,  Spinolei;  contr.  Sterneti  -nei'^ 
contr.  Stellei  -lei. 

-  A  proposito  di  questa  forma,  mi  sia  lecito  avvertire  che  è  uù  po'  strana 
la  sicurezza  con  la  quale  senz'altro  si  dichiarano  dal  lat.  moles:  l'it.  molo, 
sp.  muelle,  fr.  mòle  (cfr.  Diez,  less.  s.  molo).  Già  sotto  il  rispetto  morfolo- 
gico, vi  sarebbe  la  difficoltà,  tutt' altro  che  lieve,  del  doppio  tralignamento 
della  desinenza  e  del  genere.  Ma  nell'ordine  de' suoni,  saremmo  poi  a  un  com- 
plesso d'anomalie,  poiché  l'italiano  dovrebbe  darci  mgl-o  e  lo  spagn.  mol-o 
e  la  base  frane,  non  altro  che  tnol  o  meul.  Ora  io  qui  non  intendo  di  risol- 
vere, con  poche  parole,  codesto  problema  abbastanza  complicato;  ma  può  es- 
sermi concesso  di  notare,  che  un'antica  base  nominale  mól-io  (cfr.  per  ora: 
dolio  allato  al  verbo  che  nel  paradigma  popolare  fa  alla  1.  pers.  pres.  dol-jo; 
o  voli  a  allato  alla  1.  pers.  pres  che  in  quel  paradigma  è  vol-jo)  darebbe 
insieme  buona  ragione,  cosi  dell' it.  molo  (cfr.  gloria  ecc.,  e  per  il  dileguo 
dell'i:  somaro  ecc.  e  vangelo),  come  dello  spagn.  muelle  (r=muélje,  cfr.  per 
l'-e:  miege  ecc.  Arch.  I  78  e  l'aut.  sp.  sago  -  sabio).  Ma  il  frc.  móleì  Sa- 
rebbe singolare  che  dovesse  andar  disgiunto  dalla  voce  it.  e  dalla  spagn.;  pure 
è  manifesto,  che  mòle  risponderebbe  correttamente  a  modulo-,  così  come 
rólc  risponde  a  rotalo-.  Ora  c'è  appunto  un  basso  lat.  modulo-  nel  signif. 
di  'molo'  (v.  Du  Gange,  s,  modulus,  moles,  molum). 


Cimelj  tergestiui.  361 

denantò  la  puarla  ctr.  ^  Circa  viijo  voglio  M  xv  01'',   huj 

uova  C  XIII  4C",  cfp.  Arch.  I  445  n. 

68"  (501):  Chiilau  Colau  Nicolò  C  x[i  23^  C  1536  11,1541  III. 

71-72,  76  {òOÌ,  Ò03-4) limbasedór  C  xi  48^ ;inchóna  C1539  I, 
indrona  C  1542  I  e  altrove  (Main.:  androna  69);  siridura  C  xi 
44%  pilligàr  C  xiii  149",  Piligr'm  C  1538  I. 

87-8.  92  (506-7). 

Pieri  C  1541  III,  Pauli  C  1540  II; 

palasi  sing.  M  ii  8=^,  47",  C  xni  50^,  servixi  sg.  C  xr  51*, 
sarvixi  xii  26^,  Antoni  M  xi  157",  el  so  salari  C  xiii  14-'^,  vi- 
chari  sg.  C  1541  III,  cimiteri  ctr.  ; 

Zw(/  (anche  lugo)  luglio  C  xr  48*,  fameij  famiglio  M  xi  76",  lo 
fi  figlio  C  1541  III;-  Zorzi  C  xii  115";  Amh^os  ib.  26*; 

7ìies  mese  C  xi  44%  mess  id.  son.,  jja^t^s  M  viir  166*,  tamis 
'tamisi'  stacci  C  1541  III,  vis  M  viii  92*,  Trevis  C  xii  56*,  ^os 
(ven.  zóso  giuso)  xi  44",  grazios  xi  44",  rabios  L,  ì^edeglós 
pidocchioso  L,  ros  C  xni  58*,  sgl  tignés  s'egli  tenesse  L,  5-e^ 
/bs  M  VII  106",  che  jo  te  des  ib.  109"  (cfr.  n.  morfol.);  farà  so 
cors  M  IX  30*; 

dies  dieci  C  xi  48*,  óndis  L,  undis  C  xi  40"  (ali.  a  diese), 
dódis  trédis  quindis  ib.  40*,  sédis  ib.  48*,  55*,  làris  larice 
C  1539  I,  zi'ides  giidis  M  vii  55*,  106*,  ziidis  pi.  R.  pass.;  ci- 
riex  pi.  (?)  C  XII  71*;  hahitadrls  bis  st.,  pas  C  xiii  10",  plas 
piace  R; 

hraz  L,  mustaz  L,  tavolaz  C  1538  I,  S02:  sozzo  M  ir  7P; 
me^  L; 

cimiteri  de  san  Francese  sancti  Francisci,  ctr.,  Frances  de 
Venezia  C  1541  III;  s,  Marc,  s.Roc,  C  1541  III,  doy  zone  bis 
C  XI  48; 

ho  Mx  73%  ùltem  C  xi  44";  tufo  el  gior  C  1544  I; 

soldi  dixinou  C  xi  44*,  ou  uovo  L  (pi.  huj  C  xrii  AQ^),  pre- 
scriv  son.;  Codróip  C  xiri  60*,  Codroy  xii  116"; 

san  Vi  Vito  C  xii  22",  86",  ctr.;  brut  M  vi  59*  {bruto  ib.  55*); 
adi  sora  dit  C  xr  40*,  49*,  Monte  sconfìt  ctr.,  de  lo  matt  M  xr  37*  ; 


•    •  Mainati:  puarta  de  Riborr/h  03,  64,  pudrta  72,  79,  ]0I,  cfr.  muàrt  ib. 
98;  ecc. 


3G2  Ascoli , 

Triesf  M  \\  3&',  ix  3C=^  (bis),  R  pass.,  st ,  Terrjesl  ter  M  x  73'' 
{Trieste  ib,);  agosl  C  xr  42'*^,  sor  Zust  ib.  42%  44'';  pugulent 
M  IX  35*,  luogotenent  st.,  C  xi  48'',  Pinguent  xii  87'',  Satamont 
ctr.,  'Martiusius  (?)  -picol-infanV  V  vrrr  220*; 

?m  so^^  M  VII  109%  manigold  ix  35*,  Arnolt  bis  ix  56*,  2?; 
^  grani  consejo  bis  xi  126'',  [sapiant  la  usanga  st.]. 

91  (508):  idó  *aidó  bis  C  1542  I,  cfr.  iudó  C  1544  I. 

97  (509).  L  +  I  di  pi.:  liaij  leali  C  xi  52'',  badij  allato  a  Z^g- 
dili,  C  1543  I. 

105  (512):  stagiera  C  1544  III. 

lU-22  (513-15):  clave  M  X[  157'',  'CI u già  fons'  ctr.,  Mi- 
chael gerclar'Y  ix  122%  Zuam  SchlafC  1548 1 ;  glesigs  chiese  L; 
ogli  L,  pedoglo  T  1465,  pec?g^fós  L;-  Glaga  ctr.,  'matheus  de 
inglerada'  V  x  29-^;-  plas  (allato  a  piaserà)  R,  plàdena  C  ir 
45*,  pleina  piena  plenia  M  vii  98*,  ix  52*,  vii  QQ^,  pluy  ix  30*, 
pluiR,plusor  volte  M  XI  \Q>2>^\-  'domina  bellaflor''  n.  d.  donna 

V  IV  241*;-    blanchaflor  id.  V  xx  9'',   'unum   guardacuor   de 
blanchet' T  \48S,  Jacho  Blanc  Cxm  43^/ ìacohus  de  la  blonda' 

V  XI  26*,  [la  biestema  C  1548  li]. 

137  (517-19). 

Sopravvive  qui  di  certo,  in  alcuni  nomi  di  vie  o  contrade, 
pur  qualche  -s  di  plur.  mascol.  ;  ma  non  più  inteso,  sin  da  qua' 
tempi,  0  come  fossile,  e  perciò  foderato  di  nuova  desinenza  nelle 
forme  raffazzonate  alla  latina:  'contrata  Melarsii'  e  Melars 
(friul.  melar  melo);  'contrata  Cadinsij',  Chiadinj  Chadin  Ca- 
dins;  contr.  Corniglin  Curniglins ,  Murtisms,  Punzinins;  e 
vedi  ancora  più  innanzi,  in  questo  stesso  numero. 

Per  V -i-s  di  plur.  femin.,  abbiamo:  glésigs  chiese  L,  fant  de 
cliòpis  L,  'Ciprianus  de  lis-molis'  M  v  86"  (bis),  vi  3%  'Mari- 
nus  de  lis-bestiis*  V  iv  76%  'Cantius  de  lis-fontanis'  xix  113*, 
'Justus  de  jarbiiQulis'  delle  erbuccie  (cfr.  friul.  jerbiigis  bie- 
tola da  erbuccie)  xx  31*.  In  -a-s:  putànas  puytanas,  M  viit 
164%  165*%   Ancora    s'aggiungono  in  -i-s   i   seguenti  nomi  di 


'  È  il  -s  male  appiccicato  dallo  scriba  veneziano  o  venezianeggiante.  - 
Plural  feminile  non  appena  spoglio  del  -s:  doi  maneri  mannaje  (?)  C  1541  III; 
y    qui  sopra,  p.  353  n. 


Ciuiclj  teigestiiii.  3G3 

contrade:  Contrata  Berdc',  de  li  Berdis,  lis  Berdis;  'Calvule' 
Chiarvule  Chiarvulis;  Fontanellis  -niellis\  Giarizulis;  Vuar- 
dis  Guardis  ('centrata  Guardisij';  v.  sopra);  Planegis\  Sca- 
nuelle  Scanuellis  (e  pure  Scanuellas);  Sesfontanis  Sefontane 
Sefonianis\  Tiv  argini  li  s  ;  Orsenigo  Ursinigis  e  Ursinins  (cfr. 
Urginins  Urcinicco,  nel  Friuli;  Pir.  633);  'fons  Zanfanestras' 
Zanfanieslris;  'fons  Zudecharum'  Zudecliis  (la  Zudcca  di  Ve- 
nezia). E  fra  le  contrade  di  Muggia:  'in  loco  qui  dicitur  la  vai 
de  li  monigis;  e  'contrata  sonaglis\  che  pare  pur  questo  un 
esempio  di  plur.  mascol.  (cfr.  friul.  sunàjs  sonagli). 

Quanto  al  -s  di  seconda  persona,  la  qualità  e  l'età  delle  scrit- 
ture da  cui  proviene  la  maggior  parte  degli  esenipj  (M,  135 1-84), 
già  farebbero  inclinare  ad  attribuirli  alla  corrente  veneziana 
anziché  alla  friulana;  e  l'intrinseco  degli  esempj  stessi,  non 
solo  non  s'oppone  a  questa  sentenza,  ma  anzi  in  parte  la  suf- 
fraga. Di  certo,  l'età  d'un  altro  documento  congenere  che  loro 
sì  aggiunge,  è  un  po'  troppo  bassa  perchè  s'abbia  a  consentire 
senz'altro  che  il  -s  d'una  seconda  persona  bisillaba  d'indica- 
tivo presente  vi  sia  di  schietta  e  diretta  provenienza  veneziana 
(cfr.  Arch.  I  461-3);  ma  questa  è  tal  considerazione  cronolo- 
gica, che  punto  non  basta  a  farci  ricredere  dell'anzidetta  sen- 
tenza. Vorrà  dire,  che  qui  s'avrà  un  complesso  di  nuovi  esempj 
di  -s  veneziano  fuor  di  Venezia,  tra'  quali  è  più  d'uno  che  an- 
che merita  considerazione  per  l'età  inoltrata  cui  egli  arriva. 
L'incrociarsi  della  corrente  veneziana  con  la  tergestina  o  friu- 
lana, si  fa  poi  ben  manifesta  per  la  seconda  pers.  di  'esse'. 
Quella  porta  il  suo  tu  es  (Arch.  I  462),  questa  dà  il  suo  tu 
sons  (friul.  sos;  Main.  :  ti  sos-to):  tu  es  vi  31",  59',  es-tii  ix. 
29^*;  tu  soìts  VII  42%  44=' ,  45%  vm  167' ^^  tu  sos  xv  364  "^  E 
passando  agli  altri  esempj,  poniamo  prima  i  bisillabi  di  pre- 
sente indicativo:  tu  es  poltron  et  hixls  de  fradel  e  de  sorela 
(esci,  V.  Arch.  Ili  280)  vi  3P;  tu  mentis  per  la  golia  (Cod. 
.dipi,  istr.,  31  luglio  1467;  cfr.  ant.  friul.  ment-s  ecc.,  Arch.  IV 


'  tu  ei  VII  6»,  tu  e  ix  63%  xi  154*. 

*  tu  son  IX  31".  —  sons  due  volte  anche  in  vm  164'',  e  la  prima  pare  iu 
funzione  di  seconda  plurale,  cosi  com'è  neir'italianeggiante'  ooy  som  ib.  165\ 
Cfr.  sonèm  siamo,  Main.  67,  allato  a  seni  62. 


364  Ascoli*, 

314,  e  anche  v.  1.-109 a),  dove  mal  si  regge  il  dubbio  che  sia 
da  leggero  mentis  (■=  mentissi  =  mentissis)  e  vedervi  il  paral- 
lelo di  'mentisci'  piuttosto  che  di  'menti'.  Ancora  appar  bisil- 
labo digis  dici,  in  tu  no  cligis  vero  ix  63\  Ma  senza  il  -s  le 
altro  bisillabe  di  pres.  indicativo:  tu  me  pari  bis  ix  19%  se  tu 
credi  che  io  aibia  30%  che  tu  ari  che  tu  eri  xi  95",  e  pure  il  con- 
giunt.  che  tu  vegni  ix  30",  oltre  l'imperf.  tu  no  devevi  andd  48\ 
Torna  il  -s  in  una  trisillaba  di  congiuntivo  e  nelle  monosil- 
labe dell'indicativo:  che  tu  fecessis  bem  ix  48*^;-  tu  no  pos  vii 
C%  tu  vos  IX  29%  30%  [te  vos  30"*],  tu  no  vos  29%  tu  non  vos  30% 
tu  vas ,  tu  mal  de  vas  (ne  vai),  52* ,  tu.  me  as  invola  vi  33'', 
l-as  fat  36%  tu-te  as  fat  viu  92*,  tu  as  muda  viii  166",  se  tu 
as  arme  ix  28'',  30"^^;  onde  si  passa  all'-as  di  futuro:  ni  tu 
no  faras  vii  44%  tu  vigneras  ix  29^,  torneras  52*;  e  nel  docum. 
del  Cod.  diplom.  citato  qui  sopra:  tu  me  has  chasado  m'hai 
cacciato,  tu  non  saras  judecce.  Per  la  combinazione  col  pro- 
nome enclitico,  mi  limito  a  aggiungere:  ma  no  ves-tu  (che  deve 
dire:  vedi-tu)  ix  25*,  fastu  vastu  56*.^ 

144  (519n).  Il  caratteristico  -m  da  -n  s'avverte  di  continuo: 
cha77i  M  VI  22%  bem  vri  44=^,  ix  48%  vilam  ix  36*;  citadim  ecc. 
R;  taliam  italiano  C1536  III,  Udem  Udine  C  1541  III;  sUn- 
góm  L,  Ijochóm  L,  Bastiàm  L;  ecc. 

150-51  :  sinichi  sindaci  C  xi  50*,  v.  lo  spoglio  dei  'Testi  friu- 
lani' (p.  353). 

160-65  (521):  chialcina  C  xii  56'%  dei  Mei  chiavai  xii  92^ 
Tome  chiastiel  T  1474,  chiadrega  C  1548  1%  Fieri  Chiar^ 
gnel  C,  Zuam  Chiavalin  C  1545  III,  Zuan  Chiaritoi  C;-  be- 
chiar  C  1541  III,  bruchia  (sarà  la  'brocca',  bulletta,  friul. 
hruce)  ib.,  casachia  casacca  (fri.  gasace)  ib.;  banchia  ib.,  man- 
chia  L;  bar  càia  C  1542  I  ;  peschiedor  C  xi  46\  todeschia  L, 
schiaffa  (ren.  scafa,  scaffale,  scolatojo  ecc.)  h"^]-  predigedor 


*  tu  a  IX  63". 

-  Del  -s  che  passa  alla  3.  sg.  del  cong.  pres.  (Arch.  I  518 n),  è  nuovo  esempio 
che  lo  consérvis  sou. 

'  chiadiol,  C  xiii  111"? 

'  Nello  stesso  documento  s'aggiunge  schiama  de  pessi,  e  sarebbe  nuovo  esem- 
pio di  ca  =:  CA-  QVA,  cfr.  Arch.  I  524-25.-  Di  QVA  in  ga  è  esempio  carat- 


Cimelj  tergestiui.  365 

C  xi[[  117''^;  domenia  soii.  Ora  seguono  esempj  che  per  que- 
sto paragrafo  sono  offerti  dall'elenco  dei  nomi  di  contrade  ecc.: 
Calcara  Cliiauchiara ,  Malchianton,  Barhachiaìi,  Chiastel, 
Chiasilom,  Chiampidiellis,  'contr.  Campi  marcij'  Chiamarz, 
dia  Chia  Chya,  'contr.  Cauriani'  ChiaicìHan,  Chiavorleg,  Chia- 
novela,  'contr.  Cavane'  Chiavana,  Chiarpidulis,  contr.  'Rivi  de 
castagneto'  Redechiastenei,  Sporchiavile  ;  e  altri.  181-2.  Blas 
del  gilinar  T  1470,  Gatinara  Giaiinara  (e  Catinara  Chiati- 
nara)  ctr. 

200.  viàrio  vetro,  M  xi  IST'*,  non  è  senza  valore  pur  sotto 
il  rispetto  morfologico  ('vitreo-'),  cfr.  friul.  vedredr  Arch.  1 527, 
e  vérie  Pir.,  oltre  lo  spagn.  viàrio,-  Di  laro  lara  M  viii  166% 
167%  XV  4^  [laàró  xiii  17^),  ix  156'',  non  toccherei,  se  non  fosse 
per  avvertire  che  anche  nel  Mainati  si  continua  la  forma  spo- 
glia: laro  lari  AQ. 

215-16  (529  n).  Il  caratteristico  au,  habet,  ritorna  in  che  l-au 
la  gola,  che  egli-ha  la  gola,  L. 

Le  osservazioni  d'ordine  propriamente  lessicale,  a  cui  da- 
rebber  luogo  pur  questi  frammenti  tergestini,  si  debbono  riser- 
vare ad  altro  posto.  Ma  possono  qui  stare  alcune  voci,  che,  nel 
loro  insieme,  son  caratteristiche  abbastanza,  e  non  ripetono  la 
loro  specialità  se  non  dalle  particolari  determinazioni  fonetiche. 
Duto  ecc.,  tutto  ecc.  :  duti  Mvii  106'',  a  duti  doi  x  135^  duti  R  bis, 
duto  duti  (ter)  dute  st.  (cfr.  Arch.  I  445  446 n  526);-  desnem- 
brata  dis-merabrata  M  ii  14^  (friul.  némbri);  Wulneravit  cum 
uno  stomblario  vr  15^  (fri.  stómbli  Arch.  I  520);  fradi  fra- 
tello C  XIII  43*  (unico  esempio;  friul,  id.);  pustoyma  postema 
M  vili  119",  120%  cfr.  Arch.  I  488,  gerolicho  chirurgo  C  xi 
54''\  L'uso  piuttosto  che  la  forma  si  considera  in  vedrana  vec- 


teiistico:  'purgatura  fuit  agarium  ripe  comunis'  C  va  7',  cfr.  Arch.  I  524 
e  aga  Main.  14,  80. 

*  'Altrove  giroicho\  Cavalli.  La  forma  addotta  nel  testo,  accennerebbe  a 
rgi  in  ri  (cfr.  arint)^  piuttosto  che  in  ;t,  cfr.  Arch,  I  500  510;  mail  r  si  tace 
anche  negli  spagn.  cinigia  cirujano. —  Sia  ancora  notato  in  quest'incontro, 
ch'era  più  che  legittima  l'esitanza  con  la  quale  il  friul.  plina  si  registrava 
sotto  Ve  (Arch.  I  488).  *In  un  istrumento  di  locazione  del  1335:  locavit.... 
^ad  quatuor  pluynas  camporwn.  Il  Kandler  dice  la  plina  trieaiìtia.  (=256 


3G0  AscoH, 

cllia  'veterana'  M  i  4.7'',  vi  9''  (cfi-.  Ardi.  I  527);  e  filialmente 
si  nota  avcmo  favela  abbiam  parlato  M  ix  03*. 

La  messe  morfologica  che  da  questi  frammenti  si  ritrae, 
non  è  abondante;  ma  è  all'incontro  molto  rimescolata,  e  non 
è  sempre  facile  lo  scernervi  il  grano  dal  loglio,  o  la  provenienza 
dei  grani  diversi. 

fatturadressa  fattucchiera,  quasi  'fatturatrice',  M  i  43%  xii 
107*,  è  di  tipo  friulano  (cfr.  fri.  menadresse,  hrazzoladressé)  \ 
E  tor  è  maschile  come  nel  friulano  (Cavalli;  cfr.  Pir. :  torr  m. 
campanile,  torr  f.  torre).  Voi  proclitico,  'egli',  in  che  ol  no 
pò  M  711  76*,  quando  ol  stava  C  1539  I,  ricorda  la  forma  del- 
l'articolo che  ha  il  Mainati  nella  combinazione  int-ol  nel,  112 
{in  tol  84,  102). 

In  mezzo  agl'infiniti  in  -r  alla  veneziana,  fa  pur  capolino  la 
forma  senza  il  -r  che  è  del  friulano  e  si  continua  nel  Mainati 
(cfr.  Arch.  I  436^).  Cosi:  tu-te  as  fat  remenà  M  viii  92*,  vaie 
a  lamenta  ix  30*,  tu  no  devevi  andà  48*,  vate  a  nega,  niegà, 
XII  23*,  va-te  revoltà  59*.  Occorrono  non  pochi  esemplari 

di  3.  pi.  del  perf.,  ed  escono  prevalentemente  in  -reno  -ren.  Tutto 
considerato,  potremo  qui  ripetere  dalla  vena  friulana,  così  la 
distinzione  del  numero,  come  la  qualità  della  desinenza  (tipi 
friuL:  amàrin  s intir in  ecc.  ^).  Ma  s'aggiungono  anche  gl'inne- 
sti letterarj.  Citiamo  intanto:  fóren  (friul.  fórin)  M  x  73'',  fó- 
reno  C  xi  48*,  51*,  M  xr  127*,  mandàreno  ib.,  mondàreno  C  xi 
48*,  zuràreno  52\  portàreno  xiii  48*,  distudàreno  ib.,  e  in- 
sieme portòren  xi  44'',  aidóren  ib.  ;  ecc.  Anche  devesseno  de- 
buissent  M  xt  126''.         La  prima  del  futuro  in  -ai  ha  due  esempj, 


'pertiche)  perfettamente  uguale  a  un  Jieredium  o  due  jugeri,  e  che  poi  le  pline 
'si  dissero  campi.  Questa  voce  -vive  sempre,  oltre  che  nel  friul.  plina^  pur 
'nell'istriano  piomna^  che  significa  aratro:,  e  ritorniamo  al  piò  dei  Lom- 
' bardi,  ecc.'  Cavalli. 

'  È  tuttavolta  anche  nel  Tozzo',  testo  veneziano:  gente  plaidressa  71,  pia- 
titrice. 

*  E  anche  465 n.  Antico  esempio  veneziano  per  l'infinito  di  base  sdrucciola 
che  abbia  perduto  il  -r,  sarebbe  disiroso  de  acrese  el  ben  comun,  iscriz., 
Gamba  14. 

'  Cfr.  nel  Mainati  le  3  pi.  di  pres.  in  -em  -  ~en  (num.  144)  =  fri.  -in:  pa- 
tissem  patiscono  14,  sónem  suonano  110;  ecc.  E  nei  suoi  testi  italianeggiauti  : 
careno  corrono  131,  patisseno  patiscono  133. 


Cimelj  tergestiui.  367 

e  sono  abbastanza  antichi  perchè  anche  si  possano  attribuire, 
senza  molto  stento,  alla  corrente  veneziana  (cfr.  Arch.  I  464  n,): 
jo  te  farai  insh^  fuora  de  triest  M  vi  30'',  jo  te  impageray  pa- 
gherò VI  51^.  Ma  così  risolato  ai  'habeo',  come  la  combina- 
zione fiiturale  dirai  dirò  ecc.,  son  sempre  del  friulano,  e  pur 
nel  Mainati:  f  hai  mandai,  insegìiarài  insegnerò  6,  vedarài 
vedrò  27,  ecc.  Affatto  estraneo  al  veneziano,  e  proprio  al- 
l'incontro del  friulano,  il  tipo  che  è  rappresentato  da  il  ma- 
gnarés  ei  mangerebbe,  L  (e  cosi  nel  Mainati  :  bastaréss  baste- 
rebbe 19,  bisognaress  bisognerebbe  ib.,  ecc.)  E  mi  resta  la 
sec.  pi.  d'imperf.  cong.  metissa  {che  vuy  ne  melissa  R),  la  quale 
ci  dilunga  dal  Friuli  e  anche  dallo  schietto  veneziano,  ma  ha 
larghe  attenenze,  e  andrà  in  ispecie  studiata  con  queste  forme 
che  sono  nel  Mainati:  metissià  102,  imprestissià  34,  dovis- 
Siam  (1.  pi.)  102.  Vedine,  per  ora,  Arch.  I  442  n,  454  n. 

Delle  forme  schiettamente  veneziane,  come  ave  habuit  C  xii 
24%  pordve  potrebbe  M  v  47""^  ecc. ,  non  accade  che  partita- 
mente  si  parli  in  questo  luogo.  Ma  giova  che  si  noti,  come 
pur  qui  ricorrano,  con  significazion  di  singolare,  ladi  e  fondi 
{de  sto  ladi  bis  C  xii  59%  un  fondi  C  1545  l)\  delle  quali  forme 
si  è  appunto  parlato  piti  sopra,  a  p.  350  seg.* 


*  Da  antichi  testi  venez.  aggiungeremo  in  quest'occasione  :  da  un  ladi  al 
altro.  Atti  dell' Istit.  Ven.,  XV  1623,  e  con  accezione  preposizionale:  da-ladhi 
la  nostra  prison,  ib.  1603.  Cfr.  Mussaf.  Beitr.  18,  dov'è  da  aggiungere  che 
petti,  con  significazione  di  singolare  (Bovo  ed.  Rajoa:  peti  v,  124  131  1316), 
occorre  anche  in  Fra  Paolino  (ed.  Muss.:  pecti  145).  Finalmente  sia  notalo 
questo  modo:  Teris  da  un  di  ladi  so  pare  clama,  Bovo,  ed.  cit.,  v.  1981. 


YARIETA, 


Storia  della  preposizione  a  e  de'  suoi  composti  nella  lin- 
gua italiana,  con  le  orig inazioni  de'  piii  oscuri  componenti 
e  de'  loro  afflili,  con  le  ragioni  de'  significati  e  de' più  diffi- 
cili costrutti.  Saggio  di  un  dizionario  etimologico  e  sintattico 
della  lingua  comune  e  de'  dialetti  toscani,  dell' avv.  Bianco 
Bianchi.  —  Firenze,  1877,  di  p.  452  in-S." 

Come  appare  dal  titolo,  questo  scritto  dell'avv.  Bianchi  tratta 
principalmente  dell'italiana  preposizione  a,  considerandola  nelle 
sue  varie  funzioni  ed  applicazioni.  È  lavoro  di  molta  e  varia 
dottrina,  il  quale  chiarisce  l'autore  per  uomo  di  raro  ingegno 
e  già  molto  bene  addimesticato  colla  nuova  scienza  delle  lin- 
gue; e  dee  pigliarsi  per  buono  augurio  il  veder  qui  la  prima 
volta  trattate,  col  metodo  scientifico,  da  un  Toscano,  da  un  nipote 
del  già  academico  e  segretario  della  Crusca,  quistioni  stretta- 
mente connesse  colla  storia  della  lingua  e  dei  dialetti  italiani, 
e  segnatamente  toscani.  Noi  non  potremmo  in  una  breve  e  ra- 
pida recensione,  quale  è  questa,  seguire  passo  passo  l'autore  in 
tutte  le  sue  varie  indagini  e  dichiarazioni;  ma  ci  piace  intanto 
notare,  com'egli,  in  genere,  padroneggi  assai  bene  sotto  i  suoi 
varj  aspetti  la  propria  materia.  La  trattazione  dei  composti  gli 
presenta  non  di  rado  problemi  etimologici  più  o  meno  difficili, 
che  il  Bianchi  afifronta  quasi  sempre  confidentemente  e  la  cui 
risoluzione,  sussidiata  principalmente  dal  criterio  fonologico,  gli 
torna  non  di  rado  più  o  men  verisimile.  Ma  questa,  uopo  è  pur 
dirlo,  ci  sembra  la  parte  nella  quale  il  Bianchi,  pur  mostrando 
oculatezza  e  perizia  singolari,  riesce  men  bene  che  non   nelle 


Del  libro  di  B.  Bianchi  sulla  prepos,  a.  369 

altre.  Egli  si  studia  di  mettere  in  sodo  fenomeni  fonetici  di  cui 
taluni  non  ci  pajono  gran  fatto  probabili  e  altri  crediamo  che 
YOgliano  essere  ricisamente  contraddetti,  tenuto  specialmente 
conto  degli  ambienti  dialettici  in  cui  tali  fenomeni  avrebbero 
luogo.  Al  qual  proposito  ci  permetteremo  di  fare  alcune  obbie- 
zioni, dichiarando  però  innanzi  tratto  che  in  questo  libro  la 
parti  buone  superano  a  gran  pezza  le  raen  buone,  e  che  noi 
qui  non  intendiamo  se  non  di  ristringerci  a  talune  di  quelle 
che  fra  le  men  buone  ci  pajon  più  prominenti. 

E  cominceremo  dal  notare  come  improbabile  la  derivazione 
della  prep.  lat.  ad,  che  a  p.  9  il  B.  fa  venire  dall' indo-europeo 
«jad  (1.  jàt),  abl.  sing.  del  pronome  relativo  jas.  »  La  perdita 
di  j  del  pron.  ariano  ja-,  normale  pel  greco,  nel  latino  si  rende 
molto  in  verisimile,  come  appare  da  janitrices,  jecur,  j  ungere, 
jiigum,  jus,  juvenis,  juvare,  in  tutti  i  quali  vocaboli  si  man- 
tiene il  /  iniziale,  notoriamente  d'origine  ariana.  Lo  stesso 
pronome  ariano  ja-,  nei  pochi  casi  in  cui  si  presenta  ancora 
nel  latino,  non  perde  /;  quindi  Jam,  etiam  {et+jam),  quoniam 
[quoìn-jam).  Può  anche  essere  assai  dubbio  se  Y at  à'ataviis, 
atavia  (p.  362),  e  lo  stesso  ad  di  adnepos  per  atnepos,  sia  eti- 
mologicamente identico  colla  prep.  ad,  perchè  questo  at  ac- 
cenna piuttosto  all'indo-eur.  ati,  'trans',  '^ultra',  'super'  che  non 
alla  prep.  indo-eur.  adhi,  alla  quale  da  taluni  si  volle  connet- 
tere il  lat.  ad. 

A  p.  97  il  B.  fa  venire  andare  da  adeo  che,  in  tempo  ante- 
riore alla  nascita  delle  lingue  neo-latine,  sarebbe  passato  in 
andeo  come  reddere  in  rendere,  con  inserzione  di  nasale,  se- 
condo lui  analoga  a  quella  di  cumbo,  linquo,  tango,  pango, 
Xay.^àvo),  àvSàvw;  e  quindi  in  andao,  colle  successive  forme  d'in- 
finito andóere,  andàere,  andeire,  andaire  e  finalmente  andare, 
promosso  dall'assonanza  con  dare.  Noi  crediamo  che  questa  sia 
una  delle  meno  probabili  congetture  circa  l'originazione  d'«n- 
dare.  Notisi  primamente  come  la  nasale  inserta  in  rendere  e 
nell'ipotetico  andeo  dovrebb'esser  fenomeno  meramente  fonetico, 
e  non  possa  perciò  avere  alcuna  analogia  con  quella  degli  altri 
verbi  citati,  in  cui  la  nasale  è  infitta  nella  sillaba  radicale,  ed 
ò,  per  un  principio  verisimilmente  già  proprio  del  protoariano, 
un  elemento  formativo  del  tema  presenziale;  dovechè  in  *andeo 


370  Picchia , 

(da  ad-eó)  e  in  rendere  (da  rcd-dere)  la  nasale  verrebbe  inserta, 
non  più  nella  radice  del  verbo,  ma  nel  prefisso.  La  serie  poi 
delle  forme,  per  le  quali  è  fatto  passare  cotesto  andeo  per  giu- 
gnere  ad  andò,  anda7-e,  non  troverebbe  alcun  riscontro,  e  le 
forme  che  il  verbo  andare  venne  poi  ad  avere  sul  tipo  speciale 
di  dare,  onde  p.  e.  nel  perfetto  andiedi,  andetii  ecc.,  non  possono 
provare  la  formazione  à' andare  subordinata  ad  influenza  del 
verbo  dare,  essendo  che  tali  forme  siano  d'origine  comparati- 
vamente recente  e  ristrette  solo  ad  alcuni  vernacoli.  Quindi  è 
che  per  noi  l'origine  più  verisimile  dJandare  sarà  pur  sempre 
quella  che  trae  questo  verbo  da  aditare  (cfr.  Ardi.  Ili  166). 
A  pag.  113  vuole  derivar  vuoto  da  vacuiis  passato  «in  *vo- 
cuo,  *vokjo,  onde  ant.  sanese  votio,  ant.  ven.  voido,  srd.  hoidu.  » 
L'ant.  san.  votio  non  potrebbe  appoggiar  punto  questa  deriva- 
zione, stante  che  qui  Vi  sia  una  mera  epentesi  (o  forse  meta- 
tesi'), essenzialmente  propria  di  questo  dialetto,  onde  p.  e.  san- 
Ho,  contio,  pretie,  ontia,  giiatio',  bontid,  metià,  etià,  santià, 
scudio  ecc.  Quando  s'avesse  da  rigettar  l'etimo  poco  verisimile 
di  volo,  vuoto- volto,  votare  =  voltare  (cfr.  Diez,  Et.  io  W  80 
e  seg.)  e  connetterlo  col  lat.  vacuus,  vagare,  mi  "{^'wq  che  la 
più  verisimile  derivazione  sarebbe  quella  del  farlo  venire  da 
*vacifus,  *  tacitare  (cfr.  ant.  umbr.  vagetoni  -  *vacifum,  vaca- 
tum),  mutati  in  *vocitus,  *vocitare  (cfr.  lat.  vocatio,  vocuam, 
vocivas  da  vacatio  ecc.,  Corssen,  Ausspr.  etc.  Il'  Q>Q),  donde, 
come  da  placitum  'placitare  si  svolsero  Tit.  piaito,  piato,  fr. 


'  Dico  metatesi,  poiché  la  più  parte  di  queste  forme  in  altre  antiche  va- 
rietà toscane  presentano  un  i,  di  carattere  organico,  nella  sillaba  anteriore, 
onde  p.  es  al  sanese  votio,  metià,  pretie,  guatio  vengano  a  rispondere  voito, 
meità  (da  mejetà,  medietate),  preite,  guaito.  Quanto  ad  etià,  e  contio  accen- 
nerò al  mp.  aita,  ajetd,  ajetate,  al  piem.  (var.  ast.  ecc.)  eità,  all'ant.  fr.  coint. 
Si  possono  ancora  citare  ladio  per  laido  dello  stesso  ant.  sanese  e  balio,  balia 
da  bailo,  baila  (:=lat.  bajulo,  bajula). 

^  Così  leggo,  e  non  guatio  (per  'guato',  'agguato',  nomi),  come  nella  ver- 
sione dell'Eneide  fatta  dal  sanese  Ugurgeri  erroneamente  legge  l'editore 
Aurelio  Gotti  (pp.  287  e  379),  e  dietro  lui  il  Fanfani  {Voc.  it.  s.  v.),  che 
v'aggiugne  un  esempio  cavato  dai  fatti  di  Cesare  (p.  20);  dove  però  lo  stam- 
pato ha  guatio;  se  non  che  l'editore  Banchi,  nel  glossario,  sotto  questa  voce, 
riferendosi  senza  più  ai  due  esemj'j  dell' Ugurgeii,  mostrerebbe  di  leggere 
anch' egli  gun'io. 


Del  libro  di  B.  Bianchi  sulla  prepos.  a.  371 

plait,  plaid,  plaidet\  sarebbero  potuti  uscire  l' it.  voito,  voilarc 
(ant.  ar.  pis.  ecc.),  vuoto,  votare,  ant.  fr,  voit,  vidi,  voider,  vui^ 
der,  poi  vide,  vider  (cfr.  Ascoli,  Arch.  I  80  e  segg.).  Tenuto 
conto  delle  forme  *vogito,  *plagito,  *vojito,  *plajito  ecc.,  di  fase 
intermedia,  verremmo  ancora  ad  avere  più  esempj  analogi,  sì 
pel  finale  dileguo  della  palatina  e  si  per  la  fusione  delle  vocali 
contigue,  come  in  fate,  fatte,  facìtis;  colo,  coito,  cotare  {ra- 
cotare),  coitare,  cogito-,  cogitare-,  frale,  fraile,  fragile  ecc. 
Circa  ì'iio  di  vuoto,  cfr.  arruolo,  arruola  =  *arrògilo,  *arr6gita, 
connessi  con  arrogere,  arrogare',  e  così  in  ambo  i  casi  un 
normale  riflesso  dell' o  tonico  e  breve.  Già  s'intende  che  qui 
non  accettiamo  la  derivazione  à' arrogere  da  adaugere ,  come 
vorrebbe  il  Delius  (cfr.  DiEZ,  Gr.  IP  136  e  seg.  n.)  e  molto 
meno  da  arreor,  come  vuole  il  Bianchi  (p.  117)\ 

A  p,  117  fa  venir  noja  non  già  da  odio  (per  via  d'm  odio, 
in  odia),  ma  da  inedia,  osservando  che  odio  per  noja  dice 
troppo;  eh' è  poco  naturale  il  composto  in  odio  e  che  inedia 
neir  uso  popolare  vale  anche  'tedio'.  Primieramente  qui  non 
s'avverte  che  già  i  Latini  usavano  odium  in  senso  di  'tedio', 
'fastidio',  'molestia'  e  che  perciò,  a  citarne  un  solo  esempio, 
Terenzio  per  dire  «  io  non  m'annojo  mai  né  in  villa  né  in  città  » 
ha  neque  agri  neque  urbis  odium  7ne  unquam  percipit.  Ag- 
giugni  le  frasi  plautine  odio  ahigere ,  odio  enecare  per  'am- 
mazzare, far  morir  di  noja'  (cfr.  Porcellini,   Voc.  lai.  s.  v.). 


'  Un  articolo  del  Forster  «sulle  vicende  dell' ti  lat.  nel  francese»  (Rom. 
Studien,  III  180,  n.  10),  favoritomi  ultimamente  dall'autore,  mi  conduce  a  no- 
tare come  l'etimologia  di  vuoto,  votare  ecc.  =  *vocifo,  *vocitare  sia  già  stata 
proposta  dallo  Schuchardt  e  dal  Thomsen  {Romania,  IV  25G  e  sgg.).  La  for- 
tuita coincidenza  di  tre  compagni  di  studio  nella  deduzione  di  questa  cei'- 
tamente  riposta  etimologia,  mentre  da  un  lato  potrebbe  dirsi  quasi  una 
vittoria  del  metodo,  dall'altro  parrai  debba  accrescere  al  sommo  la  verisi- 
miglianza  di  questa  originazione.  L'Ascoli  non  parla,  è  vero,  di  questa  etimo- 
logia, ma  si  direbbe  ch'egli  l'abbia  subodorata;  e  la  miglior  dimostrazione 
di  essa  risulta  per  l'appunto  da  quanto  nel  luogo  da  me  citato  egli  dice  circa 
l'evoluzione  di  placitum  in  piato.  Il  nap.  non  ha  nò  il  nome,  nò  il  verbo,  che 
in  questo  dialetto  sarebbero,  secondo  ogni  verisimiglianza,  viiojetr,  vojetd^ 
cfr  chiàjetc  =  placito,  scojetate-=* excogitato,  'scapolo',  propriamente  'senza 
pensieri'  (cfr.  spensierato ,  ^serìzdi.  cure',  come  scapolo  -  ex-rapulo,  'senza 
lognmi';  rU\  fìc.  va^ca  scnpula,  'v.  senza  cappio'). 


372  Flechia, 

I  costrutti  m  odium  alicujus  irrueve,  venire  alieni  in  oclium, 
Ì7i  odium  alieni  'pervenire,  esse  alieni  in  odium,  incurrere  in 
odia  ìiominwn,  in  odium  alicujus  quippiam  facere,  già  tutti 
proprj  della  buona  latinità,  rendono  tanto  più  probabile  che  da 
in  odio,  in  odia  venissero  nojo,  noja,  nojare  per  quella  stessa 
guisa  che  da  in  abisso  vennero  nabisso,  nadissare.  Altre  varie 
ragioni  starebbero  ancora  contro  questa  origine  da  inedia,  come 
primieramente  Ve  tonico  mutato  incondizionatamente  in  o,  di 
che  neir  italiano  non  si  conoscono  esempj  ;  le  forme  maschili 
dell'ant.  nojo  (v.  Voc.  della  Cr.,  s.  v.),  ant.  gen.  inojo  (v.  A7'cfi. 
gì.,  II  255),  sic.  annoju,  prov.  enuei,  enoi,  fr.  ennui,  sp,  port. 
enojo;  il  riflesso  della  forma  semplice  d'odio  neWojo  di  fra 
Giordano  da  Ripalta  {Pred.  ed.  di  Boi.,  II 189),  e  ncìVode  bresc, 
entrambi  col  senso  di  'noja';  nel  participio  dell'ant.  ast.  oglià 
(per  ujà  =  odiata),  in  senso  d'^annojata'  (Allione,  ed.  di  Mil., 
p.  99),  e  l'accordo  morfologico  (oltreché  di  tutte  le  citate  forme 
con  odio,  pi.  odia),  anche  tra  odioso  e  nojoso,  annojoso,  no- 
dioso;  odiosaggine  e  nojosaggine;  odiosità  e  nojosità\  odiare  e 
innodiare,  nojare,  annojare;  odievole  e  nojevole;  mentre  dal- 
l'organico inedia  non  si  deriva  alcuna  forma  né  verbale  né 
nominale  (cfr.  Diez,  Et.  io.  I  290  s.  noja). 

Senz'intendere  assolutamente  di  combattere  l'origine  d'am- 
mainare che  il  Bianchi,  insieme  col  Diez  e  altri  etimologisti, 
connette  con  menare  (p.  160),  citando  l'equivalente  francese 
amener,  credo  tuttavia  bene  d'osservare  come  le  forme  nap. 
ammainare,  'mmainare,  'mmajenare  dal  lato  fonologico  po- 
trebbero raddursi  normalmente  ad  invaginare,  it.  inguainare 
(cfr,  nap.  ammentare  =  inventare,  'mmideja  =  invidia  ecc.),  e, 
che  più  è,  il  calabrese  del  Cusentino  mi  dà  nuaiinanu  le  vele 
(per  'ammainano  le  vele',  Gerus.  Uh.  II  77).  Sarebbe  mai  que- 
sto un  verbo  passato  dal  dialetto  di  Flavio  Gioja  al  linguaggio 
marinaresco'? 

A  pag.  241  fa  venir  madia  da  *'maUja,  "mactla,  tnactra  e 
a  p.  242  da  *magdlja,  "mactlja.  Quanto  più  ovvio  il  farlo  ve- 
nire da  magida  che  è  in  Varrone  o  da  magis,  magidis  che  è 
in  Plinio  e  in  Marcello  Empirico,  il  quale  ha  rasamen  pastai 
quod  in  magide  adhwret.  Da  magida,  normalmente  *majida 
maida,  quale  nell'ant.  pisano,  poi  madia  come  da  laido  ladio, 


Del  libro  di  B.  Bianchi  sulla  prepos.:  a.  373 

da  baila,  balia.  Il  sic.  majidda,  maidda  riterrebbe  l' accentua- 
zione dell'equivalente  greco  [j-v.^i;  y.ayL^o;;  donde  il  raddoppia- 
mento della  consonante. 

A  p.  197  vuole  che  mattone  sia  da  mactus  con  senso  di  'duro', 
^denso',  'compatto'.  A  questa  etimologia,  come  pure  a  quella  del 
Diez  {Et.  toórt.  269,  s.  v.),  che  lo  vorrebbe  dal  ted.  ?natz,  inatte, 
'forma  di  cacio',  mi  par  preferibile  la  muratoriana,  che  fa  venir 
mattone  dal  lat.  maltha  e  sarebbe  grandemente  appoggiata  dal 
nap.  mautone.  Confrontinsi  però  ancora  il  luce,  matone,  il  sic. 
maduni,  il  madón  del  friulano  e  di  alcuni  dialetti  lombardi, 
l'ant.  gen.  e  piem.  maón\  oggi  man,  che  farebbero  a  ogni  modo 
contro  l'origine  da  mactus. 

A  pag.  242  e  segg.  non  vuol  sapere  di  quell'm  derivativo  col 
quale  secondo  il  Diez ,  l'Ascoli ,  ecc.  si  foggiano  verbi  dedotti 
principalmente  da  participj  passivi  alla  maniera  dei  frequenta- 
tivi, come  p.  es.  alzare  =  alt-ia-7^e  da  altus,  cacciare  =  capt-ia-re 
da  captus,  pertugiare  =  pertus-ia-re  da  pertusus,  pigiare  -pis- 
ia-re  dàpisus  ecc.  (cfr.  Diez,  Gr.,  IP  402),  e  in  così  fatti  verbi 
egli  si  studia  di  spiegare  pel  toscano  l'evoluzione  di  ce  da  et  me- 
diante fenomeni  fonetici  {e,  có-jij,jt,  et,  cfr.  Asc,  Arch.  I, 
num.  172  e  pp.  304-305),  che  proprj,  anzi  normali  per  dialetti 
gallo-italici,  francesi,  provenzali  e  spagnuoli,  non  possono  di 
niuna  guisa  ammettersi  pel  toscano  né  per  altri  dialetti  del- 
l'Italia media  e  meridionale.  Quindi  è  che  se  p.  e.  il  mil.  speóà 
si  dee  tenere  per  derivato  solo  foneticamente  da  una  base  ex- 
pectare  o  adspectare,  donde  il  tose,  aspettare,  il  mil.  strasd 
e  il  toscano  stracciare  non  possono  foneticamente  svolgersi  da 
extractare ,  ma  bensì  solamente  da  un  sustrato  extract-ia-re, 
cioè  da  un  verbo  che  proviene  da  extractus  mediante  un  ia 
derivativo.  Già  le  sole  discordanze  fonetiche,  a  cui  qui  si  riesce 
fra  toscano  e  lombardo,  vietano  d'ammettere  quella  comparte- 
cipazione di  fenomeni  che  per  la  teoria  del  Bianchi  si  vorrebbe 
attribuire  al  toscano.  Nell'evoluzione  della  palatina  sorda  da  et, 
i  dialetti  gallo-italici,  che  presentano  questo  fenomeno,  sono  più 
0  meno  coerenti  a  sé  stessi,  cioè  in  essi  et  viene  normalmente 


'  Per  l'antico  gen.  maòn  non  ho  alla  mano  testimonianze,  ma  vive  ancora 
per  es.  nel  Ventimigliese;  e  quanto  al  piem.,  s'incontra  negli  Slaticta  Tau- 
rincnsia. 

Archivio  glotlol.  ital..  IV.  jr; 


57'4  Flecliid, 

riflesso  da  e  cosi  ne' verbi  come  ne' nomi,  quindi  per  es.  mil.  spe- 
cà  =  expectare ,  fac  =  facto ,  pecen  =  pedine ,  viciìra  =  vectura  ; 
e  le  deviazioni  da  questa  legge  che  oggi  vi  si  potrebbero  no- 
tare, sono  più  0  meno  recenti  e  vanno  principalmente  recate 
all'influenza  dell'italiano,  per  cui,  massime  dal  ceto  colto,  si  dirà 
anche,  verbigrazia,  lett  per  lec  {=  lecto-),  la  quale  ultima  forma 
era  ancora  comune  nel  secolo  scorso.  Il  tose,  all'incontro  sarebbe 
stato,  contro  la  natura  dei  dialetti,  assai  incoerente,  facendo  p.  e. 
da  expectare  aspettai^e,  da  traofare  trattare  e,  secondo  la  teo- 
ria del  Bianchi,  tracciare,  e  da  extractare  stracciare,  da  im- 
pactare  impacciare,  e  non  presentando  mai  un'evoluzione  ana- 
loga a  quella  di  stracciare  =  extractare  ne' riflessi  nominali,  come 
p.  e.  di  pectus,  lectum,  tecium,  ecc.  Se  non  che  il  Bianchi,  ben 
avvedendosi  come  la  teoria  di  questa  sua  evoluzione  fonetica  non 
potrebbe  applicarsi  a  buona  parte  di  verbi  foggiati  mediante  l'ele- 
mento ia  ch'egli  rigetta,  cerca  di  spiegarne  la  derivazione  ri- 
ferendosi a  forme  nominali  e  principalmente  a  forme,  in  gran 
parte  ipotetiche,  del  nominativo  de' nomi  di  azione  in  -tion 
{-Sion),  come  già  fece  il  Canello  {Riv.  di  fll.  rom.,l  274),  ondo 
p.  e.  aguzzare  non  verrebbe  già  da  acutus  per  via  ò!*acut-ia-re, 
ma  da  *acutio,  -onis,  scoì''ciare  non  da  curtus  per  via  di  *excurt- 
ia-re,  ma  da  excurtio,  -onis.  ecc.  \  Anche  questa  teoria  ha  per 
noi  troppo  raen  verisimiglianza,  perchè  ci  dobbiamo  staccare  dalla 
molto  più  probabile  dell'm  derivativo,  analogo  aWio,  ia  de'  nomi, 
quali  p.  e.  in  aguzzo  {-acutio),  nidio,  cervio,  alia,  poccia  {  =  pii- 


'  Noa  essendo  più  vivo  in  latino  il  verbo  di  cui  curtus  è  forma  partici- 
piale, passata  a  valor  d'aggettivo,  si  renderebbe  assai  inverisimile  un  nome 
d'astratto  o  d'azione  *curlio,  -onis  e  molto  più  poi  un  *excurtio,  -onis,  quale 
viene  iraaginato  dal  Bianchi  per  la  derivazione  di  scorciare.  Così  pure  mal 
si  potrebbe  intendere  morfologicamente,  come  con  un  quartus,  non  participio,  si 
possa  connettere  uno  squartio  (sic),  -onis,  donde  egli  cava  squarcio,  squar- 
ciare. È  poi  strano  che  per  render  probabile  un  sost.  fem.  concio  da  *coìn- 
tio  (1.  *comptio)  citi  l'esempio  di  resurresso  =  resurrectio,  rimandando  al  Nan- 
nucci  {Teoria  de'  nomi  italiani,  p.  134),  il  quale  fa  venire  senza  più  resur- 
resso da  rcsurrcxit  (1.  rcsurrexi,  e  cfr.  Riv.  di  fil.  class.,  I  397  n,  II  195, 
IV  352  e  seg.;  Riv.  di  fil.  rom.,  1  135  e  274 n).  S'aggiunga  che  resurresso 
generalmente  mal  lascia  vedere  in  che  genere  si  debba  prendere,  usandosi 
senz'articolo :pasgMa  di  resurresso;  e  se  qualche  rara  volta  ha  l'articolo,  è  fatto 
maschile;  che  non  dovrebbe  parer  singolare  quand'anche  venisse  da  resur- 
rectio, come  si  vede  per  es.  in  prcfazio  da  incefalio,  i-iassio  da  passio. 


Del  libro  di  B.  Bianchi  sulla  prepos.:  a.  375 

2na  àa.piq)a).  Del  resto  questo  fenomeno  morfologico  di  verbi  de- 
rivati mediante  ia  si  dovrà  pure  ammettere  p.  e.  nel  mil.  mognà 
{  =  *)nund-ia-re  da  mundus)  y  'potare'  'rimondare',  che  non  si 
potrebbe  foneticamente  ripetere  da  mundare  e  molto  meno  poi 
da  un  nome  ^mundio,  -onis.  Lo  stesso,  per  ristringerci  ad  esempj 
italiani,  dobbiamo  dire,  verbigrazia,  di  olezzare  {  =  *oltd-ia-re 
da  olidiis,  'odoroso'  'puzzolente'),  donde  nel  primo  senso  olezzo, 
nel  secondo  l'aferetico  lezzo;  e  forse  anche  di  frizzare  quando 
s'avesse  a  dedurre  questo  verbo  da  frigidus  come  congettura 
il  Canello  {l.  e.  n.  2),  che  io  trarrei,  non  già  secondo  l'egregio 
professore  di  Padova,  da  frigi{cl)are ,  che  più  probabilmente 
avrebbe  dato  al  toscano  friggiare ,  ma  bensì  da  frigid-ia-re, 
con  riduzione  d'  -igi-  in  -i,  quale  ha  luogo  p.  e.  in  dito  -  digito 
(Cfr.  ASC,  krcU.  I  20-23). 

A  pag.  255,  dopo  connessi  etimologicamente  coi  lat.  humectus, 
humectare  il  nome  mezzo  'stramaturo'  e  ammezzare,  amez- 
zire  'divenir  mezzo',  'essere  tra  il  maturo  ed  il  fradicio',  sog- 
giugne  in  nota:  «Di  7nezzo  manca  nel  Voc.  il  senso  proprio 
àHm'bevuto  di  liquido,  loingue  d'umore,  nel  quale  è  più  comu- 
nemente usato,  sebbene  l'esempio  di  Dante  (Inf.  7,  128)  por- 
gesse occasione  di  notarlo.  Il  significato  di  qualità  tra  il  ma- 
turo e  l'acerJjo  (sic),  parlandosi  di  frutte,  è  secondario  ed  è 
stato  cagione  che  ha  indotto  il  Diez  a  trarre  mezzo  da  mi- 
tius,  forma  supposta  da  mliis,  cui  il  nostro  agg.  non  corri- 
sponde per  la  vocale.  »  Che  il  senso  proprio  ed  originario  di 
mezzo  sia  imbevuto  dì  liquido,  pingue  d'umore,  deve  natural- 
mente ben  crederselo  chi,  come  il  Bianchi,  vuole  derivar  questo 
nome  da  humectus;  ma  nell'uso  degli  antichi  scrittori  toscani 
tanto  il  nome  quanto  i  verbi,  che  ne  son  derivati,  si  riferiscono 
a  frutta  e  valgono  'stramaturo',  'stramaturare'  ;  e  lo  stesso 
mezzo  di  Dante  allegato  dal  Bianchi  non  è  ben  chiaro  se  valga 
fradicio  o  non  piuttosto  mezzo  =  medio,  secondo  che  pare  l'in- 
tendessero, tra  gli  altri,  il  Buti  e  il  Boccaccio;  sicché  male  non 
s'apponevano  nò  il  Diez,  né,  prima  di  esso,  il  Cittadini,  il  La- 
pini,  il  Ferrarlo,  il  Minucci,  il  Menagio,  il  Salvini  e  altri  rad- 
ducendo  mezzo  a  miiio  da  mitis.  I  Latini  già  usavano  questo 
nome  anche  in  senso  di  'tenero',  'ben  maturo',  quindi  mitescere 
per  'ben  maturare',  quindi  mifia  poma,  sorba,  milcs  uvas ,  uvoj 


37G  Flecbia, 

mitescunt,  miiis  vindemia  ecc.  (Cfr.  Porcellini,  Voc.  s.  vv.). 
Lo  stesso  verbo  mitigare,  che  propriamente  vuol  dire  milem 
recidere,  vale  anche  'far  diventar  ben  maturo,  mezzo',  onde  il 
Forcellini,  dopo  di  aver  detto  che  mitigare  significai  etiam 
plus  aliquid  quam  maturare,  nempe  qualitatem  illam  in- 
ducere quam  hadeni  poma  et  fruges  inier  maturitatem  et 
putredinem,  reca  l'esempio  d'Ausonio: 

Discolor  arboreos  variel  Pomona  sapores  ; 
Mitiget  autumniis  quod  niaturaveril  cestas. 

E  soggiunge  come  un  egual  significato  abbia  in  un  luogo  di 
Varrone  il  yevho  miiescere:  àoNQe  detto  che  «il  sorbo  prima 
che  diventi  mezzo  (priusquam  mitescat)  vuole  essere  lasciato 
maturare,  non  già  sull'albero,  ma  in  casa.  »  Notisi  infine  come 
l'antico  volgarizzatore  di  Palladio  (Genn.  tit.  15)  traduca,  a 
proposito  delle  sorbe,  con  immezzare  il  latino  mitescere.  Non 
si  può  dunque  menomamente  dubitare  come  l'etimologia  di  mezzo 
da  mitis  sotto  il  punto  di  vista  logico  sia  la  più  ovvia.  Pas- 
sando ad  altre  considerazioni  si  può  notare  che  "miiio-  (donde 
mezzo)  sta  a  ìnitis  come  *rudio  (donde  rozzo)  a  rudis,  *ievio 
(donde  nap.  liegge,  legga,  sic.  leggu,  sardo  mer.  lehiu)  a  levis, 
e  *vilio  (donde  il  tose,  vilio)  a  vilis.  Circa  poi  Ve  di  mezzo 
che  il  Bianchi  dice  mal  corrispondere  ViWt  di  mllis,  si  può  ri- 
spondere che  qualunque  possa  essere  la  spiegazione  di  questa 
anomalia  fonetica,  certamente  non  unica  nel  toscano  (cfr.  elee, 
freddo,  detto),  presentano  per  questo  lato  un  normale  riflesso 
di  mitio  la  maggior  parte  dei  dialetti  italiani,  mantenendo 
intatto  ^^  lungo  di  mitis  (cfr.  ven.  mizzo,  nap.  nizze  ecc.  ^). 
E  poiché  a  combattere  mezzo  da  mitis,  il  Bianchi  ricorre  ad 
argomenti  fonetici,  se  gli  può  bene  ancora  osservare  che  Ve  di 
mezzo,  in  quanto  è  chiuso,  sarebbe  contro  l'etimo  à." humecius , 
0,  come  ora  viene  corretto,  umectus,  il  cui  e,  secondo  ogni  veri- 
simiglianza,  dovrebb' essere  breve  di  natura  e  dare  per  conse- 
guente un  e  aperto  ^ 
A  p.  2G1  fa  leccornia  astratto  di  *leccorno.  Anziché  porre 


*  Circa  n  =  m  e  il  vario  significato  ne'  riflessi  italiani  di  mitio,  cfr.  la  mia 
tlissertazione :  Dell'origine  della  voce  sarda  Nuraghe,  p.  10. 

*  II  suono  chiuso  che  ha  Ve  tonico  àhimettare,  si  è  verisimilmonte  svolto 


Del  libro  di  B.  Bianchi  sulla  prepos.:  a.  377 

innanzi  un  ipotetico  leccorno,  che  morfologicamente  sarebbe  un 
poco  problematico ,  non  ostanti  musorno  e  il  dantesco  inorno 
(da  *piojorno  ;  r.fr.  pìoja  -  *plovia),  sarebbe  da  vedere  se  leccor- 
nia e  ghiotiornia  non  fossero  alterazioni  di  lecconeria  e  ghiot- 
toneria che,  sincopandosi  in  leccon'ria,  ghioitonria,  avrebbero 
dato  per  metatesi  leccornia,  ghiottornia.  Il  non  esservi  alcun 
vestigio  di  leccorno  o  ghiottorno,  e  d'altra  f  arte  le  forme  assai 
comuni  ed  antiche  di  leccone  e  ghiottone  (=lat.  gliUone),  che 
rendevano  superfluo  leccorno,  ghiottorno  e  da  cui  venivano  cosi 
lecconia  e  ghiottonia  come  lecconeria  e  ghiottoneria  (cfr.  ca- 
stroneria, minchioneria,  ecc.),  debbono  rendere,  parmi,  anche 
men  verisimili  le  ipotetiche  forme  di  leccorno  e  ghiottorno. 
Leccornia  e  ghiottornia  potrebbero  poi  anche  essersi  originate 
per  una  confusione  della  doppia  forma  di  lecconia,  lecconeria,  e 
ghiottonia,  ghiottoneria',  e  a  cosi  fatta  originazione  volea  forse 
accennare  il  Salvini  dicendo:  leccornia  da  leccone,  quasi  lec- 
coneria {Ann.  sopra  la  Fiera,  p.  402). 

Non  credo  che  ghiado,  quale  p.  e.  nell'espressione  'sento  un 
ghiado  al  cuore'  propria  del  lucchese  ed  equivalente  al  modo 
fiorentino  'sento  un  ghiaccio  al  cuore',  possa  essere,  come  vuole 
il  Bianchi,  derivato  da  *glacidus  (p.  264).  Questo  ghiado  non 
può  essere  etimologicamente  altro  dal  ghiado  {=  gladiiis),  quale 
p.  e.  in  'esser  morto  a  ghiado'  cioè  'essere  ucciso  di  coltello'.  II 
senso,  dirò  cosi,  figurato  di  'brivido'  'ribrezzo'  'freddo'  'ghiaccio', 
dinotanti  un'afi"ezione  istantanea  dell'uomo,  è  anche  proprio  di 
varj  riflessi  che  ha  gladio  in  varj  altri  dialetti,  come  p.  e.  nel 
nap.  jaje,  ant.  prov.  glai,  esglai,  piem.  sgai  ecc.  (cfr.  Diez, 
Et.  w.  P,  s.  'ghiado',  dove  però  mal  si  confronta  il  parm.  ghia, 
'pungolo'  che  non  può  essere  se  non  riduzione  à'aculeato;  e  Riv. 
di  fil.  class.,  I  385  e  seg.).  Certamente  da  *glacidus  sarebbe  po- 
tuto al  toscano  venir  foneticamente  ghiado',  ma  per  noi  questo 
nome  è  morfologicamente  troppo  problematico.  Il  nap.  agghia- 
jare  che  il  B.  vorrebbe  in  conferma  della  sua  etimologia  pur 
trarre  da  "glacidus,  risponde  troppo  normalmente  ad  aggla- 


per  essere  stato  questo  verbo  formalmente  confuso  coi  verbi  in  ettare,  d'ori- 
gine analoga  ai  nomi  diminutivi  in  etto,  ne' quali  tutti  l'è  suona  normalmente 
chiuso  come  nato  da  i. 


378  Flechra, 

diare,  ad-gladiare,  conie  il  pur  nap.  jaje  a  gladio.  Da  'glacidus 
il  nap.  non  avrebbe  verisimilmente  fatto  se  nonjajete,  agghia- 
jeiare  (cfr.  chiajete,  chiajeiare  da  placitum)  o  jacete,  agghia- 
cetare  (cfr.  fracete,  'nfracetare).  Si  potrebbe  ancora  aggiugnere 
che  de'  varj  nomi  latini  in  -cido  non  havvene  alcuno  che  nel  to- 
scano 0  nel  napoletano  segua,  circa  la  palatina,  l'analogia  di 
lilacitum;  e  che  inoltre  sarebbe  ad  ogni  modo  singolare,  data 
cotesta  origine  da  *glacidus,  che  ne  il  nome  né  il  verbo  non 
vengano  mai  a  significar  'ghiaccio'  'agghiacciare'  nel  senso  pro- 
prio ed  originario. 

A  pag.  271,  per  la  diversa  pronunzia  dell' <?,  aperto  in  dor- 
mènte, dormiènte  e  chiuso  in  addormenta,  vuole  che  questo 
verbo  non  venga  dal  participio  dormènte  ma  si  da  *dorménto 
per  *dormiménto,  cosicché  abbiavi  accordo  nella  profferenza  dei 
due  e  chiusi,  come  è  fra  torménto  nome  e  torménta  verbo  che 
ne  deriva.  La  discordanza  fonetica  che  è  tra  Ve  di  dormente 
e  Ye  (Raddormenta  non  può  far  contro  la  derivazione  di  ad- 
dormentare da  dormente.  Nella  storia  dell'e  aperto  o  chiuso 
s'incontrano  dissonanze  tra  vocali  etimologicamente  identiche, 
cagionate  da  una  specie  di  attrazione  morfologica  che  porta 
seco  un'agguaglianza  fonetica.  L'<?  tonico  in  posizione,  il  quale, 
come  chiarito  breve  dalle  ragioni  storiche  del  latino  dovrebbe 
normalmente  sonare  sempre  aperto  dinanzi  al  gruppo  nt,  venne 
ad  avere  una  singolare  eccezione  nei  casi  in  cui  è  immediata- 
mente preceduto  da  m,  che,  secondo  fu  già  notato  dal  Citta- 
dini [Opere,  18G),  ha  virtù  di  render  chiuso  Ve  di  ent  che  gli 
vien  dietro  ;  ond'è  che  Ve  tonico  venne  a  sonar  chiuso  in  tutti 
i  nomi  foggiati  col  suff.  -mento  d'origine  sì  latina  come  ro- 
manza (p,  e.  tor-ménto,  argo-ménto,  parla-ménto)  e  nella  ven- 
tina di  verbi  che  ne  derivano  (p.  e.  torménta,  argomenta,  par- 
lamenta); nei  nomi  menta,  mento,  semente.,  sementa;  nel  nome 
mente,  ne' verbi  che  etimologicamente  vi  si  connettono,  come 
p.  e.  in  mentova,  diméntica,  rammenta,  sgoménta,  e  ne'  mol- 
tissimi avverbj  che  se  ne  compongono,  come  p.  e.  in  allegra- 
mente {=  alacri  mente).  Si  sottrassero  a  quest'influsso  di  m  i 
nomi  cadenti  nella  categoria  dei  participj  in  -ènte,  quali  p.  e. 
fremènte,  gemente,  temente  ecc.,  come  quelli  che  non  poterono 
foneticamente  discordare  dalla  serie  a  cui  morfologicamente  eran 


Del  libro  di  B.  Bianclii  sulla  prepos.:  a.  379 

legati;  se  ne  sottrasse  demènte  che,  oltre  all'essere  vocabolo  let- 
terario, potè  anche  confondersi  coi  participj  in  -ente,  coi  quali 
già  si  confondevano  per  la  forma  nello  stesso  latino  i  non  ben 
chiari  d'origine  clemènte  {clemens)  e  veemènte  {vehemens),  an- 
dati perciò  anch'essi  esenti  dall'influsso  fonetico  di  m;  e  se  ne 
sottrasse  il  verbo  mentire  che  ha  mento,  ménti  ecc.,  forse  per 
influsso  dei  verbi  pentire  e  sentire  e  fors' anche  per  trattarsi 
di  forme  men  popolari  di  mentisco,  mentisci  ecc.  Ma  il  verbo 
addormentare  che  movendo  dalla  categoria  de'  participj  in  -ènte 
veniva  a  confondersi  con  più  verbi  in  -mentare,  i  quali  tutti 
avevano  chiuso  Ve  tonico  di  -ment-,  non  potendo  più  avere  dalla 
categoria  participiale  alcuno  ajuto  pel  mantenimento  dell'e  aperto 
dopo  m,  come  l'ebbe  dormènte,  si  connaturò  anche  fonetica- 
mente colla  propria  serie  morfologica. 

A  pag.  283  vuole  che  rugiada  non  venga  già  per  via  di 
"rosjata  *rosiata  da  ros,  ma  si  connetta,  come  nome  verbale 
analogo  a  grandinata,  7ievicata,  ad  un  verbo  rorare,  donde 
mediante  roriata  sarebbe  venuto  rugiada.  Il  fenomeno  già  {ga) 
=  rja  è  inammissibile  per  il  toscano;  né  sta  l'analogia  che  il 
Bianchi  vedrebbe  con  feggia-feriat,  aduggere- adur[])ere. 
Feggia  non  è  già  immediate  da  feriat,  ma  sì  da  fedja{i)  (cfr. 
fìede,  fedire  ecc.),  alla  qual  forma  sta  feggia  come  chieggia  a 
*quedia  {*qua;riat\)er  quadrai),  ve g già  a  *vedja  {*vidiat,  videat), 
seggia  a  "sedja  insediai,  sedeat),  reggia  a  *  radia  {*rediai,  re- 
deat)\  caggia'n  *cadja  ("cadiat,  cadat),  se  non  che  il  d  di  dja 
riflesso  in  feggia,  chieggia  è  d'origine  romanza,  e  nelle  altre 
forme  è  primitivo.  Tutti  questi  verbi  hanno  analogia  di  forma 
in  fieda,  chieda,  veda,  sieda,  yneda,  cada.  Quanto  all'a^^M^- 
gere  fatto  venire  da  adurio,  trattandosi  d'etimo  molto  in- 
certo, per  non  potersi  questo  verbo  staccare  dal  più  comune 
ed  equivalente  aduggiare  (cfr.  Diez,  Et.  io.  11  77,  s.  'uggia'), 
noi  non  potremmo  vedervi  un  esempio  sicuro  di  già  [ga)  da  rja. 
Del  resto  il  doppio  g  che  hanno  e  feggia  e  aduggere  e  adug- 
giare, già  ci  vieterebbe  di  connettervi  fonologicamente  rugiada 
che  accenna  al  fenomeno  proprio  di  pigiare  -  *pisiare,  pertu- 


*  Dante  (Inf.,  x,  82),  pei^  la  2.  p.  siag.  del  sogg.,  ha  regge  (redeas),  ma 
la  forma  normale  dovette  essere  reggia  por  tutte  e  tre  lo  pors.  singolari. 


380  Fleclifa, 

giare  =  *periusiare,  cagioìie  =  occasione,  provvigione  =  provvi- 
sione; e  ad  un  riflesso  normale  di  sja,  e  pei*  ninna  guisa  di  rja, 
additano  le  forme  dell'equivalente  Yocabolo  ne'  dialetti  d'Italia 
e  d'oltremonti,  onde  p.  e.  nap.  rosata\  ven.  e  lomb.  rosada,  gen. 
riizà,  piem.  rusci,  friul.  rosàde ,  prov.  rosada,  fr.  rosee  ecc.  Che 
da  ros  siasi  potuto  originar  rugiada  ecc.,  lo  dimostrerebbero 
anche  il  prov.  arrosar,  fr,  arroser,  il  sardo  mer.  rosu,  arrosu, 
'rugiada',  arrosiai ,  'irrorare';  e  sarebbe  forma  nominativale 
fatta  fondamento  di  derivazioni,  come  per  es.  cinis  di  cinisia, 
donde  cinigia,  nap,  cenisa  ecc. 

A  p.  387  fa  venire  il  tose,  orinolo  da  orologio  'passato,  dice 
egli,  probabilmente  per  le  forme  orolojo,  oroiloo,  oriloo,  oriolo'. 
Più  verisimile,  forse,  il  dedurlo  da  horariolum,  forma  diminu- 
tiva d' horarium,  già  usato  da  Censorino,  in  senso  d'orologio, 
fin  dal  principio  del  sec.  III.  Horariolum,  per  quell'assimila- 
zioni di  vocali  che  occorre  non  di  rado  intorno  a  r,  potè  farsi 
hoririohtm,  donde,  senza  stiracchiature,  orijolo,  orinolo;  ov- 
A^ero  si  trasformò  normalmente  in  orajolo,  contrattosi  poscia  in 
oriolo,  orinolo,  come  p.  e.  il  nome  locale  Ancharianum  (da 
Ancharius),  passato  in  Ancajano,  quale  trovasi  questo  nome 
nell'Umbria  e  nel  Sanese,  venne  poi  a  contrarsi  in  Anchiano, 
secondo  che  suona  nel  Fiorentino  e  nel  Lucchese. 

Non  posso  andar  persuaso  della  teoria  espressa  dal  Bianchi 
con  queste  parole  (p.  317):  «Il  suffisso  diminutivo  -ciilus  ci  si 
«  mostra  in  varie  voci  mutato  in  -quulus,  quindi  in  -pulus  e 
«  poscia  in  -pio  -fio,  -pjo  -fio,  -ppo  -ffo.  »  Per  quanto  non  possa 
negarsi  come  una  qualità  di  gutturale  indoeuropea  nel  latino 
si  trovi  ridotta  normalmente  a  qu  (cfr.  Ascoli,  Corso  di  glott., 
58  e  segg.;  Fick,  Die  ehem.  Spracheinh.  d.  Indog.  Eur.,  62  e 
segg.)  e  come  anche  in  qualche  dialetto  italiano  sorga  qu  da  k 
(cfr.  p.  e.  Arch.,  III  174),  credo  però  che  né  di  questo  fenomeno, 


'  Il  nap.  ha  non  solo  ia,  ma  anche  sa  =  sja,  sia,  quindi  mentre  da  un  lato 
p.  e.  cortesane  ■=  corte(n)siano  (Arch.  Il  15),  bosarde  =  bausiario,  dall'altro 
Ambruoso  -  Ambrosio,  cerasa  =  cerasia,  pertosare  =  pertusiare  ;  e  così  rosata 
=  rosi  ala.  E  il  toscano  pure  ha,  com'è  noto,  insieme  con  già  [ga),  anche  altri 
riflessi  di  sja,  onde  p.  e,  bacio  e  bascio,  Ambruoscio  {ani.  san.),  chiesa;  e  in 
analogia  di  quest'ultima  forma  Ristoro  d'Arezzo,  secondo  il  codice  riccardiano 
(cfr.  Arch.  II  381  n.  1),  mi  dà  rosada;  ma  poi  p.  e.  fasciano,  cascione. 


Del  libro  di  B.  Bianchi  sulla  prepos.  :  a.  381 

né  perciò  del  conseguente  svolgersi  dell'esplosiva  labiale,  quale 
avrebbe  avuto  normalmente  luogo  nel  greco,  in  antichi  dialetti 
italici  e,  tra  gl'idiomi  neo-latini,  nel  rumeno  e  nel  sardo,  non 
si  possano  recar  sicuri  esempj  per  l'idioma   toscano.   Abbiamo 
nell'italiano  molti  nomi  i  quali  tutti  si  radducono  con  certezza 
a  tipi  in  -acido,  -iculo,  -oculo,  -uculo,  già  proprj  della  lingua 
latina  o  del  romano  volgare,  ovvero  foggiatisi  dipoi  in  quella 
cosi 'feconda  ricreazione   di  forme   diminutive,   ma  nissuno  ve 
n'ha  che  od  insieme  coi  loro  consueti  riflessi  (p.  e.  miracolo, 
pericolo',  pecchia ,  cavicchia,  ginocchio,  agucchia;  spiraglio, 
artiglio,  germoglio  ecc.)  od  anche  isolatamente  presenti  in  si- 
curo modo  un'uscita  in  -polo,  -px)io,  -fflo,  -ppo,  -ffo.  Tutte  le 
forme  di  nomi  o  verbi,  nelle  quali  il  Bianchi  vedrebbe  questi  suoi 
fenomeni,  sono  fatte  risalire  a  tipi  ipotetici,  alcuni  dei  quali,  per 
un  periodo  più  o  meno  antico,  sarebbero  anche  morfologicamente 
problematici.  E  cosi  per  esempio  in  casipola,  casupola,  che,  se- 
condo il  Bianchi,  salirebbero  per  via  di  casiquula,  casuquula 
a  casicula,  casucula,  quando  dovessimo  pure  ammettere  queste 
pel  latino  morfologicamente  anomale  forme  di   diminutivo  pel 
normale  casula,  piuttosto  che  cercarvi  un'origine  fonetica  di 
p  =  cp,  cv,  qu,  vorremmo  vedervi  \xnp  nato  da  e  per  un  principio 
di  dissimilazione  quale  il  Bugge  imaginava  che  potesse  avere 
operato  in  discipulus  da  disciculus  (1.  diskiculus;  v.  Zeiischr, 
f.  vergi,  spr.,  XI  73,  XX  144  n).  Ma  casipola,  casupola  pre- 
senterebbero piuttosto  per  noi  un  suffisso  sporadico,  formativo 
di  diminutivi  o  spregiativi,  qual-i  s'incontrano  qua  e  là  per  la 
derivazione  di  nomi  e  di  verbi  in  alcuni  dialetti,  massime  del- 
l'alta Italia.  Tali  sarebbero  per  es,  manopola,  quasi  manaccia, 
mano  falsa  :  piem.  vinapola,  'vinello';  verb.  vissopola  (=  biscio- 
ipola),  lucertola',  berg.  sgrignapola  e  raant.  sgargnapola,  'pi- 
pistrello', e  var.  coni,  grignapol  ('chi  ride,  grigna,  per  niente', 
Monti,  Voc.  com.  s.  v.);  cantepola,  'cantilena',  col  verbo  can- 
tipulare,  'canticchiare'  'cantar  sottovoce'  (v.  Spatafora  e  Ba- 
RUFFALDi,  s.  vv.).  Nella  Fiera  del  Buonarrota  è    stanzibolo, 
'stanzino',  il  cui  suflF.  -bolo  non  può  certo  essere    il   -buio   del 
latino  (p.  e.  vestibulum,  iuribulum,  cunabulum,  ecc.);  e  il  ferr. 
psaula,  'pesciatelli'  parrebbe  accennare  immediatamente  ad  una 
forma  *pesciavola,  che  forse  viene  da  *pesciabula,  *pesciapula. 


382  Fk'chiù, 

Nel  lat.  manipulus,  propr.  manata,  fasccLLo,  il  suff.  -pulus,  che 
venne  connesso  col  pie-  (indo-eur.  par,  prò)  di  -plcrc  {replere, 
im-plere  ecc.)  e  interpretato  per  manum  implens  o  manus 
piena,  ted.  handvoll  (cfr.  Corss.  Ausspr.,  P  2GS;  Vanicek,  91), 
potrebbe  non  avere  se  non  un  valor  morfologico  ed  essere  anti- 
chissimo esempio  di  suffisso  sporadico,  già  proprio  del  romano 
volgare  e  riprodottosi  negli  odierni  nostri  dialetti. 

Un  altro  esempio  di  siffatto  suffisso  propenderei  ancora  a  ve- 
dere nel  toscano  fatappio,  adoperato  dal  Pulci  [Morg.,  xiv  54), 
che  la  Crusca  definisce  per  'sorta  d'uccello  poco  noto'  e  che  il 
Bianchi  (pp.  272,  322)  radduce,  secondo  la  sua  teoria,  a  *fata-' 
quulo,  *fataculo.  Quanto  a  me,  cercando  la  base  originaria  di 
questo  vocabolo  non  vorrei  andar  più  su  di  fataplo,  fatapulo, 
verso  cui  starebbe  fatappio,  come  p.  e.  coppia  a  copia,  copula, 
cappio  a  capto,  caputo,  stoppia  a  siupla,  stupula  (da  stipula). 
Il  Bianchi,  dopo  toccato  dell'ignoranza  che  circa  codesto  uc- 
cello mostrano  tutti  i  vocabolaristi  giù  fino  al  Fanfani,  non 
definendolo  altrimenti  che  per  'sorta  d'uccelletto  poco  noto',  dice 
che  forse  aveva  colto  nel  segno  un  cacciatore,  supponendo  che 
potesse  essere  il  nottolo  del  Valdarno  superiore  rispondente  al 
caprimulgus  europa3US  di  Linneo.  Or  bene  io  non  dubito  di  af- 
fermare che  quel  cacciatore  aveva  veramente  colto  nel  segno, 
come  apparisce  assai  chiaro  dall'etimologicamente  identico  nome 
che  i  dialetti  emiliani  danno  appunto  al  caprimulgo,  conosciuto 
dai  Toscani  sotto  le  varie  denominazioni  di  succiacapre,  cal- 
cabotto  \  stìaccione,  piattajone,  fottivento,  nottolo,  nottolone  e 
squarquascia  (cfr.  Savi,  Ornitol.  tose,  I  158)  ^  Cotesti  nomi 
emiliani  sono  adunque  parm.  fadabil,  mod.  faclahi,  regg.  faclapi, 
boi.  fìalap,  i  quali  tutti  ben  mostrano  di  poter  essere  raddotti 

*  Nel  Savi  questo  nome  di  calcabotto  è  scritto  calcobotto.  È  manifestamente 
un  eiTore  di  stampa,  essendoché  una  tal  forma  sia  al  tutto  contraria  al  prin- 
cipio di  formazione  per  questa  soi'ta  di  composti,  il  cui  primo  membro  è  la 
seconda  persona  singolare  dell'imperativo.  Ciò  nondimeno  cotesto  errore  tipo- 
grafico fu  ciecamente  ripetuto  per  es.  nel  Vocabolario  romagnolo  del  Morri 
per  la  traduzione  di  bucazz,  e,  che  più  è,  dal  Gherardini  nel  Suppl.  ai  Voc. 
it.  s.  calcobotto  e  nottolone. 

^  Il  nome  squarquascia,  che  io  ebbi,  or  son  più  anni,  da  un  cacciator  fio- 
rentino, non  è  nella  sinonimia  toscana  del  Savi  né  nell'italiana  del  Salvadori. 
Incredibile  come  di  tutti  i  sovrallegati  nomi  toscani  non  se  ne  trovi  pur  uno 


Del  libro  di  B.  Bianchi  sulla  prepos.  :  a.  383 

ad  un  tipo  in  -apulo  (cfr*.  raod.  pabi  =  pahlo,  padido;  regg. 
capi  =  caplo,  capuló).  Il  boi.  fialap  risponde  a  fìadapo,  forma 
metatetica  di  fadaplo,  fataplo,  fatapulo,  come  nello  stesso  dia- 
letto copa  =  clopa  da  copia,  copula  e  ì\q\V  ìt.  pio'ppo  =  plopiio  da 
poplo,  populo.  Il  digradamento  della  labiale  sarebbe  pel  parra. 
e  pel  raod.  analogo  a  quello  di  cubia,  cubbia,  cobbia  da  copia, 
copula,  proprio  dei  dialetti  dell'alta  Italia.  Ora  il  volere  da  que- 
sto *fatapulo  assurgere  ancora  a  fataculo,  per  via  di  fataquulo, 
mi  parrebbe  troppo  forte;  tanto  più  che  i  dialetti  emiliani,  i 
quali  sono  appunto  di  quelli  tra  cui  dal  lat.  suff.  -culo  sareb- 
besi  svolta,  come  già  s'accennava  di  sopra,  la  gutturale  im- 
pura, onde  per  es.  il  boi.  miraquel  da  miraculo,  periguel  da 
periculo,  non  presentano  poi  mai  in  così  fatti  nomi  alcun  esem- 
pio d'ulteriore  evoluzione,  onde  sorga  p  =  cu,  gif  o  b  =  gv,gu. 
Noi  crediamo  adunque  di  doverci  fermare  nell'ascensione  fono- 
logica a  fatapulo,  che  considereremo  come  vocabolo  derivato 
mediante  lo  sporadico  -indo,  già  stabilito  sopra  per  casipola  ecc. 
Venendo  poi  all'etimo  di  questo  *  fatapulo,  nome  di  uccello, 
noteremo  innanzi  tratto  come  intorno  al  succiacapre  i  popoli  eb- 
bero ed  hanno  tuttavia  erronee  credenze.  Una  delle  più  estese 
e  molto  antica  è  che  quest'uccello  poppi  le  capre;  la  qual  cre- 
denza venne  probabilmente  ajutata  dall'avere  esso  la  bocca  larga 
per  modo  che  ben  vi  possa  entrare  il  capezzolo  delle  mammelle 


ne' vocabolarj  né  del  Faufani  (compreso  quello  Bell'uso  toscano),  nò  del  Ili- 
gutini.  Il  Fanfani  registra,  gli  è  vero,  fottivento,  ma  solo  come  sinonimo 
d'acertello,  che  ò  il  nome  sanese  pel  gheppio  de'  Fiorentini  (falco  tinnuncu- 
lus,  Linn.).  Ma  in  questo  senso  egli  lo  avrebbe  malissimo  descritto,  dicendolo 
'uccello  di  palude,  che  per  lo  più  sta  per  i  fossi,  campa  di  pesciolini',  ecc., 
perocché  il  gheppio  viva,  non  già  nelle  paludi,  ma  bensì  sullo  torri  (e  i  Pi- 
sani, i  Romani  e  altri  chiamanlo  falchetta  eli  torre),  ne*  campanili,  ne'  ca- 
stelli, nelle  alte  fabbriche  e  anche  sulle  rocce  ;  e  si  cibi  di  topi,  di  pipistrelli, 
d'uccelletti,  di  lucertole  ecc.  Registrano  entrambi  nottolone,  il  Fanfani  di- 
cendolo semplicemente  'specie  d'uccello  silvano'  e  il  Rigutini  'specie  di  pi- 
pistrello'. Il  Fanfani  ha  ancora  nottola,  ma  per  lui  questo  nome  non  vaio 
se  non  'pipistrello';  e  nell'Appendice  ha  agótile  (ilfor^^antó,  xxv,  32G),  che 
non  può  essere  d'altronde  che  dal  gr.  «r/o^-^Xvic.  Il  Rigutini  poi,  non  regi- 
strando il  letterario  caprimulgo,  non  ha  in  tutto  il  suo  Vocabolario  della 
lingua  parlata  neppure  un'appellazione  per  un  uccello  che  nella  Toscana, 
anche  non  contato  fatappio,  forse  ancor  vivo  negli  Apennini,  avrebbe  oggidì 
per  lo  meno  otto  nomi  diversi. 


384  Plochia, 

caprine.  Quindi  il  greco  nome  di  alyo^-nAr,:,  'poppacapre',  il  lat. 
caprimulgiis,  'miignicapre',  che  parrebbe  quasi  una  versione  del 
nome  greco,  e  i  varj  nomi  moderni,  come  il  tose,  succiacapre, 
rom.  succhiacapre ,  sardo  siicciacrahas ,  pav.  tettacrav,  ver. 
bass.  latacavre,  svizz.  rom.  allaite-tzivra,  fr.  ietechevres ,  sp. 
clioiacahras,  cat.  (ruelacahras,  ted.  ziegenmelker,  ingl.  goal- 
suoher.  In  cambio  delle  capre  gli  si  fanno  anche  poppar  le 
vacche;  quindi  i  nomi  tarant,  zinnavacche,  lomb.  (mil.  com. 
pav.)  ieitavdc,  ven.  cucavache,  teiavache.  Lo  si  connette  va- 
riamente colla  botta;  quin-di  il  tose,  calcadotto,  boi.  calcabót, 
piera.  carcababi,  gen.  carcabaggu,  cuabaggu,  mil.  scalcasAt  o 
scarcasat,  fr.  crapaud-volant,  ecc.  Vola  cacciando  gl'insetti  a 
bocca  aperta,  sicché  pare  che  ingoji  il  vento;  quindi  il  nome 
tose,  fottivento  (fior.),  mod.  ingojavént,  pieni,  angujavént,  fr. 
engoulevent.  Lo  starsene  tutto  il  giorno  appiattato  per  terra 
gli  fece  dare  il  nome  di  covaterra  (rom.  e  romagn.),  siiaccione 
(fior.),  piattajone  (rom.  e  san,),  spiatterlàn  (mil.);  la  bocca 
larga  quello  di  boccalarga  (march.),  boccaccio,  boccaccia ,  boc- 
calone di  varj  vernacoli;  le  abitudini  crepuscolari  i  nomi  to- 
scani di  nottolo  (pis.),  nottolone  (fior.),  e  ted.  tagschlafer  (che 
dorme  il  giorno).  Circa  varj  altri  suoi  nomi  può  vedersene  la 
sinonimia  volgare  del  Salvador!  {Fauna  d'Italia:  uccelli,  p.  47); 
dove  mancano  però,  oltre  squarquascia,  anche  le  citate  forme 
emiliane  di  fadabi  e  fadabil. 

Ora  il  nome  fatappio,  cogli  affini  de'  dialetti  emiliani,  io  non 
dubito  di  porlo  nel  novero  di  quelli  che  si  connettono  colla  botta. 
È  da  notare  prima  di  tutto  che  il  nome  di  questo  batraco,  mas- 
sime se  applicato  a  rospacci  grossi  e  vecchi,  ne' dialetti  emi- 
liani (parm.  boi.  ferr.)  e  nel  mantovano  è  fada  (fata^);  sicché 
fatappio ,  fadapi  ecc.  ricondotti  a  *fatapulo  ci  darebbero  ap- 
punto un  nome  che,  secondo  il  valore  di  questo  suffisso  dimi- 
nutivo 0  dispregiativo,  verrebbe  a  sonare  rospetto  o  rospaccio, 
rospastro;  e  cosi  noi  avremmo  in  questo  nome  una  quasi  iden- 
tificazione del  succiacapre  colla  botta,  secondo  che  ciò  avviene 


^  Il  nome  di  fata  (fada),  dato  al  rospo,  si  connette  colle  varie  credenze  po- 
polari, per  cui  questo  rettile  veniva  e  viene  tuttora  considerato  come  dotato 
di  qualità  soprannaturali. 


Del  libro  di  B    Bianchi  sulla  prepos  :  a.  385 

per  l'appunto  nel  fi*,  crapaud-volant,  'rospo-volante'.  Una  tale 
identificazione  dovette  essere  assai  ovvia  all'intuitiva  popolare, 
stantechè  e  il  color  cenerino  di  questo  uccello  e  quel  suo  star- 
sene lungamente  appiattato  per  terra,  ben  devono  fare  che  quasi 
si  scambi  per  un  rospo.  E  lo  stesso  nome  di  calcabotto  cogli  equi- 
valenti sopracitati,  piuttosto  che  voler  dire  'che  calca  la  botta' 
potrebbe  essere  interpretato  per  'botta  che  calca',  'botta  calcante', 
'botta  covante'  e  sarebbero  composti  analoghi  per  es.  al  piem. 
caì^caveja,  'incubo',  significante  non  già  'che  calca  la  vecchia'  ma 
bensì  'vecchia  che  calca',  'strega  che  preme',  'str.  che  soffoca'; 
e  cosi  in  tutti  questi  nomi  noi  avremmo  pur  sempre  una  spe- 
cie d'identificazione  del  succiacapre  col  rospo,  de'  cui  supersti- 
ziosi attributi  avrebbe  ancor  egli  partecipato;  sicché,  per  via 
del  nome  fata  [fada],  dato  al  rospo,  il  verbo  affata  pigiare  de- 
rivato da  fatappio,  uccello  identificato,  come  s'è  visto,  col  ro- 
spo (che  è  quanto  dire  colla  fata),  venne  a  significare  'amma- 
liare', 'afi'dscinare',  'stregare',  non  già  perchè,  come  dice  il  Bian- 
chi, il  fatappio  sia  del  genere  stì^ix  (che  non  è,  e,  quando  fosse, 
non  basterebbe),  ma  perchè,  confuso  col  rospo,  personificazione 
della  fata,  della  strega,  importa  naturalmente  la  nozione  della 
fatagione,  dello  s  ir  e  g  amento. 

Teniamo  per  non  impossibile  l'evoluzione  di  fda  qu,  di  cui  si 
parla  a  p.  317,  ma  non  crediamo  che  si  debba  passare  per  la 
forma  intermedia  di  pj  ^  onde  p.  e.  da  deliquio  ne  venga  poi, 
per  via  di  dilepio,  dilefìo,  dilefiare.  La  serie  evolutiva  più 
verisimile,  in  ordine  a  fìa  =  quia,  per  noi  sarebbe  deliquiare, 
delicviare,  delie fiare,  delifflare,  dilefiare.  Il  suono  di  cfì  per 
qui  mi  ricordo  d'averlo  udito  da  bocca  toscana,  se  non  erro, 
sanese,  come  per  es.  in  le  leggi  di  cfì  per  le  leggi  di  qui,  cioè 
'di  questo  paese'.  Anche  in  farquetola,  farchetola  =  querque- 
dula  s'avrebbe  verisimilmente  un'analoga  evoluzione  di  /'da 
qu-,  forse  non  del  tutto  indipendente  da  influenza  dissimilativa. 
Lo  svolgimento  immediato  à\  f  in  v  l'abbiamo  del  resto  ancora 
in  pii^i  altri  casi,  come  per  es.  in  dolfi,  dolfe,  dolfcro  da  dolm 
=  dolili  ecc.,  schifo  da  schivo,  Tafarnelle  ni.  (pad.),  e  principal- 
mente, per  alcuni  dialetti  italiani,  in  v  rimasto  finale,  come,  ver. 
bigrazia,  nel  berg.  caf=  clave,  nóf=  novo,  novem,  nerf-  nervo, 
liif-  liivo,  lupo,  ecc.  Quanto  ad  innaffiare,  annaffiare,  che  qui  il 


386  Picchia, 

Bianchi  fa  venire,  por  via  à'*inapjare,  da  inaquiare,  inaqucare, 
noi  ci  atterremo  pur  sempre  all'etimo  ò." in-afflare,  sì  perchè 
foneticamente  più  ovvio,  e  sì  perchè  afflare  si  trova  pure  usato 
per  aspergere.  Il  nuovo  prefisso  in  qui  non  avrebbe  nulla  d'in- 
solito (cfr.  p.  e.  innascondere,  nascondere  da  in-abscondere). 

Ci  pajono  al  tutto  inverosimili  gli  etirai  à'avaccio  da  ocius 
(349)  e  di  agio  da  otiiim  (p.  402),  massime  per  la  strana  mu- 
tazione d'o  tonico  in  a  e,  quanto  ad  agio,  anche  pel  riflesso 
normale  di  un  -sio  {*asio),  che  darebbero  tutti  1  dialetti  neo- 
latini, in  alcuni  de' quali,  p.  e.  nel  nap.  e  sic,  mal  si  potrebbe 
risalire  a  -tio. 

Qui  pure,  a  p.  402,  il  B.  fa  venir  ragia  da  resina,  notando 
r  irregolarità  di  a  tonico  da  e.  Ma  ragia  non  può  venire  d'al- 
tronde che  da  *rasia,  alterazione  morfologica  di  rasis,  a  cui 
sta  *rasia,  come  p.  e.  a  rudis  stanno  *rudio,  "rudia,  donde  roz- 
zo, rozza. 

Quanto  a  gomena  che  il  Bianchi  fa  venire,  prima  da  acu- 
mina (p.  368)  e  poi  da  copula  (p.  451),  mi  permetto  di  riman- 
dare a  ciò  che  dissi  nella  Riv.  di  filol.  class.,  II  195  e  seg., 
connettendo  questo  vocabolo  con  ligumina  per  ligamina.  Ag- 
giugnerò  solo  che  il  b  di  gombina,  dal  quale  principalmente,  a 
quanto  pare,  fu  suggerita  la  sua  derivazione  da  copula,  non 
potrebbe  essere  se  non  una  lettera  epentetica,  come  in  gòm- 
bito  da  vomitiis,  rómbice  da  ruìnex,  cimbice  da  cimex,  siòmbaco 
da  stomachus  ecc. 

Non  ostanti  gli  appunti  che  qui  ci  parve  di  fare  allo  scritto 
del  Bianchi,  ripetiamo  che  esso  rivela  nell'autore  non  solo  in- 
gegno e  dottrina  non  comuni,  ma  anche  disposizione  partico- 
lare agli  studj  glottologici.  Nelle  sue  conclusioni  (pp.  408-415) 
il  Bianchi  accenna  ad  alcuni  lavori  di  linguistica  comparativa 
che  potrebbero  certo  giovar  grandemente  alla  storia  della  lin- 
gua e  dei  dialetti  d'Italia,  Uno  di  questi  lavori,  per  cui  ci  pare 
che  il  Bianchi,  e  come  nato  e  vivente  nella  Toscana  e  come 
educato  alla  scienza  delle  lingue,  dovrebbe  aver  meglio  d'ogni 
altro  attitudine  e  comodità,  sarebbe,  al  parer  nostro,  la  com- 
pilazione del  glossario  specialmente  proprio  della  Toscana,  il 
quale,  come  già  s'intende,  non  avrebbe  punto  che  fare  col  Vo- 
cabolario dell'uso  toscano  del  Fanfani.  Questo  glossario,  cri- 


Dui  libro  di  B.  Bianchi  sulla  prepos.  :  a..  387 

ticaraentc  ordinato,  mentre  da  una  parte  non  sarebbe  forse  sen- 
z' utile  per  la  risoluzione  di  problemi  etnologici,  riuscirebbe 
dall'altra  una  delle  prove  più  lampanti,  se  ancora  ne  fosse  bi- 
sogno, della  toscanità  della  lingua  italiana;  perocché  ben  si  ve- 
drebbe come  un  tale  glossario  sia  già  tutto  o  quasi  tutto  parte 
del  vocabolario  italiano,  mentre  si  può  affermare  già  fin  d'ora 
che  quasi  del  tutto  estranei  ad  esso  vocabolario  risulterebbero 
i  glossarj  specialmente  proprj  di  dialetti  non  toscani.  S'accinga 
dunque  il  Bianchi  a  simil  lavoro;  e  come  già  la  Toscana  ha 
dato  all'Italia  la  parte  piìi  naturale  e  più  viva  della  lingua 
nazionale,  cosi  per  opera  d'un  Toscano  abbia  essa  ancora  la 
storia  di  essa  lingua,  massime  in  quanto  s'origina  da  fonte  vivo 
e  s'impronta  da  favella  parlata  ancor  naturalmente  oggidì. 

G.  Flechia. 


2»  Manipoletto  d'etimologie. 

amòscino. 

'Qualità  di  susino,  prunus  domestica',  Fanfani;  amòscino 
'der  Damascener-Pflaumenbaum',  Valentini.  Verrà  da  damasce- 
nus.  Plinio  ha  damascena  prima,  Marziale  damascena  senz'al- 
tro; in  francese  è  damas,  nell'ingl.  :  daynsin,  damson,  sempre 
per  il  'prunura  damascenum'.  Nel  greco  medievale  e  moder- 
no, oaj^.y.cx.'/ivóv  è  la  prugna  domestica.  L' italiano  rende  'pru- 
num  damascenum'  per  susina  damascina,  dove  Vi  riflette  Ve, 
come  in  Saracino,  pergamina,  pulcino  (pullicénus).  Da  dama- 
scino  s'ebbe  poi  amòscino,  amòscino,  cosi  per  il  prugno  da- 
mascino  come  per  il  domestico.  L'aferesi  del  d  si  spiega  per 
l'illusione  che  vi  si  avesse  la  preposizione  di  (prugno  d-ama- 
scino);  cfr.  1' ant.  spagn.  almàtica  almàiiga  dalmàtica,  tùnica 
(Sanchez). 

baccano. 
'Fracasso,  bordello,  romore  sformato;  usossi  pure  dagli  scrit- 
tori per  Bricconeria,  Furfanteria:  e  tali  usi  vennero  dal  Bosco 
di  Baccano,  là  presso  Roma,  infame  per  assassinj.'  Fanfani.  E 
piuttosto  l'appellativo  che  ha  dato  nomo  al  bosco.  Il  Valentini 


388  Storm , 

ha  inoltre:  Baccana,  heitola. ,  'kneipe'.  A  me  par  probabile  che 
queste  voci  sieno  scorciate  o  quasi  estratte  da  daccanale,  per 
modo  elio,  si  conseguisse  come  un  nuovo  primitivo;  e  lo  stesso 
procedimento  credo  riconoscere  in  più  altri  esempj.  Tra  i  quali 
per  ora  mi  limito  a  citare  l'it.  settentr.  dac  baculum  (onde  l'it. 
bacchetta  e  il  dialettale  baca  bacchiare),  e  vinco  vinculum,  i 
quali,  secondo  il  Flechia,  Arch.  II  36,  'rifletterebbero  le  due  for- 
me, forse  primitive,  di  "bacum  e  *vincum\  Ma  da  bacalo  vincolo 
si  potevano  facilmente  indurre,  come  per  illusione  etimologica,  i 
semplici  e  quasi  primitivi  baco  vinco,  sull'analogia  di  saccolo  da 
sacco,  vicolo  da  vico.  Così  anche  baccano  baccana  potevano  ri- 
cavarsi da  baccanale,  sull'analogia  di  settimanale  accanto  a  set- 
timana, comunale  allato  a  comune  (ant.  comuno  comuna),  ecc. 

bettola. 
'Osteria...  dove  capita  solamente  gente  di  bassa  mano'  Fan- 
fani.  E  pure  strano  che  tutti  i  lessicografi  ripetano  l'assurda 
derivazione  dal  tedesco  bctteln  mendicare,  dove  invece  la  parola 
viene  semplicemente  da  bevere,  bere  e  sta  per  *bevettola,  dimi- 
nutivo di  *bevetta  che  si  è  conservato  nel  fr.  buvette.  Calza  qui 
Ve  stretto:   béttola,  non  béttola. 

bietta. 

Conio,  zeppa,  'di  origine  oscura'  Diez  II  a.  Nel  nordico  antico 
c'è  blegdi,  in  dialetti  svedesi  moderni  :  bligd,  collo  stesso  va- 
lore; in  norvego  mod.  hlegg.  Allato  a  blegdi,  che  suppone  un 
tema  primitivo  germanico  "blegedan,  potremmo  porre  una  forma 
parallela  *bleg-ti,  *bleh-ti,  ant.  ted,  *bliht,  onde  bietta  come 
schietto  da  {sliht)  scliht,  ted.  mod.  schlicht.  Ma  finche  codesta 
parola  non  si  trovi,  la  dichiarazione  rimane  incerta.  Giova  però 
considerare,  che,  stante  la  scarsezza  delle  fonti,  noi  dell'antico 
tedesco  non  conosciamo  se  non  una  picciola  parte. 

borchia. 

'Scudetto  colmo,  di  metallo,  che  serve  a  varj  usi,  e  sempre  per 

ornamento'  Fanfani.  'Il  significato  (dice  il  Diez)  è  precisamente 

'quello  di  bulla,  ma  la  derivazione  da  bulla  è  dubbiosa,  poiché 

'*bul'Cula  per  bullacula  è  difficilmente  ammissibile.  Si  confronti 


Etimologie.  3S9 

anche  l'ant.  alto-ted.  holca  =  lat.  bulla'  A  me  questa  voce  pare 
il  riflesso  di  Imccida,  che  si  ritrova  in  altre  lingue  romanze:  fr. 
boucle,  ant.  fr.  hocle,  blouque,  prov.  bocla,  bloca,  ant.  spagn. 
bloca  'erzbeschlag  in  der  mitte  des  schildes',  onde  il  fr.  bouclier, 
Vìi.  brocchiere  'specie  di  scudo  che  nel  mezzo  aveva  uno  spun- 
tone'. BuGCula  sarà  prima  diventato  "bluccula,  come  */lacula, 
fiaccola  da  facula,  e  come  per  avventura  anche  inchiostro  da 
*inclaustulum,  incaustulum,  cioè  per  ripetizione  o  meglio  an- 
ticipazione dì  l,  e  non  per  la  mera  metatesi  che  ha  luogo  in 
bloca  (v.  sopra),  ftaba  fabula,  pioppo  populus,  fiasco  vasculum, 
fionda  iv.  fronde  fundula  (Arch.  II  56),  spagn,  blago  baculura, 
prov.  fiorone  furunculus.  Da  *bluccula  poi  *bidcida,  onde  bor- 
chia per  dissimilazione,  come  rimorchio  da  remulctdum.  Il  -r- 
si  ritrova  anche  in  brocchiere,  discendente  diretto  da  "bluccida 
e  preferito  a  *biocchiere  per  l'influenza  di  brocco  spuntone. 

cerbonèca. 
Vino  cattivo,  citato  senza  spiegazione  dal  Diez,  gramra.  IP  306, 
come  esempio  del  suffisso  -eco,  a  lui  oscuro.  Questa  voce  vien 
senza  dubbio  da  acerbus  e  sta  per  *acerbonèca,  da  un  basso  lat. 
"accrbomca.  'Acerbo'  dell'uva  anche  fra  i  Latini:  Uva  primo 
est  PERACERBA  gustatu,  Cic.  Sen,  15,  Nondum  matura  uva  est, 
nolo  ACERBAM  sumerc,  Phaedr.  IV,  2.^  Il  suffisso  -eco,  -òca  sarà 
il  latino  -ìciis  romanizzato,  cioè  accentato;  nello  spagn,:  -cca 
accanto  a  -ego,  -iégo;  cfr.  prov.  talcca  =  s^.  ialega.  L'ital.  ha 
p.  e.  moccèca  'uomo  dappoco  che  quasi  non  sappia  nettare  i 
mocci',  parola  che  evidentemente  è  da  combinarsi  coli' aretino  e 
pistojese  moccico  moccio,  cfr.  moccicare,  smoccicare,  lasciarsi 
cadere  i  mocci.  Poi  spizzéea  {splzzeca  ha  il  Diez,  che  probabil- 
mente seguiva  il  Valentin i)  'mignella,  spilorcio',  da  confrontarsi 
col  fare  a  spizzico  =  a  stento,  spizzicare  gustare  a  piccoli  saggi, 
da  pizzicare  e  pizzico.  Tutti  questi  derivati  in  -òca  fanno  da 
soprannomi  di  disprezzo;  la  desinenza  feminile  è  caratteristica 
in  questa  funzione  e  si  ritrova  nello  spagn.  babieca  bàbbèo, 
sciocco,  propr.  bavoso,  mentre  il  prov.  ha  bavec  =  ii\bavard. 
S'aggiunge  il  milanese  busecca  budellame,  ital.  biisccchio,  com- 


'  'Qui  l'uva  ha  iu  fiori  acerba,  e  qui  d'or  l'avo',  Tasso. 
Archivio  ulot'.ol.  it;'.l  .  IV 


390  Storili , 

parato  dal  Diez  (v.  bozza)  all'ant.  gehuzze  exta.  Esempj  spa- 
gnuoli  di  -ego  son  poi  crisiianégo  che  altro  non  può  essere  se 
non  *christian^cus,  niego  "nidecus ,  lahrego  *labor«cus.  Molto 
istruttivo  per  la  trasposizione  dell'  accento  è  il  suffisso  porto- 
ghese -adcgo  da  -attoiis,  Diez  gramm.  IP  310.  E  ancora  giova 
che  sia  addotto  lo  spagn.  huì^rico,  ital.  bricco,  dal  lat.  huricus, 
sebbene  Vi  qui  non  diventi  e. 

f acch  ino. 
Se  fagotto  viene  da  fax  nel  senso  di  fascio  di  scheggie  (Diez), 
anche  facchino  ne  potrà  derivare,  come  quegli  che  porta  i  fa- 
gotti, con   la  desinenza  del   fiorentino  lustrino,  che   lustra  le 
scarpe.  Il  raddoppiamento  del  e  come  in  bacchetta,  macchiìia  ecc. 

f  anfano. 

'Vano,  che  anfana  per  poco,  millantatore'  =  fanfarone.  Il  Diez 
connette  fànfano  e  lo  spagn.  fanfarron  coU'ant.  spagn.  fanfa 
jattanza,  e  crede  queste  parole  'wohl  nur  naturausdriicke'.  Fàn- 
fano si  trova  con  trasposizione  d'accento  nella  Tancia  del  Buo- 
narroti, p.  889  ed.  Fanfani:  Tu  se'  una  fraschetta,  ima  fanfàna 
(:  villana).  C'è  una  locuzione  avverbiale  a  fànfana  vanamente, 
per  cui  si  dice  anche  a  fànfera  che  ha  accanto  a  sé  anche  a  vàn- 
vera. E  c'è  il  verbo  sfanfanare:  Mi  sento  sfanfanar  d'amore, 
Tancia  p.  876,  'struggere,  disfare,  consumare'  Fanfani,  propria- 
mente 'avvampare',  come  benissimo  lo  spiega  il  Salvini. 

Connetteremo  queste  parole  con  fanfaluca  favilesca,  'onde  il 
'fr.  fanfreluche  cianfrusaglia,  e  probabilmente  per  iscorcio  il 
'm\\din.  fanfulla  [baja,  celia,  fanfaluca,  frottola],  com.  fanfola,  sic. 
'fanfonf.  Cosi  il  Diez,  il  quale  giustamente  trae /a?2/(2?itc«  dal  gr. 
7:o|xoó}.'j;,  nelle  glosse  ^lovQniìne:  famfaluca.  Da  fanfòla  =  ~o[j.- 
9ÓA'j;  si  è  fatto  in  prima  *fànfola,  *fànfala  come  sàgola,  segala 
da  secale,  poi  fànfana  come  mòdano  da  modolo,  mòdulus,  indi 
fànfera  come  cécero  =  cecino.  Fors'anche:  vànvera,  o  per  in- 
flusso di  vano,  o  per  mera  alterazione  di  pronunzia. 

Anche  affanno  par  che  abbia  influito  su  questa  famiglia  di 
parole.  Indi  forse  la  pronunzia  fanfàna  della  Tancia  ;  e  dalla 
fusione  delle  due  parole  può  parer  nato  il  verbo  anfanare,  nel 
presente  anfano,  voce  contad.  significante  un  girare  ozioso,  un 


Etimologie,  391 

parlare  vano,  e  'dicesi  pure  di  'que' furbi  affannoni,  i  quali  fanno 
'credere  altrui  di  pigliarsi  continuo  pensiero  e  briga  delle  cose 
'del  prossimo'  Fanfani.  Ma  intorno  a  anfanare,  il  prof.  Sophus 
Bugge  mi  dà  la  seguente  annotazione  :  'anfanare,  anfania  fa 
'pensare  al  lat.  affaniao  dieta  futilia,  gerrae,  usato  da  Apulejo', 
la  qual  derivazione  è  per  avventura  la  migliore. 

mucchio. 

Come  corrisponde  nel  significato  al  lat.  cumulus,  cosi  gli  può 
rispondere  anche  nella  forma.  Da  accumulare  potea  cioè  aversi, 
senza  molta  difficoltà:  * ammuculare  -  ammucchiare,  onde  muc- 
chio; men  facile  che  direttamente  da  cumulus  s'avesse  *mucu- 
lus,  la  metatesi  effettuandosi  più  agevolmente  in  sillabe  atone. 
V'ha  un  certo  rimescolamento  nei  riflessi  del  lat.  cumulus,  come 
ha  fatto  vedere  la  dotta  signora  C.  Michaelis  nella  Bihliogra' 
phia  Critica  del  Coelho,  p.  377  ;  e  anche  noi  tenteremo  or  qui 
di  chiarirlo  un  po'  a  modo  nostro. 

Da  un  lato  si  confondono  cumulus,  culmus  e  culmen;  dal- 
l'altro si  divariano  i  riflessi  tra  l  {colmo  ecc.)  e  r  {ingom- 
bro ecc.).  Tutto  ciò  proviene  dalla  difficoltà  di  pronunziare  sia 
7nl,  sia  i  suoi  possibili  prodotti  *mlj ,  mj ,  essendo  le  labiali 
più  restie  delle  altre  consonanti  a  palatalizzarsi  o  unirsi  con 
suoni  palatalizzati,  come  anche  si  scorge  nelle  lingue  slave. 
L'italiano  suole  evitare  questa  difficoltà,  serbando  la  forma  non 
sincopata,  come  pòpolo,  tàvola,  nùvola,  màmmolo,  tremolo; 
ma  qui  ebbe,  oltre  cumulo  accumulare ,  anche  la  forma  sin- 
copata, per  la  quale  è  ricorso  a  più  spedienti.  Cwnlus,  com'lo 
diviene  colmo,  così  confondendosi  con  culmus,  ovvero  com'ro, 
-gombro,  come  sembrare  da  simulare,  similare,  cosi  forse 
confondendosi  anche  con  cumerum,  cumèra,  dato  che  questa 
voce  fosse  ancora  in  uso.  Per  isfuggire  a  ogni  omonimia,  la  lin- 
gua è  finalmente  ricorsa  anche  a  un  nuovo  mezzo,  cioè  alla 
trasposizione  delle  sillabe,  facendo  di  accumulare  *amuculare, 
onde  ammucchiare  e  mucchio. 

peritarsi. 
'Esser  timido,  vergognarsi,  non  avere  ardire  di  far  checchessia'. 
Fanfani.  Il  Diez  chiede  se  possa  andare  con  lo  spagn.  apretarse, 


392  Storm,  Etimologie. 

sic.  apprllarisi  strignersi.  Ma  un'origine  ben  piti  legittima  ci 
è  offerta  dal  basso  lat.  iriciritari  òz-vstv:  Ne  pigriteris  venire 
usque.ad  nos  Act.  IX,  38;  Ne  pigriteris  visitai^e  infìrmum, 
Sirac  VII,  35,  v.  Rònsch,  Itala  und  Vulgata,  p.  1G8.  Il  prinao 
significato  è  dunque:  esser  pigro,  indugiare,  tardare;  indi:  esi- 
tare, stentare  a  fare  qualche  cosa;  ed  è  un  trapasso  molto  ana- 
logo a  quello  che  ci  offre  il  verbo  esitare.  Il  'deponente'  latino 
è  reso  anch'esso  dal  'riflessivo'  italiano;  e  abbiamo  er  =  igr  come 
in  nero  nigrum,  spagn.  pereza  pigritia.  Il  Bugge  mi  fa  notare 
l'albanese  pertoj  'ich  faulenze'  (poltroneggio)  =2^/r/ri^or,  citato 
dallo  Schuchardt,  Kuhn's  Zeitschr.  XX  247;  e  aggiunge  lo 
stesso  Bugge:  'lo  sviluppo  del  significato  si  conferma  anche 
'dall'uso  seriore  àiinger:  triste,  abbattuto,  infastidito,  e  viepiù 
'dall'uso  ù'xpiget  nel  senso  di  'vergognarsi':  faterì  pigebat  Liv. 
"VIII,  2;  Hic  loro  vitio  mihi  vortchat,  quocl  me  nec  sordidiora 
'dicere  honcsie  pigeret,  Appul.  Apol.  p,  472  Oud.' —  Il  Rònsch, 
che  tanto  bene  ìWmsìyq.  pi g ritari,  cerca  poi  (JahrbuchXIV  342) 
di  derivar  peritare  da  pavoritarc  o  veritare,  etimologie  tut- 
t'e  due  bene  infelici. 

retta, 
nella  locuzione  di  da,r  retta,  non  sarà   dal   semplice  reggere, 
ma  da  dare  arrectam  se.  aurem. 

screzio. 
Parola  antica  clie  significava:  I."  Varietà  di  colori,  o  di  fregi. 
2."  Cruccio,  discordia  tra  due  persone  state  familiari  tra  loro 
(Fanfani).  Verrebbe,  secondo  il  Caix,  da  "secretium;  ma  que- 
st'etimologia non  si  combina  affatto  col  senso  del  lat.  secretus. 
Risaliamo  piuttosto  a  *discrepitiare ,  forma  ampliata  del  lu- 
creziano  discrepitare,  e  questo,  com'è  noto,  da  discrepare, 
stonare,  essere  discorde,  differente.  Per  la  forma,  si  confronti 
cretto  fenditura,  da  crepitus,  e  crettare  screpolare,  da  cre- 
pitare, Riv.  di  Fil.  Rom  ,  I  12.—  Affatto  diverso  è  l'antico 
screziane  per  discrezione, 

CristiaDia  (Norvegia).  G.  Storm, 


II  participio  veneto  iu  -esio.  393 


Il  participio  veneto  in  -é-sto. 

Accadeva  testé,  che  si  toccasse  degli  effetti  del  principio  ana- 
logico nell'ordine  dei  suoni  (Ardi.  Ili  254 n).  Or  sia  concesso 
che  brevemente  si  discorra  intorno  alla  genesi  e  alla  diffusione 
analogica  di  una  terminazione  che  potè  parer  singolare  e  fa 
ripetutamente  considerata  in  questi  fogli.  E  lo  -sto  del  parti- 
cipio 'debole'  di  perfetto  dei  parlari  veneti. 

1.  Giova  anzitutto  ricordare  i  limiti  che  questa  formazione 
ritrova  nel  tempo,  nello  spazio  e  nella  ragion  grammaticale. 

Nelle  più  antiche  scritture  veneziane  o  venete,  questa  ter- 
minazione è  molto  rara,  e  gli  esempj  se  ne  fanno  tanto  men 
rari  o  tanto  più  frequenti,  quanto  più  si  discende  nel  tempo. 
La  sua  odierna  diffusione  nelle  varietcà  veneto  di  terra-ferma 
è  ben  maggiore  ancora  che  non  sia  nel  proprio  dialetto  di  Ve- 
nezia, dove  è  pur  molta.  Al  di  là  del  territorio  veneto  non 
s'è  finora  incontrata  se  non  in  un  solo  esempio,  il  quale  s'insi- 
nua in  Lombardia,  pur  con  funzione  di  sostantivo  feminile,  ed 
è  appunto  l'esemplare  più  antico,  o  almeno  uno  dei  più  antichi, 
che  nelle  scritture  venete  occorra:  movesto  movesta  (v.  Arch. 
I  431  459,  II  405-6,  III  267).  Nel  veneziano,  non  vedo  che 
questa  formazione  s'estenda  mai  al  di  là  dell'ambito  delle  con- 
jugazioni  in  -ere,  e  vuol  dire  che  ivi  slam  limitati  ai  tipi  ta- 
sesto  savesto,  cr edesto  (taciuto  saputo,  creduto).  Ma  tra  le 
varietà  dell'estuario  e  più  ancora  tra  quelle  di  terraferma  e  le 
istriane,  ben  s'oltrepassano  codesti  confini.  Vi  incontriamo  lo 
-STO  anche  nella  conjugazione  in  -ire;  preceduto  però  ancora 
in  molte  varietà,  o  in  parte  della  serie,  dall' É,  che  accenna 
all'essere  codesta  formazione  più  antica  e  costante  nelle  con- 
jugazioni  in  -ere;  e  finalmente  s'arriva  a  accettare  lo  -sto  pur 
nella  conjugazione  in  -are,  ma  solo  a  patto  che  prenda  seco  l'È 
[o  l'i],  e  vuol  dire  a  patto  che  il  participio  traligni  ad  altra 
conjugazione  che  non  sia  quella  del  suo  infinito.  Siamo  cosi  ai 
tipi:  vegnesto  vegnisio,  dormesio\-  magnesio  [portisio]\  circa 


394  Ascoli, 

i  quali  si  può  pei'  ora  consultare  il  I  volume  déìV Archìvio,  a 
pp.  402,  40G,  409,  415,  419,  431  e  444. 

2.  Qual  sarà  la  ragione  o  la  storia  intrinseca  di  questa  forma? 
L'esperienza  ci  porrà  sùbito,  e  come  'a  priori',  sulla  buona  via, 
suggerendoci  di  cercarvi  un  fenomeno  di  diffusione  analogica, 
da  mandarsi  con  quello  dell' -m^o  di  participio,  cosi  per  tempo 
divulgatosi  fra  i  verbi  delle  conjugazioni  in  -ere  (cfr.  Diez  IP 
134),  0  dell' -ac  ecc.  che  alcuni  esemplari  di  frequentissimo  uso, 
come  fac  die,  fatto  detto,  riescono  a  imporre  anche  all'intera 
serie  in  qualche  dialetto  dell'Alpi  occidentali  (vedine  per  ora: 
Arch.  I  258). 

I  participj  neo-latini  in  cui  occorra  uno  -sto  etimologico  o  di 
ragion  latina,  sono  pochi;  e  anzi  son  due  soli,  se  io  vedo  bene, 
che  si  possano  considerare  utilmente  in  questo  luogo  :  posto  po- 
szto-  e  chiesto  quaeszto-.  Il  secondo  è  anzi  già  tralignato  dalla 
ragione  letteraria  del  latino,  come  anche  ne  traligna  il  perfetto 
chiesi  quaeszvi.  Abbiamo  un  '"quaesui  "quaesz^tum'  tirato  sul  mo- 
dello di  'posui  posz^tum',  e  questa  livellazione  si  riproduce  anche 
dal  provenzale:  po5,  post;  ques  quis  perf.,  qiies  quis  quist  part. 

Son  due  soli  codesti  esempj,  ma  uno  dei  due,  e  il  pii^i  genuino, 
fa  per  molti:  ^osto,  anteposto,  apposto,  composto,  contrapposto, 
deposto,  disposto,  esposto,  frapposto,  imposto,  opposto,  posposto, 
preposto,  proposto,  riposto,  sottoposto,  sovrapposto,  trasposto. 
Il  quale  potentissimo  verbo  deve  avere  attratto  assai  per  tempo 
nella  sua  analogia  anche  l'antico  'respondére'  (respondi  respon- 
sum^),  0  meglio  il  popolare  'respondere',  in  ciò  ajutato  e  dalle 
congruenze  fonetiche  (re-pónere,  re-spóndere)  e  pur  dalle  con- 
nessioni ideologiche  (proposta,  risposta).  Onde  s'ebbe,  oltre 
l'analogico  ri-sposi  (cfr.  es-posi  ecc.),  anche  l'analogico  ri-sposto 
(cfr.  es-posto  ecc.).  Taluno  forse  chiederà  se  questa  e  altrettali 
riduzioni  non  vadan  piuttosto  ripetute  da  un  invalere  del  -to, 
quasi  nota  generale  del  participio  di  perfetto.  Ma  se  è  vero  che  il 
-to  etimologico  di  tutti  i  participj  'deboli'  [amato  finito  ecc.),  e  di 
molti  participj  'forti'  [unto  ecc.),  s' introduce  per  espansione  ana- 
logica in  esemplari  neo-latini  quali  sono  offer-to  spar-to  span-to. 


'  Curioso  errore  del  Diez  il  credere  neo-latina  la  base  responsum  e  l'af- 
fermare insieme  un  latino  responditutn  ;  gr.  IP  215,  cfr.  161. 


Il  participio  veneto  iu  -es(o.  395 

è  vero  insieme  che  l'antico  participio  in  -so  non  solo  non  ri- 
pugna al  neo-latino  in  genere  e  all'italiano  in  ispecie  {i^reso 
messo  ecc.),  ma  anzi  vi  si  estende  oltre  ai  confini  antichi,  cosi 
come  fa  anche  il  perfetto  in  -si  (cfr.  reso  valso  ecc.).  È  quindi 
ragionevole  che  si  cerchi  una  particolare  spinta,  cioè  un  parti- 
colar  movente  analogico,  per  la  trasformazione  del  -so  etimo- 
logico in  -sto.  Ora,  per  il  caso  di  'rispóndere',  trovammo  che 
il  movente  appare  manifesto;  e  la  storia  conferma  il  raziocinio, 
mostrandoci  che  il  provenzale  abbia  anch'egli  l'analogico  respost 
{respos  respost;  perf.  respos)  allato  a.\V etimologico  post  re-dost. 

Ma  la  prima  riduzione  ne  poteva  promuovere  dell'altre.  In- 
sieme coir  analogico  risposto  cor-ri-sposto,  dev'essere  lunga- 
mente vissuto  il  genuino  ri-sposo  cor-ri-sposo,  come  in  ispecie 
s'addimostra  per  le  letterature  dialettali  (v.  per  es.  Arch.  Ili 
268)  ;  e  similmente  l'etimologico  rimaso  venne  a  avere  accanto 
a  sé  l'analogico  rimasto,  o  ancora  più  facilmente  fu  promossa 
l'altra  copia  congenere  nascoso  e  nascosto  ('riposto'),  come  ha 
appunto  anche  il  provenz.  :  rescos,  escost  rescosf.  Insieme  potè 
aversi  la  coppia  nella  quale  fosse  più  genuino  l'esemplare  collo 
-sto  che  non  quello  col  -so,  che  è  il  caso  di  chieso  {con-quiso, 
prov.  ques  quis)  allato  a  chiesto  (prov.  quist,  o  anche  allato  a 
ac-qiiisto);  il  quale  esempio  ci  conduce  all'ultima  delle  coppie 
italiane  che  qui  spettino,  cioè  a  viso  visto,  nella  quale  torna  a 
essere  etimologico  o  latino  il  solo  esemplare  col  -so.  Ed  è  ugual- 
mente, nel  provenzale,  l'analogico  vist  allato  a  quist. 

Il  provenzale  fa  poi  anch'egli  un  altro  passo  per  la  via  che 
a  questo  modo  s'era  aperta.  Crede  il  Diez  (IP  215,  cfr.  217) 
che  il  prov.  somós  eccitato,  rivenga  senz'altro,  per  anomalia, 
a  'sub-monere' ;  ma  quest'è  sicuramente  un'illusione.  Si  contes- 
seranno, nel  provenzale,  'sub-mo?iere'  e  'sub-mouere',  e  somós 
riviene  di  certo  al  secondo  di  questi  verbi,  insieme  col  sost.  so- 
mosta,  che  equivale  all'ital.  sommossa  'istigazione'.  Così  ab- 
biam  anche  la  coppia  -mosso  -mosto,  e  l'esemplare  con  lo  -sto 
ci  ritorna  al  di  qua  dell'Alpi  nel  comosta  di  Bonvesin  da  Riva'. 


*  MusSAFiÀ,  Darstell.  d.  altmail.  mundart  nach  Bonv.'s  schrifc,  §  120. 
'Bemerkenswerth  (dice  l'illustre  romanologo)  ist  comosta  I  139,  das  •wie  it. 
^nascosto  rimasto  risposto  die  zwei  enduugen  -stim  uud  -ti/m  combinirt;  vgl. 


396  Ascoli, 

3.  Ecco  (luiique  una  serie  d'esempj  italo-proveuzali  por  lo  -slu 
analogico  allato  al  -so  etimologico  (e  uno  insieme  di  -sto  d'an- 
tica ragione  che  s'avvicenda  con  -so);  al  cospetto  della  quale 
sùbito  sorge  la  ragionevole  ipotesi  che  il  fenomeno  veneto,  ora 
l)roposto  al  nostro  studio,  altro  per  avventura  non  sia  se  non 
la  dilatazione  del  fenomeno,  probabilmente  bene  antico,  che 
l'italiano  ed  il  provenzale  ci  venivano  mostrando.  Ma  i  parti- 
cipj  italiani  o  provenzali  in  -sto  son  però  tutti  del  tipo  'forte', 
come  è  appunto  proprio  dello  stesso  tipo  il  -so  al  quale  lo  -sto 
in  quella  serie  subentra  e  col  quale  s'avvicenda.  Può  dunque 
parere  che  una  differenza  intrinseca  e  molto  grave  disgiunga 
affatto  il  fenomeno  italo-provenzale  dal  veneto;  poiché  sempre 
è  all'incontro  di  tipo  'debole'  il  participio  veneto  in  -sia  :  savé- 
sto  ecc.,  e  non  può  egli  essere  stato  promosso  direttamente  da 
alcuna  forma  in  -so  {*savéso  o  simili;  cfr.  nascoso  nascosto  ecc.)- 
Non  s'arriva  perciò  alla  persuasione  che  lo  -sto  della  serie  ita- 
lo-provenzale vada  effettivamente  congiunto  con  1'  -é-sto  -l-sto 
della  veneta ,  se  non  si  riesca  a  vedere  la  leva  morfologica  per 
la  cui  virtù  questo  esponente  siasi  potuto  comunicare  dalla  se- 
rie, nella  quale  ebbe  ragion  di  nascere,  all'altra  serie,  nella 
quale  non  sarebbe  spontaneamente  mai  nato. 

Questa  leva  è  nel  perfetto  dell'indicativo.  Nelle  letterature 
dialettali,  e  in  ispecie  nella  veneta,  ci  è  mostato  come  il  tipo 
%rte'  di  perfetto  si  venisse  largamente  risolvendo  nel  tipo  'de- 
bole' ;  e  v'abbiam  così  :  oppone,  vive  ecc.,  cfr.  p.  e.  Arch.  IH  268, 
Ora,  ognun  sa  quanto  sia  stretto  il  vincolo  fra  il  perfetto  in- 
dicativo e  il  participio  di  perfetto,  e  quanta  in  ispecie  sia  l' in- 
fluenza che  il  primo  eserciti  sopra  il  secondo  (v.  per  es.  Arch, 
II  428 n);  e  se,  dato  codesto  tralignaraento  del  perfetto  indi- 
cativo, la  produzione  di  un  nuovo  participio  si  rende,  dall' un 
canto,  pressoché  inevitabile,  avvien  dall'altro  che  in  questa 
nuova  aberrazione  analogica  il  linguaggio  tenti  varie  vie  e  va- 
riamente vi  si  inoltri  ;  poiché  tanto  più  egli  è  sensibile  alle  at- 
trazioni dell'analogia,  quanto  meno  lo  avvince  la  ragione  storica 


'movesto  noch  in  heutigeu  mundarten.'  Ora  in  queste  parole  sta  come  in 
germe  tutto  il  ragionamento  che  qui  si  fa.-  Anche  il  Boehmek,  mentre  que- 
sti fogli  si  stampano,  ritocca  di  codesto  participio  {Roman,  stud.  Ili  76),  ma 
con  minore  fortuna. 


Il  participio  veneto  iu  -esto.  3y7 

delle  sue  forme.  Siamo  a  quella  categoria  di  fenomeni  che  ben 
si  rappresenta  per  le  serie  tolsi  toló  Metto  (tolecto),  po5^■  po??^ 
jìomito  e  ponctto,  ed  è  ristudiata  nei  'Saggi  ladini',  C.  Ili,  3. 
Cosi  vede,  allato  a  vide  visto,  promosse  un  vedésto,  nel  quale 
succede  alla  tonica,  quasi  fosse  l'esponente  del  participio,  tutto 
il  volarne  fonetico  che  alla  tonica  sussegue  in  visto  (cfr.  dato 
amato  doviito  ecc.);  e  similmente:  j9(35e  pósto  pone  ponésfo, 
rimase  rimasto  rimane  rimanésto,  i  quali  esemplari  appunto 
occorrono  nei  testi  o  ne'  dialetti  veneti.  La  spinta  analogica, 
che,  dopo  aver  promosso  il  'debole'  vede,  ci  porta,  per  secondo 
lavoro,  da  vede  a  vedesto,  o  da  rimane  a  rimanésto,  opera  so- 
pra antichi  participj  che  già  alla  lor  volta  avevano  sùbito  una 
operazione  analogica  (viso  visto,  rimaso  rimasto),  h' -esto  di 
op-ponesto  vedesto  rimanésto  s'  accomuna  poi  facilmente  agli 
antichi  tipi  'deboli',  e  così  tasesto  savesto  ecc.;  ma  trattasi  in 
effetto  d'un  esponente  che  imprima  sorge  per  una  o  più  d'una 
operazione  analogica  (una  in  ponesto,  due  in  vedesto  rimanésto), 
e  poi  analogicamente  s'apprende  a  nuove  serie  {tasesto  ecc.),  nelle 
quali  più  non  ha,  né  la  ragione  primaria  {posto),  né  la  seconda- 
ria {visto),  per  la  quale  si  svolge  ed  esiste  {poné-sto  vedésto). 

Il  gruppo  in  cui  entrano  viso  visto  vedesto,  rimaso  rimasto 
rimanésto,  ecc.,  può  essere  stato  più  numeroso  che  oggi  non 
paja,  e  quindi  tanto  più  facilmente  avere  immesso  V -esto  {-isto) 
in  tanta  parte  della  conjugazione  veneta.  Posti  ora  sull'avviso, 
riusciremo  forse  ad  aggiugnergli  qualche  altro  esemplare;  ma 
intanto  vediamo  intiera  la  bella  importanza  di  quell'esempio  lom- 
bardo-provenzale di  cui  s'è  prima  toccato:  so-mosta  e  co-mosta. 
Poiché  pur  qui  ci  occorre  il  perfetto  'debole'  :  move  (Arch.  Ili 
269),  e  pur  qui  riabbiara  dunque  la  progressione  intiera:  mòsse 
mòsso  mósto  move  movésto.  Né  vorrà  essere  un  mero  caso,  che 
il  solo  esempio,  sin  qui  veduto,  di  -esto  in  Lombardia,  o  in  ge- 
nere fuor  dei  confini  delle  Venezie,  sia  appunto  questo  che  ha 
accanto  a  sé  uno  -sto  di  antica  scrittura  lombarda. 

A\V-isto  s'arriva  ancora  per  la  via  del  perfetto  indicativo, 
cioè  per  le  oscillazioni  fra  il  tipo  in  -é  e  quello  in  -i  {venzé 
venzi  ecc.,  Arch.  1.  e).  E  la  ragione  per  cui  manchi  il  parti- 
cipio 'debole'  in  -asto  è  ora  pronta  é  lucida.  U-esto  ripete  le  sue 
origini  da  verbi  'forti'  che  tralignano:  e  nella' prima  conjuga- 


398  Ascoli, 

zione  son  tutti  verbi  'deboli'  sin  dalle  origini  loro.  Non  c'è,  a 
cagion  d'esempio,  un  perfetto  come  scìnse  sdsc  da  'sanare',  e 
quindi  un  participio  come  sr'iso  o  sasto,  onde  poi  avvenga  che 
si  ricavi  un  perfetto  'debole'  sana  e  un  participio  sanasto;  ma 
siamo  costantemente  e  ab  antico  a  5anfl[uit]  sanà[io]. 

G.  I.  A 


4, 

Altki  ablativi  d'imparisillabi  neutri. 

xVnche  questa  breve  esercitazione  muove  in  parte  dallo  stu- 
dio delle  spinte  e  dei  modi  pei  quali  il  principio  analogico  eser- 
cita la  sua  azione  potente. 

Ricordo  in  prima,  con  grande  mio  conforto,  che  lo  Schu- 
chardt  più  non  si  pente  d'aver  riconosciuto  degli  ablativi  nei 
nomi  spagnuoli  in  -imibre  -ambre  -imbre;  e  ora  slam  tutti 
d'accordo,  io  credo,  nell' affermare  che  i  tipi  7iome  e  nomne 
{=nombre)  nella  penisola  iberica,  o  vhne  vimine  nella  penisola 
nostra,  rappresentino  la  compiuta  declinazione  del  volgare  la- 
tino: nome[n],  ad  nome[n],  de  nomine,  a  nomine;  cioè, 
in  altri  termini,  ci  mostrino  due  diverse  forme,  originali  e  po- 
polari entrambe,  appunto  perchè  una  delle  forme  oblique  origi- 
nali era  foneticamente  irreducibile  a  quell'unità  di  tipo  vol- 
gare che  per  es.  s'aveva  in  dono[m],  ad  dono[m],  de  dono, 
a  dono;  v.  Arch.  II  429  segg.,  Zeitschr.  f.  rom.  philol.  I  123 n. 
Appena  poi  occorre  che  sia  qui  rammentato,  come  la  ricostru- 
zione dell'antica  flessione  volgare  si  possa  ormai  dir  conseguita 
anche  pei  tipi  pipe[r]  piperò  e  glomu[s]  glomere;  Arch. 
II  426  segg.,  423  segg.  Ora  rimane  che  a  poco  a  poco  sien  ri- 
conosciute 0  correttamente  affermate  le  intiere  serie  di  codeste 
coppie  di  forme. 

Al  fem.  lat.  lens  lendis  si  risponde  in  gran  numero  d'idiomi 
neo-latini  per  forme  che  suppongono  un  antico  lendine  (*len- 
dinis  *lendine).  Il  Diez  dice  nel  lessico  (P  247):  'lendine  ecc.» 
'da  lens  lendis,  per  la  qual  forma  il  popolo  sembra  aver  detto 
Uendinis,  sedotto  da  casi  consimili.'  Imagina  dunque  il  Mae- 


Ablativi  d'imparisillabi  neutri.  399 

stro,  che  questo  nome  soggiacesse  fra  il  popolo  a  un'attrazione 
analogica,  per  la  quale  il  tema  degli  obliqui  s'aggiungesse  V-m. 
Ma  dove  son  gli  esemplari  feminili,  o  sia  pur  maschili,  i  quali, 
0  per  il  loro  numero,  o  per  la  particolar  frequenza  nel  discorso, 
0  per  la  particolare  congruenza  degli   elementi  fonetici   o    del 
significato,  potessero  esercitare  sopra  lens  lendis  codesta  at- 
trazione? Confesso  di  non  saperli  ben  vedere;  e  ognuno  di  leg- 
gieri concede,   che   è   vano  e  pericoloso  il  ripetere   la  ragion 
d'una  forma  dall'analogia,  quando  non  si  veda  chiaro  il  come  e 
il  perchè  la  parola  sia  stata  attratta  fuor  della  sua  orbita  ori- 
ginale. Ora  noi  non  vediamo,  a  cagion  d'esempio,  un  frons  che 
dia  *frondinis,  o  altri  esemplari  consimili  che  avessero  potuto 
sedurre  lens  lendis  a  farsi  lens  lendinis;  ma  sempre  siamo 
uniformemente  a  glans    glandis,    frons    frondis,   frons 
frontis,  mors  mortis,  dos  dotis  ecc.  \  o  pur  nei  mascol. 
a  raons   montis,   pons   pontis  ecc.;   e   anche   passando  al 
tipo  navis  sitis  vestis  restis  pei  feminili,  o  civis  panis 
piscis  pei  mascolini,  non  riabbiamo  l'obliquo  che  s'aggiunga 
Y-in  se  non  nei   soli   due   esempj   a   cui  tosto  s'arriva  e  che 
sono  entrambi  'sui  generis'.  Superfluo  poi  avvertire,  che  ai  tipi 
dal  nominat.  in  -o  (-on),  come  virgo  virginis,  homo  ho- 
minis,  non  può  attribuirsi  alcuna  forza  d'attrazione  sul  tipo 
lens  lendis,  poiché  la  disformità  dei  tipi  nominativali  (lens 
virgo)  importa   che  manchi  il  punto  di  coincidenza  dal  quale 
abbia  a  muovere  la  spinta  analogica.  E  vale  viepiìi  questa  ra- 
gione per  escludere  femur  feminis.  I  soli  due  esemplari  che  si 
possano  citare  per  -is  al  nominat.  e  -ìnis  al  genit.,  sono  san- 
guis  sanguinis,  pollis   poUinis".  Ma  sono  appunto  solo 


'  Non  dimentico  glando  {-glans),  onde  s'infei-isce  glandinìs ,  sì  che  ne 
verrebbe  la  coesistenza  dei  due  genit.  glandis  e  glandinìs.  Ma  lasciando  che 
glando  è  solo  di  Avieno,  e  che  negli  idiomi  neo-latini  non  si  vede  nessuna 
conferma,  né  di  glando,  né  di  glandinìs,  sarebbe  a  ogni  modo  stato  un  gen. 
glandinìs  che  aveva  accanto  a  so  il  suo  nomin.  in  -o.  Di  ghis  ecc.,  v.  qui 
appresso. 

-  Appena  occorre  notare  che  il  tipo  greco  delphis  (delphin)  delphìnis  per 
doppia  ragione  qui  non  c'entra.  Nà  gioverebbe  qualche  indizio  di  spes  spe- 
nis  (v.  ScHUCH.  vok.  I  34,  II  279n),  poiché  il  tipo  ò  riraoto  a  ogni  modo,  e 
sarebbe  d'altronde  quest'esempio  medesimo  un  problema  .da  sciogliere,  piutto- 
sto che  un  argomento  da  adoperare  nella  soluzione  d' un  problema. 


400  Ascoli, 

due,  e  anzi  il  nomlnat.  pollis  non  è  negli  autori.  Perchè  dun- 
que avrebbe  dovuto  lens  lendis  sentirsi  attratto  da  una  cosi 
piccola  forza,  quando  una  tanto  salda  e  numerosa  schiera  di 
esemplari  lo  teneva  all'incontro  fermo  alla  sua  norma  originale? 
Sanguis,  lasciando  anche  andare  la  molto  diversa  entità  fone- 
tica del  tema  e  il  diverso  genere,  non  aveva  del  resto  con  lens 
lendis  alcuna  specie  d'attiguità  ideale;  e  pollis,  dato  pure 
che  questa  forma,  maschile  o  feminile,  veramente  corresse,  ancora 
si  stacca  troppo,  nell'ordine  de' suoni,  dal  tipo  lens  lendis, 
né  una  qualche  esteriore  siraiglianza  fra  le  cose  indicate  dai  due 
nomi  potrà  mai  farci  persuasi  che  pollis  pollinis  valesse  a 
alterare  la  ragione  morfologica  di  lens  lendis. 

I  due  esemplari  ultimamente  citati  ben  però  ci  possono  con- 
durre allo  scioglimento  dell'enigma.  Poiché,  dato  pure  che  vi- 
vesse un  nominat.  pollis,  egli  aveva  accanto  a  sé  il  neutro 
pollen,  come  sanguis  ebbe  allato  a  sé  il  neutro  sanguen, 
e  anguis  il  neutro  anguen.  Ma  anche  a  vermis  s'accom- 
pagnava un  vermen,  attestato  dal  pi.  vermina,  dolori  di 
ventre,  e  all'ablativo  di  questo  vermen  rispondono  l'it.  vermine 
e  altre  forme  neo-latine  che  tosto  adduciamo.  Similmente  si 
rinviene  un  circen  (il  cui  ablat.  è  Tit.  cercine,  mal  raddotto 
dal  Dìez  a  'circinus')  allato  a  circes  circitis;  e  la  stretta 
parentela  che  è  fra  limen  e  limes  limitis  si  sente  molto 
bene  nel  nostro  uso  di  limitare  per  limen;  e  ancora  ve- 
niamo a  scoprire  un  tarmen  allato  a  tarmes  tarmiti s.  Poi- 
ché l'it.  tarma  non  é  tarmes,  né  pel  genere,  né  per  la  forma  ; 
ma  é  un  feminile  proveniente  dal  plurale  neutro  tarmina 
tarmna  (cfr.  'pecora  ecc.),  al  quale  sta,  nell'ordine  fonetico,  come 
lama  a  lamina  (lamna);  e  parimenti  riviene  a  tarmna  an- 
che il  lad.  tarna  (?z  =  MN,  cfr.  Arch.  I  69)  \  V'ebbe  dunque 
un'intiera  serie  di  neutri  in  -en  -inis  allato  a  mascolini  del  tipo 
vermis  vermis  o  del  tipo  circes  circitis.  In  una  delle  coppie, 
è  masch.  e  femin.  l'esemplare  in  -is,  cioè  in  anguis  anguen; 
e  anzi  in  due,  se  combiniamo  le  sentenze  circa  pollis  pollen- 
e  ancora  ci  resta  il  fem.  gius  glutis  allato  a  gluten  gluti- 


*  Rivedi  ora  Mussafia,  Beitr.  114,  e  Diez  less.  s.  tarma  P  410  e  ama  II  j 
207.  Circa  fa  mi  ne,  v.  Arch.  II  432. 


Ablativi  d'imparisillabi  neutri.  401 

nis.  Ora,  sarà  egli  troppo  ardito  lo  stabilire,  che  anche  allato 
al  fem.  lens  (il  quale  anche  poteva  avere  accanto  a  sé  un  no- 
min,  lendis),  gen.  lendis,  vi  fosse  un  neutro  lenden  lencUnis% 
Fra  i  neo-latini  troviamo  ugualmente  diffusi  il  tipo  lendine  e 
il  tipo  lendina;  e  come  quello  potrebb'essere  l'ablativo  del  neu- 
tro, cosi  questo  è  manifestamente  il  plur.  neutro  e  par  mettere 
fuor  d'ogni  dubbio  la  ricostruzione  alla  quale  riusciamo.  Il  vo- 
cabolario italiano  ha  lendine  insieme  e  lendina  (un  altro  plu- 
rale sul  gusto  di  pecora,  o  del  tarmi n  a  che  testé  ci  usciva, 
0  del  sardo  imhena  fem.  sing.,  =  inguina);  e  a  lendina  insieme 
rivengono:  Icndena  ecc.  di  tanti  vernacoli  italiani,  il  rum.  lin- 
dine  e  il  portogh.  leìidea.  Lendine,  considerato  come  ablativo 
del  neutro,  dovrebbe,  secondo  le  analogie,  esser  primamente  un 
mascolino  in  -e  (cfr.  it.  fùlmine  ecc.),  che  poi  dall' un  canto 
potesse  trascorrere,  in  dati  idiomi,  al  tipo  mascol.  in  -o  (cfr. 
sic.  gìdommaynt,  it.  rudero,  ecc.,  Arch.  II  424  segg.),  e  dall'al- 
tro confondersi  col  feminile,  stante  V-e  ambigenere  (cfr.  it.  fol- 
gore ecc.).  Or  cosi  è  appunto  di  lendine.  Nelle  scritture  ita- 
liane prevalse  anticamente  il  lendine,  come  il  sardo  ha  mascolini 
i  suoi  lendine  lindiri,  e  il  sicil.  il  suo  lénninu,  passato  alla  de- 
clinazione in  -o;  laddove  è  feminile  lo  spagn.  liendre,  e  anche 
fra  i  Toscani  dee  oggi  prevalere  il  fem.  la  lendine.  Di  più  ne 
dico  altrove,  in  ispecie  per  la  riproduzione  del  nomin.-acc.  ^;  ma 
intanto  mi  pare  che  sarà  ormai  difficile  porre  in  dubbio  pur 
l'esistenza  di  lenden  lendinis,  e  che  per  questa  ricostru- 
zione si  sarà  guadagnato  un  bel  gruppo  d'altri  belli  esemplari 
della  serie  fulmine  termine  ecc.  Né  spiacerà  che  sia  considerata 
anche  sotto  il  rispetto  della  congruenza  ideale  questa  serie  che 
or  si  ripristina:  anguen,  vermen,  tarmen,  lenden. 

Di  vermen,  che  nella  latinità  vedemmo  darci  il  pi.  ver  min  a, 
vive  l'ablativo  vermine,  oltre  che  nel  vermine  italiano,  an- 
che nel  mil.  vermen  e  nell' ant.  spagn.  bierven  (il  nora.-acc. 
vermen  altro  non  avrebbe  dato  se  non  verm[e]  ecc.).  Pro- 
babilmente vi  riviene  anche  l'ant.  frc.  venne  {-vermnc,  cfr, 
lame  ecc.),  che  per  V-e  non  si  può  ripetere  da  vermis.  L'it. 
verme  potrebb' essere  la  riduzione  del  masc.  vermis  (cfr.  nel 

'   V.  intanto  una  bella  raccolla  di  foi-mc  in  Muss.  Beitr.  03, 


402  Ascoli,  Ablativi  d'impaiisillabi  neutri. 

sardo:  berme  e  non  bermene)',  ma,  tutto  sommato,  rendesi  molto 
probabile  che  anche  l'ìt.  verme  provenga  dal  neutro  vermen, 
e  così  r  intiera  declinazione  del  neutro  si  riproduca  negli  ital. 
verme  vermine,  come  si  riproduce  in  vime  vimine  ecc.  Più  an- 
cora è  probabile,  ed  è  quasi  certo,  che  siccome  sanguine  si 
riproduce  appunto  in  quegli  idiomi  che  prediligono  l'ablativo 
neutro  (sardo  nomene  ecc.,  spagn.  nomhre  ecc.),  cosi  il  sardo 
samhene  e  lo  spagnuolo  sangre  riflettano  piuttosto  l'ablativo 
neutro,  che  non  l'obliquo  omofono  del  paradigma  mascolino; 
cfr.  Arch.  II  429  n. 

Daccanto  al  milan.  vérmen,  che  vedemmo  sicuramente  rive- 
nire all'ablativo  vermine,  avremo  poi  il  poschiavino  lumen. 
Nel  quale  nessuno  vorrà  più  vedere  un  caso  anomalo  di  con- 
servazione del  n  di  uscita  latina  (Muss.  Beitr.  17);  ma  tutti 
all'incontro  or  vi  riconosceremo  l'ablativo  lumi  ne,  spagn. 
limine  Iwnbre. 

Chiuderò  per  ora  con  un  esemplare  della  serie  più  preziosa, 
che  è  quella  dei  neutri  in  -us  -oris.  Lo  spagn.  estiercol  altro 
non  è  se  non  l'ablativo  stercore.  Uè  prostetica  e  il  dittongo 
sono  in  regola;  i  due  -r-  sono  dissimilati,  cosi  come  in  màrmol, 
càrcel,  miércoles  mercoledì,  e  ancora  per  l'identico  esempio  in 
estcrcolar  stercorare.  Il  portoghese  esterco,  all'incontro,  ri- 
flette il  nom.-acc;  e  lo  spagn.  estiercol  sta  cosi  al  port.  esterco, 
come  lo  spagn.  lumbre  {lumne)  ecc.  al  port.  lume  ecc.,  cfr. 
Arch.  II  432.  Nessuno  vorrà  pensare  che  estiercol  provenga 
da  estcrcolar,  anziché  risalir  direttamente  a  stercore;  ba- 
sterebbe il  tipo  di  terza  declin.,  che  è  in  estiercol,  per  dimostrar 
fallace  codesta  ipotesi.  Ma  ben  sarà  vero  che  le  due  voci  si 
sostengano  a  vicenda;  e  così  se  lo  spagn.  ha  estcrcolar  allato 
a  estiercol,  il  port.  alla  sua  volta  ha  estercar  allato  a  esterco^', 
i  quali  verbi  staranno  poi  fra  loro  come  colmcnà  a  colma,  ecc., 
Arch.  II  430. 

G.  I.  A. 


*  A  proposito  dei  glossografici  sicrcur  glotner  Arch.  II  424,  giova  notare 
che  glomer  occorre  anche  in  Diefenbach,  Novum  glossarium  lat.-germ.  med. 
et  inf.  aet.,  Francof.  s.  M.,  1867. 


403 


GIUNTE  E  CORREZIONI. 

DI 

F.  d'OTidio. 


Studiando  il  lavoro  che  il  Morosi  ci  ha  regalato  sul  vocalismo  leccese, 
e  rileggendo  il  mio  studio  sul  dialetto  di  Campobasso,  m'è  occorso  di  faro 
alcune  osservazioni,  che  mi  si  condonerà  di  qui  riferire,  come  in  appendice. 
Alle  povere  osservazioni  mie,  ho  poi  la  fortuna  di  potere  intrecciare  alcune 
note,  che  il  prof.  Flechia  ha  avuto  la  molta  bontà  di  mandarmi. 

Pag.  119.  Sotto  il  num.  7  il  Flechia  non  vorrebbe  veder  riferito 
ucceri  beccajo.  Egli  lo  crede  un  francesismo,  proprio  del  leccese, 
come  d'altri  dialetti,  p.  es.  del  siciliano,  che  ha  bucceri  e  vucceri, 
bnóóaria  e  vuccaria  (frane,  boucher,  boucherie).  E  qui  io  noterò  come 
un  francesismo  assai  evidente  sia  pure  il  campobassano  e  napoletano 
cemmenera  camino ,  che  sarà  proprio  forse  di  tutto  il  Mezzogiorno 
(anche  il  sanese  però  ha  cimineja).  E  a  proposito  di  CA-  non  intatto, 
come  mai  s'avrà  a  dichiarare  il  chia-  del  meridionale  comune  diiap- 
pari  chiapparelli  'capperi  (capparis)'? 

Pag.  120.  A  proposito  di  cerasu  -a,  mi  sia  lecito  insistere  su  que- 
sto: che  certamente  tutti  gl'idiomi  romanzi,  anche  quelli  che  alla 
prima  parrebbero  mantenersi  fedeli  al  puro  cerasiis  latino  (chi  non 
badasse  però  all'accento,  che  in  tutte  le  voci  romanze  è  nella  penul- 
tima, mentre  il  latino  è  cc'msits  ^xspaaot;),  s'accordano  nel  riflettere 
la  base  aggettivale  ^cerasjo  -ja  (*ceraseus  -ea).  La  quale,  in  codesta 
forma  senza  il  j  attratto,  diede  luogo,  p.  es.,  al  ccrace  -òa  di  Cam- 
pobasso (p.  ICO),  e  al  cerase  -sa  di  Napoli  e  cerasu  -sa  di  Lecce, 
giusta  il  diverso  modo  come  codesti  dialetti  trattano  il  -sj-  (camp. 
vace  basium  ;  nap.  vase,  lece,  asu),  E  qui  spetteran  pure  il  san.  saragia, 
il  vai.  cirase,  e  il  roman.  cerasa:  forma,  però,  quest'ultima,  assai  men 
regolare  di  quel  che  parrebbe,  giacché  veramente  a  Roma  ci  aspet- 
teremmo ceraca  (come  baco,  scritto  comunemente  bascio);  né  il  s  di 
chiesa  vale  a  rassicurarci,  poiché  in  una  tal  voce  ò  evidente  l'in- 
flusso del  latino  liturgico.  Al  tipo  invece  col  J  attratto  *ceraisjo  -a 
van  riferite  certamente  le  altre  forme  neolatine.  Dalle  quali  però  non 
sempre  si  riesco  ad  argomentare  con  sicurezza,  a  quale  epoca  nei  sin- 
goli dominj  linguistici  l'attrazione  abbia  avuto  luogo.  Il  toscano  ci- 


4Ù-1  D'Ovidio, 

lic(jio  -a,  per  es. ,  ci  riirianJa  con  sicurezza  a  ccrccajo  -a,  con  l'at- 
trazione consumatasi  già  in  età  antica,  sì  da  aver  dato  luogo  ad  JE, 
continuatosi  poi  per  ic,  come  fosse  ^'E  originario  (cì'clo),  al  pari  clic 
in  -iero  =-ARIO  (Ascoli,  I  485).  E  col  toscano  andrà  il  romagnolo 
zrisa  (MossAFiA,  Ring.  §  20),  che  ò  pur  bolognese.  Ma  per  contrario, 
il  ccrcsa  dell'Alta  Italia,  e  il  cercza  spagnuolo,  se  non  ò  impossibile 
raddurli  ad  un  tipo  egualmente  arcaico,  ò  pure  ben  più  probabile  ac- 
cennino ad  un  ceraujo  -a,  ove  l'attrazione  siasi  consumata  più  tardi, 
cosicché  l'ai  (romanzo)  siasi  poi  semplicemente  chiuso  in  e,  come  ne- 
gli spagn.  bcso,  hecho,  trecJio  ecc.  Il  portoghese  cereja  {^cereija)  sta 
allo  spagnolo  ceì^eza,  come  il  pg.  beijo  allo  sp.  beso.  E  il  francese 
ceriseì  Vi  si  ha  a  vedere  un  antico  cercef^ja,  fattosi  *ceriesQ  (cfr.  del), 
e  quindi,  propagginatosi  un  j"  avanti  al  suono  palatile  (I,  onde  ^s-)-. 
^cerieise,  e  quindi  ceriss;  con  iei  in  i,  come  nel  rmg.pjis  {=pjeis  =piés  == 
placet;  Msf.  Rom.  pag  9),  nel  frane,  git  gist  [^gjeigt^gjaìgt<='jacet), 
e,  meglio  di  tutto,  come  in  dix  {^  dieig  '='  dieg  ^  decem;  Asc.  Ili  72)?  0 
si  tratta  dell'altro  tipo  meno  arcaico  ceresja  (ceraisja),  venuto  a  cerise, 
come  ecclesia  a  cgliseì  E  il  provenzale  cereira  {^'Cereisa)  starebbe  al 
francese  cerise  (e  pur  prov.  sofista)  come  il  prov.  gleisa  al  fr.  églisc. 

Pag.  120n.  A  proposito  di  cara  (/.xpx)  mi  sia  lecito  accennare  a 
qualche  suo  probabile  derivato  meridionale.  La  voce  meridionale-co- 
mune caruso,  che  è  Uesta  rasa'  ('farsi  il  caruso'  per  dosarsi',  e 
carusarsi) ,  e  che  a  Napoli  è  anche  aggettivo  [caru^e  -osa),  mi  pare 
che  molto  verisimilmente  possa  considerarsi  come  derivata  da  cara, 
mediante  il  suffisso  -oso.  E  la  voce  napoletana  scaruse,  che  vale  '  a 
capo  scoperto'  sarebbe  la  stessa  voce,  con  premessovi  quel  s  inten- 
sivo, che  è  p.  es.  in  scamiciato  per  Mn  maniche  di  camicia',  scollac- 
ciato, e  simili;  e  che  dev'essere  pure  nel  merid.  com.  scucciato  'calvo^ 
da  cocca  testa  (anche  cucca). 

Pag.  126.  A  proposito  del  leccese  smtjrsa  °*exinversa,  ricordo  i  na- 
poletani a  la  smerza,  e  il  verbo  smerzà.  E  per  la  identità  del  processo 
fonetico  e  formativo,  ricorderò  il  napoletano  smn^tere  urtare,  ossia 
*exinvestire.  La  forma  più  semplice  'investire'  è  pur  rappresentata 
nel  Mezzodì  (iscliioto  'mmestcrg,  e  sicil.  'mmcstiri,  Asc.  I  51Gn). 

Pag.  131,  e  la  nota.  Io  non  riesco  a  persuadermi  di  ciò  che  il  Mo- 
rosi sostiene,  che  Vù  del  leccese  figgliiiihc  e  simili  si  debba  ripetere 
dall' entrar  che  abbia  fatto  l'o,  così  condizionato,  nell'analogia  del- 
Vó  (*filiolo-)-,  e  sempre  più  invece  mi  persuado  della  verità  deU'opi- 
niono,  dal  Morosi  combattuta,  dello  Schuchardt,  che  in  cotest'n  vedo 
un  semplice  affilamento  del  dittongo  {uo,  uè),  norma!  riflesso  dell'o.  — 
In  prima,  se  dichiarassimo  !'?'(  del  suffisso  -ùln  (-iolo  -?'j1o)  al  modo 


Giunte  e  correzioni.  405 

voluto  dal  Morosi,  dovremmo  rassegnarci  ad  ammettei'e  una  solenne 
discrepanza,  in  questo  particolare,  tra  il  leccese  (e  i  dialetti  che  con 
esso  concordano)  e  le  altre  favelle  romanze;   poiché   queste    trattano 
tutte  l'd   li  (juel  suffisso  alla  pai-i  di  ogni  altro  6  lireve  (toscano  figliao- 
lo,  lomb    e  piera.  fidi  e  non  full,  spagn.   h  jud'\  soprasilvano  Uoizul 
lenzuolo  e  non  lamini,  e  pel  frane,  v.  Faris,  S.  A  lexis,  p.  70).    -la  se- 
condo luogo,  se  il  Morosi  eccede  affermando  che  l'it,  che  ci  presenta  ia 
quel  sufBsso  il  leccese,  l'abbiano  nello  stesso  suffi^sso  tutti  i  dialetti 
meridionali  (che  molti  di  questi  vi  hanno  invece  uo ,  e  basta    citare 
il  campobassano:   154),  egli    è    pur  vero  però  che  l'hanno   piti  altri 
dialetti;  p.  es.  il  napoletano,   che  dice  fìjliiile,  lenzùle  ecc.  Senonchè 
a  Napoli  To'  lungo  si   continua    normalmente  per  o,   sebbene  in  dati 
casi  pur  si  continui  per  u  (vedasi,  a  pag.  153,   il  cam[iobassano,  che 
col  napoletano  concorda  in  ciò  quasi  a  capello);  quindi  col  dire  che 
l'd  di  -eolo  -iolo  sia  passato  nell'analogia  dell'o  lungo  non  si  darebbe 
piena  ragione  dell' ?(.  napoletano,  ma  soltanto  dell' ti  del  leccese,  dove 
Vó  si  continua  veramente   sempre  per   u.    Anzi   il    feminile   napole- 
tano {figliola),  col  suo  d  aperto,  non  può  riportarsi  che  a  -wla  (cfr. 
i  fem.  nova,  bbona  ecc.  di  contro  ai  masch.  nuove,  bbuo^ie  ecc  );  che 
se  fosse  vero  che  -iòlo  sia    stato   trattato  come   un  -lolo,  al  feraimle 
v'avremmo  l'd  stretto,    che  è  il  costante  riflesso  napoletano  dell'o» 
quando  la  parola  termini   per  -a  {sola,  snO^a  ecc.).       E  finalmente  la 
chiusura  del  dittongo  [ie,  uo),  che  continui  vocale  breve  latina  {e,  d), 
è  un   fatto  tutt'altro  che  inaudito  e  strano;  e  basti  ricordare  i  boi.  e 
rmg.  P,r  Petrus,  livar  livra  lepore-,  zug  jocns  (cfr.  MsF.  Ri^ng.  §§  20, 
41),  e  il  friul.  -■>  = -/ero  ='-ario  (I  485),  e  l'ud.  u  da  uè  ([  494-5),  e 
l'aiit.  frane,  iée  in  te.  E  men  che  mai  può  parere  strano  l'w  da  uo  nel 
Mezzogiorno.  Poiché,  se  il  Toscano  pronunzia  speditamente  l'u,  e  ar- 
riva subito  all'o,  apertissimo  e  vibratamente  accentuato,  tanto  che  Va 
finisca  per  esserne  assorbito  {buòno  bóno),  nel  Mezzogiorno  invece  Va 
è  pronunziato  strettissimo,  Vu  è  strascicato  (per  poco  che  s'esage- 
rasse, s'avrebbe  subito  una  pronunzia  che  andrebbe  trascritta  per  uwq: 
bbutcQve),  e  l'accento  è  come  distribuito  tra  le  due  vocali*;  onde  devo 
parer  naturalissimo  che  nella  combinazione  j«r;  {ìecc.  juc)  molti  nostri 
dialetti  sentissero  il  bisogno  di  restringersi  àju^. 


*  Di  quest'ultimo  fatto  s'era  già  accorto  Io  Schuchardt,  condottovi  dai  suoi 
bei  raflfionti  albanesi;  Zcitsclir.  di  Kuhn,  XX  p.  283-4. 

*  [Il  fatto  stesso,  a  prima  vista  ben  singolare,  à' e  per  o  nel  dittongo  lec- 
cese 0  spagnuolo  dell'o,  va  manifestamente  ripetuto  da  una  fase  accentuale 
in  cui  più  spicchi  la  vocale  acce-ssoria  che  non  la  principale;  e  avremmo 
pressappoco:  u6  tlò  ilo  ne  né.         G.  I,  A.] 

.archivio  elottol.  ital..  W.  ".'7 


lOr^  D'Ovidio, 

Pag.  131.  Circa  resir/gJnulu  orzaiuolo  (cfr.  140),  si  può  osservare 
che  lo  s  (da  dj]  v.  Indice  I.  s.  clj),  dovutosi  la  er^u  hordeura  (p.  133) 
fare  //  perchè  preceduto  da  consonante,  è  rimasto  intatto,  mercè  la 
metatesi  che  lo  ha  fatto  riuscire  mediano  tra  vocali,  in  cotesto  re- 
sigghhdu,  che  è  quasi  un  'orzigliuolo'  più  probabilmente  che  l'^orzo- 
gliuolo'  proposto  dal  Morosi. 

Pag.  132.  Al  sursu  leccese  va  unito  il  surze  campob.  e  napol.;  e 
tutti,  col  sorso  toscano,  accennano  a  una  forma  sorpso-  (cfr.  -sorpsi), 
che  viene  a  porsi  allato  a  sorpto-.  Benché  di  solito  il  campobas- 
sano e  il  napoletano  concordino  col  leccese,  nel  modo  di  riflettere  To' 
di  posizione,  dando  o  od  u  dove  il  leccese  ha,  al  modo  suo,  w;  ed  uo 
od  n  dove  il  leccese  ha  uè  (ed  e)  od  o  (p.  es.  sii,rze,  chiuppe,  canosche, 
come  i  leccesi  sursu,  chiuppu,  canuscu\-  cuglle,  voglie,  come  i  leccesi 
cueddu,  ogghiu);  tuttavia  vi  sono  delle  divergenze.  Per  esempio,  il 
campobassano  ha  suorve  sgrva  di  contro  al  leccese  sùrvia,  forze  di  e. 
al  lece,  farsi,  costa  di  e.  al  1.  custa,  puoste  respuoste  di  e.  al  1.  pustu 
respustu,  nonne  nonna  di  e.  al  1.  nunnu  nunna,  conde  di  e.  al  1.  cunte^; 
e  viceversa  il  campobassano  ha  vote  io  volto  e  vota  di  e.  ai  1.  otu  ota, 
mucceche  di  e.  al  1.  mozzecu,  tome  di  e.  al  1.  tornii,  spgTia  di  e.  al  1. 
sponzOf  acconge  di  e.  al  1.  conzu.  In  queste  divergenze,  il  napoletano 
concorda  le  piti  volte  col  campobassano,  ma  concorda  col  leccese  per 
vote  e  vota,  mvgrze,  tome.  Il  napoletano  poi  discorda  e  dal  leccese  e 
dal  campobassano  (e  dal  toscano)  per  ponc?e  {).qcq.  punte,  camp.  ^^onfZf, 
io^c.  ponte);  e  dal  campobassano  (e  dal  toscano)  discorda  per  l'ag 
gettivo  aecvonge  (camp,  accunge,  tose,  acconcio),  concordando  però  col 
leccese  (verbo  conzu,  cit.  qui  sopra). 

Pag.  135.  Il  Morosi  trae  'ntorzu,  io  gonfio,  da  un  *inturgi[d]o.  Ma 
il  dileguo  di  un  ~d-  nell'ambiente  meridionale,  sia  pure  in  penultima 
di  voce  sdrucciola,  è  cosa  affatto  inaudita.  L'esempio  di  fraima  {  =  *fra- 
iima)  cioè  'fratelmo'  (p.  137),  dove  s'avrebbe  perfino  -t-  dileguato, 
non  proverebbe  nulla,  né  certo  il  Morosi  lo  addurrebbe.  Si  tratta  di 
un  titolo  domestico,  di  continuo  uso,  e  soggetto  quindi  ad  abbrevia- 
ture e  storpiature  volontarie  e  consapevoli.  Io  credo  che  in  quell'm- 
torzare,  che  è  meridionale  comune,  e  si  usa  soprattutto  impersonal- 
mente {m'iìitorza  per  'resto  ingozzato'),  si  contenga  semplicemente 
tuvze  thyrsus,  usitatissimo  nel  Mezzodì  (anche  per  improperio,  nel 
senso  di  'tanghero').  Si  dice  difatti  anche  me  sende  nu  turze  'nganna, 
'mi  fa  nodo  alla  gola'  (cfr.  lece,  me  nutecu  140). 


'  Il  toscano,  che  ha  forse,  posto,  risposto,  conte  viene  a  concoi'dare  per 
essi  col  leccese;  come  per  nonno  -«,  torno,  spugna,  acconcio  viene  a  con- 
oordare  piuttosto  col  campobassano 


Giunte  e  correzioni.  407 

Pag.  136.  11  Fiocliia  non  avrebbe  posto  il  leccese  sera  sarà  come 
esempio  di  a  atono  in  e;  nulla  assicurandoci  che  non  si  tratti  invece 
della  persistenza  della  fase  primaria:  [es]serd. 

Pag.  139  (lin.  8-9).  Il  Flechia  non  avrebbe  posto  accanto  al  lece. 
ertidusu  il  tose,  'vertudioso',  quasi  nella  voce  leccese  s'abbia  -l-  da 
-d-.  Si  tratterà,  egli  dice,  semplicemente  di  'virtuoso'  con  un  -l-  epen- 
tetico,  come  quello  del  napoletano  véclola  vidua  ecc.  (cfr.  Wentrup, 
Neap.  p.  17). 

Pag.  140  (num.  79).  Anche  il  napoletano  ha  se  {sk)  per  schj,  ma  non 
così  cQstante  come  a  Lecce.  Ha  p.  es.  vasche  raschio  scaracchio  , 
'mmescd  mischiare  ecc.;  ma  ha  però  schiave,  schiatta  ecc.  A  propo- 
sito del  leccese  scamu  io  schiamazzo  (exclamo),  noto  che  il  napoletano 
ha  scamazzd  per  'ammaccare,  pestare';  che  è  forse  lo  stesso  verbo,  da 
'far  rumore'  passato  a  significare  'far  rumore  rompendo'  e  'rompere'. 
1  due  significati  si  trovano  certamente  riuniti,  però  per  un  processo 
inverso,  nei  latini  fragor,  fragosus.  A  proposito,  poi,  di  rascu,  noterò 
il  campobassano  rache  scaracchio,  col  suo  verbo  rachejd  (-eggiare), 
e  con  racanella  volontà  di  scaracchiare,  da  aggiungersi  alla  copiosa 
raccolta  del  Flechia  (III,  124).  A  proposito,  finalmente,  di  naca 
culla,  noterò  che  a  Campobasso  abbiamo  navechejd  barcullare  (cioè 
'navigheggiare'),  ed  ò  probabile  che  da  un  simile  verbo  *navecd  *nacd 
significante  pur  barcullare,  siasi  estratto  il  naca  culla,  anziché  pro- 
venire questo  da  quel  *navica  supposto  dal  Morosi. 

Alla  importante  nota,  che  ò  a  pag.  144,  vorrei  aggiungere  una  con- 
siderazione. Nella  combinazione  TR,  il  leccese,  come  altri  dialetti  ad 
esso  afiìni,  dà  al  t  una  pronunzia  spiccatamente  linguale  (  t),  non  meno 
di  quel  che  sia  quella  del  -dd-  per  -II-,  E  quindi  il  tr  leccese  an- 
drebbe veramente  trascritto  per  tr;  ne  mi  pajono  punto  acconce  le 
trascrizioni  té  ts,  proposte  dal  Morosi.  Ora,  col  passare,  come  il  lec- 
cese fa,  rapidissimamente  dal  t  al  r,  si  viene  a  determinare  come  mx 
unico  suono,  che  rasenta  il  e.  E  quindi  avviene  che  str  {str),  volto 
quasi  a  sé,  finisca  a  s,  come  ben  si  stabilisce  in  quella  nota. 

Avvertirò  ancora  che,  sebbene  sia  parso  altrimenti  al  Morosi,  a  me 
sembra  indispensabile  il  tener  ben  distinto,  anche  nella  scrittura,  quel 
suono  s  leccese,  che  risulta  da  sce,  sci,  str,  e  che  è  identico  al  suono 
iniziale  del  toscano  sciame,  e  al  suono  mediano  del  toscano  coscia, 
dallo  s  che  in  leccese  (e  in  tanti  altri  dialetti  appuli  e  lucani)  risulta 
da  ffy  dsLJ  e  da  dj  (p.  es.  sdu  gelu  125,  socie  jocmh  131,  ose  hodie  137; 
e  V.  Indice  I,  s.  (),  s.  j  e  s.  dj),  e  che  ò  eguale  al  e  toscano  e  romano 
(ed  anche  di  alcuni  dialetti  meridionali;  pag.  171n)  tra  vocali,  e  al  ó 
di  Campobasso  risultante  da  -5/-,  ed  ò  di  minore  intensità  dello  V 
vero  0  proprio  (ofr.   f^anipob.  vaóe  bacio,  rispetto  a  vaso  basso). 


408  D' Ovidio, 

Colgo  questa  occasione  per  avvertire  pure  che  ilj  campob.  cioè  gh, 
la  sonora  della  spirante  eh)  non  ha  nulla  che  fare  col  Jf  usato  dal  Mo- 
rosi pel  greco-calabro,  che  è  un^'  molto  intenso  (come  a  dire  la  sonora 
del  suono  sordo  che  è  nel  ted.  ich). 

Pag.  1  17.  Ai  casi  di  é  da  d  (iium.  2)  aggiungeremo  manneja  e  man- 
i'ì^'jga  (napol.  mannaggia). 

Pag.  149.  Il  soslaniivo  jenìtere  dev'esser  trasferito  dal  num.  12  al 
13,  e  considerarsi  come  jiennere. 

Pag,  151.  Potevo  notare  anche  il  merid.  com.  picce  piagnisteo,  con 
l'agg.  piccuse  -Q^a  e  il  verbo  j^ecce/a  (quasi  'picceggiare').  Ma  donde 
provengono  codeste  voci  ? 

Pag.  154  (num.  45).  A  suQ'^ce  eguale  (socius)  va  unito  il  verbo  as- 
succà  agguagliare,  soprattutto  nel  senso  di  'arrotondare  o  rettificare 
con  le  forbici  i  contorni  frastagliati  di  qualche  cosa'. 

Pag.  155.  Il  Flechia  non  avrebbe  posto  tra  i  riflessi  di  u  la  tonica 
delle  voci  campobassane  per  'tuo  -a,  suo  -a'.  Egli  crede  che  quelle  voci 
si  debban  ri[)ortare  a  tòoo-  sóco-,  forme  che  stanno  a  base  delle  ana- 
loghe voci  della  maggior  parte  dei  volgari  italiani. 

Pag.  155 n.  11  napol.  cupielle  mastello,  che  qualche  vocabolarista 
riconduce  a  xutcóXXov,  ha  senz'altro  ragione  dal  latino  cupella  {cu- 
pula,  cupa). 

Pag.  158.  L'affermazione  con  cui  si  chiude  il  num.  79,  è  eccessiva. 
Vò  pure  una  serie  di  dialetti  meridionali  (la  avellinese,  di  cui  si  trat- 
terà piti  particolarmente  altra  volta),  che  non  solo  non  aborre  dall' -o 
finale,  ma  se  ne  compiace  anzi  moltissimo  ('o  libbra  ecc.).  E  sotto  il 
num.  81  mi  pento  di  non  aver  collocato  anclie  merricule  'piccole  more' 
(morum). 

Pag.  162.  Assieme  ad  acchiand,  appianare,  avrei  dovuto  mettere  anche 
ìigldand  ('impianare')  che  è  forse  meridionale  comune  e  vale  '.salire'.  Il 
lessico  latino  ci  dà  un  irnplanus  [ser  'non  piano,  diseguale'  [mter  im- 
plana urbis,  Aur.  Vict.  Caes.  27).  Ma  il  sicil.  dice  acchianari.  Tutto 
dunque  si  ridurrà  a  un  'portarsi  al  piano,  a  livello,  di  un  luogo  alto'. 

Pag.  165.  Un  esempio  di  rs  in  ss  ci  fornisce  probabilmente  anclie 
il  napol.  sguessa,  che  vale  'mento  sporgente,  bazza',  e  'bocca  irrego- 
lare' e  dev'essere  *sversa. 

Pag.  167.  Io  ho  citato  pozze,  posso,  come  unico  esempio  di  -«ts-  in  -zz'. 
Ma  certo  nò  io,  né  altri  che  per  altri  dialetti  allegarono  codesto  esempio, 
potevamo  dissimularci  la  improbabilità  di  una  tale  evoliizione,  consi- 
derata come  evoluzione  meramente  fonetica.  Non  [luò  dunque  essere 
se  non  assai  ben  accetta  a  tutti  la  bella  dichiarazione  clie  il  Flecliia 
ci  dà  di  questo  po;se  pozzo  pozzu,  del  sardo,  del  siculo,  dei  dialetti 
meridionali,  del  romanesco  e  dell' umbrico.    Notato   come  l'influenza 


Giunte  e  correzioni.  409 

analogica  siasi  fatta  molto  sentire  nella  ricostituzione  del  paradignoa 
di  questo  verbo,  del  quale  molte  voci,  specialmente  in  certi  dialetti, 
sono  state  riconiate  so[ira  un  tema  pot-  (ricorderò  le  voci  potere,  po- 
tuto, ■potendo,  il  comune  errore  potiamo,  e  i  napol.  nuje  ptttimme,  love 
po'ene  ecc.',  né  certo  io  dimentico  pere  ò  la  corrente  inversa,  rajipre- 
sentata  da  possente,  possanza,  possuto,  dal  milanese  posse,  dai  bolo- 
gnesi psair  infin.,  pso  partic,  pseva  inipf.  ecc.  ecc.);  ciò  notato,  adun- 
que, il  Flecbia  s'induce  a  credere  clie  anche  la  prima  persona  singo- 
lare dell'indicativo  presente  si  sia  riconiata  sul  tema  pnt-  (e  qui  mi 
pare  opportuno  richiamare  il  milan.  e  friul.  podi  posso).  E  la  voce 
nel  Mezzodì  sarebbe  stata  *potio ,  donde  pozzo,  con  l'intervento  di 
queir -i-,  che  è  in  caggio  (*cad-i-o)  da  cado,  in  dileggio  ecc.  (e  cfr. 
pure  il  crisiA  =*credjo  credo,  del  leccese:  125),  e  in  pezzente  rispetto 
a  pefens.  E  alla  dichiarazione  del  Flechia,  è  superfluo  il  dirlo,  s'ac- 
concia benissimo  il  congiuntivo  meridionale  pKOzze  possa  tu,  pozza; 
puzzarne,  puzzate,  pozzenc)  che  ha  valore  d'ottativo,  e  il  congiun- 
tivo romanesco  [pozziate  ecc.). 

Pag.  171  n.  A  proposito  à\  per  ancor  a,  osserviamo  che  esso  ci  rap- 
presenta un  bel  per  lume  lioram. 

Pag.  178  n.  Del  resto  le  forme  iddei,  iddea,  iddee,  non  sono  mere 
ricostruzioni  mie.  Il  lessico  della  nostra  lingua  le  registra;  e  ([ler  citare 
uno  scrittore)  il  Pulci  nel  Morgante  Maggiore  né  fa  larghissimo  uso. 
Pag.  182n.  A  proposito  del  costrutto  napoletano  'nUimiche  dù  mje 
esimili,  il  Flechia  vuol  che  ricordi  l'analogo  costrutto  inglese:  a 
friend  of  mine.  E  a  compiere  ciò  che  nel  testo  e  nella  nota  dico 
colà  dei  pronomi  possessivi,  avvertirò  che  a  Campobasso,  come  in 
molti  altri  paesi  meridionali,  il  possessivo  che  faccia  da  predicato  ò 
sempre  accompagnato  dall'articolo:  ssu  libbre  je  lu  mie'  codesto  libro 
è  mio,  je  la  toma  sta  penna?  è  tua  questa  penna? 

Pag.  184.  Tra  gli  appunti  morfologici  mi  pento  di  averne  omessi 
due.  Avrei  cioè  dovuto  notare  come  nel  campobassano  rustico  restino 
ancora,  benché  si  faccian  sempre  più  scarse,  le  tracce  di  voci  verbali 
derivate  direttamente  dalle  voci  di  piucchepperfetto  indicativo  latino, 
ed  usate  in  senso  d'ottativo:  magndra  mangerei,  ivuléra  vorrei  e  si- 
mili. Ed  avrei  inoltre  dovuto  richiamare  l'attenzione  degli  stu- 
diosi sopra  una  curiosa  preposizione,  che  del  resto  non  è  solo  cam- 
pobassana, ma  di  piìi  altre  favelle  meridionali:  cala;  la  quale,  per 
quanto  possa  ciò  parere  strano,  par  proprio  che  sia  un  grecismo  (xocTdc). 
Dicono  a  Campobasso  jiede  cala  pede  'mettendo  [)iede  innanzi  piede* 
'pian  pianino'.  Dicono  pure  fuQsc  e  ccata/'"0<se  M'ossi  sopra  fossi',  e 
così  piezze  e  ccatapiezze.  E  [larrebbe  saldata  con  a  (ad)  in  accata  clie 
Yale  il  francese  chez  :  voje  accata  Ce'^eje  vo  dai  Cerio,  vo  a  casa  i  C, 


410  D'Ovidio,  Giuutti  e  correzioni. 

Pag.  387-8*).  Il  prof.  Storni  ebbe  una  felice  ispirazione  ricoiiucl- 
tendo  baccano  a  baccanale,  ma  non  l'ha  seguita,  parmi,  fino  in  fondo. 
Invece  di  considerare  baccano  come  estratto  da  baccanale^  sull'ana- 
logia di  settimana-settimanale  ecc.,  bisognerà  riconoscere  in  baccano 
un  tipo  nominativale:  bacchdnal.  Più  anni  sono  io  spiegavo  tribuna 
da  tribunal.  In  questa,  la  finale  -a  ha  finito  a  tirare  il  nome  al  ge- 
nero forainile,  e  così  in  baccana\  in  baccano  invece,  il  genere  persi- 
stente ha  piegata  la  finale. 

Pag.  395.  In  dialetti  merid.  mosto  è  normale  (camp,  muoste  mosto). 

Nel  leggere  le  pagine  sul  leccese,  mi  son  venute  in  mente  alcune  voci 
analoghe  campobassane,  da  me  omesse,  che  qui  ora  raccoglierò.  Pag.  1 1 9 
(num.  7):  anche  a  C.  felera.  Pag.  P28  (num.  27):  anche  a  C.  vacandia. 
Pag.  128n:  a  C.  recheta.  Pag.  129  (num.  32):  anche  a  C.  treglia,  e  appret- 
tare stimolare;  e  al  lece,  cìt^settu  (vuol  dir  proprio  testolina?)  sta  accanto 
il  noótro  cuzzette  collottola,  nonostante  che  al  lece,  cozza  noi  contrapponiamo 
cocca.  Pag.  130  (num.  34»):  a  C.  si  ha  proprio  il  verbo  ^jesd  =  pinsare  (pesa 
tu  sale),  benché  ora  riesca  indiscernibile  da  ^jcsd^  pensare,  cioè  'pesare'. 
Pag  134  (num.  42):  a  C.  'ngruocche  uncino.  Pag.  136  (num.  60):  anche  a 
C.  laure  e  (num.  63)  anche  a  C.  devacd  (a  Nap.  addevacd);  e  (num.  65) 
anche  a  C.  mandasine  grembiale  (e  a  C.  'coprire'  si  dice  le  più  volte  con 
'ammantare':  'mmandd).  Pag.  137  (num.  71):  a  C.  e  a  Nap.  tijella-,  e  (num. 
74):  a  C.  vasenecgku  Pag.  139:  a  Cfressora.  Pag.  140  (num.  79):  a  C. 
irispete  (cfr.  Arch.  II  408).  Pag.  141  (num.  86):  al  lece,  felinia  (che  sarh 
*fiilijina  col  j  trasposto)  risponde  il  campob.  con  felineja,  e  con  un'altera- 
zione ulteriore,  fclimeja;  dove  si  tratterà  di  mero  scambio  fonetico,  non  già 
di  quella  confusione  di  suffissi  onde  dan  sentore  altri  dialetti  (Arch.  I  369-70). 
Aggiungerò  qui  che  a  disetu  *d(e)excito  (125)  del  leccese  (lomb.  dessedd) 
risponde  il  napoletano  con  sete  seta  excitare. 

Nel  notare  accanto  al  riflesso  neolatino  il  tipo  latino  cui  vada  riferito,  o 
nel  ricostruirlo,  siamo  incorsi  qua  e  là  in  qualche  svista.  A  pag.  7n,  ca- 
searium  non  doveva  aver  l'asterisco.  A  pag.  119  'pollicario-'  andava  pre- 
ceduto dall'asterisco  (il  lessico  lat.  non  ha  che  pollicaris)\  e  così  'excapulo-' 
a  pag.  371  n.  A  pag.  131  (num.  38)  piuttostochò  *favareolo  andava  rico- 
struito un  *fabariolo  (il  1.  l.  ha  fabarius),  e  anziché  *Torculareolo  un  *Toi-- 
culariolo  (il  1.  1.  ha  torciilarius  e  -ium),  e  anziché  ^pireolo  un  *pxriolo  (di 
cui  v.  Flechia,  Il  316-7).  A  pag.  140  (num.  80)  anziché  un  forficola,  per 
spiegare  il  lece,  ftirfecicchia ,  andava  posto  un  *forficicula;  se  pur  quel  di- 
minutivo leccese  non  è  di  formazione  assai  più  recente.  A  pag.  141,  anstila, 
asola,  non  doveva  aver  l'asterisco,  poiché  è  già  in  scrittori  latini  (Valerio 
Massimo  ecc.);  e  così  rotulus;  né  sta  bene  sampstichus ,  ma  sampsuchum 
-aù.\j:h^yjj'^.  Ed  io  ho  mal  fatto  a  ricostruire,  a  pag.  159  (num.  88)  un  abraic- 
catus,'  méntre  il  less.  lat,  ci  dà  ohraucatus  {vox  obraiicata,  di  Solino).  Piace 
poi  cui  spetta  ch'io  avverta,  che  per  un  mero  caso  la  voce  dulu  è  capitata 
al  n.  34^,  dove  non  può  stare  (poiché  il  lat.  è  dolo). 


*)  Il  tempo  non  ha  consentito  che  questa  e  la  susseguente  annotazione  si  concordassero 
coi  rispettivi  autori;  ma  la  qualità  specifica  delle  annotazioni  stesse  par  concedere,  per  questa 
volta,  uiia  cosa  allatto  eccezionale. 


411 


ERRATA  (cfr.  p.  342n). 


Pag.  119,  riga  ultima,  iu  cambio  di  'vederia'  leggi  'vederla'. 

»  121,  riga  prima,  in  e.  di  'in  a'  1.  'di  a\ 

»  122n,  riga  ultima,  in  e.  di  'fìccdula'  1.  'ficedula.'. 

»  125,  riga  prima,  in  e.  di  'gelus....generus'  1.  'gelu....gener'. 

■»  126,  riga  19.a,  in  e.  di  'mpresssa'  1.  impressa'. 

»  128,  riga  21.a,  in  e.  di  Hnchin'  1.  Hnchiu\ 

»  129,  riga  4.a,  in  e.  di  Hsta  -a'  1.  Hstu  -a\ 

»  131,  riga  4.^  dal  basso,  in  e.  di  'resigyhiuM  1.  resigghiuM. 

»  131  n,  in  e.  di  'filiulu''  l  'figliule\ 

»  140  (al  num.  83),  in  e.  di  'a  in  aw'  1.  'o  in  aw'. 

»  141,  riga  7.a,  in  e.  di  'iuturboleggio'  1.  'inturboleggio'. 

»  143,  riga  prima,  in  e.  di  'Per  'o  ed  o'  1.  'Per  e  ed  o'. 

»  146,  riga  ultima,  in  e.  di  'meridionale'  1.  'settentrionale'. 

5>  148,  riga  4>,  in  e.  di  'domattina'  1.  'stamattina'. 
»        »     riga  18.a,  in  e.  di  ^melsa'  1.  'meisa\ 

»  158  (al  num.  75),  in  e.  di  ^Fcrrazsane^  l.  'Farraszanf. 

»  166,  riga  13-'i,  in  e.  di  'mmogliaddje'  1.  'mmogliaddijf. 

»  167,  riga  12.^,  in  e.  di  'orzo'  I.  'orso'. 
»        »     riga  5.a  dal  basso,  in  e.  di  '*avissj'  1.  ''avissji". 

»  173n.,  in  e.  di  H~aeunej(V  1.  racunejd. 

»  179,  riga  13.»,  in  e.  di  He'  1.  'de\ 

■»  181,  riga  5a,  dal  basso,  in  e.  di  'stacco'  1.  'stracco'. 

»  183,  nota  2,  in  e.  di  'averne'  1.  'averne'. 

»  243,  nella  intestazione,  in  e.  di  's.  XV'  1.  's.  XVI'. 

j>  358,  riga,  22%  in  e.  di  'fronte'  1.  'fonte'. 

»  397,  riga  penult.,  iu  e.  di  'è  lucida'  1.  'e  lucida'. 


INDICI  DEL  VOLUME 


F.    D'OviDio.- 


I.  Suoni. 


d  intatto:  118-120,  144,  147;  in  ci:  144; 
in  e:  147,  343,  408;  in  i:  118:  iu  o: 
118,  147;  cfr    a  in  w:  3 

a  fuor  d'accento,  intatto:  136,  156;  in 
e:  136,  345-6,  cfr.  «  in  e:  5;  in  e: 
156;  in  i:  143,  cfr.  a  in  i:  5;  in  u: 
136,  143,  156,  cfr.  «  in  o  e  iu  m: 
5-6;  «fin    in  o  al   friul.  346. 

Accento,  conservato,  io  parole  lec- 
cesi d'origine  greca,  nella  stessa 
sillaba  che  in  greco:  138  Ifuddó, 
asinicni),  141  {sdnsecu)',  cosi  nel  sic. 
maidda  373  n;  e  cfr.  387  Osservata 
invece  la  rigorosa  accentuazione  la- 
tina, contro  altri  idiomi  romanzi,  nel 
leccese  san'i-pu:  139  Reliquie  pos- 
sibili e  pi'obabili  dell'accentuazione 
latina  arcaica:  126n  141,  141  n,  151, 
151  n,  167  (fi'iissem).  La  varia  posi- 
zione dell'accento,  secondo  ch'esso 
sia  in  penultima  o  in  terzultima, 
determinante  una  varia  vicenda  della 
tonica:  146,  147-8,  149,  I49u,  153, 


155.  Varia  vicenda  d'una  protonica 
secondo  la  varia  sua  distanza  dal- 
l'accenlo:  139,  139n  Spostato  l'ac- 
cento da  i  a  vocale  seguente:  128n. 
Spostamenti  d' accento  nel  greco- 
calabro:  29-30. 

ae  tonico:   135,  1"6. 

ae  atono:  141,  159. 

A  fere  si,  di  a:  rina  152:  nemula,  me 
nnecu  121;  nlinna  125;  perla,  resta 
126,  nieddu  127;  scusa  130;  tlen- 
sione  130n,  ccortu,  murca  134;  137; 
nicchiarecu  138;  ì~eare  139;  io6, 
16Sn;  178;  di  ae:  stati  143,  è'iafe 
14'J;  di  au:  ricrhia  12^;  cie>  e  159; 
di  e:  ducazione  130n,  ssuttii  134, 
bbreu  135;  157,  178;  di  i:  mperiu 
124;  nterna.  mpressa,  mpendere 
126;  nnucent'  127;  me  nnamuri  130; 
157.  167,  168,  178;  di  o:  leitu  122, 
ccedeniientu  127;  ccisu  128;  rienu 
128n;  ttime  ttru  130;  Ronzu  134; 
di  u:  rgulu  131;  159;  di  d:  387.— 


'Essendosi  il  Morosi  limitato  alla  trattazione  del  vocalismo  leccese,  ho 
procurato  di  dare  nel  1.°  Indice  quanto  dalle  voci  leccesi  da  lui  citate  si  po- 
teva raccogliere  anche  intorno  alle  consonanti.  Di  qui  l'abondanza,  che  po- 
trebbe parere  eccessiva,  di  una  tal  parte  dell'Indice  Quanto  al  greco-calabro, 
ne  ho  spigolato  tutto  ciò  che  poteva  riuscire  più  utile  ad  illustrare  indiret- 
tanaente  i  dialetti  italiani. 


Indici. 


I.  Suoni. 


413 


Aferesi   nel  gi-eco-calabro  :  31,  32, 

107. 
di  all'uscita,  in  ce:  144. 
ai  rom.  at.  in  e  al  friul.  :  354;   in  i: 

347;  cfr.  c/.t   atono   greco-cai.  (e), 

in  i:  10,  100. 
àl  +  cons.:  118-9  (e  cfr.  142,  144;;  i62, 

359. 
Apocope:  174n;  cfr.  32;  di  r:  348; 

di  -co:  353- 
-Cirio  -a:  119,  147,  359- 
Aspirate  soi'de    in  sonore   nel   greco- 

calabro  di  Cardeto:   101. 
Assimilazioni:  nassia   136.  uccida 

UOu  ,  marvancja  137,    tebberazeia 

173,  pruebbiu  127;  mpupicare  138; 

174  5,   174n,    178.    E  v.  ì-c     E    pel 

greco-cai  :  8,  17  8,  19  20,  22,  23,  24, 

26,  30,  102,  103. 
Attrazione  di    i:   182,  403-4,  356; 

cfr    greco-cal  :  35;  di  u:  356. 
du   latino,    inlatto:    136,   156;    in   o: 

135  6,  156. 
du  romanzo,  intatto:  118  9,  136,  162; 

in  a:   162  (napol.  a/e  =  altroj. 
du  latino  e  romanzo,    in    óu   (e   óou) 

e  ó:   142,  144,  343;  in  doi:   144. 
alt  latino  afono,  intatto:   141,  159;  in 

a:  142,  159,  162;  in  u:   142,  l.ó9; 

in  uà:   142. 
au  romanzo  atono,  intatto:  142;  in  uà: 

142. 
-dvit:  174-5,  175n. 

b  iniziale  av.  %'ocaIe,in  v:  176,  177; 
e  poi  dileguato:  andera  119,  asu 
120,  astemientu  127,  eddiculu  128, 
anarola  13i;  eàta  ucca  134;  ursa 
ammace  135;  aula,  atlia  136,  asi- 
nicói  138,  uccala  142.  E  v.  u.  E  j8 
anche  nel  greco-calabro  è  v:  22-3, 
102. 

b  iniziale  av,  r,  in  »:  vrocca  154,  ere. 
ecc.;  e  poi  dileguato:  riiculu  134. 

-b-  in  -V-:  arveru  118;  164  ecc. 


b  in  f:  farcene  130  n,  iaratiiffulu  137. 

b  iniziale  in  ni:  Minijentu, minimien- 
2U  137;  mamminieddu  138;  177.  E 
V.  s.  ìrib. 

b-  e  -b-  in  p  :  apitu  123,  pescuelli  139, 
cussuprinu  146. 

ò-  e  -ò-,  se  resta,  ha  pronunzia  intensa: 
subb  tu,  bliu  139;  177. 

bb  in  }n&:  130. 

bj-  e  -bj-  a  sempWce  j :  jatu  137;  ICO; 
od  in  g(y:  ragga  118,  160.  Un  j'ij  in 
i:  102. 

JZ-  ili  j:  jancit lì ddu  \29,jastemu  143; 
163;  in  gghj-:  163;  dilegu^ito  af- 
fatto, forse  pel  tramite  di  gì  g,  in 
asiemd  163. 

-òr:  163. 

-bv-  in  -75^-:  «jo/Jz,  ippi  118. 

e- e -e-,  intatto:  170;  cfr.  134  (fdleca). 

e-  e  -e-,  intatto:  171;  cfr.  127  (ceuòu). 

-e-,  per  ^  e  j",  dileguato:  371. 

e-  (5'w-),  dileguato:  uttisana  138. 

-e-,  pel  tramite  di  -g-,  dileguato: 23M(^a 
123,  rdulu  136;   171. 

-e-  in  /•:   171,  171  n. 

ca-  in  c/i/a:  364-5,  cfr.  chiappari  136, 
403;  ucceri  119,  403. 

/.o  greco-cal.  in  vd:  11. 

ce  cf:  171-2.  E  /.e,  /.i:  11-12. 

eh  (k)  da  anteriore  c/ij  (kj):  chesia  123, 
schettu  13),  ricchrìledda  13S;  scaw» 
scat^M,  SfrtiiiM,  scuppetta,  rascu,  mi- 
scu  140;  chesura  141;  checu  143  (e 
c/iecaw  139);  407.  E  v,  e/,  p^. 

kh  {;/)  greco-calabro:  12-4,101-2.  E  v. 

poi    S.    0-T. 

-cj-  in  -jj-:  lazzu  118;  winej^'M  122, 
W2'm3'M/M  125, /ìàsw  128,  tre^sa,  CM2- 
4re«M,  cozza  129;  ferrezzulu  (e 
rgulu)  131;  on^a  135;  celizzu  1395 
satizza  (e  awfare)  112;  172. 

c^  in  c^;:  Turchiarulu  131;  162-3.  Ma 
V.  s.  c/i.  E  xX  intatto:  11. 

con:  169. 


•114 


Indici. 


1.  Suoni. 


Gonsouatite  «ordu  in  sonora, 
dopo  nasale  o  liquida:  ngensii 
127,  surge  128n,  140,  surgicchiu. 
Frangiseli  129,  fungetu  130n,  sar- 
geniscu,  creiate  137;  156,  102,  167, 
171,  174,  177.  E  V.  mb,  nel.  E  cfr. 
il  greco-calabro:  li,  12,  16,  19. 

rr:  171. 

^'s,  in  ss:  cassa  133,  lassarne  136, 
lessìa  139;  167-8.  E  ?  in  ~6:  21,  e 
in  s:  21  n,  e  in  fs:  102. 

cfj:  161. 

d:  175-6;  cfr.  greco-calabro:  18-9, 102. 

'd-  tra  vocali  in  -t-:  catu  118,  muni- 
tula  Ì22,  facetula  122n,  tutiscii  129, 
catafaru  137,  etrobbeca  139;  nute- 
care  140;  176;  dileguato?  125n, 
174  n,  406. 

Dissimilazioni:  aeulaì'u  119,  ne- 
mula  Ì2i, pruebbiu  127,  dechiddecu 
(che  è  insieme  un'assimilazione) 
128;  suluri  130;_;osrt  (per  sosa)  135, 
lerenzia,  prudiceddi  138;  rannula 
140n;  satizza  (per  sazizzaì)  142; 
KcZ/ejTa  161;  164;  cfr.  30-1. 

dj  in  i:  25siw^w  131-2,  >?tenia  127; 
in  z  sordo:  miezc  161. 

dj  in  j:  161;  e  quindi  in  s  (e):  crmt 
125,  isu  129,  ose  137,  uttisana  138, 
resigghiulu  140;  o,  per  consonante 
precedente,  in  r/ :  ergu  133.  Cfr. 
406,  407. 

^  lunga,  ine:  123,  147;  in  e:  123, 148, 
149;  incei'ta  tra  e  ed  e:  143;  in  i: 
122-3,  143,  148,  387,  e  v.  ens;  in  ei: 
147-48,  e  cfr.  344,  359-60;  in  ie,  per 
effetto  d'i  finale,  148. 

(f  breve,  in  e:  142,  149;  in  e:  149; 
incerta:  123-5;  inze:  124,  149;  quin- 
di in  i:  359;  in  ei:  125  (dejcc),  344, 
360;  in  i:  343.  Ed  é  in  a:  3-4;  in 
o:  4;  in  i:  4. 

^  di  posizione,  in  e:  142,  150;  in  e  150, 


e  cfr.  378-9;  incerta:  120,  127,  143; 
in  i:  125,  143,  150,  344,  e  v.  ect; 
in  ie:  127,  142,  149  50,  344,  359; 
in  a?:  126;  e  cfr.  3-4. 
e  atona,  intatta:  137,  139;  ine:  156-7; 
in  a:  130 n,  137,  142,  156-7;  in  i: 
137, 142,  143,  346;  in  u:  137-8, 140n, 
143,  157;  nell'iato:  137,  157.  E  cfr. 
il  greco-calabro,    s   in  a:  8;£  ini: 
8,100;  £  in  0  ed  vj  in  u:  8-9,  20. 
e  toscana  in  casi  di  posiz.,  come  trovi 
sue  analogie:  125,  149;  e  cfr.  344. 
ect  in  itt:   125-0,   150;  e  v.  e  di  posi- 
zione. 
Et  in  a  e  in  u:  10. 
ens:  123,  148;  e  v.  e. 
co  ea  ei:  125,  149. 
Epentesi,  di  a:  taratuffulu  137,  sca- 
rapielle  162,  ciaravello  (e  cfr.  ma- 
ramaglia) 165  ;  di  e  ed  e  :  palemìentu 
127;  164,  165,  181;   di  u:   181;  di 
r:  tresoru  136;  164,  174;  di  nasale: 
141 D,   e   V.   bb,   nt^  nz;  di  j:  171, 
173,  181,  183n;  di  g :  354-5;  di  l: 
407,  355;  di  t:  355.  Epentesi  gre- 
co-calabre,  di  vocale:  33,  108;  di 
nasale:  19,  23,  34;  dì  y:  33-4;  di  v 
e  m:  34;  di  d:  34. 
Epitesi,  di   e:    122   (mie,    tie  ecc.)» 
174-5;  di  i:  143  (jui,  tui);  di  t:  355; 
di  e:  ibid.;  di  -de:  trcde  123;  di  ne: 
purcéne  138.  Epitesi  greco-calabre, 
di  e  ed  i:  36n,  53,  63,  102,    104, 
105;  di  ne:  34 n. 
Ettlissi,  di  r:  rasta  118;  164;  di  e: 
mauritte  162;  dì  u:  131,  e  cfr.  141 
{sencu).   Ettlissi  greco-calabre  :  32, 
103,  107. 

f  in  p:   mprettu^   spriculu   129;  pa- 

sulu  131,  spilare  ì'ò'è,  posperu  140; 

166,  169.  E   cfr.  aw   greco-cai.  in 

sp:  14,  15,  22. 
ij)  in  5f  :  20;  in  s,  av.  t,  5:  v.  s.  st\ 

in  >',  av.  f:  21. 


Indici.  - 

fi,  in  j:  junda  134;  in  e  (e  5'),  1G3-4, 
e  cfr.   161. 

ff  dileguato,  iniziale  avanti  vocale: 
attara  119,  addina  128,  arrofalu 
132,  ula  134,  ammaru  136,  e  cfr. 
143,  ulusti  141;  173;  iniziale  avanti 
r:  rasta  118,  resta  126,  addina  123, 
rosia  133,  roi  134,  rutta,  riecu  135, 
raulu  136;  173;  mediano  tra  vo- 
cali: preulitu  122,  rcw^a  124,  suu, 
austu  134,  /aw,  fraula  136,  fja?2?c 
137,  casolare  138,rm?t«  139,rettmmM 
141,  sbraunatu  142;  173.  Cfr.  -7- 
greco-cal.  dilegu.  :  14-5. 

5'  risoluto  in  u:  léune  liune,  niuru 
128n,  aunu  136;  in  jì:  173. 

p  in  e:  litecu,  naecu  139;  173.  E  cfr.  7 
in  x:   14. 

^  dileguato:  tiedda  137,  curza  140. 

<7  in  j:  173,  e  cfr.  372-3;  e  quindi  in 
s  (e):  sennaru  119,  se/w,  sennene 
125,  disetu  fusetia  \28,  sigghiu  128, 
cusetu  130,  currisulu  131  e  138, 
/msm  134,  selata  137,  sangia  142, 
resiri  143. 

^  in  e:  affrici,  ponci  143;  173n. 

ye  yi:  15. 

Geminazione,  protonica:  eddanza 
118,  trappitu  119,  arrofalu  132, 
nzarragghia  137,  uttisana  138, 
cammtsa  140,  mucca  <««'«  141  (mac- 
ca^wre  158),  muttillc  154,  mellicule 
15S,  pemmarola  159,  tremmnja  161, 
-annj'a  165,  ammore,  'wwammwra^c 
169,  cM^owne  174,  seppuldura  176, 
Mabbelloneja  ìli  (e  anche  in  mer- 
WcM^e  piccole  more;  e  notevole  come 
invece  manchi  in  /ma  strena  122, 
Rafeli  137,  capgune  176;  e  come  sia 
solo  apparente  in  ^rw^jpcy'arejc,  i?a(- 
frwmcje  164,  metat.  di  turp-  che  nel 
fatto  si  pronunzia  turpp-  ecc.);  pos- 
tonica: simmenu,  racimmulu^  sen- 
neru  125  (Jennere  149),  omwiecw  131, 


1.  Suoni. 


415 


2')ummece  xucummeì't'  (cummarella 
156),  tumììienu  134,  camwjara,  ajn- 
ninrul36,  taratuffulu,  ommere  127, 
fimmena  (femmena  147),  etrobbeca 
139,  re!/M?mM  141,  cuccuasa  141  n, 
fuddaca,  ommini  142,  ^i  Cinniri  e 
^a  cenncri  143,  simmcla,  pinnula 
150,  }72p<<era  154,  miccula,  jutta  ino 
161,  gliommcre  163,  fummo  1G9, 
maidda  373;  e  v.  u  in  56,  u  in  jJJ?, 
(mancata  invece  in  pinatu  138,  che 
dev'esser  merid.  comune).  Gemina- 
zione spontanea  della  iniziale:  178-9, 
409;  0  determinata  dalla  parola  pre- 
cedente :  178,  179-81.  E  un  numero 
portentoso  di  geminazioni  d'ogni 
maniera  ci  dà  il  greco-Calabro:  34-5, 
108. 

gì:  163;  e  cfr.  129  (tregghia).  E  7). 
greco-cai.  intatto  :  14. 

yu:  greco-cai.  in  mm  e  m:   14-5. 

gn:  173. 

gv:  sangu  118;  173. 

i  lungo,  intatto:  128,  150;  in  e:  128, 

150,  375-6. 

i  breve,  intatto:  128,  143,  150;  in  e: 

128,  143,  150-1;  in  et:  151. 
t'  in  0:  3;  in  e:  3. 
i  di  posizione,  intatto:  128-9,  143, 

151,  152;  in  e:  129-130,  143,  152. 

i  a  tono,  intatto:  138,  142;  in  a:  139, 
142,  157;  in  e:  138-9;  in  e:  157; 
in  u:  139-40,  140n  {rannula\  143, 
157;  dileguato,  protonico:  119  {sur- 
tieri) ,  140  (farnaru,  erdate,  tre- 
stieddu),  e  postonico:  140  {arma, 
nasche,  surge),  157-8;  nell'iato:  140, 
158.  E  t  greco-cai.  in  e:  6;  in  w:  6. 

Iato:  128,  134,  137,  150,  154  (strujc), 
157,  158,  159,  181. 

-icare,  -igare,  172,  173;  cfr.  castiare 
138;  e  v,  s.  j  in  s. 

-té-  (da  iS)  in  i:  123,  348. 

-inde:   176. 


416 


ludici. 


Intluouze  varie  dell'i  a  tono  de- 
sinenziale sulla  determina- 
zione della  tonica:  124,  127, 
131,  133  1,  143,  146,  148.  149,  150, 
151,  152,  153,  154,  155,  156;  del- 
l'-w:  121,  127,  131,  133-4.  143,  148 
(al  num.  8i,  149  (al  num.  17),  153 
(al  num.  42),  154  (al  num  45);  e 
cfr.  158  (al  num.  79);dell'-a:  119, 
124,  131,  132,  149,  150,  152,  153, 
154,  155. 

Influenze  varie  delle  conso- 
nanti sulle  vocali  a  loro  at- 
tigue: 118,  131,  133-4,  137,  138, 
139,  142,  147,  151,  156,  157,  158, 
159  E  cfr.  il  greco-Calabro:  3,  6, 
8,  9,  10-11. 

io  (dà  fò),  in  ito:  131-2,  344-5. 

-io  atono  in  -i:  119,  119a. 

j\  intatto:  159;  in  g(/:  159;  in  s  fé): 
pesu  123,  swamientu  ^  sumentu 
127,  socu  131,  segghiu  133,  suru, 
suu  134,  sudili  135,  sennaru  136, 
sufF.  -isaye  {-eggiare)  138,  141,  su- 
vvdiu  139,  sucare  140,  suramientu, 
sencu  141  ;  e  v.  dj  in  s,  e  ^  in  s. 

j  complicato,  v.  (/,  rj  ecc. 

j  piostetico,  V.  'Piostesi'. 

j  e  gghj:  159,  173,  181. 

l  in  n:   tummenu  134,  asinicói  138; 

162. 
l  iniziale,  o  mediano  tra  vocali,  in  »': 

161-2.  E  greco-cai.  X  in  r:  2S. 
l  interno,  avanti  consonante,  in  r;  av. 

e:  surcu  134,  ^ncarcare  137,  e  cfr. 

164;  av.  f:  darfinu  142,  sur  fé  ecc. 

162;  av.  p:  curpa  134,  vorpi  143; 

av.    t:   surtieri    119,    urtemu    134, 

curtieddu   141  e  curtielle  162;   av. 

v:  sarou  118,  puroere  134,  purgula 

140n.  E  v.  aZ  +  cons,  o^-fcons.,  ecc. 

y  greco-cai,  in  l:  27. 


1.  Suoni. 

Ij  in  n:  nemmaru  131. 

Ij  0  Uj  inj:  159,  e  cfr.  347;  in  gg^j: 
agghiu,  pagghia  118,  mug ghiere 
123,  sigghiu,  figghi't  ecc.  128,  ecc. 
ecc.  ;  cfr  159.  Pronunzia  intensa 
del  toscano  ìj ,  e  come  gli  {UJi) 
venga  a  Ili:   160n. 

Is  in  s:  349  n,  352. 

Il  in  cld:  padda  118,  gaddinaru,  pvd- 
decaru  119,  stidda  126,  suff.  -tdda 
ecc.  126,  pudditru  128,  ecc.  ecc. 
E  co>ì  il  greco-calabro  -).>-  (pur  da 
-).-):  27-8;  e  cfr.  103,  113. 

Il  da  t'I:  reddu  141,  spalla,  fella  163. 

-m-  tra  vocali,  in  -mb-:  vomharu  142» 
camberà,  cambumilla  169,  386. 

m  da  v:  166,  e  cfr.  177n.  V.  b  in  m. 
E  cfr.  greco-calabro:  23;  in  p:  24. 

mb  in  wim  fé  >n):  ncammiii  128,  trum- 
metta  129,  jimmu  summu  130, 
chiummu  134,  rtmmace  135,  ^em- 
miccu  136,  mamminieddu  138;  177. 

w/^;  in  n:   161. 

Metatesi,  di  r:  crapa  118,  frebbaru 
119,  preulitu  122,  permateu  128  n, 
«erufjcw  129,  ^«ru  130,  sarcedote,  tro- 
viate^ trenu  131,  trubbu  134,  ytcra- 
store  136,  prvmintu,  Irumpare  138, 
fersura  139,  uncMedia,  sbraunatu, 
frabbacu  142,  craoni  143;  164,  ^sro- 
jcre  173  ;  ghiottornia  376-7  ;  cfr.  gre- 
co-calabro: 35, 103-4, 108;  di/:  389;- 
di  s:  stintinu  143  (napol.  e  canipob. 
stendine  ecc.)  ;  -  di  t:  370  n,  372-3;- 
tra  re/,  iniziali  di  sillabe  contigue: 
fala'iru  131,  scalerà  132  (  merid. 
Cora,  scarola,  tose,  scheruola,  frane. 
escarole;  e  v.  Littré,  Deci  s.  v. ), 
palora  133;  tra  Zen:  ponnula  139; 
putresinere  157;  tra  ne  m:  cwr- 
MiMnMsa  136;  e  così,  tra  iniziali  di- 
verse di  sillabe  successive  nel  greco- 
calabro:  38,  108. 


Indici.  —  I.  Suoni. 


417 


mj  in  n:  endivia  125,  sina  12S;  161. 
E  pure  il  //j  greco-cai.:  24. 

mm  da  nv:  mmertecu  (e  smersa)  126, 
ciimmentu^  tie  'mmenti  127,  mmece 
12'?,  'mmizsu  fuvvHzzo,  quasi  'in- 
vezzo')  129;   166,  404. 

m'n  in  m  :  400 

uv  in  mni'.  24,   102. 

-n-  tra  vocali  in  nd;  1G9,  170 n. 

-n  in  w:  364. 

'■>  in  ^:  23:  in  p:  23-4. 

«(?,  intatto  nel  leccese:  indu^  sindu, 
prindu  125,  -endu  gerundio  126 
ecc.,  junda  13t,  rindina,  mendula 
135,  mandalu  136,  sprandure  142, 
ì'espondu,  fiondala ,  scanditi  143; 
in  «n,  nel  leccese  annisare:  138, 
e  nel  campobassano:  176;  quindi  in 
-«-:  176,  353,  364. 

nghj  in  j~:  163. 

nj:  160-1,  160n.  Anche  greco-cai.  vj 
in  n:  23. 

n'm  inrm:  armulidda  128,  arma  140. 

nn  {rtd)  in  n:  169. 

non:   158. 

ns  in  ss:  cussuprinu  140;  cfi*.  166, 
167. 

nt,  m  da  <<,  22:  pruìnintu  138;  menza 
127,  minimienzu  137.  E  v.  66, 

v5  in  ^^:   17-8. 

nu:  vedi  mm  da  n». 

d  lungo,  intatto:  130  1,  143,  153;  in 
u:  130,  1-43,  153;  in  ou:  153.  Ed  w 
greco-cai.  in  u:  5,  100 

6  breve,  intatto:  131,  132,  142,  153, 
154;  in  uo:  153-4;  in  uè  (ed  e  : 
131,  341;  in  u:  131-2,  404  5;  in  oa: 
360.  Ed  0  greco-cai.  in  m:  4.  99  100. 

6  di  posizione,  intatto:  133  134,  142, 
154;  in  uo:  151;  in  uè  (ed  e): 
133-4,  cfr.  3  0;  in  w.  132  3,  154, 
155n;  in  a?:   I32u. 

0  atono,  dileguato:  140,  158;  in  a: 


140,  158;  in  e:  140,  "'58;  ine:  158; 
in  i:  143-4;  in  u:  140,  158;  in  au: 
140.  Cfr.  403.  E  greco  calabto,  0  in 
a:  9,  in  i:  9,  in  e:  9-10,  in  ?' :  100- 
101  ;  ed  w  in  e:   IO,  in  m:    10,  101. 

o  toscano  in  ca.'^i  di  po-izione,  come 
trovi  sue  analogie:  132-3,  154,  406. 

oe  tonico:  135,   156. 

et  greco-cai    tonico,  in  e:  5. 

0^ -r  esplosiva  dentale:  otu  ota  133, 
sodu  134,  utare  140;  162.  Cfr.  o^-t- 
cons. ,  e  l  av.  cons. 

ou  campobassano  da  o:  153;  da  u: 
155;  ou  {00)  fr-iul  ,  anche  da  ó:  345. 

c'j  greco-cai.  tonico,  in  0:  5. 

p  in  b:  etrobbeca  139,  bbrile  176-7. 

-pj-  in  cc',  accu  118,  Sicra  125,  re- 
s'uccu  134,  Lecce   135;   161. 

pi  in  c/ij:  chianca,  chiarita  1 18,  chinu 
122.  c/iicM  128,  chiuppu  132,  chium- 
mu  134;  e  v.  c^  da  c^j  Inoltre: 
163  E  greco-cai.  ttI  intatto:  19, 
25;  e  cfr.  103. 

Prostesi,  dì  j:  jeu  124,  jiii  143, 
181  2;  di  v:  181;  di  l:  lenazze 
139;  di  a  nel  friul.  334  5;  di  g  nel 
friul.  344;  nel  greco  Calabro,  di  a: 
32-3,  108. 

ps:  168.  E  -^  in  ^:  22;  in  fs:  102, 
in  sp:  22 n,  e  sf:  102. 

^u-  in  e,  nel  pionome:  ci  ce  138,  139, 
172,  cieddi  138n;  Ceree  172;  in  f: 
385. 

5Mt  atono  in  cu:  secutu  124,  cunta- 
decima,  dcula  140;   172. 

r:  V.  s.  'Apocope',  'Dissimilazione', 
'Epentesi',  Eltlissi,  'Metatesi'. 

r  \n  d:   165 

r  di  per:  164  5.  Cfr.  le  vicende  di 
dnh  nel  greco-cai.:   19. 

p  in  /"  av.  5:  103. 

re  in  ce:  164. 


418 


Indici.  —  I.  Suoni. 


rj:  V.  -Cirio  -«;  e  stoni,  cueru  131;  e 

153.      rj  in  y  al  tose?  379-^0. 
rs:  165;  cfr.  408, 

5  meridionale:  lGG-7.  Ma  pel  greco- 
calabro:  24-5. 

5  in  s,  avanti  a  date  consonanti: 
16G-7;  avanti  a  vocale:  151  n.  An- 
che al  greco-calabro  in  s  e  2  av, 
i:  102. 

se  e:  160,  337. 

ò-  in  2:  167;  dopo  «,  in  i;  167. 

(j^/  in  s:  13-4. 

sj,  ridotto  a  solo  s  :  asu,  casti,  cerasti 
120,  mastinu,  ctisu  130,  pasw^M  131, 
cusetura  134;  o  fattosi  e:  160  (e 
cfr.  busei  128).  E  cfr.  380,  403-4, 
E  nel  greco-calabro,  aj  a  u:  25,  31. 

ss  in  s:  167;  in  ^^?:  167,  408-9, 

st  in  ts  :  169,  e  cfr.  ps  e  ^^  ;  in  ss?  168. 

st  greco-cai,  da  f^,  yr  (u.3-,  ut,  ttt), 
^•^,  X^  (/-t):  20-21.  Ma  cfr.  7. 

str  in  s":  sowzc  118,  sina  122,  fenesa 
126,  cam's'^M,  capisu,  sittu ,  mesu, 
riesu,  menesa  129,  e  via  via  133, 
136,  141,  143,  144;  e  pure  in  greco- 
calabro:  28-9.  Sulla  genesi  di  que- 
sto s  da  str,  v.  144  n,  407. 

-t-  in  -d-:  pedata  136;  e  dileguato  in 
uu  caso  affatto  speciale:  fraima 
ecc.  137,  406;  cfr.  125 n,  e  174 n.  E 
pur  greco-cai,  t  in  d:  16. 

/,  dopo  n  0  r,  in  cZ:  174;  e  pur  greco- 
cai.:  16. 

t  finale:  174-5. 

th  (5)  greco-calabro,  intatto  (cioè  p) 
16;  in  -d-:  16;  in  ;;^:  17;  in  y:  17, 
101,  in  T,  dopo  Xi  fi  ""'  Pi  ^•'  1^- 

tj  in  f:  scorga,  setter gti,  consu  133; 
161,  165;  in  e:  347-8.  E  v.  cj. 

j?:  163,  E  V.  Il  da  </. 

«r  leccese:  144. 

tt  in  ni:  v.  nf,  1x2. 


ù   lungo,    intatto:    131,    151;    in    ù  : 

154. 
ù  breve,  intatto:    134,  143,  154-5; 

in  0:  134, 143,  155,  in  ou:  155,408. 
a  ài   posizione,  intatto:   134,  143^ 

155;  in  0:  135,  143,    155;   riflesso 

come  un  6:  135,  155;  come  un  «'; 

135,  155. 
Il  da  uo,  uè,  404-5, 
u  atono,  intatto:  141,  158,  159;  in  fl; 

134  [còccahi,  cfr.  154),  141  {chia- 

sura),  158-9;  in  e  ed  in  e:  141, 158, 

159;  in  aM:141  ;  dileguato:  141,  159. 
uo  da  o,  0  da  d  di  posiz,  :  v.  s.  questi. 

E  cfr.  405 n, 
ulc,   iils,   ult:   duce    134,  ìnulu  134, 

stuetecu    135;   162.   Cfr.   a^  +  cons., 

o^  +  espl.  dent.,  ^+cons. 

V  dileguato,  iniziale:  ina  122,  elénu 
123,  inni,  endina,  indù  125,  ersti, 
erme,  estu  ecc.  126,  ecchiu,  i!  idi! 
ilu!  127,  acaìitia,  essica,  itru,  idi, 
ide,  ina  128,  ulateu  128n.,  entrisca, 
enisti,  istti,  iticu,  inti,  enditta,  iziii, 
isu,  Ergene,  erde  129,  tii,  eziusu, 
uce,  titu  130,  ettoria,  ohi,  ommeu, 
ueli  131;  133,  137,  138,  140,  ecc.; 
166;  -  primario,  0  da  b,  mediano  tra 
vocali:  chiae,  lati  118,  aire,  leitu, 
-ia  (-ebam)  122,  -itiu  e  enistiu 
122n,  siu  122-3,  leu  lea  \2\,  jernti, 
cernijentti  127,  acantia,  nie,  fuse- 
tia  128,  -eu  (-ivus)  128  n,  maraeg- 
ghia  129,  caaturu  130,  deotu,  neii 
noa,  tnóere,  ce,  proa,  fara'ilii  131; 
135,  136,  139,  140  ecc.,  166;  a  con- 
tatto di  u:  165;  a  cont.  di  r  nel 
friul.:  348.  Cfr.  greco-cai.:  23. 

V  vocalizzato:  23;  cfr.  165. 

V  in.  bb:  de  bbiru  sinnu  123,  bbinni , 
bbue  133 n;  165. 

V  in  f:  fungetu  13 Jn,  calafaru  137, 
furteciddu  133,  385;  cfr.  b-  in  f.  E 
1-)  [8)  greco-cai.  in  «  ?  23. 


Indici.  — 

e  in  -pp-:  Grippi    125;    in  ^J   dopo  s: 
spergunatu  118. 

V  in  m:  v.  vi  da  u,  e  m?n  da  jzu. 
ty:  caggùla  132;  160. 

-?;?/«  (-y«-)  greco-cai.,  in  mm  :  8. 

io:   165-6. 

V  tonico  greco-cai.  :  3. 


II.  Forme. 


419 


y:   135 

■j  atono  greco-Calabro,  in  w:  G-7,  101  ; 

in  i:  6;  in  a:  7;  in  e:  7. 
</  atono:  141, 

2Z  in  n.^  :  v.  nt,  ns. 
z  meridionale:  167;   cfr.    160.    Ma  v. 
pel  greco-calabro:  102,  103. 
?  in  /:  103. 


II.   Forme. 


Nome. 


-en  che  s'avvicenda  eoa  -is  ecc.:  400. 

Jdte  -tei:  174 n. 

■etisi-ano-:   160;  cfr.  47. 

-puhi-s,  -polo  :  380-82. 

-èco  -eco  389-90. 

Sostantivi  da  forme  aggettivali:  119- 
122n,  158  {zijano  zio),  365,  305-6, 
403-4. 

Tipi  nominati  vali:  125,  125n,  167 
(Zembliceta),  349, 4 1 0 ;  cfr.  greco-cai. 
A'jelléo  9n. 

Tipo  neutrale  in  -s  (latus,  minus)  ben 
conservato?  349-51;  cfr.  367, 

Obliquo  latino  ben  conservato:  piperà 
128,  137,  oìnmene^  nemmaru  131 
(gliomrnere  163,  cicere  137  (cfr. 
142);  39'8-402. 

lens  lendis:  398-401. 

Estensione  analogica  dell'-o  (-ii)  e  del- 
V-a  desinenziali  nei  sostantivi:  apu 
118,  reità  148,  poca  ecc.  151,  tosa 
167;  e  negli  aggettivi:  182, 

Conservazione  ed  estensione  analogica 
della  desinenza  neutro-plurale,  in  -a: 
139,  143, 149, 151, 154, 172n,  173;  in 
-óra  :  140, 149, 150, 158,  182  (casera). 

Altri  plurali  latini  ben  conservati:  su- 
turi sorores  130;  sarós  348. 

Plurali  interni  :  146, 148,  149,  150,  151, 
153,  154. 

Plurali  fossili:  302-3. 


Mozione  interna  degli  aggettivi;  146, 

149,  150,  152;  dei  pronomi:  152. 
Aggettivi  da  forme  participiali:  sum- 

mutu  134,  nettccutc  171  ;  cfr.  napol. 

arruiiuie  rugginoso,  nap.  e  camp. 

cecate  cieco,  pundute  aguzzo;  e  pel 

greco-calabro:  46,  55. 
Pronomi  neutri:   152,  172 n,  182. 
Pronomi  possessivi:  149,  155,  182,  408, 

409. 
Pronomi   possessivi   suffissi    al  nome  : 

1.30  n,  137,  138,  153,  156,  182. 
ilio-  il  la-  suffisso  al  verbo:  182. 
quid:  176. 

ssu  ssa,  ipso-  ipsa-:   168. 
ci  per  la  terza  persona:  182. 
cieddiy  quem  o  quid  velles:  138n. 
Greco-calabro.-   Articolo:  36. 
Suffissi  nominali:  39-44,  108. 
Composizioni  nominali:  44-5,  47. 
Declinazione:  36-9,  104-5. 
Terminazioni  neutro-plurali  estese  ai 

maschili:  38,  108. 
Accusativo  con  v,  ancora  discernibile 

nel  greco-cai.  di  Cardeto:  104. 
Aggettivi:  44. 
Numerali:  47-8. 
Pronomi  :  48-9. 


Verbo. 


Forme  analogiche: 
172. 


18,  117,  157,  167n, 


420 


ludici. 


II.  Forme. 


Forme  con  pronomi  personali  suffissi: 
122,  129  l-istiu),  152,  167. 

Modificazioni  interne  (della  vocale  to- 
nica), indici  delia  seconda  persona 
singolare:  146.  148,  149,  150,  151, 
152,  153,  154,  167,  1H3,  1-^4;  e  della 
trrza  plurale:  148-9,  150,  151,  152, 
V>3,   154,   184. 

La  sec.  pers.  sing.  in  -s  a  Trieste  : 
363  4. 

Scambio  tra  gli  ausiliari  'avere'  ed 
'essere':   183. 

Perfetti  forti:  118;  cfr.  396-8.  Perfetti 
con  -si:  fase  \òo,  stesuru  'stettero' 
143;  con  -\i:  155,  184,  e  cfr.  125 
(crippi). 

-àu  e  -àtt  da  -àvit:  137,  139,  174-5, 
175  n. 

Il  'Futuro'  meridionale:  136,  139, 
183. 

Il  'Congiuntivo'  meridionale:  183, 
409. 

-ss  e  ni,  -sses:  152 

Antico  accento  ben  conservato  nel  tipo 
legissèmus  legissètis  ecc.  148.  Oltre 
la  forma  tr-adizionale  un'altra  forma, 
nuovamente  coniata,  della  seconda 
plurale:   167. 

Reliquie  di  piucchep.  indicativo:  409. 

L' 'Imperativo'  meridionale,  eclettico: 
168,  183. 

Una  prima  persona  singolare  d'impe- 
rativo: 168. 

Il  'Condizionale'  meridionale,  eclet- 
tico: 168,  183  La  Seconda  singolare 
e  la  plurale,  composte  con  voci  di 
-acessi  (hibuissem):   163;  cfr    367 

a  (ad)  interamente  fu.so  con  le  voci 
dell'ausiliare  'avere',  nelle  forme 
perifrastiche  come  Zio  a  fare  {aja 
fa)  ecc.   179.  183n. 

Paradigmi    campobassani    di    'avere', 


'essere':  183;  della  conjugazione  in 

-dre:  183-4;  della  conj.  in  -ere  -ère 

ire:  184;  di  'stare',  'dare',  'ire'  ecc. 

184. 
Participj  italo  provenzali  in  -sto  =  -so, 

394-5,  410. 
Il  pai'ti("i|iio  veneto  in  -esto  ed    -isto, 

393  98. 
Cuiio.so  composto,   verbale,   di  verbo 

con   nome:    150n,   e   di    nome    con 

verbo:  32.  V.  pure  Indice  IV. 
Il  derivativo  verbale  in  -ia-   [altiare 

ecc.):  373  5. 
Suffissi  veibali  del  greco-calabro :  49- 

52.   105. 
Flessione:  53  61,  105. 
Reliquie  dell' 'Aumento':  53,  e  cfr.  105. 

Particelle. 

'propria'  come  avverbio:  182. 
'su'  e  'giù':  165,  e  cfr  lo5n. 
'taudo'  formato  per  antitesi  a  'quando'* 

172. 
lloche.   llnnìiela:   154. 
-inde,  -ènne:   176. 
-5  desinenza  avverbiale,  350-52. 
q  uomo  do    181;   a  (ad)  od  e  (et)  ab- 

barbicàtovisi  in  fine:  180-1. 
q  u  am,  ca:   172. 
'in':   169. 
cala  (y.xzx)  :  409. 
'dove'  come  preposizione:  155. 
Particelle  greco-calabre:  61-64,  106. 

Sintassi. 

L'oggetto  espresso  con  la  prepos.  a, 
anziché  col  solo  accusativo,  nei  pro- 
nomi, nei  sostantivi  di  parentela  col 
posse.?sivo  suffisso  (182  ecc.),  e  nei 
nomi  proprj.  Cfr.  183n,  409. 


Indici.  —  III.  Lessico. 


481 


abòeld  148. 
acantia  128,  410.' 
acucilla  170. 
adglutire  163. 
adlutulare  161. 
agótile  383  n. 
ald  147. 
alacer  118,  354. 
alluterà  161. 
ammainare  372. 
amoscino  387. 
anche  171  n. 
andare  369-70. 
anfanare  390-91. 
animulilla  128. 
annicularicus  138. 
annisare  138. 
ansula  141. 
appulsare  162. 
appusd  162. 
aquana  334. 
armulidda  128. 
arresela  148. 
asinicói  138. 
asola  141. 
astimare  122,  163. 
awca  136. 
a«?rt  136. 
avica  136. 
axungia  134,  168. 

baccano  387-8,  410. 
bajula  136. 
beta  (betula)  147,163. 
bettola  388. 
bietta  388. 
borchia  388-9. 
broccus  -a  154. 
bucato  158. 


III.  Lessico^ 

Busso  n.  loc.  163. 

cq/era  119  n. 
calpesd  168. 
ca??zmtna)'e  177. 
canatu  140,  ca/f  nate  158, 

173. 
canoscere  140. 
capare  176  n. 
capisale  138. 
cara  119-121  n,  404. 
carreggiare,  138,  147. 
carMso  404. 
caulis  136,  142,  156. 
cencio  125. 

cera  e  ci'era  119-122n. 
ceraseus     -ea,    120, 

160,  403-4. 
cerboneca  389-390. 
Ceree  n.  loc.  172. 
cercine  400. 
cerea  11 9-122  n. 
cerise  404. 
cernijentu  127. 
chesia    123,     'cchieseja 

157,  160,  178. 
chianca  118. 
chianchiere  119,  147. 
chidppari  136. 
Chiejja  147. 
chiugta  163. 
cicum  171  n. 
cieddi  138  n. 
ct<M  136,  cito  148. 
clavus  118,  147. 
coccaht  134. 
coccola  154. 
cogito  130. 
collyra  135. 


colonna  135. 
come  181. 
compellare  126. 
concheola  154. 
conchulo-  134,  154. 
consobrinus  140. 
consuo  (*cosio)  130,160. 
conto,  racconto  133  n. 
contrastare-    e    con- 

testari  122  n. 
coppola  155. 
covelle,  cavelle  138  n. 
cozzeca  169. 
cras  167. 

crcn^e  (ji  we)  167. 
crep(i)tus   partic.  127. 
cubitus  181. 
cucchiu  aggett.  132. 
cuccuasa  141  n. 
cuddura  135. 
cuffejd  173. 
cummareUa  156. 
cunula  170. 
cugcchelc  154. 
cuottc  161. 
cupielle  348. 
curia  140. 
cusetu  130. 
cussuprinu  140. 

d(e)excito  125,  410. 
derlampare  136. 
devacuare  136,  410. 
digitus ,     digitale    128 , 

151,  173. 
dilefìare  385. 
disetu  nome  128. 
disetu  verbo  125. 


*  Ricordiamo  come  il  greco-cai.  e  il  friulano  abbiano  loro  speciali  lessici 
nel  corpo  del  volume:  il  primo  a  pag.  64-71  e  106,  il  secondo  a  pag.  334-42. 


Archivio  glottol.  ital.,  IV. 


422 

ego  124,  143,  182. 
ellum  150. 
encaeniare  135. 
erinaceus  157. 
erteciddu  138. 
exinversare  12G. 

facchino  390. 
facetula  122  n. 
falaùru  faraùlu  131. 
fanfano  390-91. 
fatappio  382-85. 
ferge  138. 
feria  147. 
fersura  139. 
fervere  126. 
ficedula  122  n,  176. 
fiezsu,  fleto  125  n,  135. 
fig  ghiulisatu  138,  140. 
-focare   (-faucarej   131, 

136,  156. 
foeteo  135. 
foetor  125n,  135. 
fame  118  n. 
forfex  133,140,165. 
frigidus  128. 
fringillus  128. 
frizzare  375. 
frixorìa  139,  410. 
frondea  133. 
fucete  130n. 
fuMó  138. 
fumesia  141. 
fumiere  147. 
fungetu  130  n. 
furteciddu  138. 
fusetia  128. 

ghiado  377-8. 
gibbus  130. 
glastrura  118. 
glomere-  163. 
glycyrriza  141,  158. 
golioso  153. 
gomena  386. 


Indici.  —  Ilf.  Lessico. 

gondola  170. 
graculus  136. 

baiare  147. 
hirundo  135,  155. 

Ilicetum  157. 
immu  130. 
impulsare  162. 
infrictare  129. 
insemul  128. 
intesare  139. 
interzare  346. 
inturholeg  giare  141. 
inuxorare  143,  153. 
inverticare  126, 
jeta  163. 
josa  135. 

la  gè  nulo-  156. 
largio-  173n. 
laurus  136,  142. 
Lecce  135. 
lendine  398-401. 
levio-  126. 
Lucito  157. 
Luppiae  Lypiae  135. 

maddemane  148. 
madia  372-3. 
magida,  magis  372-73. 
mandahc  136. 
manicula  163. 
maniere  147. 
maniglia  163. 
mansione-,   admansio- 

nato-  130,  160. 
mantesinu  136,  350. 
marranga  137. 
massaru  119. 
masseira  148. 
mattone  373. 
maszecà  169. 
m6M^(t  162. 
melo-   0   milo-   (ma- 

lum)?  147. 


mensa  148. 
metrum  337-8  n. 
mezzo  375-6. 
micula  159. 
miedri  337. 
minimienzu  137 . 
miniininieddu  133. 
m,m,ertecare  126. 
molo,  mole  360  n. 
raonèdula  122. 
Tnpupicare  138. 
mucca  turu ,    macca  ture 

130,  158. 
ìnucchio  391. 
munitula  122. 

««ca  140,  407. 

nachiru  122. 

nannrfsem'  132  n. 

nasche  140. 

nassia  136,  cfr.  greco- 
cai.  32. 

natare  118. 

nauclerus  122. 

«cmM?a  124,  140. 

nfurgare  137. 

nfurra  132. 

nghiaccate ,  nguacchiate 
181. 

nghiand  408. 

nghiaste  157,  163. 

nguajd  161. 

«iccZiiarecM  138. 

m'TOM^M  4. 

«o/a  371-2. 

«{rame  118. 

n«wn<M  132. 

nurus  134. 

wMfócare  140,  406. 

nzireja  157. 

w^jwrnre  143,  153,  159  . 

obraucatus  159,  410. 
Ognissanti  180  n. 
origanum  128  n,  410. 
orinolo  380, 


Indici.  —  III.  Lessico. 


423 


uvura  131. 

pandeche  169. 
panici um  353. 
panlcum?  353. 
papusa  141  n. 
paramenti  137. 
pedata  136. 
peditum  148,  149. 
pennaluru  131. 
peritarsi  391-2. 
pertusum  154. 
pettula  152. 
picce  peccejà  408. 
picchi  136  n. 
-piccare  151. 
pictare  151. 
pinsare  119,  130,  410. 
plotus  163. 
plubico-  o41n. 
ponnula  139. 
populus  132  n. 
post-cras  140,  144,  167. 
pozzo  possum?  408-9. 
praegno-  155. 
pusilla  167. 
puzella  167. 

quadragesima  123,  173. 
querquedula  385. 

rara  160. 
rasea  160,  386. 
rasta  118. 
ràulu  136. 
reddu  141. 
renaccg  157. 
restuccu  134. 
retta  {dar)  392. 
rezza  125. 
riénu  128  n. 
riesu  129. 
rubi  e  are  339. 
rugumare  141. 
rungielle  156. 


Salgite  n.  loc.  148,  162. 

Salicetum  148,  162. 

sampsuchum  141. 

sànsecu  141. 

satizza,  142  (e  cfr.  In- 
dice I,  s.  Dissimilaz.). 

shelà  148. 

sbuterd  161-2. 

scalora  132. 

scamazzà  407. 

scapolo  371  n. 

scippare  151  n. 

scojetate  \scuitate\  37 In. 

scortea,  scorteum  133, 
161. 

screzio  392. 

scucciato  404. 

scutellarium  158. 

SfZarras'ia  156. 

solate  167  n. 

sencu  141. 

sepali  137. 

seralia  137. 

sfincetu  130  n. 

sguessa  408. 

sili  128. 

smerda  126,  404. 

smestere  404. 

socius  154,  340,  408. 

some  118. 

sor  bea  132. 

sorbiculare  154. 

sor[i]cula  164. 

sorores  130,  348. 

sorso  406. 

spandecd  169. 

spara  147. 

spingula  141,  141  n, 
151,  159. 

spula  157. 

stuetecu  135. 

siMtore  153. 

subta  134. 

subula  163. 

swez  340. 

suffundare  176. 


suluri  130. 
sMmmw  130. 
suocce  154. 
surchid  154. 
surpd  158. 
survia  132. 

ta  mende  (ji)  150  n. 
tampanu  141. 
taranola  137. 
tarma  400. 
tarmen  400. 
teganum,     izanM,     fe- 

Jane  137,  169. 
te  geli  a,    tiedda,    tiella 

137. 
tìnchiu  125. 
torpidus  155  n. 
transire  160. 
trapetum,    trappitu    119, 

122. 
freca  170, 
fre/)  341. 
irestieddu  140. 
tricari  170. 
tóvio-  341  n. 
trumpare  138. 
truppejdreze  164. 
<M>nM  135. 
twpanara  162. 
Turchiarùlu  u.  loc.  I31* 
<Mrde  155. 
turpeggiarsi  164. 
tymus  135. 

ustulare  140,  163. 
uttisana  138. 

vacantiva  128. 
vadiare  161. 
vagiuella    (vaginula), 

vajenella  173. 
urfnuera  (a)  930-91. 
varoletta  139,  157. 
verticulo-   verticillo-  138 

163. 


424 


Indici,  —  IV.  Varia. 


vincido  130  n. 
viria  139,  157. 
vomicare  165. 
vritte  vretta  155. 


vrocca  154. 
vuoto  370-71. 
vute  (gomito)  181. 


zeffunnd  176. 
zica  171  n. 
zòcchela  164. 


IV.    Varia. 


Cenni  geografici  intorno  al  greco-ca- 
labro:  1;  cenni  storici:  71-78, 110-15. 

Bibliografia  del  greco-calabro:  2. 

Testi  greco-calabri:  79-99,  116. 

Cenni  storici  e  geografici  intorno  al 
leccese:  117,  cfr.  142-4;  al  campo- 
bassano: 145-6. 

Bibliografia  del  leccese:  117-8. 

Bibliografia  friulana:  184-7. 

Testi  friulani:  188-333. 

Cimelj  tergestini:  356-367. 

II  'basso  latino'  ('mlat.'):  120  n,  122  n, 
125  n. 

Reliquie  dell'arcaica  accentuazione  la- 
tina: T.  nell'Indice  I,  s.  'Accento'. 

II  principio  analogico:  spinte  e  inten- 
sità dell'azione  sua  :  394-97,  399-401 . 

Assimilazione  fonetica  per  paralleli- 
smo ideologico:  123,  147  n,  149. 

Divariazioni  fonetiche  adoperate  a  mag- 
gior distinzione  ideologica:  122,  146. 

Scambio  di  prefissi  verbali,  e  prefissi 
ambigui:  mpisu  123,  mmizzu  129, 
ndoru  131,  ntuntu  132,  mmoddu, 
ncordu  133,  ncustare  Ìé0,nfocu  131, 
135,  158  (num.  75),  e  cfr.  178. 

Composti  notevoli:  176,  385;  e  v.  pure 
Indice  II  ;  e  pel  greco-cai.  :  32  {sca- 
lapenno),  44-5,  47,  70. 

Fusioni  curiose  di  due  voci  sinonime 
in  una:  167;  46 n. 

'Paganino'  per  'bimbo  non  ancor  bat- 
tezzato', 43  n. 

'sacro'  per  'battezzato',  343. 

'calderajo'  per  'zingaro',  119. 

'uomo  di  mare'  per  'lavorante  al  fran- 
tojo',  122. 


'milanese'  per  'catenaccio',  138. 

'dalmatica'  per  'tunica',  387. 

'pane  schiavonesco'  (impastato  col  mo- 
sto cotto),  152. 

'damasceno'  per  'fico',  387. 

'signore,  signora'  per  'padre,  madre', 
130 n;  cfr.  3n  (greco-cai.  curi- 
y.yptoc). 

'nonno,  nonna'  per  'signore,  signora', 
132. 

'canità'  per  'crudeltà',  174. 

'nero'  per  'majale',  70  (s.  kuni). 

'culla'  e  'nave',  140,  170n. 

'tosco  (parlare)'  per  'pulito,  colto',  168* 

'parlare  a  spiovere'  per  'parlare  a 
caso',  167. 

'temperare'  per  'impastare',  138. 

'scegliere'  per  'sbucciare',  176  n. 

'sonno'  per  'sogno'  e  'tempia',  161. 

'sacra'    per  '^'cbierca'    e    'cocuzzolo' 
343. 

'doppio'  per  'spesso',  163. 

'impiastro'  per  'inezia',  157,  163. 

'spendere'  come  il  contrario  di  'appen- 
dere', 123,  148. 

'per-a-mente'  per  'a  proposito',  137. 

^tispo  (TtcTTroTe)  e  tipote'  per  'niuno, 
niente',  49,  e  cfr.  19. 

'tale'  per  'tanto',  nella  funzione  av- 
rerb.,  352, 

'uni'  per  'alcuni',  352-3. 

'uom'  per  'si',  353. 

Una  'fata  delle  acque'  334. 

Il  'caprimulgo':  sua  onomastica  e  sua 
mitologia  popolare,  382-85. 

Nomi  locali  desunti  da  nomi  di  piante  . 
40,  148,  157,  168,  172,  359-60. 


APPELLO  AGLI  STUDIOSI  ITALIANI, 


ft 


CONCERNENTE 


LA   'FONDAZIONE  DIEZ 


Com'è  noto,  in  Alemagna  s'è  da  qualche  tempo  introdotto  l'uso 
lodevolissimo  d'onorare  gl'illustri  trapassati,  piuttosto  che  con  ista- 
tue  o  altri  siffatti  monumenti,  con  delle  'fondazioni',  le  quali ,  inti- 
tolate dal  loro  nome,  giovino  in  qualche  modo  al  progresso  delle 
scienze  o  discipline  in  cui  quegli  si  furono  segnalati,  o  tornino  co- 
munque in  qualche  benefizio  dell'universale.  Tale  è,  per  esempio,  la 
'Fondazione  Bopp',  istituitasi,  alcuni  anni  sono,  per  promuovere  gli 
studj  glottologici  in  generale. 

Ora,  da  molti  fra  i  discepoli  e  ammiratori  dell'  illustre  romanologo 
Federigo  Diez,  morto  il  29  maggio  dell'anno  scorso,  si  è  sentito  il 
vivo  desiderio  d'intitolare  dal  suo  nome  una  fondazione  che  abbia 
per  iscopo  di  promuovere  studj  e  lavori  nel  campo  di  quella  filologia 
romanza  della  quale  egli  ben  può  chiamarsi  il  fondatore,  e,  incorag- 
giandone il  progresso  sulla  via  tracciata  dal  gran  Maestro,  giovi 
così  ad  ampliare  e  fecondare  le  nobili  resultanze  da  lui  conseguite 
e  serbi  a  un  tempo  ognor  viva  e  presente  la  memoria  de' suoi  meriti 
imperituri. 

Quindi  è  che  da  alcuni  dei  principali  filologi  e  romanisti  alemanni 
volendosi  mandare  ad  effetto  questo  pensiero,  già  nato  pur  nell'animo 
di  parecchi  studiosi  anche  fuori  della  Germania  e  particolarmente  in 
Italia,  s'ordinò  dapprima  un  Comitato  in  Berlino,  poi  un  altro  in 
Vienna,  facendosi  appello  da  entrambi  (l)  a  quanti  v'hanno,  in  qual- 


(1)  La  circolare  del  Comitato  berlinese  porta  la  data  del  1**  febbrajo  1877 
e  le  firme  dei  professori  Bonitz,  Ebert,  Gròber,  Herrìg,  Mabn,  Màtzner, 
Mommsen,  MùUenboff,  voa  Sybel,  Sucbier,  Tobler,  Zupitza.  Quella  del  Co- 
mitato viennese,  la  data  dell'll  aprile  1877  e  le  firme  dei  professori  Demat- 
tio,  Hortis,  Marlin,  Miklosich,  Mussafia,  Schuchardt. 


426  Fondazione  Diez. 

siasi  paese,  discepoli  e  ammiratori  del  gran  romanologo,  per  l'isti- 
tuzione di  una 

«FONDAZIONE  DIEZ', 

e  invitandosi  a  prendervi  parte  anche  tutti  coloro  a  cui  in  generale 
sta  a  cuore  il  progresso  del  lavoro  scientifico,  siano  essi  di  stirpi 
latine,  le  cui  lingue  il  Diez  insegnò  primo  a  rettamente  conoscere 
nelle  loro  reciproche  attenenze  e  nella  loro  intima  natura,  siano  essi 
suoi  connazionali,  che  per  opera  di  questo  illustre  concittadino  vi- 
dero cosi  notevolmente  accresciuto  l'onore  degli  studj  alemanni. 

Non  s'è  ancora  definitivamente  fermato  il  modo  in  cui  dovrà  essere 
usufruttuato  il  capitale  che  si  vuol  così  raccolto  al  fine  di  promuovere 
il  lavoro  scientifico  nell'  àmbito  degli  studj  romanzi.  Ma  l' intento 
principale  è  di  conseguire  un  reddito  con  cui  premiare,  a  determinati 
periodi,  quelle  piti  meritevoli  opere  che  si  pubblicheranno  nel  campo 
degli  studj  neo-latini,  e  ciò  sempre  senz' alcuna  distinzione  circa  la 
nazionalità  degli  scrittori,  e,  per  quanto  sia  possibile,  pur  facendo 
che  ai  giudizj  prendano  parte  de'  periti  d'  ogni  paese.  Si  vorrebbero 
anche  assegnati  dei  premj  alle  migliori  Memorie  intorno  a  temi  da 
proporsi.  Chiusa  poi  la  raccolta  dei  fondi,  pel  che  è  fissato  il  31  di- 
cembre 1877*,  la  'Fondazione  Diez'  sarà  annessa  a  uno  dei  primarj 
Istituti  scientìfici,  da  cui  ne  dipenderà  ìndi  innanzi  l'amministrazione. 

I  sottoscritti,  docenti  italiani  di  filologia  neo-latina,  costituitisi  in 
'Comitato  per  la  fondazione  Diez',  rivolgendosi  ora  come  fanno  an- 
ch'essi ai  loro  concittadini  per  invitarli  a  concorrere  a  codesta  bel- 
l'opera, non  dubitano  punto  che  questi  ben  sentiranno  come  incomba 
alla  primogenita  fra  le  stirpi  latine  di  mostrare  in  quest'occasione 
la  sua  viva  gratitudine  e  la  sua  profonda  venerazione  a  quel  glorioso 
che  fondava  la  scienza  delle  lingue  romanze,  e  di  contribuir  così  ad 
un  tempo  all'incremento  d'una  disciplina,  la  romanologia,  che  dovrà 
far  parte  essenziale  della  coltura  de'  popoli  neo-latini.  Essi  tengono 
per  fermo  che  gli  studiosi  italiani,  in  questa  nobile  gara  internazio- 
nale, risponderanno  degnamente  alla  fiducia  espressa  negli  appelli 
che  ci  vengono  d'oltr'alpi  e  che  già  hanno  trovato  pronta  adesione 
anche  in  Francia,  in  Inghilterra  ed  in  Rumenia. 

II  contributo  al  quale  sono  invitati  gli  studiosi  italiani,  sarà  in- 
cassato dal  librajo-editore  Ermanno  Loescher  (che  ha  casa  a  Torino, 
a  Roma  e  a  Firenze),  pregato  dai  sottoscritti  a  far  da  tesoriere. 
Chiusala  colletta  con  la  fine  dell'anno*,  e  previa  pubblicazioQe  di  un 


'  Il  termine  è  stato  poi  prorogato  a  tutto  il  luglio  del  78. 


Fondazione  Diez. 


427 


^onto  particolareggiato  di  quanto  si  sarà  raccolto  e  dei  nomi  dei 
singoli  contribuenti,  i  fondi  saranno  trasmessi  al  Comitato  di  Berlino 
lai  quale  è  partito  il  primo  impulso  e  col  quale  non  può  dubitarsi 
che  abbia  a  procedere  di  pieno  accordo  anche  il  Comitato  di  Vienna, 
comuni  essendo  gl'intenti  e  diventando  perciò  come  necessaria  anche 
la  piena  concordia  nei  mezzi.  Se  però  qualche  offerta  o  promessa 
fosse  vincolata  a  particolari  condizioni,  non  per  questo  i  sottoscritti 
l'accetteranno  con  minor  riconoscenza. 

Milano  e  Torino,  il  20  aprile  1877. 


Geaziadio  Ascoli  (Milano).  • 

Napoleone  Caix  (Firenze).  ; 

Ugo  Angelo  Canello  (Padova).  \ 

Francesco  D'Ovidio  (Napoli),  ; 


GriovANNi  Flechia  (Toriuo). 
Arturo  Grap  (Torino). 
Ernesto  Monaci  (Roma). 
Pio  Rajna  (Milano). 


SOSGRIZIONI  (1). 


Direzione  della  Rivista  di 
filologia  romanza,  sin  dal- 
l'ottobre del  1876  .     .     .  L.  100 

Amministrazione  e  Dire- 
zione deW Archivio  glottolo^  - 

gico  italiano »  100 

Contessa  Ersilia  Caetani 

Lovatelli »  50 

Domenico  Comparetti  .     »  100 

Giovanni  Flechia     .     .     »  50 

Elia  Lattes    .     ...»  20 

Ernesto  Monaci ...»  20 

Pio  Rajna      .     ...»  30 

Graziadio  Ascoli      .     .     »  50 

Vigilio  Inama     ...»  20 

Paolo  Ferrari    ...»  10 


Riporto  L. 

550 

Bernardino  Biondelli   .     » 

20 

Carlo  Baravalle.     .     .     " 

5 

Giuseppe  Morosi     .     .     » 

5 

Carlo  Giussani  ...» 

5 

Carlo  Landriani      .     .     » 

10 

Leone  Weill-Schott     .     » 

50 

Barone  B.  Castiglia    .     » 

10 

Francesco  D'Ovidio     .     » 

20 

Alessandro  D'Ancona  .     » 

20 

Arturo  Graf  ....    » 

20 

Fausto  Gherardo  Fumi    » 

5 

Pietro  Canal,  cento  esem- 

plari delle  Sentenze  di 

Publio  Siro,  da  lui  vol- 

garizzate, e    ...     » 

10 

Si  riportano    .  L.  550 


Si  riportano    .  L.  730 


(1)  Le  offerte  sono  quasi  tutte  state  fatte  sotto  la  condizione:  che  per  lo 
Statuto  della  Fondazione  Diez  abbia  a  esser  chiesta  e  conseguita  l'appro- 
vazione della  R.  Academia  dei  Lincei. 


428 


s . 

Fondazione  Dlez. 

Riporto  .     . 

L. 

730 

Riporto    . 

L. 

915 

G.  B.  Gandino.     .     . 

» 

20 

Fausto  Lasinio 

» 

5     . 

Gaspare  Gorresio  .     . 

» 

10 

Ugo  Angelo  Canello 

» 

15 

Michele  Amari .     .     . 

» 

25 

Conte  F.  L.  Pullò  . 

« 

10 

Giosuè  Carducci    .     . 

.. 

20 

Pasquale  Villari 

« 

20      ; 

Angelo  De-Gubernatis 

» 

10 

Napoleone  Caix 

.. 

20     ' 

Giuseppe  Chiarini.     . 

tf 

10 

Pietra  Dazzi       .     .     . 

» 

10 

Tulio  Massarani    .     . 

« 

50 

Demetrio  Camarda  . 

.. 

10 

Bonaventura  Zumbini 

» 

10 

Carlo  Hillebrandt    . 

» 

20 

Augusto  Franchetti  . 

» 

10 

Giovanni  Tortoli     . 

.     » 

5 

Leone  Fontana.    .     . 

>t 

20 

R.  Acad.  della  Crusca 

» 

50 

Si  riportano    . 

L. 

915 

L. 

1080 

Da  S.  E.  il  signor  Ministro  della  Pubblica  Istruzione, 

per  recente  suo  decreto 

(luglio  1878) 

.    " 

1500 

L.  2580 


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A7 
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